Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 14)

Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 14) IGV, aborto, diritto alla salute, diritti delle donne

Aborti e COVID-19. La situazione oggi.

Durante il pieno dell’epidemia di COVID-19, molti ospedali hanno interrotto il servizio di IGV. I tempi di attesa hanno subito un ulteriore allungamento, il reperire le informazioni necessarie si è fatto più complicato, rischiando di uscire fuori dal termine legale dei 90 giorni per l’aborto chirurgico e dei 49 per quello farmacologico.

Chi ha interrotto questo servizio si appella al decreto del 9 marzo, che dice che è possibile “rimodulare o sospendere le attività di ricovero e ambulatoriali differibili e non urgenti”. Si ammette, commettendo un grossissimo errore, che l’aborto non è un servizio essenziale, che le donne ne possono fare a meno. L’assenza di una struttura sanitaria che si occupi di queste esigenze potrebbe incentivare l’aborto casalingo e illegale. Dati del 2016 diffusi dal Ministero della Salute stimano che il totale di aborti clandestini possano essere pari a circa 10000-13000, ma questo numero potrebbe essere ulteriormente sottostimato perché non terrebbe in conto del crescente fenomeno di acquisto in rete di pillole abortive.

Se l’aborto farmacologico non avesse implicato un inutile ricovero di tre giorni (richiesto in 12 regioni su 20, dall’agosto 2020 è possibile somministrarlo anche in day-hospital), questo servizio sarebbe stato offerto anche in piena pandemia, ma forse il COVID-19 ha soltanto dato un’opportunità a tutti coloro che sono dichiaratamente pro-life di ostacolare la salute ed il diritto all’autodeterminazione delle donne.

Chi, durante questa emergenza si è battuta per sospendere le IGV, è la onlus Provita e Famiglia, che ha portato avanti le proprie istanze tramite una petizione on line diretta al Ministero della Salute in cui le morti per COVID-19 vengono letteralmente equiparate ad un’IGV.

Nell’anno del COVID-19, si ripropone il dibattito aborto si-aborto no.

Nel 1976, due anni prima dell’approvazione della legge 194 ed in seguito al disastro del Seveso, il Partito Radicale chiese al Parlamento di concedere il permesso di abortire alle donne incinte residenti in quella zona. Sebbene la situazione emergenziale ad oggi si sviluppi su una scala globale e non locale, questa vicenda ci insegna che è proprio nelle emergenze che la salute deve essere tutelata, la salute di tutti, degli infetti, non infetti, e delle donne che per un motivo o per un altro decidono di abortire.

Nel giugno 2020 la regione Umbria, governata dalla leghista Donatella Tesei, ha riportato in vigore l’obbligo di ricovero per 3 giorni per chi si sottopone ad IGV tramite la RU486. La cosa che spaventa di più è che ciò sia accaduto in una regione governata da una donna che decide volontariamente di non tutelare le altre donne, ed anche se stessa.

Affido alla sottosegretaria per la Salute Sandra Zampa la replica alla presidente Tesei:

La legge è ancora sotto attacco.
Siamo un paese che evidentemente non ha ancora digerito,
metabolizzato, la 194 sull’interruzione di gravidanza,
e così alla prima occasione si cerca di rimettere tutto in discussione.
E sempre sulla pelle delle donne,
dimenticando il dolore,
la difficoltà di una scelta comunque difficile e sofferta”.

Ad ogni modo, il ministro della Salute Roberto Speranza, ha chiesto un parere al Consiglio Superiore di Sanità, che nell’agosto del 2020 ha approvato le nuove linee guida per la somministrazione della RU-486: non è più necessario il ricovero di tre giorni, ma potrà essere somministrata in day hospital.

Al contrario, la Toscana ha disposto che l’aborto farmacologico possa essere somministrato non solo in day hospital, ma anche in strutture territoriali, come ambulatori e consultori.
Il presidente della regione Toscana Enrico Rossi ha infatti dichiarato:

Inutile far soffrire di più le donne che affrontano l’interruzione di gravidanza.

Tutto ciò ha scatenato una nuova, seppur piccola, ondata di proteste tutte al femminile, incentrate sul diritto all’accesso all’aborto e ad una contraccezione gratuita.

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La quindicesima ed ultima puntata verrà pubblicata il martedì 16 febbraio.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 12)

IGV: contraccezione parte 12

La contraccezione

Così come l’IGV, anche il mondo della contraccezione è ancora pieno di pregiudizi ed informazioni sbagliate, per lo più provenienti dal mondo cattolico, ancora una volta.

Una piccola curiosità: in un articolo pubblicato lo scorso dicembre 2019, è stato riportato che in seguito ad una visita papale in una data regione italiana (dati analizzati appartenenti agli anni 1979-2012), il numero degli aborti (precisiamo, legali, quindi tracciabili) ha subito una diminuzione che può variare tra il 10% ed il 20%, e registrati da 3 a 14 mesi dopo la visita papale stessa. A questa diminuzione, sorprendentemente non vi è associato un aumento delle nascite, suggerendo un’ampia scelta dell’astinenza sessuale.

Tuttavia, la diffusione della religione cattolica non è il solo motivo per il quale la contraccezione e l’aborto vengono visti in maniera sbagliata. Le informazioni circa le terapie ormonali giornaliere (la pillola anticoncezionale) sono scarse, e perlopiù il timore del loro uso è legato ai possibili effetti collaterali, ad esempio l’insorgere di tumori (paura del tutto infondata), fenomeni di spotting (piccole macchie di sangue provenienti dall’utero) e riduzione del flusso mestruale, per non dimenticare l’aumento della ritenzione idrica, aumento di peso, tensione mammaria, mal di testa, cambi di umore. Per eliminare questi problemi, sarebbe necessaria una terapia ormonale personalizzata.

Inoltre, la storia della pillola stessa può fare luce sul perché c’è ancora molta riluttanza e pregiudizio circa il suo uso. Lanciata sul mercato nel 1960 in seguito alla sua messa a punto da parte del fisiologo americano Gregory Goodwin Pincus con la collaborazione del biologo Min Chueh Chang e del ginecologo John Rock, venne introdotta in Europa nel 1961 ed in Italia nel 1964, dove, però, poteva essere prescritta solo a donne sposate. Solamente nel 1971, grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale, venne abrogato l’articolo 553 del codice penale dal titolo “Incitamento a pratiche contro la procreazione”, che riguardava il divieto di propaganda ed uso di qualsiasi mezzo contraccettivo.

Pregiudizi di natura storica e informazioni sbagliate: ecco perché circa il 20% delle donne in Italia sceglie di basare la contraccezione su metodi naturali, come il controllo sul proprio ciclo ormonale o praticare l’interruzione del coito. Naturali sì, ma siamo sicuri che abbiamo la stessa efficacia delle terapie ormonali? Bisogna poi precisare che queste ultime vengono prescritte anche per curare problemi ormonali come l’acne o per tenere sotto controllo la sindrome dell’ovaio policistico, o ancora per regolare un ciclo mestruale talvolta assente, talvolta troppo abbondante o troppo doloroso. Tuttavia, l’obbligo di prendere la pillola contraccettiva tutti i giorni viene vista da talune donne come una difficoltà nell’uso del mezzo contraccettivo stesso, perché richiede precisione e puntualità, preferendo altri metodi, come l’uso di impianti contraccettivi, ovvero piccoli dispositivi che si inseriscono sotto la cute e che rilasciano in maniera controllata ormoni simili al progesterone. Malgrado sia ancora non molto diffuso in Italia, sicuramente si tratta un metodo più efficace della pillola per chi ha la testa tra le nuvole!

Sebbene il costo della terapia ormonale contraccettiva non sia eccessivo (tra i 10 ed i 20 euro per un ciclo mensile), in alcuni paesi come il Regno Unito essa è totalmente gratuita. Ci sono alcune regioni italiane, come la Puglia e l’Emilia Romagna ad esempio, che distribuiscono contraccettivi non ormonali in maniera gratuita, ponendo però dei vincoli in termini di età e di reddito della richiedente. Dal 2016 l’AIFA ha inserito questo tipo di pillole in fascia C, quindi completamente a carico delle tasche della donna, mentre prima era in fascia A, ovvero a carico del Sistema Sanitario Nazionale.

Purtroppo, anche il classico e diffusissimo preservativo incontra spesso una certa ostilità all’uso, con motivazioni non meglio argomentate come l’affidabilità e le sensazioni percepite durante il rapporto sessuale. Peccato che, ad oggi, l’uso del preservativo è l’unico metodo a disposizione che abbiamo per proteggerci da malattie sessualmente trasmissibili, argomento che pesa quanto quello delle gravidanze indesiderate quando si parla di contraccezione.

Ad ogni modo, il tipo di relazione che si sta affrontando, ovvero occasionale o a lungo termine, e la condivisione della scelta del metodo contraccettivo con il proprio partner sono due fattori determinanti nella gestione di eventuali gravidanze indesiderate e di prevenzione nella diffusione di malattie sessualmente trasmissibili.

La diffusione di informazioni sull’argomento è ancora scarsa in Italia, mentre in altri paesi europei, come ad esempio la Francia, ci sono siti istituzionali, quindi pubblici, che forniscono informazioni chiare e dettagliate affinchè si possa scegliere il metodo contraccettivo migliore per la propria persona.

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La tredicesima puntata verrà pubblicata martedì 2 febbraio.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 6)

Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 6)

Alcuni dati sull’aborto III: turismo sanitario e consultori

L’analisi dei numeri su base regionale mostra che molte donne hanno la necessità di spostarsi dalla propria regione di residenza per poter abortire, contribuendo in maniera considerevole al turismo sanitario.

Le cause di questo fenomeno sono essenzialmente due.

La prima è legata alle differenze del servizio sanitario tra le varie regioni, sia in termini di quantità che di qualità di servizi offerti al cittadino, cosa che tra l’altro fa emergere una prima limitazione del federalismo sanitario. Chi vuole abortire viene chiaramente ostacolato: infatti, i reparti dove vengono eseguite le IGV sono gli stessi dove le donne partoriscono (ostetricia e ginecologia), ma in questi casi il turismo sanitario non ha lo stesso trend dell’IGV.

I consultori, luoghi appartenenti al servizio sanitario regionale dove la donna dovrebbe ricevere informazioni sulla gravidanza e sulla sua interruzione, sono stati progressivamente depotenziati, con un consultorio presente ogni 40000 abitanti. A questo si deve aggiungere un calo costante del personale, linee guida non chiare e diverse da regione a regione. Tutto ciò contribuisce ad abbassare la qualità del servizio offerto.

In Lombardia sono 33 i consultori dichiarati, 12 di questi sono privati e 10 sono gestiti da associazioni cattoliche: in questo modo la neutralità dell’informazione non viene assolutamente garantita. Nel Lazio, sotto il nome di consultori sono stati accorpati anche centri di salute mentale, centri vaccinali e centri per disabili adulti, portando ad un aumento non veritiero del numero di consultori intesi come centro di informazioni per la salute femminile.

I servizi dovrebbero essere gratuiti, invece Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna hanno iniziato a far pagare il ticket per poter usufruire delle prestazioni.

Il depotenziamento dei consultori rientra in un quadro più ampio di ridimensione di servizi sanitari che portano poco profitto; il problema è che il servizio dei consultori non è monetizzabile, perché deve fornire supporto ed informazioni, quindi si tratta di luoghi che non possono e non devono rientrare in statistiche di tipo economico.

Un altro importante fattore che contribuisce all’aumento del turismo sanitario in relazione all’IGV è di carattere culturale: infatti, in alcune località prevalentemente del Sud, la scelta di sottoporsi ad un aborto può non essere vista di buon occhio, perché va a scontrarsi con alcuni principi fondamentali della religione cattolica.

Ed ecco, allora, che per mantenere la propria privacy lontana da occhi indiscreti e poco rispettosi, la donna è costretta ad abortire al di fuori dei propri confini cittadini o regionali, cosa che viene facilitata se la donna risiede ai confini con un’altra regione italiana.

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La settima puntata verrà pubblicata martedì 8 dicembre.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 3)

Verso l’approvazione della legge n. 194

Il cammino verso l’approvazione della legge n.194 inizia nel 1975, quando due membri del Partito Radicale, Gianfranco Spadaccia ed Emma Bonino, insieme ad Adele Faccio, segretaria del Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto (CISA), furono arrestati dopo essersi autodenunciati con l’accusa di procurato aborto.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 2)

Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 2)

La legge sull’aborto in Italia

La legge italiana sull’aborto n.194 del 22 maggio 1978 contiene le “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, descritte in 22 articoli.

L’art. 1 della suddetta legge afferma: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Lo ammetto, è la prima volta che leggo questa legge, e consiglio a tutti, di farlo.

Mi sarei aspettata una dichiarazione di difesa della volontà delle donne, invece ho avuto la percezione di uno Stato che come prima cosa pensa a tutelare la sua immagine cattolica e non laica.

Su una cosa, però, siamo d’accordo: l’aborto non è un metodo contraccettivo, non è un metodo del controllo delle nascite, e strutture come i consultori dovrebbero promuovere la diffusione di informazioni corrette sull’argomento, nonché accompagnare le donne nel percorso dell’IGV.
Vedremo, purtroppo, che non è sempre così.

I vincoli temporali entro i quali è possibile sottoporsi ad IGV vengono descritti nell’art. 4: ciò può avvenire entro i primi tre mesi dal concepimento, laddove le condizioni familiari, sociali, ed economiche non siano solide, oppure quando il feto presenti anomalie o malformazioni.

Il ruolo delle strutture sanitarie (consultori) ed i doveri dei medici sono ampiamente descritti nell’art. 5: “[…] nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito […]”: il consultorio e i medici devono presentare con tatto la presenza delle alternative all’IGV e compiere gli accertamenti sanitari del caso.

Qualora fosse presente un’urgenza medica, il medico rilascia immediatamente un certificato con il quale la donna può recarsi nelle sedi preposte per l’IGV. In caso contrario, il medico del consultorio o di famiglia consegna un certificato che la donna può utilizzare a partire dall’ottavo giorno dal suo rilascio. Questo lasso di tempo dovrebbe servire ad acquisire maggiore consapevolezza della scelta fatta.

Ma cosa succede a partire dal 91° giorno della gestazione? È ancora possibile praticare l’IGV, ma solo lì dove siano state accertate anomalie a carico del feto o pericoli di salute per la donna (art. 6).

I luoghi dove è possibile praticare un’IGV sono ospedali generali, ospedali pubblici specializzati, poliambulatori pubblici (nei primi 90 giorni) e case di cura autorizzate dalla regione (con alcune limitazioni) (art. 8).

L’art. 9 introduce la figura dell’obiettore di coscienza, ed afferma, tra l’altro: “L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.”

È molto importante sapere che, secondo l’art. 11, l’ente che ha eseguito l’IGV è obbligato ad inviare al medico provinciale una dichiarazione ed una documentazione sulla procedura stessa, il tutto proteggendo la privacy della donna, omettendo la sua identità.

Per le minorenni, lì dove non ci siano gravi problemi di salute, è necessario il consenso dei genitori o di chi esercita la patria podestà (art. 12).

L’art. 14 impone al medico che esegue la procedura di accompagnare la donna in questo percorso rispettando la sua decisione e dignità, fornendo informazioni sulla regolazione delle nascite. C’è una punta di pregiudizio in questo perché si ammette, implicitamente, che il ricorso all’IGV venga fatto regolarmente, utilizzandolo come metodo contraccettivo, e le cose non stanno così.

Questa, in sintesi, è la legge sull’aborto, approvata 42 anni fa; prima del 1978, l’aborto era punito in ogni sua forma e la maternità era favorita über alles, come tra l’altro dichiara il primo articolo della legge stessa. Il percorso per la sua approvazione non è stato semplice, e dobbiamo dire grazie soprattutto ad alcuni membri del Partito Radicale di allora se le donne oggi hanno più libertà di scelta.

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La terza puntata verrà pubblicata martedì 10 novembre.

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