Terry Jones e il senso di una vita

“Due sono andati, ne restano quattro”. 

Questo è il senso del tweet scritto da John Cleese per commemorare l’amico Terry Jones, scomparso recentemente.  Una frase autoriferita, se ci ricordiamo che lo stesso durante il funerale di Graham Chapman, primo Python scomparso nel 1989, lo ricordò con la stessa formula “uno è andato, ne restano cinque”. 

Dei sei comici inglesi, Cleese è sempre stato quello apparentemente più borioso, ai limiti dell’autoreferenziale. Ragionevole in modo ossessivo, come anche lui si definisce. L’anarchico, l’istintuale, era invece, Terry Jones. La completa libertà da schemi sociali e sentimentali e la capacità di far convivere un genio creativo ed una goffagine ai limiti dell’insensatezza, saranno la grammatica espressiva principale di Terry Jones e degli stessi Monty Python. 

La storia del pitone

Il viscido pitone volante inizia le sue evoluzioni ad alta quota nel 1969. Jones, Gilliam, Idle, Palin, Chapman e Cleese orbitano già da diversi anni gli uni nelle vite degli altri. Precedenti collaborazioni alternate tra i sei, avevano spianato la strana ad una certa alchimia. Le orbite convergono nella supernova creativa quando la BBC contatta John Cleese e Graham Chapman per avere un nuovo programma comico.  

Monty Python, liberi di creare senza limiti in quanto sconosciuti, danno in pasto agli spettatori una formula tutta nuova. Sacrificando il vecchio schema della “battuta finale”, gli sketch sembrano un continuo flusso senza fine. Apparentemente slegati tra loro ma contemporaneamente caratterizzanti di un linguaggio ricercato. È il trionfo del non-sense. Il linguaggio comico è stato squarciato definitivamente. E sarà riassestato per sempre in una forma tutta nuova.

Negli anni i Monty Python influenzeranno espressioni dialettali e termini di uso comune (cercate nella vostra mail personal…). Mentre sono in tv, incidono una serie di dischi e delle canzoni che presto diventano un vero e proprio culto, arrivando a lambire anche il pubblico degli U.S.A. dove la tv inglese faticava ad arrivare. Il botto è fatto, bisogna consolidare il prodotto.
Dopo la tv, la musica, arriva il cinema. 

E ora qualcosa…

And now for something of completely different” è il primo film dei 6 inglesi e raccoglie il meglio degli sketch andati in onda sulla BBC. Alla seconda prova cinematografica, nonostante i pochi finanziatori (perlopiù scovati fra i facoltosi fans sparsi nei vari gruppi musicali dell’epoca), la passione di Terry Jones per la storia medioevale trova sfogo ne “Monty Pyton’s Holy Grail”, dove si cimenta anche nella regia affiancato dal socio Gilliam. Lo sguardo magicamente assurdo, ribaltatore delle comuni credenze storiche, da vita ad uno spassoso disegno che ironizza liberamente sulla sacralità delle eroiche gesta dei cavalieri più famosi e sui loro falsi miti.
Ribaltati gli eroi, si ribaltano anche i culti. 

Terry Jones diventa il regista unico dei successivi film dei Python:  “Life of Brian” (che si scontrò con una feroce censura cattolica durata in alcuni casi fino al 2009) e “The Meaning of Life”, titolo che con raffinata insensatezza risponde alle domande esistenziali più comuni dell’uomo. 

La storia dei Monty Python si conclude più o meno qui, all’apice del culto. Terry Jones continua la sua carriera di regista/scrittore: Labyrinth – Dove tutto è possibile (1986), Erik il vichingo (1989), Il vento nei salici (1996), Un’occasione da Dio (2015). 

Torna anche al vecchio amore per la storia e con una delle sue capriole ribaltatrici, cambia prospettiva e reinterpreta coraggiosamente l’opera di Geoffrey Chaucer. Trova favori e riconoscimenti tra gli accademici inglesi, un Dottorato Onorario in Lettere dall’Università di Glasgow e una Laurea Honoris Causa dalla St. Andrews University. Diverse capriole e ribaltamenti, anche nel privato. Un divorzio, un nuovo matrimonio con una ventunenne, una nuova paternità a 68 anni. 

Il non-sense dà, il non-sense toglie.

Fino all’ultimo grande ribaltamento di prospettiva. Stavolta Terry Jones lo subisce, però. Incontra una forma rara di demenza. Il paradosso, che pare essere stato da sempre il linguaggio preferito da questo intellettuale gallese, assume forma inquietante proprio nella chiosa finale.
Quanta cruenta ironia c’è, in un fine artista lessicale che smette progressivamente di articolare parole?  

Il “Signor La Morte” bussa alla porta del nostro eroe il 21 gennaio del 2020. 

Guardando indietro Terry Jones e l’opera stessa dei Monty Python, abbiamo ricevuto in eredità un unico grande insegnamento: proprio il paradosso, il ribaltamento, l’imprevisto, l’assurda e cinica ironia, sono una fetta consistente della vita di tutti noi. Nessun’altro prima ha saputo dimostrarci in maniera cosi genuina come a volte sembriamo patetici nella nostra affannata ricerca di un “senso” più alto delle cose, l’attaccamento ostinato alle nostre fragili convinzioni, la difesa del nostro posto al centro dell’universo.

Proprio come ne “Il senso della vita”, ci dimeniamo in una danza fatta di assurde canzoncine, in un susseguirsi di noiosi e complicati imprevisti, dove a volte una guerra mondiale può diventare una barzelletta e una minuscola mentina il detonatore per far collassare un gigantesco sistema sociale inghiottito a fatica.

E allora, l’unica salvezza potrebbe essere proprio quel flusso insensato: seguire i moti galleggianti del nostro personale “Circo Volante” e cercare di scorgere infine il lato luminoso della vita… e della morte. 

Testo e Copertina: Ivo Guderzo

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