Tutto a te e niente a me

(O La democrazia dell’invidia)

Qual è la migliore forma di governo?

Non si può dire che sia la prima domanda con cui ci svegliamo la mattina, o una preoccupazione che di solito pervade la nostra giornata. A meno che non ti trovi nella Firenze di inizio ‘500.
“Ma questa è un’altra storia” (cit.)

Eppure è un problema che ci riguarda da vicino, che condiziona, più di quanto pensiamo, il nostro quotidiano.

Si tratta di una questione di capillare importanza in tempi di trasformazioni e congiunture politiche, o se vogliamo usare un termine onnicomprensivo, di rivoluzioni. Ma anche nel migliore dei casi, la questione sembra essere appannaggio dei soli addetti ai lavori. O di quelli che, attraverso elezioni democratiche, abbiamo scelto come addetti ai lavori.

Il problema non si pone più anche perché diamo per scontato che il sistema che ci ha portato a votare tale classe politica, in virtù delle lotte e dei sacrifici fatti per ottenerla, sia il migliore dei sistemi possibili. Può darsi.

Il sistema perfetto

Quel che spesso dimentichiamo, però, o semplicemente non pensiamo, è che questa democrazia sia pur sempre una forma giovane, nella sua accezione contemporanea, e come tale in piena sperimentazione, passibile di vuoti, errori e contraddizioni, ben visibili, quelli sì, nel vivere quotidiano.

Potrebbe essere solo una sensazione, quella che ci spinge a pensare che, tuttavia, l’elemento fondativo di ogni democrazia, ovvero la rappresentanza popolare, nella sua forma più allargata possibile, sia venuto poco a poco a sfilarsi dal tessuto sociale.

E non ci riferiamo solo al parlamento, anche se pure quello subirà forti ridimensionamenti in direzione di un presunto recupero economico. Non è solo questo.
La pervasività del dibattito politico nella popolazione stessa si sta lentamente annullando, limitandosi ad esacerbate opinioni isolate a mezzo internet, circoli chiusi o ristretti, o a iniziative di protesta considerate border-line o, peggio, incluse all’ombra dell’ampio e spesso comodo ombrellone del terrorismo.

In parte, questo accade perché in Italia, ma anche in altri stati democratici occidentali, il governo e i suoi rappresentanti si fanno paladini di tutte le istanze economiche e sociali (in una specie di prolungamento eterno della campagna elettorale) cercando di infondere a tutti i costi sicurezza e fiducia nella popolazione, a prescindere dalla sua effettiva capacità di farvi fronte.

La conseguenza è che quando non riesce a fare fronte a tutto, ovvero nel caso italiano molto spesso, si allargano fossati di marginalizzazione e abbandono di ampi strati della società.

In pratica, la tendenza è quella di dire “Non preoccupatevi, ce ne occupiamo noi!”.
Ma quando ciò non accade ci sentiamo sol*, abbandonat* e delus*, pront* ad esprimere la nostra frustrazione nel primo post che ci capita o al primo individuo “irregolare” che incontriamo per strada.

In questo modo, tra l’altro, prosperano politici-supereroi e tv-verità, che dichiarano di farsi carico dei disagi della gente, ma l’unica cosa che abbracciano davvero sono i contratti pubblicitari.
Ma questa è ancora un’altra storia.

This is my way?

Potrebbe esistere un’altra strada? Ci chiediamo.

In realtà è esistita, in tempi non sospetti e a fatica ancora oggi.
Si chiama associazionismo.

Che sia esso politico, culturale, formale o da bar-port, l’associazionismo basato sul confronto territoriale è il grande bistrattato del ventennio post G8 di Genova 2001.

L’incertezza politica, il terrore crescente di un nemico invisibile che a volte sembra anche colpire duro, la diffidenza generalizzata, rendono sempre più complicato un confronto tra cittadin* su questioni urgenti.

Le poche iniziative rimaste in questo senso sono da considerare come un residuo della stagione politica e sociale degli anni ottanta e novanta, vere e proprie (e uniche) avanguardie di sperimentazione culturale e sociale.

Peccato che tali esperienze, vedi la vicenda del Cinema Palazzo a Roma a titolo esemplificativo, vengano a poco a poco circoscritte e rese inattive, sotto l’egida della solita arma a doppio taglio della legalità.

D’altro canto, governi e politica raramente invitano, incoraggiano, invogliano i cittadini e le cittadine a riunirsi in assemblee territoriali per discutere dei problemi reali, che trovi appena messo piede fuori dalla porta.

La tendenza è di fare affidamento a singoli personaggi, vagamente carismatici, che hanno imparato a raccogliere le lamentele della gente e farne la propria bandiera politica, da sventolare finché l’onda di malcontento non li porta al potere, ma senza concreti effetti sul divario che separa la pasoliniana “politica di palazzo” dai problemi reali.

Un altro giro

A questo punto la giostra comincia a girare daccapo. Noi che ci avevamo sperato, continuiamo a provare lo stesso senso di abbandono di prima, che non sappiamo come colmare, finché non riponiamo le speranze nel successivo capopopolo.

E la soluzione?

Ovviamente non ce l’abbiamo certo in tasca, come talvolta qualcuno vorrebbe far credere.
Ma potremmo cominciare, per esempio, col prenderci più responsabilità rispetto a quello che ci circonda. Lo abbiamo sempre fatto, in mancanza di istituzioni.

Alcune forme di autorganizzazione, poi, sono diventate esse stesse una forma parastatale, degenerando nella folta boscaglia della criminalità organizzata, mentre altre (come il Cinema Palazzo e altri spazi simili) un esempio virtuoso di resilienza culturale.

Il punto è che non possiamo pretendere di influire su una politica nazionale, o addirittura globale, se non si partiamo da quello che abbiamo intorno. Sia esso ambiente o il semplice rapporto con l’altr*.

Epilogo

I governi ci trattano come ragazzini, ci deresponsabilizzano e ci rendono sempre più dipendenti dalle decisioni prese dall’alto, e noi, dal canto nostro, ci comportiamo come bambinastri: chiediamo sbattendo i piedi quello che hanno avuto gli altri e noi no, piuttosto che pretendere per tutt* quello solo pochi hanno.

Potremmo provare a tenerlo presente, questo, quando potremo tornare a incontrarci.

Francesco Di Concilio
per ErrareUmano.org

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