Il racconto dei racconti. Giorno 1

Premessa: “un” viaggio dentro la Bibbia

Per una trattazione rigorosamente accademica rimandiamo alla bibliografia a fine articolo.
Lo scritto, invece, vuole essere una forma divulgativa leggera e scorrevole con delle punte di malcelato umorismo, pur basata su studi autorevoli, i cui punti cardine sono stati selezionati e affrontati a discrezione dell’autore.
Per una trattazione teologica rimandiamo, oltre che agli studi specialistici, all’intima fede della lettrice e del lettore.

In principio…

In principio erano le consonanti.
Le vocali arrivarono molti giorni dopo.
Il motivo lo spiegheremo più avanti, ma in realtà c’era anche un altro principio, anzi due: il cielo e la terra.
E fin qui, siamo d’accordo con dio.

La questione, ora, è come considerare quel B’reshit (בְּרֵאשִׁית), parola con cui si apre la bibbia ebraica, fissata poi nel testo masoretico (TM) solo diversi secoli dopo.
La vocalizzazione comune rende il significato così come lo conosciamo, così come Origene ha letto e ce lo ha trasmesso, ovvero “In principio, Dio creò…”.

Tuttavia, esiste un’altra interpretazione, signore e signori, basata su una diversa vocalizzazione del termine ebraico che lo rende come Bareshit , e cioè “In principio, quando Dio creò…”, che dà più l’idea di una creazione in atto, in un universo già da un bel po’ esistente, anche se in sostanza ancora confuso e incerto, in attesa di un Architetto o un Demiurgo che lo mettesse a posto, gli desse una regolata, una struttura e un’energica spinta verso il proprio incerto destino.

Fatto curioso (o divertente, a seconda del carattere di chi se ne occupa) è che circa trecento anni dopo la stesura per iscritto di quella congerie di tradizioni popolari e sacerdotali che è la Torah, Platone, con atteggiamento rigorosamente razionale e dialettico, giungeva alle stesse conclusioni riguardo le origini del mondo.

Eppure, di Caos primordiale che diventa Ordine ne erano piene le mitologie antiche, a partire da quella fenicia e passando per quella greca, tanto per citarne un paio, e se quello di Platone fosse un tentativo di spiegazione razionale di credenze già consolidate, non sta a noi scribi profani affermarlo.

Resta il fatto che secondo il Genesi, primo libro della bibbia che in ebraico antico prende il nome, guarda un po’, di B’reshit, divenuta poi anche cristiana in tutte le sue sfumature, un tizio che per il momento chiameremo Dio tanto per intenderci creò il cielo, la terra, separò la luce dalle tenebre, il firmamento dalle acque, la terra dalle acque, qualsiasi cosa dalle acque, le acque le chiamò mare e le salò.

Talete di Mileto ebbe parecchio da dire sulla questione, ma non divaghiamo.

Poi fu la volta dei germogli, degli alberi, dei frutti, tutti, tranne uno che incontreremo tra poco, che producevano semi e si moltiplicavano.
In cielo due tipi di illuminazione: sole per il giorno, luna per la notte, più intima e meno invadente, catalizzatore ideale per bestie da ululato. Ma solo a partire dal giorno dopo, Dio creò gli esseri viventi di aria terra e acqua, cosa che gradì parecchio, tanto da ricoprirsi di elogi e gratificazioni.

Rendersi grazie da soli, però, non è poi così soddisfacente come credeva, e non comprendeva come ci sarebbero riusciti, nei secoli a venire, imperatori e presidenti.
Tornò in sé e decise di creare l’uomo e la donna per donargli tutto quel ben di sé che aveva messo su e di cui, ne era certo, l’avrebbero ringraziato.
Dunque con un po’ di fango e polvere creò l’uomo, e da una sua costola clonò la donna, per fargli compagnia nel suo dominio assoluto del creato.

Il pomo della discordia

Li sistemò nell’Eden, immenso giardino residenziale. Tutti i servizi, ampio parcheggio con l’accesso libero a tutti i frutti delle piante del creato.
Tutti tranne uno. Era pur sempre Dio, mica Babbo Natale.

Il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male scordatevelo! Statene lontani! Non ci pensate nemmeno o passate i guai!”
E qui si potrebbero aprire fior di parentesi sul significato di questo divieto atavico. Ma se ci azzardiamo a scomodare filosofia, psicologia, antropologia, storia e patente di guida, non ne usciremo facilmente illesi.
Ci limitiamo, piuttosto, a passare in punta di piedi davanti a tutte le teorie in attesa di argomentazione, per raccontare la frivolezza più immediata di come quel frutto, nell’immaginario occidentale, sia diventata una mela.

E’ molto semplice. In latino male si diceva e si scriveva malum, e coincidenza linguistica vuole che anche mela si dicesse malum. Per cui, per qualche traduttore sfacciatamente sicuro di sé quel malum divenne senza ombra di dubbio mela, con il risultato che le valli del Trentino pullulano ancor oggi di frutti del peccato.
Ma di mela, nel Genesi biblico, nemmeno uno spicchio.

Tuttavia il serpente convinse la donna a mangiare quei frutti e questi, sì, il serpente, deve la sua pessima fama a quell’episodio. Oltre al suo scarso successo, insieme ai suoi cugini rettili, presso il sesso femminile. E il sesso femminile, a sua volta, trovò uno dei motivi del proprio svilimento millenario in quelle stesse pagine.

Bisogna tener presente, prima di continuare, che questi racconti sono una giustificazione di credenze già esistenti. In quanto mito di fondazione, esso è stato elaborato da redattori vissuti molto tempo dopo gli eventi narrati, immaginati, in quanto miti, in un tempo fuori dal tempo.
Probabilmente il ruolo ritenuto subalterno della donna è roba ancora più antica, poi confluita all’interno della tradizione giudaico-cristiana.

Dunque, peste e corna sulla coppia di umani freschi freschi di vita, che scoprirono all’improvviso un sacco di cose: di essere nudi, tanto per cominciare; di dover cominciare a lavorare con sudore e partorire con dolore e che l’Eden se lo potevano scordare, protetto com’era adesso da buttafuori armati di spada di fuoco.

Il fratricidio, ovvero a qualcuno piace la carne

Del mal comune, Adamo ed Eva fecero mezzo gaudio concependo nel modo che conosciamo un paio di esseri umani in più sulla faccia della terra: Caino e Abele.
Caino, il maggiore, lavoratore della terra. Abele, il piccoletto, pastore di greggi.
Ora, la faccenda più torbida del celebre fratricidio è che esso deriva da un’apparentemente immotivata preferenza da parte del signore per il sacrificio di carne di Abele, rispetto all’offerta agricola di Caino.

Perché colui che da adesso in poi chiameremo Innominato (poi vi spiegherò perché) lodava questo e sviliva quello, se entrambi portavano in offerta il frutto dei loro equivalenti sforzi?
Mera questione di gusti? Un capriccio? In fondo, se non ha libero arbitrio un dio, chi altro potrebbe averlo…

Ma aspettate un attimo.

A redigere questi testi nella forma in cui li conosciamo furono i discendenti di una cultura seminomade che si dibatteva tra gli altipiani della Palestina intorno al primo millennio a.e.v. (avanti era volgare, o avanti Cristo, se preferite).
Le tribù seminomadi sono così definite perché si stabiliscono in un territorio solo per brevi periodi, tra una transumanza e l’altra, in cui si danno a una coltivazione spicciola per coprire i fabbisogni urgenti, prima di spostarsi di nuovo.

E quando si deve spostare, un gruppo nutrito di persone porta con sé più facilmente del bestiame semovente o dei sacchi di grano o farina irrimediabilmente statici?
E anche se li dovesse portare con sé , avrebbe comunque bisogno di carri trainati da asini o buoi addomesticati. Allora, per fare di necessità virtù, perché non portarsi dietro un’intera mandria o un gregge, che possa dare di che vivere e coprirsi durante il viaggio e le stagioni?

Senza contare che coloro che lavoravano la terra erano spesso schiavi, o indebitati schiavizzati, o stranieri, (fatto che suona molto familiare). Insomma, in sostanza degli emarginati bollati con il termine Habiru, da cui deriverebbe l’etnonimoebrei”, molto usato nella siria-palestina di quei tempi.

In definitiva, dio era nomade, per questo preferiva la carne di Abele al cesto di frutta di Caino.
Il poveretto fu marchiato a vita per il suo delitto di gelosia, anche se il suo dio gli fece almeno il favore di renderlo intoccabile.

Fu il primo uomo, infatti, a non dover subire la vendetta per delitto di sangue, come da codice di Hammurabi. Sarà che aveva ucciso suo fratello e non ne aveva altri, sarà che Adamo aveva altro a cui pensare, ma Caino se ne andò a vivere a Nod dove mise su famiglia e, si fantastica, visse diverse vicende a sfondo erotico narrate da uno scrittore molto più premio nobel di tanti altri, che vi consiglio caldamente di andare a sfogliare.

I progenitori, nel frattempo, si rifecero con Set, il quale diede il via alla lunga sfilza di patriarchi prediluviani che, passando per Matusalemme, arrivano a Noè.

…erano le consonanti.

Prima di proseguire il racconto di come si siano sviluppati la vita, l’universo e tutto quanto secondo gli scritti contenuti nella Bibbia, è giunto il momento di spiegare quella faccenda delle consonanti, e di perché, con fare manzoniano, chiamiamo il creatore “Innominato”.

Nessuna spiegazione a sfondo teologico, ci mancherebbe.
Il vuoto dovuto alla nostra ignoranza aspetta ancora di essere colmato da qualcosa di plausibile.

Ebbene la scrittura del nome ebraico di dio, ovvero YHWH (יהוה, nota anche come tetragramma) come tutte le altre parole della stesura originaria, si presentava senza vocali.
Fu solamente in epoca masoretica, cioè intorno all’anno Mille, che ai testi furono appioppate le vocali, e quindi anche al tetragramma YHWH. In particolare gli vennero assegnate in modo arbitrario le vocali di un’altra parola ebraica, ovvero Adonai (אֲדֹנָי), che vuol dire Signore, poiché il nome di dio non veniva nominato invano da millecinquecento anni e nessuno riusciva a ricordare come si pronunciasse.

Il motivo di tanto riserbo poteva essere tanto un capriccio, quanto un segno di rispetto o un’adesione post-esilica al decalogo di Mosé.
Non sappiamo stabilirlo con certezza.
E se anche lo facessimo, sarebbe un’altra storia.

[Continua…]

Francesco Di Concilio

Bibliografia essenziale

  • In particolare rimandiamo agli studi e alla bibliografia del prof. Gian Luigi Prato, che ci ha introdotto all’argomento in tempi universitari. Qui il link di una delle sue relazioni sull’argomento http://www.gliscritti.it/blog/entry/2409
  • P. Merlo (a cura di), L’antico testamento. Introduzione storico-critica, Frecce 60, Carocci, Roma 2008.
  • M. Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, Storia e società, Laterza, Roma-Bari 2003.
  • J. Riches, La Bibbia, Universale Laterza 821, Laterza, Roma-Bari 2002.
  • Testo biblico di riferimento: LA SACRA BIBBIA della CEI. Note e commenti: La Bible de Jerusalem, nuova edizione 2008, per l’ed. italiana, La Bibbia di Gerusalemme, Centro editoriale dehoniano, Bologna 2010.
  • Per i chiarimenti sui termini, in attesa di un nostro apparato di note, rimandiamo alla solita Wikipedia, sempre utile per delineare per linee generali i contesti trattati.

La Gilda delle Mercantesse – Parte 2 di 4

La fuga di Tenakari

enakari era convinta che un mercato gestito da femmine coraggiose fosse più efficace e meno mortifero di quello gestito dai maschi, o dalla maggior parte di loro, per il semplice fatto che esisteva, secondo lei, un modo di commerciare senza ammazzare, ovvero commerciare-senza-ammazzare.
Tuttavia, era cosciente che un’affermazione questa le avrebbe garantito il posto d’onore ad un grande falò in mezzo alla piazza di un villaggio qualunque.
Così decise di scegliere una strada che non portasse diretta al rogo: travestì le sue figlie da fanciulli e lei stessa indossò vesti da mercante con un ampio turbante dalle volute vaporose che celavano i lineamenti del suo viso.

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Amnesie (in ordine sparso)

Amnesie (in ordine sparso) N.6

Numero 6

Ci guardava con gli occhi allucinati di chi nascondeva un terribile segreto. Ci intimava di non frequentare certi posti e di non socializzare con certa gente. I motivi si diluivano in imprecazioni confuse e feroci giudizi di valore.

Di primo acchitto, sembrava la goffa e brutale sollecitudine di chi voleva impedirci di compiere i suoi stessi errori. Ma poi, scavalcata la ritrosia minacciosa che gli faceva dire ‘no-e-basta’, si scorgevano i riflessi di una luce ben più cupa e inquietante che illuminava dalle quinte del suo sguardo i nostri volti allucinati.

Nessuno di noi osava affrontarlo con le sue stesse armi, per il semplice fatto che nessuno di noi le aveva. Restavamo a guardarlo tornare ottusamente sui suoi passi senza cambiare direzione, come se facesse lunghe passeggiate, andata e ritorno, attraverso un corridoio stretto e buio, e tacevamo ciccando, sorseggiando birra o guardando altrove. Almeno ci provavamo, motivati dall’unico desiderio di non assistere più a quello spettacolo.

Ma ormai la decisione era presa.

Partiva, di fretta, come chi fugge dall’incertezza e scappa da una verità scomoda come l’autobus che l’avrebbe portato fin lassù.

Una volta congedati gli amici (noi, pessimi consiglieri) rimase lì a sfregarsi le mani e ad immaginarsi la sua nuova vita e il momento in cui tutto sarebbe finito. Tutto dimenticato. La realtà invisibile e dilaniante finalmente messa a tacere, per sempre.

Era l’ora di inseguire i sogni, qualunque essi fossero. Si buttò sul letto con una mano a fargli da cuscino e l’altra che pendolava tra la bocca e il posacenere sul comodino. Cercava il sonno scorgendo nell’ultimo fumo, quello più denso e amaro. Lo intravide. Lo trovò.Per una strada – sempre la stessa – camminava, seguiva qualcuno, forse una persona che conosceva, forse un miraggio. Si ferma, una sagoma dai lunghi capelli è immobile di spalle davanti a lui. Arde dal desiderio di raggiungerla.

“Girati – le grida – girati”! – a quel suo modo autoritario e perentorio che non ammetteva repliche.
“Girati, ti prego”, ora implorava, ma la sagoma dai lunghi capelli restava ferma. Nemmeno un cenno, uno spasmo animale che indicasse un cambiamento nella sua attenzione.
Le si avvicina con passi pesanti rabbiosi e regolari come una marcia militare, le sta dietro, le grida “girati” ancora una volta afferrandola per una spalla. La figura, nel momento di voltarsi, svanisce nel residuo di fumo dell’ultima sigaretta, sostituita dal soffitto avorio illuminato dalla luce innaturale di un lampadario al neon.

Ricominciò l’amplesso con il sonno per scacciare quel pensiero, senza successo.

Infine si mise a sedere sul letto e un accendino quasi esaurito riaccese la volontà di ripercorrere in maniera dettagliata e scrupolosa i suoi progetti di futuro oblio.

Testo: Francesco Di Concilio
Copertina: Valerio Ichikon