#13.3 Note a Margine – Non al denaro non all’amore né al cielo

Se ti sei perso la seconda parte ecco dove puoi trovarla #13.2 Note a Margine – Fabrizio De André e la sua opera


L’album Non al denaro non all’amore né al cielo fu pubblicato nel 1971 per l’etichetta Produttori Associati; gli arrangiamenti furono firmati da Nicola Piovani, e molti dei musicisti che parteciparono alla registrazione dell’album facevano parte dell’orchestra di Ennio Morricone.

Questo lavoro di De André contiene al suo interno molti elementi della chanson francese, ovvero storie “piccole”, chitarra al centro della musica, voce profonda che più che cantare, racconta cantando. Ciò rispecchia il processo creativo che ha portato il cantautore genovese a comporre le sue canzoni, ovvero da un testo, da una storia, nasce la musica, quindi la canzone. Questo conferma che la storia cantata e la parola sono al centro di tutto. Ogni parola viene quindi ricercata attentamente, in questo caso per permettere ai morti di raccontare con dignità la loro storia; ogni strofa non è lasciata al caso, ma progettata con attenzione e cura.[1]

Il processo che ha dato vita alla stesura dell’album parte da lontano, cioè da epitaffi scritti su tombe di marmo, che vengono trasformate prima in poesia, poi tradotte in italiano, ed infine musicate, anche se questo termine minimizza il lavoro fatto da De André sia a livello di parola che di musica. Si tratta di un percorso che si stringe e poi si amplia ancora: in primis perché E. L. Masters condensa intere vite vissute in poche parole o frasi, e poi l’ampliamento è ottenuto con l’aggiunta di una terza dimensione, quella musicale.[2]

A livello sonoro, uno dei riferimenti di quest’album può essere rintracciato sicuramente nell’opera di Bob Dylan, ovvero nella folk music, dove si descrivono in maniera concreta la vita e la morte di quelle persone la cui vita e morte è nascosta dietro una lastra di marmo.[3]

La forza e l’universalità del lavoro di E. L. Masters prima e di De Andrè dopo, sta nella descrizione di personaggi universali e senza tempo, e che per questa ragione ben si adattano a raccontare le crescenti contraddizioni nella società italiana del boom economico che seguì la Seconda Guerra Mondiale; infatti, l’album di De André fu pubblicato nel 1971, ed il contesto sociale era quello di lotte operaie che si contrapponevano ad una borghesizzazione generale della società, di lotte studentesche e della mancata risoluzione dei problemi da loro sollevati, di crescite demografiche ed industriali che facevano nascere ed emergere nuovi disequilibri sociali, con un accentuarsi della dimensione individualistica della società industrializzata e capitalista.

E’ chiaro, quindi, un intento di denuncia; tuttavia, De André non si schierò mai apertamente per una parte o per l’altra, ma è possibile comprendere il suo pensiero espresso in maniera chiara nella sua opera: il ridare dignità agli ultimi attraverso la narrazione della loro storia.

Delle iniziali 244 poesie, De Andrè fu costretto per forza di cose a farne una rigidissima selezione. Il brano che apre l’album è “La collina”, e funge da introduzione al luogo ed al mondo dei defunti ai quali verrà data voce nelle successive otto canzoni. E’ possibile rintracciare due macrogruppi tematici all’interno di questi otto brani: infatti, i primi quattro sono incentrati sulla tematica dell’invidia, mentre le restanti quattro hanno come fil rouge la scienza. Come una vera e propria matrioska, all’interno di questi macrogruppi è possibile fare un ulteriore raggruppamento: infatti, dopo 3 personaggi negativi ne viene presentato uno positivo, perché ogni personaggio positivo redime gli altri.[4]

Ogni personaggio racconta da sé la propria storia, richiamando alla memoria i personaggi della Divina Commedia di Dante.[5]

Al contrario dell’opera di E. L. Masters, in quella di De André ogni personaggio non viene presentato con il proprio nome e cognome, ma con la propria professione preceduta da un articolo indeterminativo: un espediente narrativo che serve ad avvicinare all’ascoltatore alla storia, che viene così svincolata dall’individualità del singolo personaggio, rendendola universale ed eterna.

Per tutto l’album, l’ascoltatore viene velatamente invitato a scrollarsi di dosso ogni regola, ogni sovrastruttura mentale, ogni schema, ogni possibilità di pregiudizio, per essere liberi di vedere le cose per quello che sono.

Per tutto l’album, si possono chiaramente ascoltare echi di Ennio Morricone, si può chiaramente ascoltare una colonna sonora di un bellissimo spettacolo teatrale dove ogni morto parla di sé stesso chiedendo soltanto dignità.


[1] F. Ivaldi, ATEM, 1, 2019. https://atem-journal.com/ojs2/index.php/ATeM/article/view/2019_1.05

[2] M. Leone, The Diaphanous Translation: Fabrizio De André sings Edgar Lee Masters, 2019 (https://iris.unito.it/handle/2318/1725870?mode=full.2376#.X98rRhZ7lPY)

[3] M. Leone, The Diaphanous Translation: Fabrizio De André sings Edgar Lee Masters, 2019 (https://iris.unito.it/handle/2318/1725870?mode=full.2376#.X98rRhZ7lPY)

[4] M. Mugnai, California Italian Studies, 6(2), 2016.

[5] M. Mugnai, California Italian Studies, 6(2), 2016.

Autrice: Annarita N.
Cover design: Ivo Guderzo

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Tender – Blur

#12 Note a margine - Blur - Tender

#12 Note a Margine

Il contesto

Corsi e ricorsi storici, questa volta in campo musicale.

Se gli anni ’60 e ’70 videro protagonisti della scena musicale internazionale i Beatles ed i Rolling Stones, gli anni ’90 hanno visto contrapporsi, più per scelte giornalistiche che per propria volontà, i due gruppi di maggior spicco del britpop, ovvero i Blur e gli Oasis. Questa contrapposizione sfociò in una vera e propria battaglia il 12 agosto 1995, ovvero 25 anni fa, quando vennero pubblicati, nello stesso giorno, i singoli Country House dall’album The Great Escape dei Blur, e Roll with it da (What’s the Story) Morning Glory degli Oasis.

Le vendite dichiararono vincitori i Blur, sebbene successivamente furono gli Oasis a fare breccia nel difficile mercato musicale statunitense. Noi non ci schiereremo né da una né dall’altra parte, perché entrambe le band hanno saputo, nel corso della loro carriera, elaborare in maniera diversa, ma ugualmente originale e personale, i suoni tipici di band come i The Kinks o degli stessi Beatles.

L’ispirazione I

La canzone al centro della rubrica Note a Margine di oggi è Tender, che ha un’ispirazione a matrioska, ovvero la prima ne contiene un’altra; queste due sono, nell’ordine, Tenera è la notte, romanzo di F. Scott Fitzgerald, e Ode to a Nightingale (Ode all’usignolo)  del poeta inglese John Keats.

Il romanzo di Fitzgerald è stato rielaborato più volte; ne esistono infatti almeno cinque versioni, e la quarta è quella che ha visto la prima pubblicazione in quattro puntate nel 1934 sulla rivista Scribner’s Magazine. Fernanda Pivano ne ha curato la traduzione della versione italiana della quinta versione del romanzo, uscita nel 1949.

La vicenda si svolge sulla Costa Azzurra, ed è incentrata su diversi personaggi, perlopiù appartenenti all’alta borghesia; tuttavia il principale è lo psichiatra americano Dick Diver, che si innamora di Nicole Warren, che diventerà poi sua moglie. Tuttavia Dick conoscerà Rosemary Hoyt, una giovane attrice americana, con la quale intraprenderà una relazione clandestina, che però troncherà:

Buona notte bambina. È un gran peccato. Dimentichiamo tutto questo…
Tanta gente si innamorerà di te e sarà più bello incontrare il tuo primo amore tutta intatta, anche emotivamente.
È un’idea antiquata vero?

Alla fine del romanzo, Dick perderà anche la moglie, e ritornerà definitivamente negli Stati Uniti.

L’ispirazione II

Illustrazione di W. J. Neatby (1899)

Il titolo finale del romanzo Tenera è la notte compare solo in uno degli ultimi rimaneggiamenti del testo, ed è ispirato ad un verso dell’Ode all’usignolo di John Keats:

Away! away! for I will fly to thee,
Not charioted by Bacchus and his pards,
But on the viewless wings of Poesy,
Though the dull brain perplexes and retards:
Already with thee! tender is the night,
And haply the Queen-Moon is on her throne,
Cluster’d around by all her starry Fayscluster’d
But here there is no light,
Save what from heaven is with the breezes blown
Through verdurous glooms and winding mossy ways.

Via! via! perché volerò da te,
Non portato in cocchio da Bacco e dai suoi leopardi,
Ma sulle invisibili ali della Poesia,
Anche se l’opaco cervello si disorienta e indugia:
Già con te! tenera è la notte,
E per caso la Luna-Regina è sul suo trono,
Circondata da tutte le sue fate stellate
Ma qui non c’è nessuna luce,
Eccetto quella che è soffiata dal cielo con le brezze
Attraverso le verdeggianti oscurità e i serpeggianti muschiosi sentieri.

Keats scrisse quest’ode nel 1819, all’età di soli 23 anni (sarebbe morto due anni dopo); fu ispirata dal canto di un usignolo che aveva fatto il nido nelle vicinanze dell’abitazione del poeta inglese e fu conclusa in un solo giorno.

Il poema è basato sul contrasto tra usignolo e poeta, con il primo che ha guadagnato l’immortalità tramite il canto suo e della sua specie, mentre il secondo deve rassegnarsi alla sua natura mortale. Infatti, tutte le parole e verbi negativi sono legati al poeta, mentre tutte le espressioni positive sono legate all’usignolo.

In quest’ottica dualistica, la poesia rappresenta l’unione tra i due mondi, quello del poeta e quello dell’usignolo, e l’immaginazione in essa contenuta è la chiave con la quale in poeta può entrare nel mondo dell’usignolo. Allora ci si accorge di una triste realtà, ovvero che anche il mondo dell’usignolo è caratterizzato da una propria infelicità.

L’unico modo per il poeta per sfuggire alla sua natura mortale è, paradossalmente, la morte stessa.

La canzone

Tender” è il primo singolo estratto dall’album “13” pubblicato nel marzo 1999.

Il testo è un inno alle piccole cose che costruiscono la nostra intimità, ed è al tempo stesso, un inno all’amore, l’unico sentimento che può guarirci e migliorarci.

Lord I need to find
Someone who can heal my mind”

“Love’s the greatest thing
That we have
I am waiting for that feeling to come”

“Oh Signore, ho bisogno di trovare
Qualcuno che possa guarire la mia anima

“L’amore è la cosa più grande
Che abbiamo
Aspetto di viverlo”

Tra le immagini che creano un mondo intimo, c’è quella di un fantasma, anzi, dei propri fantasmi, ai quali si è così legati così come una persona rapita ama il proprio rapitore; questi fantasmi aspettano la notte per risalire dal profondo della nostra anima, e la logorano.

“Tender is the ghost
The ghost I love the most
Hiding from the sun
Waiting for the night to come”

“Tenero è il fantasma,
Il fantasma che amo di più
Si nasconde dal sole
Aspettando che venga la notte”.

L’effetto globale è quello di una preghiera universale, che supera i confini dello spazio e del tempo, ed abbraccia tutti nel nome dell’amore stesso. Questo aspetto è sottolineato nel ritornello dall’uso di un coro gospel; nella versione del disco il ritornello è stato affidato alla London Community Gospel Choir.

Una curiosità: la prima esibizione dal vivo dei Blur con questa canzone risale a Sanremo ’99.

L’ascolto

Le versioni di “Tender” di cui vi consigliamo l’ascolto sono essenzialmente due.

La prima è quella del video ufficiale, che rappresenta una registrazione del brano ripresa in bianco e nero, che rende tutto più intimo:

La seconda è quella di un Rockin’1000, dove piu’ di mille persone si riuniscono attorno ad un fuoco per cantare e suonare insieme una canzone, in questo caso “Tender”. Questa modalità di esecuzione rende tutto più corale ed universale.

Buon Ascolto!

Autrice: Annarita N.

White Rabbit

White Rabbit - #10 Note a Margine - The Jefferson Airplane

#10 Note a Margine

Il mio classico Disney preferito è senza dubbio Alice nel paese delle meraviglie. Ne conoscevo a memoria tutte le battute e lo guardavo almeno una volta al giorno.

Spesso, però, quando mi trovo a chiedere delle preferenze sui classici Disney e mi trovo ad esprimere la mia, ottengo come risposta una smorfia: questo cartone genera, in molte persone, smarrimento e forse anche un po’ di angoscia.

In fondo, si tratta di una bambina che, spinta dalla sua curiosità, si ritrova in un modo al contrario dove succedono cose non proprio normali… Insomma, una trama forse non troppo tranquillizzante per alcuni caratteri suscettibili.

L’ispirazione

Il romanzo dal quale ha tratto ispirazione la canzone di oggi per la rubrica Note a margine è Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie scritto nel 1865 da Lewis Carroll (pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson). È considerato uno dei capolavori della letteratura non-sense, ed i suoi personaggi hanno esercitato una notevole influenza sulla cultura popolare, specialmente in relazione alla letteratura fantasy.

La stesura del romanzo segue una gita in barca che il suo autore fece il 4 luglio 1862 insieme al reverendo Robinson Duckworth, ed alle tre figlie di Henry Liddell (vicecancelliere dell’Università di Oxford e decano di Christ Church) Lorina, Alice e Edith.

Una delle versioni finali del romanzo fu regalata da Charles Dodgson ad Alice, ed era impreziosita da illustrazioni dello scrittore stesso.

Il libro è incentrato su molte figure retoriche, giochi di parole, proverbi e riferimenti alla cultura inglese, e per questi motivi ha sempre rappresentato un’ardua sfida per i traduttori.

La canzone

Un’opera così complessa non poteva non influenzare il mondo del cinema e della musica.
Una delle canzoni ispirate a questo romanzo è senza dubbio White Rabbit dei Jefferson Airplane.

Il brano è contenuto nel secondo album del gruppo pubblicato nel 1967, Surrealistic Pillow, ed è considerato uno dei capisaldi del rock psichedelico, inserito dalla rivista Rolling Stones  nell’elenco delle 500 migliori canzoni di sempre.

La canzone è stata scritta da Grace Slick, entrata a far parte del gruppo con questo album, ed è naturalmente influenzato dalla cultura di fine anni ’60, quando l’utilizzo di droghe come l’LSD era molto diffuso, tra le altre cose, come strumento per cercare nuovi mezzi espressivi.

Il testo

Nonostante il tema molto caldo per l’epoca, il brano è costruito in maniera magistrale; tant’è vero che non subì la censura da parte delle radio perché non comparivano riferimenti espliciti all’uso di droghe.

Il testo riprende in maniera diretta alcuni tratti ed episodi del romanzo:

One pill makes you larger,
and one pill makes you small

Una pillola ti fa diventare più grande,
e una pillola ti rimpicciolisce

Vengono citati alcuni personaggi del libro, come Alice stessa, il Bianconiglio, il Bruco e la Regina di Cuori.
Alcuni dei versi più belli sono racchiusi nel finale, ed invitano a liberare sia la mente che i sensi:

When logic and proportion
have fallen sloppy dead
And the white knight is talking backwards

And the red queen’s off with her head
Remember what the dormouse said
Feed your head, feed your head

Quando la logica e le proporzioni (delle cose)
sono cadute morte al suolo
e il cavaliere bianco sta parlando all’incontrario

e la regina di cuori ha perso la sua testa
ricorda quello che aveva detto il ghiro:
alimenta la tua mente, alimenta la tua mente

Lo scontro tra due mondi, tra due generazioni opposte tra di loro viene ripreso dai versi the ones that mother gives you, don’t do anything at all (quelle –le pillole- che ti dà tua madre, non servono a nulla): si rinnega apertamente il passato, con tutto il suo bagaglio culturale.

La canzone divenne una vera e propria bandiera per i giovani dell’epoca, legati in maniera salda all’idea di pace, amore e psichedelia. Nonostante la canzone non sia uno dei più grandi capolavori della musica internazionale, lo è diventato proprio perché ha saputo incarnare e racchiudere in due minuti e mezzo lo spirito dell’epoca.

Infatti, una seconda e diversa interpretazione del testo attribuisce a White Rabbit il ruolo di canzone contro la guerra: non dobbiamo dimenticare che in quegli anni la guerra del Vietnam (1955-1975) era nel suo pieno svolgimento. Allora i versi chasing rabbits (inseguire i conigli) e hookah-smoking caterpillar (bruco fumatore di narghilè) possono essere associati a coloro che partirono per il Vietnam per inseguire i Vietcong e a coloro che invece hanno disertato.

Ed ancora il verso the men in the chessboard get up and tell you where to go (gli uomini sulla scacchiera si alzano e ti dicono dove andare) può essere riferito all’apparato militare che impartisce ordini ai soldati semplici.

Alla luce di tutto ciò, White Rabbit può essere vista come un invito alla società americana, ed io aggiungerei mondiale, a non restare inerme ed assopita di fronte a certe tematiche, di fronte a certe notizie, e a risvegliare la propria mente, alimentandola costantemente (feed your head).

Ecco perché l’FBI ha inserito questa canzone in un elenco di canzoni sovversive.
Ecco perché questa canzone è diventata il simbolo di una generazione.

La musica

L’autrice ha apertamente dichiarato di essersi ispirata allo stile del bolero (danza spagnola risalente al XVIII secolo); per chi fosse a digiuno di stili musicali di stampo classico, un celebre esempio di bolero è quello composto da Maurice Ravel nel 1928.

Come la stessa Grace Slick ha dichiarato, una forte influenza sulla composizione della musica di questo brano è dell’album Sketches of Spain di Miles Davis & Gil Evans: l’ispirazione spagnoleggiante, infatti, è molto chiara, soprattutto all’inizio del brano.

L’atmosfera militaresca viene ripresa dal ritmo incalzante, preciso, a tratti angosciante, a carico dei rullanti. Il giro di basso, molto sensuale e sempre presente durante tutto il brano, contribuisce ad accrescere il senso di angoscia e di smarrimento.

Sebbene la melodia non presenti complessità vocali, per una sua piena interpretazione è necessaria una voce grave, intensa, profonda, proprio come quella di Grace Slick; le doti interpretative, la precisione vocale, in questo caso, contano molto più delle capacità vocali, di fare gorgheggi, di essere un soprano con un’elevata estensione vocale.

La canzone si sviluppa su una tonalità minore, andando in maggiore soltanto nel ritornello, ma soprattutto in corrispondenza del verso finale Feed your head, che rappresenta l’amplesso di un rapporto sessuale, dove viene liberata la tensione che cresce per tutta la durata del brano.

L’ascolto

Una delle migliori versioni live è, naturalmente, quella eseguita all’interno del festival di Woodstock del 1969.

Sebbene ne siano state realizzate diverse cover, non ce ne sono molte che sono all’altezza di Grace Slick; forse solo una, quella di Loreen, cantante svedese di origini berbere, che vi proponiamo in una sua versione live. Prima di cantare, però, Loreen dice delle cose che condivido e che vi ripropongo qui:

Questa non è una mia canzone, ma ognivolta che la canto mi sento potente, e spero che anche voi vi sentiate potenti.

L’epilogo

White Rabbit è una canzone di una generazione, con una forza intrinseca immensa ed esplosiva, ancora oggi attualissima per il suo invito ad inseguire la pace e non le armi, a liberarsi delle sovrastrutture mentali imposte dalla società per alimentare, davvero e fino in fondo, la nostra mente, in modo da capire dov’è il giusto e lo sbagliato, in modo da capire chi è buono o cattivo.

In caso di difficoltà, Go ask Alice / Chiedete ad Alice.

Buon Ascolto!

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Autrice: Annarita N.
Cover design: Valerio Ichikon

LINK ED APPROFONDIMENTI

Everyday is like sunday

#6 Note a Margine

Prologo

C’è chi aspetta la domenica per veder giocare a calcio la propria squadra del cuore, o chi l’aspetta per il regolare pranzo luculliano, magari a casa della nonna, con tutti i parenti.

Ma cosa rappresenta davvero la domenica?

Nella Sacra Bibbia la domenica viene indicato come giorno del riposo (“E il settimo giorno si riposò), ed è quello che comunemente si fa in questo giorno: ci si riposa, ci si dedica ai parenti, agli amici, si coltivano i propri hobby.

Questo in un’ottica del domani, quando si è sicuri che ad una domenica ne seguirà, dopo 6 giorni, un’altra, un’altra, ed un’altra ancora.

Ma cosa fare quando non si è sicuri di questo rassicurante circolo temporale?

Cosa fare quando si è certi che questo susseguirsi di giorni, a breve, avrà fine?

L’ispirazione

Il romanzo “L’ultima spiaggia” (“On the beach”) dello scrittore Nevil Shute, statunitense e naturalizzato australiano, è stato pubblicato nel 1957, ed ha ricevuto critiche positive dai maggiori quotidiani americani. Una curiosità: prima di essere pubblicato in forma di romanzo, On the beach ha visto la luce in quattro parti, ridotte rispetto al romanzo “ufficiale”, sul periodico “Sunday Graphic” (un po’ proprio come Le Cronache di Vaffambaffola??).

L’opera di Shute descrive uno scenario letteralmente apocalittico che segue ad una Terza Guerra Mondiale, dove armi nucleari vengono usate in maniera massiccia. A scatenare gli scontri sono in primis l’Albania e l’Egitto, ma vengono ben presto coinvolti gli USA e la NATO, il Regno Unito, l’Italia, la Russia e la Cina, insomma i principali paesi dell’emisfero nord della Terra, le cui popolazioni vengono ben presto annientate.

L’uso estensivo di armi nucleari ha come effetto ultimo quello di rendere abitabili solo paesi dell’emisfero meridionale, come il Sudafrica, il Sudamerica, e l’Australia, dove è ambientata la narrazione. Ogni personaggio sviluppa la propria storia all’interno di questo scenario apocalittico, dove l’unica speranza di sopravvivere alla sofferenza sembra il suicidio.

Il sentimento che accomuna tutti i personaggi è noia tipica di un’attesa di un evento finale inevitabile.

La canzone

Questo stesso sentimento di noia è al centro del brano di oggi: “Everyday is like Sunday” di Morrisey.

Steven Patrick Morrissey inizia la sua carriera come cantante solista nel 1987, quando pubblica l’album “Viva Hate” dal quale la canzone è tratta. Ad alcuni la sua voce suonerà forse familiare, ed il motivo è legato ad uno spot pubblicitario del 1999. Prima di intraprendere la carriera solista, infatti, Morrisey era il frontman dei “The Smiths”. Uno dei maggiori successi di questa band inglese affermatasi nel panorama musicale internazionale negli anni ’80 è “Please, please, please, let me get what I want”, che fu scelta dalla Tuborg come colonna sonora di un suo spot.

La noia, il disinteresse assoluto e la sensazione di dover aspettare eternamente qualcosa di sconosciuto pervadono la canzone dall’inizio alla fine; se poi si vive in una città di mare desolata e si è in inverno, questi sentimenti sono automaticamente amplificati. Si ha la sensazione di essere stati dimenticati da tutto e tutti, non c’è niente che possa rompere questa tranquillità irreale, tranne un’armageddon o una bomba nucleare:

How I dearly wish I was not here
In this seaside town
That they forgot to bomb
Come bomb, Nuclear bomb

Come vorrei, con tutto il cuore, non essere qui
In questa città a ridosso del mare
Che hanno dimenticato di bombardare
Vieni bomba, vieni bomba nucleare”

Oltre a portare la firma di Morrisey, il secondo autore del brano è Stephen Street, noto produttore inglese, che ha collaborato con i The Smiths prima, Morrisey poi, e con altre band famose, ad Esempio i Cranberries, Kaiser Chiefs and Blur.

L’ascolto

Morrisey è un interprete formidabile, ma è anche, come lo definiremmo in gergo colloquiale, un personaggio: piace, sa di piacere, ed è un artista che, seppur non faccia corse e capriole sul palco, lo riempie tutto solo con la sua presenza. Guardate questo video, e provate a darmi torto:

La scelta di utilizzare una classica struttura per il brano (strofa-ponte-ritornello) ed un classico giro di do (la più semplice successione di accordi che si possa imparare) rende a pieno i sentimenti di noia espressi nel testo.

Molti cantanti/gruppi hanno realizzato delle cover del brano, ma la versione che mi ha colpito di più è questa di Puddles Pity Party, alter ego di Big Mike Geier. L’ossimoro richiamato nella canzone tra domenica/noia è ben ripreso da quello del pagliaccio, che per definizione dovrebbe essere sempre allegro, ma non lo è.

https://www.youtube.com/watch?v=7rvPAYgz2Gc

Ma ecco il video originale:

Chi ha vissuto in Inghilterra sentirà cucito addosso il testo della canzone, e riconoscerà come familiari i luoghi del video, che è stato girato a Southend-On-Sea.

Il video ufficiale della canzone è inoltre una buona occasione per Morrisey per sensibilizzare le persone ad una cultura alimentare che escluda ogni tipo di animale dalla propria dieta ed all’eliminazione dell’uso delle pellicce. Tra l’altro, Meat is murder, uno dei messaggi che la protagonista del video scrive su una cartolina a due signore impellicciate, è il titolo del secondo album dei The Smiths.

Il finale

Sul web sono presenti diversi documentari su Morrisey; in uno di questi Alan Bennett, drammaturgo e scrittore inglese, afferma:

He’s got an interesting face. He looks to have a story to tell.”

Ha una faccia interessante. Sembra che abbia una storia da raccontare”.

Forse è proprio vero: dopo aver ascoltato una sua canzone ne vorresti sentire un’altra, un’altra ed un’altra ancora.

Magari questo capiterà anche a te, che stai leggendo, al termine di questo articolo.

E magari questo succederà di domenica. E magari sarà il tuo punto di svolta, il tuo armageddon, la tua bomba.

Autrice: Annarita N.
Cover design: Valerio Ichikon

Killing an arab. Da Camus ai “The Cure”

#5 Note a Margine

Prologo

11 settembre 2001, attentato alle Torri Gemelle di New York.

Tutti hanno una propria storia da raccontare legata a quell’evento, ed oggi andremo alla scoperta di quella dei The Cure.

La band si è formata al termine degli anni ’70 nel Lancashire, regione a nord-ovest dell’Inghilterra, e tutta la sua produzione è dovuta alla creatività del cantante Robert Smith, unico membro facente parte del gruppo dalla sua fondazione ad oggi.

Leggi tutto

Cirano, parole e libertà

Cirano, parole e libertà - Note a Margine

#4 – Note a Margine

La storia della letteratura e del cinema è piena di personaggi secondari, perdenti, ma non per questo privi di carica narrativa e di esempi di vita. Mi riferisco a quei personaggi nati per stare, per loro stessa natura, perennemente nell’ombra, ma non per questo privi d’impeto vitale.

Ad esempio, tutti i fan della serie “Il Trono di Spade” (sceneggiatura basata sul ciclo di libri “Cronache del ghiaccio e del fuoco” di George R. R. Martin) sapranno attribuire senza dubbio la paternità di quest’affermazione:

Mio fratello ha l’armatura e io ho la mia mente, e la mente dipende dai libri quanto la spada dall’affilatura”.

Tyrion Lannister – Il Trono di Spade

Tyrion Lannister è l’ultimogenito (pertanto, di poco conto) di una famiglia molto potente, il cui giorno di nascita coincide con il giorno della morte della madre, e per ultimo è un nano. E’ consapevole di tutto ciò, e cerca di sopperire ai propri difetti con un’arma che tutti hanno, ma che in pochi sanno usare, in altre parole la mente, che deve essere costantemente alimentata tramite l’esercizio della cultura e della lettura.

Proprio come Tyrion, il protagonista di oggi ha un’importante caratteristica fisica, cioè un naso che a definirlo grande sarebbe un eufemismo.

Il suo nome è Cyrano de Bergerac, è francese ed è nato nel 1897 grazie alla penna del drammaturgo francese Edmond Rostand. In realtà Cyrano è un personaggio realmente esistito, vissuto principalmente a Parigi tra il 1619 (la data della sua nascita è incerta) e il 1655. Proveniente da una famiglia ricca e benestante, in gioventù conduce una vita sregolata, frequentando spesso e volentieri locali di cabaret e acquisendo il vizio del gioco. Nel 1639 si arruola nell’esercito francese sotto indicazione del padre, dove inizia a farsi conoscere per la sua bravura nei duelli, fama che continua a seguirlo (e lui contribuisce ad alimentare) anche qualche anno dopo, esattamente nel 1640, quando lascia le armi per dedicarsi allo studio della letteratura. Conosce e si fa conoscere da alcuni pilastri della letteratura francese, come Molière e Corneille.

Ha scritto molte storie e romanzi, tra cui le più importanti sono L’altro mondo o Gli stati e gli imperi della luna (L’autre monde ou Les états et empires de la lune, pubbl.1657) e Gli stati e imperi del sole (Les états et empires du soleil, pubbl.1662), che gli hanno valso il titolo di precursore di romanzi fantascientifici, dove il viaggio e l’esplorazione di nuovi mondi costituiscono il fulcro della narrazione.

Il momento storico si fa sentire fortemente nelle opere di Cyrano, con uno scetticismo crescente derivante da nuove consapevolezze scientifiche che rendono la religione come un elemento estraneo al tempo corrente. La conoscenza dei sensi è l’unica possibile, ad ogni livello.

In forte contrasto con i dogmi della Chiesa, Cyrano de Bergerac crede fortemente nella teoria eliocentrica e nella pluralità dei mondi, supportando pertanto il pensiero di Copernico e Giordano Bruno. E’ senza dubbio un agnostico, come emerge da un breve dialogo de “L’altro mondo, ovvero Gli stati e gli imperi della luna e del sole”:

” – Vi chiedo quale svantaggio troviate nel crederci [nell’esistenza di Dio]; sono sicurissimo che non me ne saprete scovare nessuno […]”

“L’altro mondo, ovvero Gli stati e gli imperi della luna e del sole” di Cyrano de Bergerac

” – Certo – mi rispose – che starei meglio di voi, poiché se Dio non c’è, voi ed io saremmo pari; ma, al contrario, se c’è, io non potrò aver offeso qualcosa che non credevo ci fosse, poiché, per peccare, bisogna o saperlo o volerlo. Non vedete che un uomo, poco o tanto saggio che sia, non si irriterebbe se un facchino lo avesse ingiuriato, qualora il facchino non si fosse accorto di farlo, o fosse stato il vino a farlo parlare? A maggior ragione Dio, del tutto immutabile, non potrebbe adirarsi con noi per non averlo conosciuto, poiché è Lui stesso ad averci rifiutato i mezzi per conoscerlo. Ma, sulla vostra fede, o mio piccolo animale, se la credenza in Dio ci fosse stata così necessaria, se infine avesse dovuto coinvolgerci dall’eternità, Dio stesso non avrebbe dovuto forse infonderci, a tutti, dei lumi tanto chiari quanto il sole? […] E se, viceversa, mi avesse dato uno spirito incapace di comprenderlo, questo sarebbe stato non difetto mio ma suo, giacché egli poteva darmene uno tanto vivo che lo avrei compreso”.

“L’altro mondo, ovvero Gli stati e gli imperi della luna e del sole” di Cyrano de Bergerac

Bisogna però precisare che le vicende narrate nell’opera di Rostand si discostano parzialmente dagli episodi di vita vissuta del vero Cyrano: allora affido questo racconto all’abile capacità narrativa di Alessandro Baricco:

Le rielaborazioni dell’opera di Rostrand sono numerose: per un sano campanilismo ricordiamo la versione di “Cyrano de Bergerac” del 1985 con uno straordinario Gigi Proietti nelle vesti di Cyrano; a prova di ciò, date un’occhiata al celebre monologo del naso:

Passando alle rielaborazioni cinematografiche, memorabile è quella del 1990 con Gérard Depardieu. La storia di Rostand e della nascita del Cyrano affascinano ancora ai giorni nostri, infatti questo costituisce il fulcro del film “Cyrano, mon amour” uscito nelle sale cinematografiche lo scorso anno.

Per quanto riguarda la musica, c’è un riferimento al Cyrano über alles: “Cirano” di Francesco Guccini, inserita nell’album “D’amore di morte e di altre sciocchezze” pubblicato nel Novembre 1996.

La canzone non porta la firma solo dello stesso Guccini, ma anche di Giuseppe Dati e Giuseppe Bigazzi, quest’ultimo per la parte musicale. La coppia Dati-Bigazzi non si è formata in questa occasione, ma i due sono collaboratori di vecchia data: oltre ad aver lavorato insieme per la creazioni di molti brani di Marco Masini (in primis), Raf e Laura Pausini, hanno lavorato anche con Mia Martini, creando uno dei capolavori interpretativi della compianta artista calabrese, Gli uomini non cambiano.

Un paio di curiosità su questi due autori, che non meritano meno attenzione dell’interprete di Cirano.

Dati iniziò la sua carriera artistica collaborando con Gianni Rodari musicando alcune rime per bambini composte dal poeta; non si allontanerà mai dal mondo dell’infanzia, scrivendo molte sigle di cartoni animati, una su tutte quella dell’anime Naruto Shippuden.

Il profilo di Bigazzi, invece, è molto più classico, essendo stato attivo soprattutto tra gli anni ‘60 e ‘70; da segnalare, però, la sua attività di compositore di colonne sonore di film come Mediterraneo.

Guccini non avrebbe bisogno di nessuna presentazione. E’ un interprete molto profondo di canzoni di stampo sociale. A questo proposito, le parole di Dario Fo non potrebbero essere piu’ precise:

“Quella di Guccini è la voce di quello che un tempo si diceva il “movimento”. Oggi, semplicemente una voce di gioventù. E cioè di granitica coerenza con il proprio linguaggio e pensiero. Nella sua opera c’è un discorso interminabile: sull’ironia, sull’amicizia, sulla solidarietà”.

(Dario Fo, Premio Nobel per la letteratura 1997, Archivi Rai)

Per chi volesse conoscere un po’ di piu’ Guccini, suggerisco questa intervista fatta da Diego Bianchi, in arte Zoro, non molto tempo fa:

Come già detto nei precedenti articoli di “Note a margine”, io amo le esecuzioni dal vivo perché dirette; il live è il luogo dove le maschere cadono, è la prova finale delle capacità interpretative di un artista. E allora ascoltiamo insieme Cirano tratta da un concerto dal vivo tenutosi nel 2004 a Cagliari:

A parlare è un uomo stanco, stanco della vita, stanco degli insuccessi che raccoglie nonostante i numerosi sforzi fatti. Cirano punta il dito e accusa molte persone: coloro che vogliono avere la vita facile, che non rispettano le regole e si credono intelligenti per questo, chi dovrebbe amministrare la società civile, chi crede in un Dio o in nessuno.

Cirano punta il dito con rabbia, noia, delusione, ma soprattutto disprezzo, e l’unica arma che ha per difendersi/attaccare è la sua spada, ma non quella che porta al suo fianco, ma quella che permette, a chi è davvero abile e capace, di vincere un duello: l’arte della parola.

E’ solo la parola che permette, proprio come succede a Tyrion Lannister, di stravolgere l’esito di situazioni che sembrano già segnate, di uscire indenni da un pericolo che sembrava darti per spacciato. Ed è proprio l’arte della dialettica, della quale lui è un degno rappresentante, che permette a Cirano di dichiarare ed esternare i sentimenti d’amore che prova verso Rossana. Si potrebbe pensare che Cirano sia una persona pessimista, ed invece non lo è, perché crede nel futuro e nell’esistenza di una qualche divinità grazie alla forza dell’amore che nutre per Rossana.

Cirano è un uomo fiero, testardo, forse orgoglioso, ma anche onesto, fedele e leale.

E’ un uomo libero, ed è proprio per questo che può permettersi di inveire contro tutto e tutti.

E’ una figura rivoluzionaria, soprattutto se vista con gli occhi della nostra epoca, dominata senza dubbio da una comunicazione fittizia e di basso livello, fatto di colpi bassi, offese gratuite e per la maggior parte irrilevanti rispetto all’argomento di cui si sta parlando; con lo scopo ultimo di distogliere l’attenzione (non dell’interlocutore come faceva Cirano) del pubblico sull’argomento).

Ed ecco, allora, come immagino il Cyrano di oggi: un uomo che usa gli strumenti informatici per smascherare in maniera puntuale i disonesti, gli arroganti, i falsi, i qualunquisti, i menefreghisti senza fare clamore, senza alzare la voce, ma colpendo, toccando, usando un lessico opportuno.

Ed è questa la persona alla quale vorrei che il mondo somigliasse.

Link ed approfondimenti:

Filosofico.net – Cyrano
Il significato delle canzoni – Cirano di Guccini
giuseppecirigliano.it – Cirano, l’eroe drammatico raccontato da Francesco Guccini

Autrice: Annarita N.
Copertina: Ivo Guderzo

Samson

Cosa hanno in comune Mao Tse-Tung, J. R. R. Tolkien, J. K. Rowling, Dan Brown e Paolo Coelho? Sono tutti autori di libri che sono stati tra i più venduti dalla loro immissione nel mercato letterario: si passa dai 57 milioni di copie de “Il Codice da Vinci” ai 820 milioni di copie de “Il Libro delle guardie rosse”, raccolta di citazione del maggiore dittatore cinese.

Tuttavia, c’è un libro che rappresenta un caso unico nell’editoria moderna mondiale, poiché il numero di copie vendute (circa 3900 milioni) supera di gran lunga i sopracitati titoli.

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“Romeo e Giulietta”, una delle storie d’amore più belle di tutti i tempi.

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Per i più distratti, la rubrica di ErrareUmano Note a margine oggi vi porterà ad esplorare la nota tragedia shakesperiana, datata intorno alla fine del 1500, attraverso un brano musicale proveniente dagli anni ‘80. Facciamo quindi un salto di circa quattro secoli, un lasso di tempo che mostra come alcuni temi e sentimenti siano davvero universali ed eterni.

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