Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (ultima parte)

Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (ultima parte)

Conclusioni

La legge n.194 entrata in vigore nel 1978 si propone di legalizzare l’aborto. Dopo la sua approvazione, il numero di IGV è improvvisamente aumentato, mentre negli ultimi anni sembra in costante diminuzione.

Con una percentuale di obiettori di coscienza nelle strutture pubbliche che si aggira intorno al 70%, ad oggi è molto difficile interrompere la gravidanza, con tempi di attesa che si allungano e che portano al limite temporale per l’aborto definito dalla legge.

I dati mostrano come l’aborto sia ancora, più che un problema, un tabù sociale non solo in Italia, ma nel mondo intero, visto che il 40% circa di donne che si trovano in età fertile vivono in paesi dove ci sono leggi molto restrittive sull’aborto.

Lo stigma sociale che subiscono le donne che si sottopongono ad IGV nasce da una semplificazione estrema di situazioni complesse.

Benedetta Petroni, in un suo articolo pubblicato su minimaetmoralia, scrive:

I concetti di famiglia e maternità vengono impugnati come oggetti contundenti, dimenticando che la possibilità di scegliere dev’esserne la necessaria premessa.
La maternità non è un dovere nei confronti di uno Stato con natalità bassa:
è una scelta intima, individuale e consapevole.
Ma perché si possa compiere serve uno Stato
che si occupi di fornire a tutte le donne
la giusta informazione contraccettiva:
e non è sempre il caso.

A questo approccio va affiancato l’abolizione totale dell’obiezione di coscienza per i medici ed il personale sanitario impiegato in strutture pubbliche. Questo è il solo modo per tutelare le donne, ed evitare che si indebitino per andare fuori dalla propria regione o che esse rischino la vita in un aborto clandestino. Alcune delle conseguenze dell’elevato numero di personale sanitario obiettore sono il turismo sanitario e, per chi non può permettersi nemmeno un viaggio di questa natura, l’aborto clandestino, che in quanto tale, non può essere monitorato con efficacia. Bene ha fatto lo Stato italiano ad aumentare le pene per quello che è un reato a tutti gli effetti, aumentando la sanzione da 51 euro ad un range di 5000-10000 euro. Ma questa non è la soluzione al problema, sebbene tuteli in parte la salute delle donne.

Bisogna ricordare che l’obiezione di coscienza riguarda anche il personale di farmacie che dovrebbero somministrare le pillole del giorno dopo.

“Sono molte le professioni che comportano doveri che personalmente condanniamo,
ma la nostra coscienza non è un motivo abbastanza forte da esentarci.
Se questi doveri sono insostenibili,
dovremmo forse riflettere meglio sulle nostre scelte professionali”.

Chiara Lalli, accademica, saggista e filosofa,

autrice del libro “A. La verità vi prego sull’aborto”

Prendendo spunto dalle parole di Chiara Lalli, lo Stato deve obbligare tutto il personale sanitario coinvolto in pratiche di IGV a rivedere le proprie scelte professionali, ovvero permettere al solo personale non obiettore di avere accesso a posizioni in strutture pubbliche o finanziate da fondi pubblici.
Per dirla in maniera semplice e diretta, la situazione di oggi potrebbe essere paragonata a quella di un testimone di Geova che lavora in un centro di trasfusione, e per motivi religiosi non può farle.

Infatti, sono minimi i rischi per la salute connessi all’aborto quando questo è praticato da personale specializzato, come dichiarato dal Guttmacher Institute, istituto americano che si occupa di diffondere i diritti legati alla sfera sessuale e a quella riproduttiva.

Nonostante ciò, nel mondo ogni anno ci sono circa 20 milioni di donne che rischiano la vita praticando l’aborto in condizioni non sicure, un quarto di queste avranno complicazioni con conseguenze permanenti e 66500 donne che andranno incontro alla morte; la maggior parte di queste ultime vivono in paesi sottosviluppati ed hanno meno di 25 anni.

In Italia, la contraccezione è in genere poco usata rispetto ad altri paesi europei. In questo quadro, da quando è stata resa possibile la somministrazione di contraccettivi di emergenza senza obbligo di prescrizione per le maggiorenni, il numero di pillole del giorno dopo somministrate è in aumento.

Allora è chiaro che l’unica via possibile è rappresentata da un approccio integrato, agendo cioè non solo sull’eliminazione dell’opzione di dichiararsi obiettori di coscienza, ma aumentando sia i fondi per il personale dei consultori, diminuendo i tempi di attesa per l’accesso all’IGV, sviluppando e promuovendo la somministrazione di pillole abortive a domicilio e per via telematica, come già avviene in molti paesi europei, educazione sessuale nelle scuole svolta in maniera seria da personale competente, e distribuzione gratuita di contraccettivi e preservativi, la cui spesa totale per il sistema sanitario nazionale sarebbe complessivamente irrisoria.

Fare un passo avanti sta anche a tutti noi: dobbiamo imparare a vedere la donna non solo come un corpo con capacità riproduttive, ma dobbiamo capire e comprendere che la gestione del suo corpo appartiene a lei soltanto.


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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 14)

Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 14) IGV, aborto, diritto alla salute, diritti delle donne

Aborti e COVID-19. La situazione oggi.

Durante il pieno dell’epidemia di COVID-19, molti ospedali hanno interrotto il servizio di IGV. I tempi di attesa hanno subito un ulteriore allungamento, il reperire le informazioni necessarie si è fatto più complicato, rischiando di uscire fuori dal termine legale dei 90 giorni per l’aborto chirurgico e dei 49 per quello farmacologico.

Chi ha interrotto questo servizio si appella al decreto del 9 marzo, che dice che è possibile “rimodulare o sospendere le attività di ricovero e ambulatoriali differibili e non urgenti”. Si ammette, commettendo un grossissimo errore, che l’aborto non è un servizio essenziale, che le donne ne possono fare a meno. L’assenza di una struttura sanitaria che si occupi di queste esigenze potrebbe incentivare l’aborto casalingo e illegale. Dati del 2016 diffusi dal Ministero della Salute stimano che il totale di aborti clandestini possano essere pari a circa 10000-13000, ma questo numero potrebbe essere ulteriormente sottostimato perché non terrebbe in conto del crescente fenomeno di acquisto in rete di pillole abortive.

Se l’aborto farmacologico non avesse implicato un inutile ricovero di tre giorni (richiesto in 12 regioni su 20, dall’agosto 2020 è possibile somministrarlo anche in day-hospital), questo servizio sarebbe stato offerto anche in piena pandemia, ma forse il COVID-19 ha soltanto dato un’opportunità a tutti coloro che sono dichiaratamente pro-life di ostacolare la salute ed il diritto all’autodeterminazione delle donne.

Chi, durante questa emergenza si è battuta per sospendere le IGV, è la onlus Provita e Famiglia, che ha portato avanti le proprie istanze tramite una petizione on line diretta al Ministero della Salute in cui le morti per COVID-19 vengono letteralmente equiparate ad un’IGV.

Nell’anno del COVID-19, si ripropone il dibattito aborto si-aborto no.

Nel 1976, due anni prima dell’approvazione della legge 194 ed in seguito al disastro del Seveso, il Partito Radicale chiese al Parlamento di concedere il permesso di abortire alle donne incinte residenti in quella zona. Sebbene la situazione emergenziale ad oggi si sviluppi su una scala globale e non locale, questa vicenda ci insegna che è proprio nelle emergenze che la salute deve essere tutelata, la salute di tutti, degli infetti, non infetti, e delle donne che per un motivo o per un altro decidono di abortire.

Nel giugno 2020 la regione Umbria, governata dalla leghista Donatella Tesei, ha riportato in vigore l’obbligo di ricovero per 3 giorni per chi si sottopone ad IGV tramite la RU486. La cosa che spaventa di più è che ciò sia accaduto in una regione governata da una donna che decide volontariamente di non tutelare le altre donne, ed anche se stessa.

Affido alla sottosegretaria per la Salute Sandra Zampa la replica alla presidente Tesei:

La legge è ancora sotto attacco.
Siamo un paese che evidentemente non ha ancora digerito,
metabolizzato, la 194 sull’interruzione di gravidanza,
e così alla prima occasione si cerca di rimettere tutto in discussione.
E sempre sulla pelle delle donne,
dimenticando il dolore,
la difficoltà di una scelta comunque difficile e sofferta”.

Ad ogni modo, il ministro della Salute Roberto Speranza, ha chiesto un parere al Consiglio Superiore di Sanità, che nell’agosto del 2020 ha approvato le nuove linee guida per la somministrazione della RU-486: non è più necessario il ricovero di tre giorni, ma potrà essere somministrata in day hospital.

Al contrario, la Toscana ha disposto che l’aborto farmacologico possa essere somministrato non solo in day hospital, ma anche in strutture territoriali, come ambulatori e consultori.
Il presidente della regione Toscana Enrico Rossi ha infatti dichiarato:

Inutile far soffrire di più le donne che affrontano l’interruzione di gravidanza.

Tutto ciò ha scatenato una nuova, seppur piccola, ondata di proteste tutte al femminile, incentrate sul diritto all’accesso all’aborto e ad una contraccezione gratuita.

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La quindicesima ed ultima puntata verrà pubblicata il martedì 16 febbraio.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 13)

Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 13)

Diffusione della contraccezione

Complessivamente, per la facilità di reperire contraccettivi e per la quantità di informazioni sulla contraccezione, l’Italia è al 26° posto su 46 stati europei considerati nello studio denominato Contraception Atlas dall’EPF (European Parliamentary Forum for Sexual & Reproductive Rights, Forum del Parlamento Europeo per i Diritti Sessuali e Riproduttivi). Per quanto riguarda l’informazione, in Italia non c’è un sito ministeriale atto allo scopo, al contrario della Francia, dove il sito www.choisirsacontraception.fr fornisce informazioni chiare e dettagliate sulla contraccezione. Sempre in Francia, una legge del 2016 condanna chi diffonde, anche sul web, informazioni false sull’aborto, estendendo cosi anche ad internet il reato di ostacolo all’interruzione volontaria di gravidanza.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 12)

IGV: contraccezione parte 12

La contraccezione

Così come l’IGV, anche il mondo della contraccezione è ancora pieno di pregiudizi ed informazioni sbagliate, per lo più provenienti dal mondo cattolico, ancora una volta.

Una piccola curiosità: in un articolo pubblicato lo scorso dicembre 2019, è stato riportato che in seguito ad una visita papale in una data regione italiana (dati analizzati appartenenti agli anni 1979-2012), il numero degli aborti (precisiamo, legali, quindi tracciabili) ha subito una diminuzione che può variare tra il 10% ed il 20%, e registrati da 3 a 14 mesi dopo la visita papale stessa. A questa diminuzione, sorprendentemente non vi è associato un aumento delle nascite, suggerendo un’ampia scelta dell’astinenza sessuale.

Tuttavia, la diffusione della religione cattolica non è il solo motivo per il quale la contraccezione e l’aborto vengono visti in maniera sbagliata. Le informazioni circa le terapie ormonali giornaliere (la pillola anticoncezionale) sono scarse, e perlopiù il timore del loro uso è legato ai possibili effetti collaterali, ad esempio l’insorgere di tumori (paura del tutto infondata), fenomeni di spotting (piccole macchie di sangue provenienti dall’utero) e riduzione del flusso mestruale, per non dimenticare l’aumento della ritenzione idrica, aumento di peso, tensione mammaria, mal di testa, cambi di umore. Per eliminare questi problemi, sarebbe necessaria una terapia ormonale personalizzata.

Inoltre, la storia della pillola stessa può fare luce sul perché c’è ancora molta riluttanza e pregiudizio circa il suo uso. Lanciata sul mercato nel 1960 in seguito alla sua messa a punto da parte del fisiologo americano Gregory Goodwin Pincus con la collaborazione del biologo Min Chueh Chang e del ginecologo John Rock, venne introdotta in Europa nel 1961 ed in Italia nel 1964, dove, però, poteva essere prescritta solo a donne sposate. Solamente nel 1971, grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale, venne abrogato l’articolo 553 del codice penale dal titolo “Incitamento a pratiche contro la procreazione”, che riguardava il divieto di propaganda ed uso di qualsiasi mezzo contraccettivo.

Pregiudizi di natura storica e informazioni sbagliate: ecco perché circa il 20% delle donne in Italia sceglie di basare la contraccezione su metodi naturali, come il controllo sul proprio ciclo ormonale o praticare l’interruzione del coito. Naturali sì, ma siamo sicuri che abbiamo la stessa efficacia delle terapie ormonali? Bisogna poi precisare che queste ultime vengono prescritte anche per curare problemi ormonali come l’acne o per tenere sotto controllo la sindrome dell’ovaio policistico, o ancora per regolare un ciclo mestruale talvolta assente, talvolta troppo abbondante o troppo doloroso. Tuttavia, l’obbligo di prendere la pillola contraccettiva tutti i giorni viene vista da talune donne come una difficoltà nell’uso del mezzo contraccettivo stesso, perché richiede precisione e puntualità, preferendo altri metodi, come l’uso di impianti contraccettivi, ovvero piccoli dispositivi che si inseriscono sotto la cute e che rilasciano in maniera controllata ormoni simili al progesterone. Malgrado sia ancora non molto diffuso in Italia, sicuramente si tratta un metodo più efficace della pillola per chi ha la testa tra le nuvole!

Sebbene il costo della terapia ormonale contraccettiva non sia eccessivo (tra i 10 ed i 20 euro per un ciclo mensile), in alcuni paesi come il Regno Unito essa è totalmente gratuita. Ci sono alcune regioni italiane, come la Puglia e l’Emilia Romagna ad esempio, che distribuiscono contraccettivi non ormonali in maniera gratuita, ponendo però dei vincoli in termini di età e di reddito della richiedente. Dal 2016 l’AIFA ha inserito questo tipo di pillole in fascia C, quindi completamente a carico delle tasche della donna, mentre prima era in fascia A, ovvero a carico del Sistema Sanitario Nazionale.

Purtroppo, anche il classico e diffusissimo preservativo incontra spesso una certa ostilità all’uso, con motivazioni non meglio argomentate come l’affidabilità e le sensazioni percepite durante il rapporto sessuale. Peccato che, ad oggi, l’uso del preservativo è l’unico metodo a disposizione che abbiamo per proteggerci da malattie sessualmente trasmissibili, argomento che pesa quanto quello delle gravidanze indesiderate quando si parla di contraccezione.

Ad ogni modo, il tipo di relazione che si sta affrontando, ovvero occasionale o a lungo termine, e la condivisione della scelta del metodo contraccettivo con il proprio partner sono due fattori determinanti nella gestione di eventuali gravidanze indesiderate e di prevenzione nella diffusione di malattie sessualmente trasmissibili.

La diffusione di informazioni sull’argomento è ancora scarsa in Italia, mentre in altri paesi europei, come ad esempio la Francia, ci sono siti istituzionali, quindi pubblici, che forniscono informazioni chiare e dettagliate affinchè si possa scegliere il metodo contraccettivo migliore per la propria persona.

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La tredicesima puntata verrà pubblicata martedì 2 febbraio.

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11. Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 11)

IGV: fenomenologia di un diritto negato (parte 11)

Verona città pro-life

Con la decisione di tenere il 29-31 marzo 2019 a Verona il 13° Congresso Mondiale delle Famiglie (piattaforma fondata negli Stati Uniti nel 1997, e che comprende diverse associazioni, come ad esempio ProVita Onlus, Generazione famiglia, Comitato difendiamo i nostri figli e Novæ Terræ), questa città diventa la prima in Italia ad essere dichiaratamente pro-life.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 10)

Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 10)

Pro-choice e pro-life

La Chiesa Cattolica, presente da sempre in Italia per ovvie ragioni geografiche, è una (o forse la) delle maggiori sostenitrici e promulgatrici del pensiero pro-life.

All’inizio del secolo, in realtà, la Chiesa era contraria alla presenza di prelati nella politica italiana; con la fondazione del Partito Popolare Italiano nel 1919 ad opera prevalentemente di Don Luigi Sturzo, si inizia a concepire gli insegnamenti cristiani come guida morale per chi si occupa di politica. Da questo momento in poi, la Chiesa ha influenzato pesantemente le decisioni della società laica italiana tramite condanne morali, campagne sui media e nelle parrocchie. Tutto ciò costituiva una sistema capillare di propaganda molto potente, che era in grado di eleggere politici vicino al loro pensiero morale, di concedere lavoro, favori, per poi riscuoterne il prezzo. La firma dei Patti Lateranensi del 1929 ha introdotto l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche; dopo il referendum del 1946, la Chiesa si è introdotta nella vita politica supportando partiti come la Democrazia Cristiana.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 9)

L’obiezione di coscienza

Un recente studio pubblicato sulla rivista Social Science Research da parte di un gruppo di ricercatori dell’Istituto Dondena di Milano mostra come l’alta percentuale di medici obiettori in Italia (pari al 71% nel 2016, con punte dell’85% in alcune regioni) così come quella degli infermieri ed anestesisti (nel 2016 pari a 44% e 49%, rispettivamente) sia fondamentale per la scelta di sottoporsi ad una IVG e se farlo o meno nella propria regione di residenza o addirittura all’estero; inoltre, l’obiezione di coscienza è maggiormente diffusa nelle regioni più povere dell’Italia, concentrate al Sud. Tuttavia, il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) è obbligato a garantire la presenza di medici non obiettori; in caso di loro assenza in una struttura sanitaria, è possibile attuare dei trasferimenti per vedere garantito alla donna il diritto all’IVG.

L’elevata percentuale di medici obiettori va a pesare non solo sulla condizione della donna, ma anche sulle tasche dei cittadini, perché per garantire la presenza di personale medico non obiettore gli ospedali devono assumere a prestazione medici esterni. Ad ogni modo, è difficile avere un’idea chiara della situazione, perché si riscontra una mancanza di collaborazione da parte delle ASL a fornire i dati necessari all’indagine.

Dal punto di vista legislativo l’obiezione di coscienza non esonera il personale medico-sanitario all’assistenza della donna prima e dopo l’IVG; inoltre, lo stesso è obbligato a praticare l’aborto qualora sopraggiungano gravi pericoli di salute e di vita della donna.

La situazione presente in Italia circa gli obiettori di coscienza ha destato preoccupazione da parte della Commissione delle Nazioni Unite sui Diritti Umani e da parte della Commissione Europea per i diritti civili perché proprio la loro elevata percentuale causerebbe la mancanza del diritto alla salute ed alle cure. La percentuale di medici obiettori è aumentata del 12% negli ultimi dieci anni. Ci sono regioni dove il tasso è molto alto, come il Molise, dove addirittura c’è un solo medico non obiettore (Ministero della Salute, 2019), mentre a Trapani il servizio non è più garantito perché l’unico medico non obiettore disponibile è andato in pensione nel 2016.

In Gran Bretagna e Francia si parla del 10% e 7%, mentre in Svezia non ci sono obiettori di coscienza. In alcuni paesi europei, come la Bulgaria, Finlandia e Svezia, l’obiezione di coscienza non è permessa, mentre in Austria, Polonia e Repubblica Ceca l’obiezione è quasi totale, sebbene non ci siano numeri che fotografino il fenomeno per come è nella realtà. Il tasso percentuale di obiettori in Portogallo è dell’80%, quindi più alto di quello italiano. Le elevate percentuali di medici obiettori registrate in Italia rispetto agli altri paesi sin qui citati sono frutto anche del sistema utilizzato per monitorarne il numero: infatti, per definirsi obiettore di coscienza è necessaria una dichiarazione a quella che oggi è l’ATS o ASL, che può essere fornita o cancellata in qualsiasi momento.

A questo proposito è stata attivata una piattaforma denominata Obiezione Respinta il cui scopo è di raccogliere e condividere informazioni sulla diffusione dell’obiezione di coscienza sia in ambito ospedaliero che non (farmacie, consultori), ed anche su quelle strutture dove sono presenti medici obiettori e non.

Ma perché un medico dovrebbe dichiararsi obiettore di coscienza, e quindi rifiutarsi di eseguire IVG? I motivi sono essenzialmente due, il primo è di natura religiosa, ed è frutto del voler sottrarsi al giudizio dell’elevata percentuale di popolazione italiana che si dichiara cattolica. Il secondo motivo è dettato da esigenze di carriera: date le altissime percentuali di medici obiettori, i rimanenti (i non obiettori) dovranno eseguire tutte le richieste di IVG, portando alla non valorizzazione della professione, accentuando la serializzazione degli interventi ed una ripetizione estrema, a scapito di un’esperienza diversificata che rende il medico più esperto nell’affrontare patologie meno frequenti e più difficili da guarire. L’esperienza nell’affrontare casi diversi dal consueto crea un medico più consapevole nell’affrontare situazioni non ordinarie e patologie difficili da diagnosticare.

Come conseguenza dell’alto numero di medici obiettori, il carico di lavoro relativo ai medici non obiettori sarà molto elevato, e ciò avrà ripercussioni forti sui tempi di attesa per sottoporsi ad un’IVG. Tuttavia, nel 2012 la Commissione Italiana Nazionale per la Bioetica ha affermato che i tempi di attesa non possono essere collegati solo al numero di obiettori, ma bensì anche alla disorganizzazione dei singoli sistemi sanitari regionali. Di simile parere è il Ministero della Salute, che nel 2013, in occasione della presentazione del report annuale dei dati sull’aborto, ha evidenziato come il numero di IVG fosse in calo, nonostante l’alta percentuale di obiettori di coscienza. Questa discrepanza è presto spiegata con i diversi metodi di analisi dei dati utilizzati dai diversi enti. Rimane quindi confermato il problema degli obiettori di coscienza sia sui tempi di attesa per l’IVG, sia per il carico di lavoro dei medici non obiettori.

In aggiunta a ciò che è stato detto fino ad ora, c’è il rischio che, nell’eventualità in cui il medico non obiettore muoia o vada in pensione, non è detto che quella persona venga rimpiazzata da un altro/a non obiettore, cosa che porterebbe alla cessazione di quel minimo servizio presente fino a quel momento (vedi i casi del Molise e di Trapani).

Il diritto ad avere l’accesso all’IVG, cosi come l’obiezione di coscienza, sono due diritti umani che non vanno in nessuno caso limitati, ma è necessario spendersi affinché l’attuazione dell’uno non ostacoli quello dell’altro.

Inutile dire che sugli obiettori di coscienza hanno un enorme peso le affermazioni di rappresentanti della Chiesa Cattolica, in particolare di Papa Paolo VI, sul soglio pontificio dal 1963 al 1978, che minacciò i medici di scomunica qualora non si fossero dichiarati obiettori, scomunica che rappresentava per l’epoca una vera e propria estromissione da ogni cerchia sociale, perché la religione era ancora un aspetto della vita molto diffuso nella società.

Inoltre, nell’enciclica Evangelium Vitae pubblicata nel 1995,  Papa Giovanni Paolo II scrisse: “Dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave in quanto uccisione deliberata di un essere innocente. (…) Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa e proclamata dalla Chiesa”.

Nemmeno il riformatore Papa Francesco si è tirato indietro dal condannare l’aborto, paragonandolo all’uccisione di una persona ingaggiando un sicario. La tematica dell’aborto ha quindi diviso la società in due parti: coloro che sostengono questa pratica intesa come esecuzione della volontà della donna (pro-choice) e coloro che invece vorrebbero eliminare l’aborto (pro-life). 

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La decima puntata verrà pubblicata martedì 12 gennaio, dopo la pausa invernale.

Autrice: Annarita N.
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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 8)

Alcuni dati sull’aborto V: procedure mediche

Le procedure mediche di IGV possono essere di tipo chirurgico o di tipo farmacologico.

Per le procedure di tipo chirurgico, si tratta nella maggior parte dei casi di interventi programmati, ma nel 15% di casi dal 2010 al 2018 si è trattato di interventi di urgenza (dato in lieve aumento), cioè di interventi effettuati per salvaguardare non solo la salute, ma la vita della donna-paziente. Nel 5% dei casi totali è stata segnalata la presenza di malformazioni fetali (nello stesso periodo).

I metodi chirurgici utilizzati sono il raschiamento e l’isterosuzione (metodo di Karman); nel primo, con uno strumento che assomiglia ad un cucchiaio si va a pulire, a raschiare l’utero, mentre nel secondo si utilizza una sorta di cannuccia per aspirare in contenuto della cavità uterina. In entrambi i casi è generalmente necessario fare ricorso ad un ricovero in ospedale e ad un’anestesia generale.

Altro metodo è l’uso della pillola abortiva RU-486 (nome che aveva la stessa durante le fasi di sperimentazione). Il principio attivo in essa contenuto è il mifepristone, il cui ruolo è inibire lo sviluppo dell’embrione, provocandone il distacco con conseguente eliminazione della mucosa uterina; in pratica, si ha quello che succede durante un normalissimo ciclo mestruale. In alcuni casi, a due settimane dall’assunzione del mifepristone, potrebbe essere necessario assumere delle prostaglandine, che provocando delle contrazioni uterine, favoriscono l’eliminazione dell’embrione e della mucosa.

I dati raccolti dall’ISTAT (vedi Figura 1 e Figura 2) mostrano che il metodo di Karman è ancora la tecnica più utilizzata per l’aborto, sebbene gli IGV praticati in questo modo siano in diminuzione; ne consegue che anche il numero di anestesie generali praticate in questo ambito sono in diminuzione. Al contrario, tutto ciò che è legato all’uso della RU-486 è in leggero aumento.

Figura 1. Tipo di intervento praticato per un’IGV.
Figura 2. Terapia antalgica.

Introdotta in Italia nel 2009, la pillola abortiva RU-486 permette di snellire dal punto di vista burocratico la procedura di accesso all’IGV, in quanto potrebbe essere eseguita in totale autonomia, sempre sotto controllo medico, come già avviene in molti paesi europei (in Italia non è ancora possibile); in fin dei conti, si tratta dell’assunzione di una pillola. Ciò permetterebbe meno ripercussioni fisiche e psicologiche sulla donna e permetterebbe di evitare un ricovero di tre giorni necessario con procedure di tipo chirurgico di IGV, con un conseguente risparmio da parte del Sistema Sanitario Nazionale. Ad oggi, però, questa forma di IGV la si può praticare soltanto in ospedale.

Bisogna segnalare, però, che un piccolo passo in avanti c’è stato l’8 agosto 2020, quando il Ministro della Salute ha approvato le nuove linee guida per la somministrazione della RU-486: non è più necessario il ricovero di tre giorni, ma potrà essere somministrata in day hospital.

In Finlandia il 98% degli aborti avviene grazie alla RU-486, mentre in Francia ed in Portogallo si parla del 60% e 70%. In Italia, la percentuale di aborti praticati per via farmacologica si aggira intorno al 20%. Non c’è dubbio che questi numeri confermino che in Italia c’è una netta volontà di non lasciare libere le donne di scegliere per loro il male minore, una scelta molto difficile da prendere dal punto di vista psicologico. Una fonte di questo problema è senza dubbio la forte presenza del personale obiettore all’interno delle strutture pubbliche che praticano IGV.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 7)

Alcuni dati sull’aborto IV: provenienza geografica

La pratica dell’aborto non è relegabile all’interno di una sola appartenenza geografica (vedi Figura 1).

Nel 2010 le donne non italiane che si sono sottoposte ad IGV provenivano da paesi europei, ed erano in numero quasi doppio rispetto a donne provenienti dal continente africano, dall’Asia o dall’America centro-meridionale. Al 2018, la situazione risulta essere leggermente diversa: le IGV di donne provenienti dall’Unione Europea sono diminuite in maniera sensibile, mentre il resto dei numeri è rimasto, entro un certo limite, costante.

Figura 1. Provenienza geografica delle donne non residenti in Italia che si sottopongono ad IGV.

Un importante dato emerge quando vengono considerati i singoli paesi di provenienza di queste donne, piuttosto che l’area geografica/continente (vedi Figura 2). Seppur in diminuzione (e questo, come sappiamo, non sempre è un dato positivo), si osserva una netta prevalenza di donne provenienti dalla Romania che in Italia si sottopongono ad IGV; infatti, quella romena rappresenta la comunità straniera più diffusa in Italia, con 1207919 persone residenti in Italia, circa il 23% della popolazione straniera con residenza in Italia (al 1 gennaio 2020, Dati ISTAT).

Figura 2. Paese di provenienza di donne non residenti in Italia
che si sono sottoposte ad IGV nel periodo 2010-2018.

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La settima puntata verrà pubblicata martedì 15 dicembre.

Autrice: Annarita N.
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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 6)

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Alcuni dati sull’aborto III: turismo sanitario e consultori

L’analisi dei numeri su base regionale mostra che molte donne hanno la necessità di spostarsi dalla propria regione di residenza per poter abortire, contribuendo in maniera considerevole al turismo sanitario.

Le cause di questo fenomeno sono essenzialmente due.

La prima è legata alle differenze del servizio sanitario tra le varie regioni, sia in termini di quantità che di qualità di servizi offerti al cittadino, cosa che tra l’altro fa emergere una prima limitazione del federalismo sanitario. Chi vuole abortire viene chiaramente ostacolato: infatti, i reparti dove vengono eseguite le IGV sono gli stessi dove le donne partoriscono (ostetricia e ginecologia), ma in questi casi il turismo sanitario non ha lo stesso trend dell’IGV.

I consultori, luoghi appartenenti al servizio sanitario regionale dove la donna dovrebbe ricevere informazioni sulla gravidanza e sulla sua interruzione, sono stati progressivamente depotenziati, con un consultorio presente ogni 40000 abitanti. A questo si deve aggiungere un calo costante del personale, linee guida non chiare e diverse da regione a regione. Tutto ciò contribuisce ad abbassare la qualità del servizio offerto.

In Lombardia sono 33 i consultori dichiarati, 12 di questi sono privati e 10 sono gestiti da associazioni cattoliche: in questo modo la neutralità dell’informazione non viene assolutamente garantita. Nel Lazio, sotto il nome di consultori sono stati accorpati anche centri di salute mentale, centri vaccinali e centri per disabili adulti, portando ad un aumento non veritiero del numero di consultori intesi come centro di informazioni per la salute femminile.

I servizi dovrebbero essere gratuiti, invece Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna hanno iniziato a far pagare il ticket per poter usufruire delle prestazioni.

Il depotenziamento dei consultori rientra in un quadro più ampio di ridimensione di servizi sanitari che portano poco profitto; il problema è che il servizio dei consultori non è monetizzabile, perché deve fornire supporto ed informazioni, quindi si tratta di luoghi che non possono e non devono rientrare in statistiche di tipo economico.

Un altro importante fattore che contribuisce all’aumento del turismo sanitario in relazione all’IGV è di carattere culturale: infatti, in alcune località prevalentemente del Sud, la scelta di sottoporsi ad un aborto può non essere vista di buon occhio, perché va a scontrarsi con alcuni principi fondamentali della religione cattolica.

Ed ecco, allora, che per mantenere la propria privacy lontana da occhi indiscreti e poco rispettosi, la donna è costretta ad abortire al di fuori dei propri confini cittadini o regionali, cosa che viene facilitata se la donna risiede ai confini con un’altra regione italiana.

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