Una strada da ritrovare

Di un incontro in Val Zebrù

Il fine della conoscenza non è altro se non la conoscenza stessa.

Era l’ennesima volta che si trovava ad affrontare un trasloco. Tutta colpa del suo lavoro. Nel senso che spesso la paga tardava ad arrivare, e ciò aveva varie ricadute, in primis sull’affitto. Da lì, nuovo lavoro e nuova città.

Il suo compito era curare la preparazione di studenti per esami universitari nell’area storica-antropologica. Quel lavoro, quel tipo di lavoro, all’inizio, era capitato per caso, non era stato cercato e voluto, ma le aspettative si erano dovute scontrare con la realtà, che fino a quel momento non le aveva offerto di meglio, soprattutto considerando la sua massima aspirazione: fare ricerca storica-antropologica, possibilmente in ambito universitario.

Inscatolare i libri le dava un leggero sollievo. Aveva l’impressione che lasciarli per ultimi le dava la possibilità di abbandonarli per meno tempo.

Aveva terminato con i libri di narrativa, ed aveva appena iniziato con i saggi scientifici, quando trovò una serie di fogli tenuti insieme da una spirale di plastica bianca, e copertina plastificata. Saranno stati una ventina di fogli o poco più, e contenevano quello che, almeno in teoria, sarebbe dovuto essere il suo biglietto da visita per la carriera universitaria che sognava: il progetto da presentare per entrare a far parte del corso di dottorato.

Si fermò un attimo, e pensò bene di mettere su un po’ di acqua a bollire e di preparare una camomilla, e di prendersi del tempo per sfogliare e leggere almeno le prime pagine. Desiderava rifugiarsi nel passato: quello per lei era il posto sicuro, dove ritornare ogni volta che si sentiva fragile e vulnerabile, perché il futuro, poteva ancora essere come lei lo voleva. Le piaceva l’idea di rifugiarsi in una storia che sarebbe potuta diventare realtà, ma la realtà, non dipende solo da noi, per quanto ci si possa sforzare, la realtà è la somma di una quantità infinita di variabili che sfuggono al nostro controllo.

Aveva sentito parlare più volte della leggenda della Val Zebrù, ne era rimasta affascinata, ed aveva deciso di andare ad esplorare quei luoghi in prima persona.

Il Gran Zebrù, posto al confine tra Lombardia e Trentino, è un monte alto quasi 4000 metri, ed è una delle vette lombarde più alte.

Le teorie sul nome di questo monte sono diverse. Zebrù potrebbe derivare dal latino super, qui da intendersi come più alto, in quanto si riteneva in passato che questo monte fosse il più alto della sua catena. Zebrù potrebbe essere dato anche dall’unione delle parole di origine celtica se (spirito buono) e Brugh (rocca, fortezza).

A prescindere dall’origine del suo nome, c’è una leggenda che riguarda il Gran Zebrù. Si narra che Johannes Zebrusius, feudatario vissuto nel XII secolo nei dintorni dell’attuale provincia bergamasca, s’innamorò di Armelinda, figlia di un castellano dei dintorni del lago di Como. Come nelle migliori storie (e forse anche come accade nella realtà), quest’ultimo non vedeva di buon occhio la relazione tra la figlia e Johannes, che per acquistare punti agli occhi del possibile futuro suocero, pensò bene di partire per una crociata in Terrasanta, dove rimase per quattro anni circa. Al suo ritorno trovò un’amarissima sorpresa: il castellano aveva concesso la figlia Armelinda in sposa ad un signore di Milano. Allora Johannes decise di abbracciare la vita da eremita sul Gran Zebrù, dove per tutta la sua vita cercò di dimenticare il suo passato con l’arte della meditazione e della preghiera. Quando sentì giungere l’ora della propria morte, circa trent’anni ed un giorno dopo il suo ritorno dalla Terrasanta, preparò un congegno diabolico, che l’avrebbe ucciso da lì a poco: prese un grande masso bianco sul quale incise “Joan(nes) Zebru(sius) a.d. MCCVII”, e lo legò, tramite un apposito congegno, ad un tronco, di modo tale da provocare la caduta del masso su di sé quando egli si fosse adagiato nei pressi del tronco. Il suo spirito si fuse allora con il monte, del quale divenne custode incontrastato.

Aveva amato la montagna per una breve lasso di tempo, lo stesso tempo in cui aveva conosciuto la persona che gli aveva fatto scoccare la scintilla per quei luoghi. Un tempo piccolo, una scintilla che generò una luce breve ma intensa.

Quando si trovò a scrivere il suo progetto di dottorato, le sembrò naturale partire da quei luoghi e dalla storia di Johannes, in un tentativo estremo di restare legata ad una storia d’amore finita poco tempo prima.

Il suo tipo di lavoro non era legato allo studio di libri, alla lettura, alla ricerca bibliografica, o meglio, non solo a quello; le piaceva studiare le storie popolari, il rapporto con la popolazione del luogo dove detta storia si svolgeva, per poter capire come e perché la tradizione popolare tramanda nel tempo determinate storie e non altre.

Decise quindi di partire per quei luoghi. Organizzò un viaggio in due tappe, una prima breve, per prendere contatti, capire come muoversi, e la seconda per capire, indagare meglio nella storia, in questo caso, di Johannes.

Riuscì a partire prima che l’aria in quota iniziasse a raffreddarsi seriamente; fondamentale, visto che aveva deciso di dormire in tenda, nei pressi di un rifugio in Val Zebrù, per immergersi meglio in quei luoghi.

Raggiunse con la sua auto l’ultimo parcheggio situato in prossimità dell’imbocco del cammino lungo quella valle. Aveva appuntamento alle 11 con una guida locale che l’avrebbe portata al termine del cammino, che lei avrebbe percorso poi in discesa, fermandosi presso il rifugio Campo.

La guida arrivò leggermente in anticipo per avere il tempo necessario a caricare tutta l’attrezzatura (una tenda ed uno zaino da campeggio) in attesa che arrivassero altri due passeggeri. Per tutto il viaggio, una mezz’oretta in tutto, si sentì in un luogo che non le apparteneva, i discorsi tra la guida e gli altri passeggeri si svolgeva su argomenti che non la interessavano né la coinvolgevano. Né chiese nulla in quel momento sulla val Zebrù, perché ritenne che la cosa più importante in quella fase iniziale di ricerca fosse affidarsi alle sue sensazioni ed a ciò che quei luoghi le avrebbero trasmesso. Voleva capire perché Johannes avesse scelto quei luoghi per terminare la sua vita, aspettando lì la morte, per cercare di dimenticare il suo amore.

Il cammino in discesa fu tutto sommato piacevole, e l’aria era piuttosto calda. Riuscì a vedere anche due marmotte rincorrersi in un piano. Fu un piacere enorme in quella camminata riempirsi gli occhi di verde, camminare in solitudine, meditare, stabilire una connessione con quella natura che ancora teneva botta agli attacchi dell’uomo.

Arrivò al rifugio in tempo per avere un pasto caldo subito dopo aver piantato la sua tenda. Vino e pizzoccheri; in genere faceva molto attenzione all’alimentazione, e quest’attenzione era una forma di stretto autocontrollo sulla propria gola. Raramente mangiava fino a scoppiare, ma quella volta l’avrebbe fatto volentieri, quei pizzoccheri meritavano un voto oltre la lode. Mentre mangiava pensava a quanto burro avessero usato per condirli, ed al tempo stesso si chiedeva perché quando li preparava lei non venivano mai così buoni e saporiti.

Il sole si nascose dalla valle presto, e così, non appena il rifugio terminò il servizio e si avviava verso la chiusura, si ritirò nella sua tenda, nel suo sacco a pelo, al calduccio, con un bel termos di tè caldo bollente, tentò di leggere qualcosa e di iniziare a prendere appunti, anche se non ne aveva voglia. Ed infatti, cosa che non le capitava mai, si addormentò senza accorgersene.

Nel silenzio della valle, quella notte si sentivano solo dei versi di animali distanti che riecheggiavano da una vetta all’altra. Non furono quei versi, però, a interrompere il suo sonno, ma un suono simile ad un singhiozzo ripetuto costantemente nel tempo, quasi un pianto strozzato. Combattè a lungo tra il desiderio di restare al caldo nel suo sacco a pelo e fregarsene di quello che sentiva e la paura che quello che sentiva potesse essere qualcosa di pericoloso. Pensò, se devo farmi male, non serve a nulla nascondersi qui dentro, andiamo incontro al destino! E così inizio a cercare nel buio della tenda rischiarata dalla luce della luna, il suo cappello e la sua sciarpa, perché sebbene non fosse inverno, le temperature iniziavano a diventare più rigide. Aprì delicatamente il sacco a pelo abbassando la cerniera, contò fino a tre, e di botto si scoprì. Avvertì un brivido, misto di freddo e di paura, e per un attimo pensò di rifare il processo al contrario e rimettersi a dormire, ma aveva una forte volontà e quando decideva qualcosa la faceva ad ogni costo.

Accese la sua torcia, aprì la tenda e guardò timidamente fuori, ma non vide nulla. Continuava, però, a sentire uno strano singhiozzo, ed iniziò seriamente a credere che fosse qualcuno in difficoltà.

Non lo vide subito, al chiarore delle stelle: c’era un uomo, indossava una cotta di maglia, una spada con una pregiata impugnatura, ed un mantello doppio di color verde abete. Era seduto su un masso di media grandezza, che piangeva, coprendosi il volto con la mano.

Dove potrei fuggire, pensò. Non c’erano grandi possibilità di mettersi al riparo, e proprio come qualche minuto prima, pensò di andare incontro al proprio destino, qualsiasi esso fosse stato. Stava per aprire bocca, quando quel personaggio iniziò a parlare per primo.

“Perchè mi rimira in codesto modo?”

“Ha bisogno di aiuto?” rispose. Halloween e Carnevale erano lontani, e non si spiegava il perché di quell’abbigliamento.

“Non v’è modo di aiutarmi.”

“Posso chiederle il nome?”

“Io son Johannes Zebrusius, signore della regione di Bergamo”.

Trasalì.

“Nessuna storia, nessun racconto potrà mai render l’idea del dolor che porto nel petto.”

Tolse la mano dal volto, e si fece guardare. Il volto era rimasto intatto, le rughe che si vedevano non erano dovute all’età, ma al dolore, come egli stesso raccontò a voce ferma. È stato strano vedersi sfuggire un futuro chiaro, un percorso segnato che era solo da percorrere, per dimostrare il mio valore, il mio coraggio, il mio amore. Ah, gioventù, se solo fossi stato più saggio, ora sarei vivo, ma non nel modo in cui immagina. Ci sono due vite, quella degli anni e del tempo, e la vita scandita dal nostro cuore. La prima vita l’ho persa tempo fa, la seconda la perdo ogni giorno, ogni ora ogni secondo. E questo è un dolore che ho scelto volontariamente di ricordare per sempre”.

La curiosità di sapere di più della fonte di tutta quella sofferenza iniziò a farsi sentire. In ogni storia deve esserci sempre un colpevole, pensò.

“Cosa ne è stato di Armelinda?”

Sospirò. Ma non si sottrasse dal proferire qualche parola, perché non erano i fatti di per sé a provocargli dolore, ma il tradimento dello spirito.

“Non saprei. Dal giorno del mio ritorno dall’Oriente, ho iniziato a disinteressarmene. La mia vita del tempo era finita, la mia vita di dolore iniziava”.

“Perchè ha scelto questo luogo per morire in eterno?”

Sospirò di nuovo.

“Volga lo sguardo verso quelle cime, volga lo sguardo più in alto. Poi volga lo sguardo in basso. Questo luogo trasuda intimità ed infinito”.

Chiuse gli occhi, inspirò, e cercò, e trovò quelle sensazioni.

Aprì gli occhi di soprassalto, si rese conto che era nella propria tenda. Ricordava vivamente tutte quelle immagini, come sempre le capitava dopo un sogno, ma questa volta era diverso…

Si rese conto di un improvviso bisogno di fare la pipì, ed allora cercò il suo cappello, indossò la sua sciarpa, perché nonostante non fosse inverno, di notte, in quei luoghi, non è che ci fosse un clima tipicamente estivo. Abbassò la cerniera del sacco a pelo, e dopo aver contato fino a tre (uno, due, tre…) si scoprì di botto, in un tentativo masochista di darsi coraggio ed uscire dalla tenda.

Dopo qualche passo, trovò un oggetto bianco per terra, quando si rese conto che era un fazzoletto di seta, di pregiate finiture, lo raccolse, e notò che c’era un ricamo su, due lettere: JZ…

Aveva iniziato ad insegnare storia medioevale, in quegli istituti di recupero, perché non aveva avuto modo di esprimere in altri modi il suo amore per raccontare la storia delle storie popolari.

Avrebbe sognato prestigio più che ricchezza, ed ora non aveva né una né l’altra, ma possedeva la felicità e la gioia di chi ha ancora, tutto sommato, la possibilità di fare quello che più si ama al mondo: conoscere, crescere.

Autrice: Annarita Noschese
Editing: Francesco Di Concilio
Copy editing: Francesco Lupo
Foto: Annarita Noschese
Foto in copertina: Whgler, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

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