All’ombra dell’occhio del potere è la collaborazione a prevalere

Non si può dire che sia semplice dar sfogo alle proteste se ci si trova in Cina. Le migliaia di telecamere di sorveglianza e la Muraglia del “Great Firewall of China” ha dato prova della sua pervasività ed efficacia nei confronti di chi dissente (ne abbiamo parlato nel Bollettino Errante n.5).

Però ad Hong Kong le proteste si sono protratte per molto tempo e le autorità hanno avuto difficoltà a capire i movimenti dei gruppi in protesta. Qualcuno potrebbe dire che è impossibile sfuggire alla censura e ai black-out continui di internet per ostacolare la diffusione delle notizie, eppure in una delle regioni asiatiche più densamente popolate del pianeta, le cose sono andate diversamente. Ciò che è successo in diverse parti del pianeta (Libano, Iraq, Colombia, Cile, Algeria, Egitto) si è ripetuto nelle medesime condizioni. L’aumento delle proteste è coinciso con l’oscuramento dei social, l’impossibilità di usare app di chat come whatsapp, WeChat per i cinesi, o con il completo spegnimento della rete internet. Allora come hanno fatto i cittadini di Hong Kong a coordinarsi e a darsi man forte contro lo strapotere delle forze dell’ordine e delle autorità filo cinesi?

La risposta si trova nella possibilità di comunicare con gli smartphone senza l’uso di internet. E’ stato possibile con app per smartphone come Brair o Bridgefy disponibile sugli store dei nostri smartphone. Queste app non hanno avuto un grande appeal fino allo scoppiare delle proteste nel paese asiatico. L’intento dei fondatori di Bridgefy era quello di assistere gli abitanti di zone colpite da catastrofi naturali in casi di assenza di rete, per poi divenire lo strumento cardine per coordinare le proteste in una delle metropoli più densamente popolate del pianeta. Brair ha invece come sua mission lo specifico compito di creare connessioni dirette e criptate tra gli utenti per prevenire la sorveglianza e la censura.

Come funziona una chat senza l’uso della rete

Gli ideatori di queste app hanno pensato di sfruttare il bluetooth per mandare messaggi ad una distanza massima di 80 metri mettendo in gioco i singoli dispositivi nella creazione spontanea di una cosiddetta rete mesh. In questo modo è possibile poter mandare un messaggio diretto a un proprio contatto. Non solo. Sfruttando la funzione broadcast è possibile mandare un messaggio a tutti i dispositivi nel raggio d’azione delle frequenze bluetooth e gli altri ricevendolo possono fare lo stesso riportando lo stesso messaggio. In questo modo le notizie in pochi secondi potevano arrivare da un capo all’altro della regione speciale cinese in pochi secondi.

Ci sono pro e contro

E’ vero, le autorità di Hong Kong non possono controllare migliaia di dispositivi che fanno da hotspot per altri migliaia di dispositivi senza l’uso delle linee internet tradizionali. I messaggi diretti sono criptati attraverso il sistema end-to-end (come whatsapp per intenderci),  ma per quanto riguarda il broadcasting i messaggi lanciati sono invece pubblici, quindi anche un dispositivo della controparte (autorità cinesi) può vedere il messaggio lanciato da un coordinatore delle proteste e peggio quella stessa controparte potrebbe inviare messaggi per sabotare l’organizzazione dei manifestanti, instillando paura, incertezza e disinfromazione (noi italiani ne sappiamo qualcosa su questo metodo di fare propaganda politica) oppure mandando link malevoli per infettare a macchia di leopardo i dispositivi che partecipano alla rete condivisa.

Allo strapotere di uomini e mezzi per reprimere i tumulti si è contrapposta la creatività e l’opportunismo dei manifestanti che hanno saputo fronteggiare censure, sabotaggi e controinformazione anche con strumenti informatici facili da reperire per chiunque, anche per chi non è un hacker di professione.

Autore: Francesco PennaNera