Il racconto dei racconti. Giorno 6 e un po’.

Apocalypse: How? (Parte 2)

Nella prima parte eravamo giunti alla questione pratica di come avveniva, nei primi secoli dell’era volgare in ambienti giudaici e protocristiani, quella che veniva ritenuta, riconosciuta o interpretata come un’esperienza di contatto diretto con l’oltremondo

Possiamo cominciare col dire che per avere un’esperienza del genere c’è senz’altro bisogno di un corpo. Sono escluse, quindi, improbabili smaterializzazioni o ascensioni fisiche nell’aldilà e relativi ritorni introdotti da un “Ho visto cose che voi umani…”. 

Per avere una visione dell’oltremondo è necessario che ci sia un corpo che agisce, di una persona reale, viva e vegeta, che abbia esperienza del contatto modificando il proprio stato emotivo. Ma in che modo è possibile alterare il proprio stato emotivo? 

Proviamo a rifletterci rispetto al nostro quotidiano.  

Psicotropia e visioni

Cosa può cambiare il corso delle nostre emozioni abbastanza da alterare la nostra chimica interiore e renderci qualcosa d’altro rispetto a quello che siamo di solito? Può benissimo riuscirci una bevanda alcolica, un medicinale o qualcosa che ingeriamo o introduciamo nel nostro corpo (cibo, fumo). In altre parole quella che chiamiamo sostanza psicotropa può alterare la nostra percezione del mondo e, di conseguenza, di noi stessi.

Ma può farlo anche qualcosa che non necessariamente deve essere ingerita, come un buon romanzo o una pièce teatrale. 

In questa stagione altamente mediatica, qualsiasi sollecitazione esterna proveniente dai dispositivi che portiamo sempre con noi può diventare psicotropa e farci divertire, arrabbiare, rilassare, piangere, o tutto questo assieme, nel giro di pochi minuti.

Possono esserlo, va da sé, anche le azioni umane. 

La minaccia di una violenza o di un pericolo da parte di una persona, di un gruppo o di un’autorità, può provocare uno stato di stress emotivo che alla lunga influenza i nostri comportamenti. Questa modalità è anche definita teletropia, ovvero una psicotropia poiché agisce per vie indirette e indesiderate. Autotropia, al contrario, è quando scegliamo liberamente di sottoporci ad un’esperienza psicotropa.

Tornando alle nostre Apocalissi, la loro origine prende il via proprio da un’esperienza psicotropa attraverso la quale il veggente o la veggente preposti assumevano una percezione di sé fuori dall’ordinario e vivevano, o meglio, credevano di vivere un’esperienza di contatto diretto con l’aldilà.  

E con aldilà intendiamo tutta una schiera di personaggi angelici, demonaici, oltre a strati e strati di cieli, fino ad arrivare all’altissimo, in qualche occasione. Un vero e proprio viaggio nell’altro mondo che permetterà il visionario di scoprire quale sarà il destino dell’universo. 

L’algoritmo visionario

Nel periodo e nella regione di cui ci stiamo occupando (la Palestina di epoca ellenistico-romana) i veggenti erano dei veri e propri professionisti in un certo senso allenati a cadere in trance a seconda delle necessità. E non è detto che lo facessero assumendo bevande fermentate o sostanze di altro tipo. 

Nella maggior parte dei casi, come testimoniano i documenti, ad innescare la visione è proprio un testo, uno scritto o un brano, magari frutto del racconto di una visione precedente che, in questo modo, ne genera un’altra e così via, a seconda dello scopo cui era destinata. 

In pratica, come abbiamo accennato riguardo l’Ascensione di Isaia, l’algoritmo di formazione di un resoconto apocalittico era più o meno questa:

  • Un profeta o un veggente aveva una visione ispirata dalla lettura di un passo particolarmente significativo per lui in quel momento;
  • la sua esperienza di contatto avveniva in presenza di un pubblico di scribi, sacerdoti o addetti al culto in generale (oltre che di fedeli comuni), pronti a mettere per iscritto quanto il profeta avrebbe raccontato alla fine della propria esperienza (che, ricordiamo, sia il profeta sia gli astanti, ritenevano realmente avvenuta);
  • dal resoconto scritto si ricavava un testo riadattato alla luce della tradizione e della cultura propria di chi scriveva o del pubblico cui era destinata.

Trattandosi del giudaismo tardo antico e del protocristianesimo, la fonte principale cui attingevano sia i visionari che gli interpreti delle visioni erano anche e soprattutto i testi che saranno poi conosciuti come biblici

Per questo in molte apocalissi troviamo rievocazioni di fatti, immagini e personaggi già presenti nella Bibbia ebraica. A esempio esiste un apocalissi nota come Libro di Enoc, in cui il patriarca anti-diluviano che compare nella Genesi è protagonista di visioni, sogni e predizioni. E non è il solo a venire ri-chiamato in causa.

Scrittori di Apocalissi e loro motivazioni

Ciascun episodio, profondamente interiorizzato da chi ne conservava memoria, veniva di volta in volta reinterpretato per risultare idoneo ai tempi che correvano, anche centinaia di anni dopo lo scritto di origine, e per rispondere a determinate necessità.  

Ne abbiamo parlato più volte delle necessità di produrre nuovi testi apocalittici, ma cosa vuol dire esattamente?

Perché le apocalissi venivano prodotte?   

Tutto quel rimandare, citare e riformulare di solito produceva un collage di pezzi di varie tradizioni ed epoche che si mescolavano ai racconti orali, ancora importanti a quei tempi, fino a diventare testi scritturalizzati, cioè considerati definitivi, normativi e patrimonio culturale di una determinata società o gruppo religioso.

Spesso il processo si accompagnava a dinamiche di opposizione o polemica con altri gruppi, i quali a loro volta, se non sostenevano proprio l’opposto, quanto meno affermavano la stessa verità in modo diverso

Pieter Bruegel the Elder – The Fall of the Rebel Angels

Apocalissi e potere

Dunque, riepilogando, chi metteva per iscritto i resoconti visionari era spesso legato a un determinato gruppo religioso-culturale che si andava affermando in quell’arcipelago fluido e discontinuo che era il giudaismo dopo la distruzione del Tempio da parte dei Babilonesi prima (586 a.C.) e dei Romani poi (70 d.C.), tra cui rientreranno anche i primi seguaci di Gesù, prima di attribuirsi un’identità autonoma. 

Già alcuni scritti rientrati nel canone biblico odierno testimoniano di testi prodotti in risposta a un determinato contesto storico.

Il libro di Daniele, ad esempio, si ritiene sia stato messo per iscritto all’epoca della rivolta maccabaica, in seguito alla morte del persecutore Antioco IV Epifane, quindi intorno al 165 a.C. Il testo contiene delle visioni degli ultimi giorni del mondo in cui finalmente il bene (il popolo ebraico oppresso) trionferà sul male (i popoli conquistatori, in questo caso i Seleucidi). 

Ritroviamo, per questo motivo, un significato politico e identitario oltre che culturale nella redazione degli scritti apocalittici, in reazione a forti traumi subiti da una determinata comunità. 

A volte si tratta di un vero e proprio shock che porta al vaticinio e alla produzione di scritti che annunciano l’ora della salvezza e i primi seguaci di Gesù furono molto prolifici sotto questo aspetto.

Già dopo meno di un secolo dalla crocifissione improvvisa del loro leader, circolavano diversi resoconti sulla storia della sua vita e dei suoi seguaci più prossimi. Si moltiplicarono, inoltre, anche gli scritti che vedevano Gesù come protagonista (dichiarato o celato sotto l’aspetto di esseri oltremondani o profetici) di racconti escatologici, che riguardano la fine dei tempi e la salvezza o la dannazione dei popoli, a seconda del proprio schieramento.

Poiché non esistevano solo gli oppressori, Babilonesi, Persiani, Greci o Romani che fossero, nel mondo giudaico e protocristiano. C’erano anche diverse correnti e comunità, non necessariamente d’accordo tra loro, e ciascuna cercava di attribuirsi una superiore autorevolezza rispetto alle altre traendo legittimità proprio dalle scritture, in un mondo in cui la scrittura era un’arte quasi sacra, appannaggio di pochi e depositaria della verità e della legge. 

Quasi come oggi, ma con meno attenzione alle fonti, se non quella che ciascun gruppo attribuiva alle proprie tradizioni. 

Raccogliere i pezzi

Con questo spirito, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, un gruppo di sacerdoti ebrei di scuola rabbinica ha deciso di incontrarsi a Jabne (o Iamnia), sulle coste Palestinesi, per cercare di ricompattare una comunità sconvolta dall’invasione, dalle guerre e dalle numerose rivolte.

In quell’ambito, in un processo che probabilmente è durato parecchi decenni, è stato stabilito in modo definitivo il testo del Tanakh, ovvero il canone della Bibbia Ebraica, o l’Antico Testamento di quella cristiana. 

Allo stesso modo, nelle diverse regioni del bacino del Mediterraneo in cui si diffuse il cristianesimo dei primi anni, troviamo composizioni diverse dei libri sacri e spesso delle differenze sostanziali all’interno degli stessi scritti. Pensiamo ad esempio, che parte del Libro di Enoc (noto come 1Enoc) fa parte del Nuovo Testamento in lingua copta (Egitto) e non di quello cattolico, o che il Libro dei Giubilei è presente nel canone etiopico e non in quello latino. 

Detto molto (forse troppo) semplicemente: ogni gruppo ha reso sacri i libri di cui aveva bisogno. Allo stesso modo accreditava questo o quello scritto apocalittico piuttosto di altri per legittimare la propria vicinanza a un potere costituito o in via di costituzione, oppure per affermare la propria viva opposizione e la creazione di un potere ribelle o alternativo.

In breve i testi contribuivano a dare identità ai gruppi.

Social Media Clairvoyant

Ma, al di là dei giochi di potere, il quadro sintetico dei temi trattati nel libro di Luca Arcari che ci ha accompagnato in questa stesura, ci porta a una considerazione dello studioso riguardo i testi apocalittici: questi sono dei veri e propri mezzi di comunicazione in cui, attraverso il contatto con il divino, si vuole far arrivare un messaggio a dei fruitori

Ai tempi della loro produzione, erano un medium che funzionava proprio per la loro promessa di un mondo migliore che sarebbe sicuramente arrivato, come confermato da segni celesti e dalle stesse visioni profetiche.

A parte crederci, spesso i fruitori non erano tenuti a fare altro. L’attesa escatologica determinata dalle azioni celesti disinnescava il potenziale “rivoluzionario”, diremmo noi, del disagio esistenziale

Anche oggi spesso si riesce difficilmente ad accettare la realtà per quella che è e si vorrebbe trovare il modo di cambiarla, trasformandola, come sosteneva Hobsbawm, attraverso una sostituzione del potere. Quello che facevano i resoconti apocalittici, o qualsiasi prospettiva escatologica, era rimandare il momento del riscatto e trasformare l’agitazione in attesa.

Eppure, restando in ambito letterario, più che apocalissi, quelle moderne sono delle Distopie, in cui il peggio che poteva accadere è accaduto e ora si tratta di ricostruire come meglio si può. 

Una prospettiva disillusa e pessimistica, forse, basata su un pessimismo che riflette la coscienza acquisita di un potenziale enormemente distruttivo che ha l’essere umano sul mondo e su sé stesso. Oppure fin troppo ottimistica, quando la mera speranza di uscire da una brutta situazione ci fa presagire che Andrà tutto bene

Il difficile è rimanere lucidi, non farsi influenzare troppo dalle sostanze psicotrope che erompono da qualsiasi parte, e saper distinguere tra quello che è un bel racconto per farci stare meglio e la nostra effettiva capacità di determinare la nostra esistenza e quella di chi ci circonda

Il bene che vince sul male è ormai solo un racconto interessante per capire meglio come siamo e come lo siamo diventati.

Per il resto forse abbiamo bisogno di nuove rivelazioni, che riguardano da vicino ognun* di noi.

Testo e copertina:
Francesco Di Concilio

Bibliografia

  • Luca Arcari, Vedere Dio. Le apocalissi giudaiche e protocristiane (IV sec. a.C. – II sec. d.C.)
  • Paolo Sacchi (a cura di), Apocrifi dell’Antico Testamento, Torino, UTET, 1981-2000 (5 volumi).
  • Mario Erbetta, Gli apocrifi del Nuovo Testamento, Torino, Marietti 1966-1981 (3 volumi).
  • Luigi Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, Torino, UTET 1994 (3 volumi).
  • Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, Torino, UTET, 2018.

Il racconto dei racconti. Giorno 6.

Apocalipse: How? (parte 1)

Intro

Un celebre personaggio di Corrado Guzzanti introdurrebbe la questione di cui ci vogliamo occupare più o meno in questo modo:

Apocalissi. Chi le ha scritte? Perché le ha scritte? A cosa si ispiravano? Cosa gli faceva venire in mente tutte quelle immagini contorte? Chi era l’ispiratore degli apocalittici? Era legale a quei tempi? Ispiratori di Apocalissi, su Rieduchescional Channel.

Al di là della parafrasi maldestra di Vulvia, quando si parla di scritti apocalittici le domande da porsi, giochi a parte, sono grosso modo le stesse.

Finora ci siamo occupati di vicende narrate nella Genesi, il primo libro della Bibbia ebraica e delle tradizioni successive, compresa quella cristiana. Queste, composte intorno al VIII-VII secolo a.C., sotto impulso del re di Giuda Ezechia, rappresentano già una sistemazione di materiale scritto e orale preesistente alla sua definizione come testo autonomo, eseguita per particolari esigenze avvenute in quello specifico contesto culturale.

Ora, sembra di fare un salto di centinaia di anni ed arrivare all’ultimo dei libri della Bibbia a noi più nota, quella cristiana, che termina proprio con l’Apocalisse.

Ma lo scritto noto come Apocalisse di Giovanni, non è che la punta dell’iceberg di un magma di scritti e resoconti che si moltiplicarono tra il IV secolo prima dell’era volgare al II secolo dopo.

Senza voler plagiare la comicità di Guzzanti e senza cadere nella trappola “giacobbiana” del mistero-a-tutti-i-costi, possiamo provare a sintetizzare un quadro generale della situazione, non senza il rischio di appiattirla. Per questo vi ricordiamo sempre che a tale proposito esistono rigorosi ed accesi studi accademici, di cui riportiamo una bibliografia introduttiva alla fine dell’articolo.

Noi qui, per farla breve, possiamo chiederci, da bravi reporter della Storia: cosa sono le apocalissi, chi le scriveva, quando, come e perché?

Che cosa è un apocalisse?

Una cosa dobbiamo ammetterla: è proprio nell’Apocalisse per antonomasia, quella del Nuovo Testamento, che si ritrova il primo utilizzo accertato del termine apocalisse con il significato che gli attribuiamo. Derivante dal greco, apocalisse vuol dire rivelazione, e in quanto tale si presenta come un racconto dei giorni ultimi del mondo conosciuto, quando un giudizio divino definitivo e inappellabile decreterà la salvezza dei giusti e la punizione degli empi.

Il punto di vista rispetto al quale tale giudizio avviene è tutto da chiarire e, senz’altro, da comprendere. Ma a questo ci arriveremo.

Tuttavia, come molti studiosi hanno notato, una definizione del genere non può essere soddisfacente perché l’apocalisse non si presenta come un genere letterario a sé stante, e non era scritta con tale consapevolezza. È solo una classificazione di comodo che individua degli aspetti formali comuni all’interno di numerosi testi a sfondo rivelativo definibili come apocalittici.

Ma cosa è davvero un’apocalisse?

Riflettiamo: è una rivelazione, e su questo ci siamo chiariti. Ma a ben vedere un testo apocalittico ci può raccontare anche altro. Ad esempio, di solito avviene che un certo personaggio (il più delle volte della tradizione biblica, Enoc, Abramo, Isaia, ecc…) venga a contatto con esseri sovrannaturali che gli rivelano segreti relativi alla creato e, quindi, al destino cui va incontro.

In base a questa considerazione, c’è chi ha ampliato la definizione di apocalisse individuandola come un resoconto del contatto diretto con l’oltremondo. In altre parole, è una tracrizione di ciò che racconta una persona che ha avuto una visione dell’aldilà, dove ha ricevuto informazioni da esseri celesti riguardo la fine dei tempi.

E tale visione (bisogna tenerlo ben presente) è ritenuta realmente accaduta sia da chi l’ha avuta, si da chi vi ha assistito o ne ha ascoltato il racconto.

Chi vede?

Chi fossero esattamente questi individui predisposti al “viaggio oltremondano” non possiamo saperlo con certezza, almeno non nelle loro fattezze anagrafiche poiché, come abbiamo accennato, il resoconto veniva spesso attribuito a un personaggio autorevole della tradizione per conferirgli credibilità. Ma di questo ne parleremo a tempo debito.

Qui ci interessa capire chi si occupava concretamente di avere delle visioni dell’altro mondo. Ebbene, ricordiamoci che nel periodo che stiamo considerando (tra 2400 e 1800 anni fa), ma in generale in tutto il mondo antico, pratiche come la divinazione, la consultazione degli oracoli o l’interpretazione dei sogni erano piuttosto comuni e socialmente accettate. A tal punto che a occuparsene erano dei veri e propri tecnici del mestiere.

Di tutto questo sono i testi a parlare, anche se a volte non in maniera diretta. Leggiamo ad esempio, nell’Ascensione di Isaia (uno scritto visionario risalente al II secolo d.C. non compreso nei testi divenuti poi canonici) di una rivelazione avuta dal profeta su richiesta di re Ezechia in presenza di altri profeti e scribi pronti a raccogliere la sua testimonianza.

Basandosi su questo e altri scritti simili, gli studi hanno ricontrato un’importante caratteristica di queste visioni, che trascende la loro interpretazione letterale e religiosa e si concentra sull’aspetto pratico.
Avrete capito che siamo arrivati all’importante momento del come.

Come il visionario aveva le sue esperienze di contatto con l’oltremondo?
Come queste diventavano testi e venivano trasmesse?
Come questi testi si sono cristallizzati nelle versioni che noi conosciamo?

Ma di questo ne parleremo ampiamente nella seconda parte.

Continua il prossimo giorno

Testo e copertina:
Francesco Di Concilio

Bibliografia

  • Luca Arcari, Vedere Dio. Le apocalissi giudaiche e protocristiane (IV sec. a.C. – II sec. d.C.)
  • Paolo Sacchi (a cura di), Apocrifi dell’Antico Testamento, Torino, UTET, 1981-2000 (5 volumi).
  • Mario Erbetta, Gli apocrifi del Nuovo Testamento, Torino, Marietti 1966-1981 (3 volumi).
  • Luigi Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, Torino, UTET 1994 (3 volumi).

Il Racconto dei Racconti. Giorno 5.

DISCLAIMER: Per una trattazione rigorosamente accademica rimandiamo alla bibliografia a fine articolo e alle illustri sedi preposte.
Lo scritto, invece, vuole essere una forma divulgativa leggera e scorrevole con delle punte di malcelato umorismo, pur basata su studi autorevoli, i cui punti cardine sono stati selezionati e affrontati a discrezione dell’autore.
Per una trattazione teologica e interpretativa rimandiamo, oltre che agli studi specialistici, all’intima fede della lettrice e del lettore.

R per Rebecca

Giovanni Lanfranco (1582-1647), Rebecca ed Eliezer al pozzo, olio su tela, Torino.

Morte di Sara e matrimonio di Isacco

Sara morì a centoventisette anni a Hebron, in terra di Canaan, oggi in Cisgiordania.
Abramo cercava una tomba per lei e pensò di chiedere agli abitanti della Regione, definiti dall’autore del testo come “figli di Het(gli Hittiti), un sepolcro dove poter seppllire la moglie.
Quelli gli risposero che non doveva fare altro che scegliere il sepolcro che più desiderasse.
Abramo desiderava quello di un altro (NB: Siamo ancora lontani da Mosè e le sue tavolette). Voleva quello di Efron, figlio di Soar: la caverna di Macpale.

I due si accordarono per il vantaggioso prezzo di quattrocento sicli d’argento con i quali Abramo ottenne la caverna, il terreno adiacente e la cittadinanza in terra di Canaan, segno che la promessa del Signore stava cominciando a compiersi.

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Il Racconto dei Racconti. Giorno 4.

Per una trattazione rigorosamente accademica rimandiamo alla bibliografia a fine articolo. Lo scritto, invece, vuole essere una forma divulgativa leggera e scorrevole con delle punte di malcelato umorismo, pur basata su studi autorevoli, i cui punti cardine sono stati selezionati e affrontati a discrezione dell’autore. Per una trattazione teologica rimandiamo, oltre che agli studi specialistici, all’intima fede della lettrice e del lettore.

Sodoma e il sacrificio sventato

Sodoma (Gen. 18-19) 

L’Innominato, ovvero Jahvè, che era un dio da tenere da conto l’opinione dei suoi fedelissimi, si domandava, giunti a questo punto, se Abramo dovesse o meno venire a sapere cosa stava architettando con i suoi angioletti.

Con tutto quello che quel poveretto aveva da fare, come proliferare e tutto il resto, sarebbe stato giusto mettergli in testa altri pensieri?
Abramo, per sua fortuna, non era certo uno sprovveduto. Stava in mezzo alla gente e in mezzo alla gente le notizie corrono veloci, non importa che siano decisioni divine o sacrifici di agnelli.

– Ma come… – disse Abramo, sconvolto dalla notizia – e se in mezzo a quei poveri cristi, anzi poveri Adami – pardon – destinati allo sterminio ce ne fossero cinquanta buoni, tu che fai, Adonai (rdr)*, scusa la sfrontatezza, lasci morire anche loro?
– Ma no! Che dici?! – rispose il Signore, imbarazzato – Se ne trovo cinquanta buoni salvo tutti!
La pignoleria di Abramo tiro la cantilena per un po’ arrivando fino a dieci buoni.
– Per loro salveresti tutti?
– Certo, che domande!

Hartmann Schedel, Sodoma e Gomorra (miniatura), in Codice di Norimberga, 1493

Ad ogni modo, DoppiaH andò a Sodoma e, buoni o cattivi, fece un gran casino.

Gli angeli arrivarono a Sodoma e incontrarono Lot, il fratello di Abramo, sulla porta della città.
L’uomo li accolse con mille cerimonie e gli angeli, ormai avvezzi all’ospitalità, avevano accettato di buon grado.
Calava la notte sulla casa quando la buona nomea di Sodoma non tardò a palesarsi sulla porta di casa. Tutti gli uomini della città, giovani e anziani, si accalcarono alla porta chiedendo come tributo le virtù dei due nuovi venuti.
Lot non poteva permettere che i cittadini abusassero dei suoi ospiti e offrì, in alternativa a tutti quegli uomini vogliosi, la verginità delle sue figlie.

Ma, per carità, nessuno tocchi gli ospiti.

Questa soluzione, però, non fece altro che aumentare la libidine degli uomini, che in coro pensarono:
“Ma chi è questo qui adesso? Quasi quasi…”.
Finalmente, prima che qualcuno ci rimettesse le proprie grazie senza volerlo, gli angeli smisero per un attimo di ingozzarsi e si ricordarono di essere gli inviati del Signore.
Così, per salvare la situazione, accecarono momentaneamente tutti gli uomini perché non trovassero né la porta né varco alcuno in cui intrufolarsi.

Poi presero Lot da parte e gli dissero:
– Senti, bello mio, qui la storia di perdonare tutti o nessuno non funziona. Noi siamo angeli, asessuati, esseri celesti, eppure alla vista di tutti quegli assatanati ci si stanno spiumando tutte le ali. Ragion per cui avremmo deciso di fare piazza pulita. Tu prendi i tuoi parenti e filate via di corsa perché tra poco succede il finimondo!

John Martin, La distruzione di Sodoma e Gomorra, 1852, olio su tela.

Il mattino dopo gli angeli rinnovano il consiglio e Lot si rifugiò presso Soar, una Cittadella sul Mar Morto, assicurandosi che nessuno si voltasse a guardare indietro quello scempio.
Fuoco e zolfo cominciarono a cadere su Sodoma e Gomorra e l’intera valle divenne un enorme calderone fumante.
Abramo se la godeva da lontano mentre la moglie di Lot, per eccessiva curiosità, divenne una statua di sale. Glielo avevano detto di non voltarsi indietro, ma quella niente. La stessa testa dura di Euridice

Nel pacchetto con Sodoma e Gomorra c’erano, senza specificarne in modo particolare il motivo, anche le città maledette di Adma e Seboìm, conosciute al tempo della battaglia dei quattro re e di Melchisedec.

Una parentesi: Moabiti e Ammoniti

Lot e figlie non si fidavano di restare a Soar e per questo si rifugiarono in montagna. Le figlie di Lot, sfuggito per miracolo allo stupro di massa a cui il caro padre le aveva esposte in quel di Sodoma, si ponevano scrupolosamente il problema della discendenza.
Però lì sui monti erano sole, e l’unico uomo nel raggio di chilometri era il vecchio padre.
Poco importa.

Le due sorelle non andarono troppo per il sottile: c’era una stirpe da mandare avanti!
A turno fecero ubriacare il padre e giacquero con lui rimanendo incinta.
La maggiore diede alla luce Moab, la minore lo chiamo “Figlio del mio popolo(ben ‘ammi), capostipiti, appunto, di Moabiti e Ammoniti.
Chiusa parentesi.

Abramo a Gerar

Abramo e famiglia, intanto, si trasferirono nel Negheb. Per la precisione a Gerar, dove si ripete la tiritera accaduta in Egitto con Sara e il faraone, in base al costume per cui un sovrano, o un uomo di potere in generale, poteva liberamente fare sua una donna sposata, facendo fuori il marito legittimo.
Altri tempi.
Il profeta, allora, fece presentare Sara come sua “sorella” in modo da non essere ucciso qualora Abimelec, re della Regione, la desiderasse.
E infatti Abimelec, per niente originale, la desiderò e se la fece condurre.
Fortuna che El-Elohim** gli comparve in sogno per evitare la sciagura altrimenti il povero Abimelec si sarebbe ritrovato peccatore senza nemmeno saperlo:
“E Abramo, allora?” gli chiese, sempre in sogno, il re.
“No, che c’entra lui? È un profeta. – rispose Jahvè – Piuttosto lascia perdere Sara che magari quello prega pure per te e come affare non è mica male.”

Abramo, venuto a sapere del sogno, spiegò ad Abimelec la sua strategia diversiva. Questi comprese e invece di incazzarsi come un coccodrillo del Nilo, gli fece dono di armenti, greggi, schiavi e gli restituì la moglie, ottenendo in questo modo la guarigione dall’impotenza e dalla sterilità da cui lui e il suo Harem, nel frattempo, erano stati colpiti.

Isacco

Andrea del Sarto, Sacrificio di Isacco, Dresda, 1527, olio su tavola.

Come promesso, a un anno dall’annuncio l’Innominabile tornò a far visita ad Abramo e Sara.
Sara partorì un figlio che chiamarono Isacco, come il sorriso che gli si stampò in faccia al solo pensiero di aver avuto un figlio a quell’età.
Il ragazzino cresceva e cominciava a giocare con Ismaele, il figlio di Abramo e Agar, sua schiava. Ma Sara voleva rivendicare il suo primato di progenitrice ufficiale e disse ad Abramo che avrebbe fatto meglio ad allontanare Agar e Ismaele.

Non è mai corso buon sangue tra Sara e Agar.

Abramo considerava Ismaele suo figlio al pari di Isacco, perciò ci rimase male di fronte a questa richiesta. Jahvè, che stava sempre sul pezzo, lo tranquillizzò dicendogli che era la cosa migliore da fare. Ma non aveva nulla da temere, tanto avrebbe dato ad Ismaele comunque una gran discendenza, degna di un figlio di Abramo. Poteva fidarsi.
L’aveva mai deluso in passato? Andiamo…

Così il mattino dopo Abramo prese la schiava e il figlio, li rifornì con una “ricca dose” di pane e acqua e li lasciò partire.
E pure questa era fatta.
La poverina, però, si perse nel deserto di Bersabea e si vide spacciata quando finirono le “laute” provviste di acqua e carboidrati.
Lasciò suo figlio sotto un cespuglio e per non vederlo morire si allontanò.
Il Signore, in tutta la sua infinita contraddizione, sentì il lamento di Agar e del piccolo e fece apparire per loro un pozzo d’acqua grazie a cui sopravvissero.
Ismaele divenne un arciere, abitò nel deserto di Paran e sposò una donna egiziana.

MIchelangelo Merisi, Il Sacrificio di Isacco, Firenze, 1603 ca., olio su tela.

Il sacrificio sventato

L’Innominato, nella sua visione di insieme che può solo lui comprendere, decise di mettere alla prova Abramo chiedendogli di offrirgli il suo figlio in olocausto, ovvero in sacrificio.

Fatto che in seguito sarà anche interpretato come un’intromissione diabolica, ma nel nostro libro non se ne fa cenno, quindi rimane un’iniziativa spontanea dell’altissimo.

Nemmeno Abramo osava interrogarsi riguardo gli oscuri disegni del sommo, tanto erano assurdi e paradossali. E’ forse in quel frangente che è nata ciò che noi chiamiamo ‘fede’.
Dunque obbedì senza batter ciglio: prese figlio, fascine e, con un paio di schiavi al seguito, partì per il territorio di Moriah.
Nome che, col senno di poi, non promette benissimo.

Lungo il cammino Isacco, che era già abbastanza sveglio da porsi delle domande, chiese al padre perché stavano andando ad offrire un olocausto al signore senza piatto forte, cioè l’agnello.
Abramo, imbarazzato, rispose che il Signore avrebbe provveduto a tutto, a loro toccava portare solo il contorno e le stoviglie.

Arrivati in cima Abramo preparò l’altare, vi legò Isacco (di cui non conosciamo la reazione, dato che non pronunciò più mezza parola e probabilmente era atterrito dalla fede di suo padre e dal coltellaccio spianato contro di lui) e fu presto pronto a farne fettine.
Al momento del colpo fatale, però, interviene l’Angelo del Signore, che da ora per comodità chiameremo per nome, solo Angelo, dicendo:
– Va bene! Va bene! Ti credo! Ti credo! Obbedisci ciecamente al signore! Libera il ragazzo adesso, per l’amor del cielo.

Abramo, visibilmente sollevato, slegò il figlio e lo sostituì con un ariete che passava di lì facendosi i fatti suoi.
Per questo gesto Abramo fu riempito di promesse di moltiplicazione della sua gente, la quale avrebbe avuto sempre la meglio sui nemici e qualche volta anche sugli amici

Note Notevoli

Al termine della vicenda, narrata nel capitolo 22, versetti 1-18 del Genesi, una breve parentesi genealogica ci avverte che Nacor, nonno di Abramo, ebbe un bel po’ di figli e nipoti tra cui al limite si può ricordare il nome di Rebecca, che può tornarci utile per le vicende future.

Laddove appaiono asterischi vorremmo sottolineare il differente numero di nomi con cui, all’epoca della stesura del testo, era definito il dio degli ebrei. Ma nessuno di essi corrisponde al suo nome vero, al limite vi si avvicina, come il tetragramma YHWH (da cui DoppiaH, che non vuol dire Hip Hop), ma per lo più servono a nasconderlo.
Noi ci siamo solo presi la briga di giocarci un po’.

* = rima del redattore; ‘Adonai’ è uno degli altri nomi di Jahvè, vuol dire ‘Signore’.
** = Altro nome di dio, vuol dire ‘Dio degli Dei’.

[continua]

Francesco Di Concilio

Bibliografia essenziale

  • In particolare rimandiamo agli studi e alla bibliografia del prof. Gian Luigi Prato, che ci ha introdotto all’argomento durante gli universitari di base. Qui il link di una delle sue relazioni sull’argomento http://www.gliscritti.it/blog/entry/2409
  • P. Merlo (a cura di), L’antico testamento. Introduzione storico-critica, Frecce 60, Carocci, Roma 2008.
  • M. LiveraniOltre la Bibbia. Storia antica di Israele, Storia e società, Laterza, Roma-Bari 2003.
  • J. RichesLa Bibbia, Universale Laterza 821, Laterza, Roma-Bari 2002.
  • Testo biblico di riferimento: LA SACRA BIBBIA della CEI. Note e commenti: La Bible de Jerusalem, nuova edizione 2008, per l’ed. italiana, La Bibbia di GerusalemmeCentro editoriale dehoniano, Bologna 2010.
  • R. GravesI miti greci, Longanesi, Milano 1963.
  • Per i chiarimenti sui termini, in attesa di un nostro apparato di note, rimandiamo a Wikipedia e al sito della Treccani, sempre utile per delineare per linee generali i contesti trattati.
  • Per una lettura poetica e romanzata delle vicende che riguardano Abramo e la sua discendenza rimandiamo al capolavoro di Thomas MannGiuseppe e i suoi fratelli, Berlino, 1933-1943.

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Il racconto dei racconti. Giorno 3.

Premessa: “un” viaggio dentro la Bibbia

Per una trattazione rigorosamente accademica rimandiamo alla bibliografia a fine articolo.
Lo scritto, invece, vuole essere una forma divulgativa leggera e scorrevole con delle punte di malcelato umorismo, pur basata su studi autorevoli, i cui punti cardine sono stati selezionati e affrontati a discrezione dell’autore.
Per una trattazione teologica rimandiamo, oltre che agli studi specialistici, all’intima fede della lettrice e del lettore.

La saga di Abramo: Promesse

Preludio: La torre di Babele

Pieter Brueghel il Vecchio, La Torre di Babele, Olio su tela, 1563, Vienna

Noè, si dice, morì a novecentocinquant’anni senza sapere cosa fosse la terra promessa che aveva maledetto con tanto zelo.

Sapeva bene invece del predominio che l’Innominato aveva concesso all’uomo (e alla donna?) su tutti gli altri esseri viventi e sulla Terra stessa. Libero usufrutto e sfruttamento: Dio l’ha detto e lui gli ha ubbidito ciecamente. Gli uomini, allora, decisero di fondare una città, uniti come erano da un’unica lingua e un’unica cultura, dove eressero una torre fino al cielo segno della loro civiltà.

Un tema, questo dell’erezione, che tormenterà il maschio umano per secoli senza che questi riesca ad intravedere soluzioni plausibili alla propria frustrazione.

Tornando all’Innominato, che aveva smesso di fare stragi universali da quella volta dell’immenso sciacquone, decise di punire la loro superbia confondendo le lingue e disperdendoli per tutta la Terra. Il nostro redattore, questa volta, ha preso spunto da qualche ziggurat malmesso che popolava il panorama di Babilonia, o Babel, o Sinar, divenuta, nell’immaginario del popolo eletto e in alcune reinterpretazione post-moderne, simbolo dell’avidità e della superbia degli uomini.

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Il racconto dei racconti. Giorno 2.

Premessa: “un” viaggio dentro la Bibbia

Per una trattazione rigorosamente accademica rimandiamo alla bibliografia a fine articolo.
Lo scritto, invece, vuole essere una forma divulgativa leggera e scorrevole con delle punte di malcelato umorismo, pur basata su studi autorevoli, i cui punti cardine sono stati selezionati e affrontati a discrezione dell’autore.
Per una trattazione teologica rimandiamo, oltre che agli studi specialistici, all’intima fede della lettrice e del lettore.

Piove che dio la manda

Un preambolo dovuto

Nei primi versi del sesto capitolo del Genesi si fa menzione, quasi totalmente avulsa dal contesto, di “figli di dio” e “figlie degli uomini”, dal cui accoppiamento avrebbero avuto origine gli eroi dell’antichità, coetanei dei “giganti” che allora, si racconta, popolavano la terra.

Ci troviamo di fronte a un’inserzione mitologica nel senso classico del termine, con un richiamo ai Titani, o alle cinque età del mondo in cui si sarebbero susseguiti diversi esseri sovrumani, prima che Prometeo e Pandora scatenassero il putiferio. 

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Il racconto dei racconti. Giorno 1

Premessa: “un” viaggio dentro la Bibbia

Per una trattazione rigorosamente accademica rimandiamo alla bibliografia a fine articolo.
Lo scritto, invece, vuole essere una forma divulgativa leggera e scorrevole con delle punte di malcelato umorismo, pur basata su studi autorevoli, i cui punti cardine sono stati selezionati e affrontati a discrezione dell’autore.
Per una trattazione teologica rimandiamo, oltre che agli studi specialistici, all’intima fede della lettrice e del lettore.

In principio…

In principio erano le consonanti.
Le vocali arrivarono molti giorni dopo.
Il motivo lo spiegheremo più avanti, ma in realtà c’era anche un altro principio, anzi due: il cielo e la terra.
E fin qui, siamo d’accordo con dio.

La questione, ora, è come considerare quel B’reshit (בְּרֵאשִׁית), parola con cui si apre la bibbia ebraica, fissata poi nel testo masoretico (TM) solo diversi secoli dopo.
La vocalizzazione comune rende il significato così come lo conosciamo, così come Origene ha letto e ce lo ha trasmesso, ovvero “In principio, Dio creò…”.

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