Regalateci arte, non mimose!

Cinque pittrici per l’otto marzo

Presupposto di queste brevi presentazioni è un regalo che mi ha fatto un’amica carissima, che si chiama Patrizia. Un dono inaspettato perché spontaneo e non legato ad un’occasione particolare. Graditissimo, in primo luogo perché regalo suo, e poi perché -naturalmente- un libro. Si intitola Le disobbedienti. Storie di sei donne che hanno cambiato l’arte, ed è stato pubblicato da Mondadori nel marzo 2019, esattamente un anno fa. La sua autrice, Elisabetta Rasy, è una giornalista, scrittrice e saggista romana: è riuscita nel difficile compito di dare voce a sei protagoniste della storia dell’arte, profondamente diverse tra loro per ragioni cronologiche e personali. Senza il pensiero e l’intelligenza di Patrizia, il mio contributo avrebbe avuto un sapore diverso.

ARTEMISIA. CORAGGIO.

Artemisia Gentileschi, Autoritratto come suonatrice di liuto, 1615-1617

Sopravvive alla morte della madre, scomparsa quando aveva solo dodici anni. Sopravvive allo stupro subito dal pittore Agostino Tassi,  amico del padre e suo maestro di prospettiva. Sopravvive ai crudelissimi metodi inquisitori del Tribunale, che per provare la sua verginità precedente allo stupro la sottopongono a pesanti torture. Artemisia Gentileschi è un’eroina forte e tenace: pittrice di talento, non solo si afferma nei generi considerati minori e adatti alle donne (nature morte, paesaggi, ritratti), ma affronta anche la pittura “alta”, riservata agli uomini, da vera professionista. Sarebbe riduttivo considerare la sua opera come riscatto o sublimazione dalle violenze subite: essa, infatti, ha una potenza e una poesia che vanno oltre la vicenda biografica. In uno dei suoi più celebri autoritratti, Artemisia si raffigura nelle vesti di una suonatrice di liuto. Le sue forme, avvolte da tessuti preziosi, sono generose e morbide, mentre l’espressione è attenta e concentrata. Ne risulta un’immagine di grande sensualità, che ci affascina ancora a distanza di quattrocento anni.

ELISABETH. TENACIA.

Elisabeth Le Brun, Ritratto di Isabella Teotochi Albrizzi, 1792

[Un ringraziamento particolare a Giovanni Truglia per la segnalazione e il materiale, preziosissimi!]

L’amore per l’arte e il talento di Elisabeth Louise Vigée Le Brun sono un’eredità di suo padre, appassionato pastellista. A quindici anni riceve già i primi riconoscimenti, che le aprono le porte dell’alta società del tempo: ottiene il favore persino della regina Maria Antonietta, e ospita nella sua abitazione un vivace salotto letterario. I suoi ritratti sono richiestissimi e le fonti la descrivono come una lavoratrice tenace e infaticabile. Tutto l’opposto del marito, un mercante d’arte spregiudicato e sregolato, che sperpererà tutti i suoi beni. Tra le donne più affascinanti ritratte da Elisabeth non può essere dimenticata Isabella Teotochi Albrizzi, animatrice di uno dei cenacoli culturali più vivaci di Venezia, frequentato anche da Foscolo, Goethe e Canova. Curioso è il racconto che l’artista fa del suo incontro con Isabella:

Per me fu un vero piacere dipingere quella bella donna, dalla fisionomia così particolare. […] Era una donna gradevole e arguta. La stessa sera ella mi propose di condurmi al caffè, un’offerta che mi sorprese non poco, non conoscendo io l’uso del luogo; ma lo fui ancora di più quando mi disse “Non avete un amico che vi accompagni?” Risposi che ero venuta da sola con mia figlia e la sua governante. “Allora”, riprese, “è necessario abbiate almeno l’aria di averne uno; vi cederò Monsieur Denon, che vi darà il braccio, io andrò sotto braccio a qualcun altro; penseranno che abbiamo litigato; la cosa durerà per tutto il tempo che starete qui; non potete infatti andare in giro senza un amico.”

BERTHE. IRREQUIETEZZA.

Berthe Morisot, Giovane donna in tenuta da ballo, 1879

Immaginate l’infanzia e l’adolescenza di Berthe Morisot con il sorriso e un pizzico di poesia. Insieme alle sorelle Edma e Yves, riceve lezioni private di pittura nel giardino di casa, dove i suoi genitori hanno allestito un vero e proprio atelier. Pronipote di Fragonard, allieva di Corot, amica e cognata di Manet, ha legami con alcuni tra i più celebri artisti del suo tempo. Grande sperimentatrice, alla continua ricerca di soluzioni innovative, è la prima donna a sfidare la pittura convenzionale e accademica. Dipinge soprattutto ambienti con donne e bambini, nei quali indaga stati d’animo e sensazioni dei personaggi, con una sensibilità davvero fuori dal comune. Le sue scene sono essenziali e le forme subordinate al colore, steso con pennellate nervose e veloci e capace di riprodurre trasparenze e riflessi. In questo dipinto, Berthe ritrae una giovane donna in abito da ballo; il suo sguardo, curioso e attento, si spinge oltre lo spazio pittorico e conferisce alla scena un senso di vivace naturalezza, quasi da istantanea fotografica. Bellissima è la vegetazione rappresentata sullo sfondo, i cui colori si riflettono sull’abito della donna: una scelta, questa, che dichiara apertamente l’adesione della pittrice alla corrente impressionista.

SUZANNE. RIBELLIONE.

Suzanne Valadon, La camera blu, 1923

Padre ignoto, madre alcolizzata. Marie-Clémentine Valadon inizia a lavorare all’età di soli nove anni: fa la sarta, la cameriera, la fiorista, la pasticciera e persino l’acrobata, una professione che si addice perfettamente al suo temperamento vivace e ribelle. Costretta a rinunciare al circo dopo una brutta caduta, inizia a posare come modella per gli artisti di Montmartre, dove vive insieme alla madre. Il suo corpo attraente, le sopracciglia folte, lo sguardo intenso la rendono la musa ideale (e in alcuni casi, l’amante) di pittori come Auguste Renoir, Edgar Degas, Henri Toulouse-Lautrec. All’età di soli diciotto anni diventa ragazza madre del pittore Maurice Utrillo, i cui problemi psichiatrici sono causati probabilmente dalla nonna, che per placare le sue crisi epilettiche gli somministra alcolici. Soprannominata “Suzanne” da Toulouse-Lautrec per il suo fascino irresistibile (che a lui ricorda quello della Susanna biblica), si avvicina presto alla pittura come autodidatta, con risultati tutt’altro che banali. Lo testimonia questo autoritratto del 1923, in cui Suzanne si raffigura come una Venere allungata, ma con un pigiama a righe, la sigaretta in bocca, i libri abbandonati sul letto. Un’opera che ci introduce alla solitudine femminile, senza abbellimenti e con una schiettezza sincera e audace.

CHARLOTTE. RESISTENZA.

Charlotte Salomon, Vita? O teatro?, 1943

Per Charlotte Salomon, nata nel 1917 da genitori entrambi ebrei e orfana di madre a soli nove anni, l’arte è salvezza e rifugio. Quando a ventidue anni scopre che sua madre è morta lanciandosi da una finestra e non -come le hanno raccontato- per una grave malattia, e che molte altre donne della sua famiglia, tra cui la zia e la nonna, hanno tentato il suicidio, teme davvero di perdere la ragione. Inizia così a dipingere con un’energia instancabile; in meno di due anni realizza una raccolta di circa ottocento immagini dal titolo Vita? O teatro?, in cui ripercorre tutta la sua esistenza. Vita? O teatro? è come un immenso graphic novel, in cui si fondono pittura, musica, teatro, racconto; un lavoro che riempie il grande vuoto interiore di Charlotte, e che le permette di ricominciare a vivere. La sua serenità però ha breve durata: nel 1943 l’artista, incinta di due mesi, viene catturata e portata in un campo di concentramento; il giorno stesso dell’arresto finisce in camera a gas. Ha ventisei anni. Ma la sua opera sopravvive: messa in salvo da un’amica americana, viene consegnata ai suoi familiari dopo la guerra; oggi è conservata al Museo Storico Ebraico di Amsterdam. La ricordiamo qui con una delle sue immagini più significative, che testimonia, con i suoi colori vivaci e la composizione vibrante, la bellezza e il potere dell’arte, capace di sopravvivere anche ai peggiori orrori della guerra.