Capitolo 11.1 – I Natali del Re

O di come si racconta che Pidaar sia nato e arrivato a Vaffambaffola

Dove eravamo rimasti: Cicciomede fa ritorno a Vaffambaffola per essere insignito del titolo di Sommo Poeta per l’opera svolta sotto il regno di Pidaar l’Eccelso, che ha preceduto l’avvento Repubblica. Dopo essere stato accolto a palazzo con quasi tutti gli onori del caso, sotto la guida, o meglio, sotto la dettatura di Mastro Tesia di Nido, Ministro delle Arti e dei Mestieri, comincia la nuova stesura della sua opera più celebre andata perduta, la Pidaarica Historia, che però non sembra coincidere troppo con l’originale…

elle antiche terre di Usma, sul monte Miedo, Mitri e Ghali, il Caldo e il Freddo, capostipiti degli dèi, si mescolarono tra loro provocando la tempesta più terribile che il mondo abbia mai conosciuto.
Dall’occhio del ciclone, oltre alla morte e alla devastazione, nacque Pidaar, “Colui che custodisce”.

– Colui che custodisce?
– Silenzio!
– Siamo sicuri che sia proprio cos…
– Taci e seguita a scrivere, scrivano!
– Io sarei l’autore, ma va bene… scriviamo…

Il bambinetto, nato dalla tempesta, era destinato a reggere le umane sorti, succedendo ai suoi due padri a capo della schiera degli dèi del Miedo.
Fatto che fece ingelosire Zama e Puttr, il Dentro e il Fuori, i guardiani del cancello, destinati a sorvegliare in eterno il sacro accesso ai piedi della montagna sacra.
“Perché?” chiesero ai loro progenitori, in seguito alla designazione di Pidaar come successore, “Perché lui e non noi, che siamo nati prima e abbiamo divinità da vendere?”
Ma le ragioni degli dèi sono imperscrutabili a noi mortali e spesso anche agli dèi stessi.
Ciò che era deciso era legge.
“Occupatevi dei cancelli, voi, che c’è sempre un gran viavai”.
Tornati al loro compito, Zama e Puttr, non lasciarono trascorrere nemmeno un istante senza pensare a come togliere di mezzo l’odiato fratello.

– A me Pidaar non ha mai raccontato questa storia.
– Ma certo, sciocco! Come potevi tu comprendere un mistero divino come questo?
– In effetti non lo capisco, anche perché non sapevo che il re fosse…
– … un dio? Eh Eh, pensaci, o scrivano, e vedi che molte cose si spiegano alla luce di ciò che ti sto rivelando.
– Uhm, in effetti ora è tutto più chiaro, ma non saprei proprio…
– Come potresti, umile poeta?
– Ma non ero “il Sommo” fino a qualche minuto fa?
– Lo diventerai quando avrai terminato la tua più grande opera. Ora scrivi!

Le loro malvagie macchinazioni prevedevano usi e modalità per niente degne di un dio e videro il loro culmine nel legare il fanciullo bendato in groppa a un montone impazzito in corsa verso le pendici del monte.
Ma il Prediletto trovava sempre la via del ritorno. Egli era un semidio, ed era “semi” solo perché era nato dalla tempesta, che di per sé portava morte e sgomento, motivo per cui non poté godere dell’immortalità pura.
In compenso aveva un ottimo senso dell’orientamento, e fece ritorno a casa quella sera stessa, tra il disappunto di Zama e di Puttr.

Le divinità invidiose attesero che Pidaar si facesse adulto, prima di trovare il modo di eliminarlo definitivamente. Capirono che colpirlo nel corpo era inutile. Dovevano, piuttosto, rivolgere la propria attenzione verso l’oggetto alla cui custodia era destinato: la Pietra di Mieduro.
La Pietra, originaria delle viscere del monte Miedo, era lo strumento con cui gli dèi infondevano la paura negli esseri viventi per sottometterli al proprio volere, o, quanto meno, per scongiurare in loro qualsiasi tipo di “volere”.
Con uno stratagemma, Zama e Puttr attirarono Pidaar lontano dalla teca sacra e si impadronirono della roccia.
Mitri e Ghali, di ritorno da una festa patronale, restarono sgomenti di fronte al triste spettacolo che trovarono: la teca sguarnita del suo prezioso contenuto.
Attesero sull’uscio undici giorni e undici notti, finché l’eletto non si presentò allo stremo delle forze. Quando gli chiesero spiegazioni, Egli ammise di essere venuto a conoscenza di un convivio orgiastico nella sacra foresta di Usma ove si era intrattenuto fino a quel momento.
Gli dèi, adirati, lo privarono della sua metà immortale e lo condannarono seduta stante all’esilio eterno, finché non avesse ritrovato la Pietra e non l’avesse rimessa al suo posto.

Da quel momento in poi Egli assunse il titolo di Pidaar, ovvero “Colui che cerca”.

FINE DELLA PRIMA PARTE

La memoria perduta

Dove eravamo rimasti: Frido e Lon raggiungono, dietro consiglio di Morgana e del Diario, la vecchia stazione di posta ormai dismessa, dove vive Edgardo del Crisantemo, un vecchio amico di Pidaar, che mostra loro alcune bozze originali della Pidaarica Historia, scartate o dimenticate lì dal suo autore, Cicciomede. Edgardo, detto Ed, gli svela in che modo Pidaar aveva convinto l’intero villaggio ad accettarlo come sovrano: aveva promesso loro l’immortalità e gli aveva fatto dono dell’inchiostro per ottenerla.

– Capite perché è così importante che voi troviate le bozze originali? – chiede Edgardo a fratello e sorella, occupati a rimettersi a posto la mascella, in seguito allo stupore per la storia dell’inchiostro.
– Veramente no! – ammette Frido con uno sbuffo rassegnato.
Edgardo si alza in piedi in un accesso di disperazione. Si avvicina al ciuco, ne accarezza la criniera.
– La gente sta dimenticando a poco a poco tutto quello che è successo negli ultimi anni e, senza il resoconto originale e in mancanza del re, la Repubblica racconta la storia come meglio gli aggrada.
– Cosa c’è che non va nella storia della Repubblica? – chiede Lon accigliata.
– Niente, a parte il fatto che non è vera. E se non si racconta la Storia vera, rischiamo di dimenticare chi siamo – dice Ed cominciando a tremare.
– E chi siamo? – incalza ancora Lon.
– Proprio così… – l’omino canuto abbassa la testa sul petto con un sospiro, poi la rialza di scatto ed emette un urlo agghiacciante, – Andate a cercare quelle bozze, subito!

Spalanca la porta (ammesso che ce ne fosse bisogno) aiuta Frido a caricare le poche cose che li possano aiutare per il viaggio, compreso il plico di fogli contenenti le bozze, e in un impeto di entusiasmo che nemmeno lui si aspettava li abbraccia entrambi.
– E di questo, cosa ne facciamo? – domanda Frido indicando il Diario.
– Giusto, me ne stavo dimenticando. Dai un po’ qua! – Ed afferra il Diario, lo apre a una pagina a caso, intinge il pennino nel calamaio appeso al collo di Lon e scrive in fretta qualcosa.
Lo richiude con un tonfo e lo consegna alla ragazza.
– Ora potete andare – dice con un sospiro di sollievo e una smorfia che nelle intenzioni dovrebbe essere un sorriso.

Contadino, sorella e carretto si allontanano cigolando. Lon, in cima alle masserizie caricate sul carro osserva allontanarsi quella figura di omino smunto che la saluta mentre accarezza quella figura di asino smunto. “Dovrebbero nutrirsi meglio”, pensa. Poi apre il diario alla pagina dove Ed aveva scritto:

Sono andati, non temere!

In lontananza si ode il raglio disperato del ciuco: è un monito. Da quel momento in poi le cose si sarebbero affatto complicate.
Ma Frido e Lon non comprendono il ciuchese, a differenza di Edgardo, che lo conosce molto bene. Accarezzando l’asino dolcemente, gli sussurra all’orecchio:
– Non preoccuparti, se la caveranno.
Poi strappa un ciuffetto di margherite, ne dà metà al ciugo, l’altra metà se la ficca in bocca e inizia a masticare.

 Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco Lupo

#1 – L’ultima scena

SCENE DA UNA TAVERNA

Vaffambaffola Chronicles Spin Off
(Discorsi surreali e un pasto caldo)

Era una sera come tante, qui, alla Taverna. Fumo di brace, odore di bruciato, imprecazioni provenienti da dietro il bancone, cori, accenni di risse. Forse appena più tranquilla delle altre sere, a dire il vero. Clodoveo aveva scampanato per l’ultimo giro, “o la campana ve la suono in testa” aveva aggiunto, e prese a soffiare sui lumi per lasciare il posto al primo e timido chiarore dell’alba. Stava per spegnere le candele dell’insegna, quando qualcosa sbucò dalla boscaglia provocandogli un grosso spavento e, di conseguenza, provocandosi un grosso occhio nero. Aveva un occhio, forse anche due, non era qualcosa, era un essere. Umano, per di più, come potè constatare Clod aiutandolo a rialzarsi, e proprio uno di quelli goffamente bardati di fronzoli e ricami dalla testa ai piedi. Insomma un messo reale. Anzi, il messo reale: Mausolo, Mausolo del Ficodindia.

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Capitolo 10 – Di come si diventa immortali

Cronache di Vaffambaffola - Cap. 10

Riassunto dei capitoli precedenti

C’è grande fermento a Vaffambaffola: il vecchio poeta di corte sotto il regno di Pidaar il Magnifico torna a casa dopo anni di esilio per essere insignito dell’alloro alla carriera dal governo dell’attuale Seriosissima Repubblica. Intanto, i contadini Frido e Lon, che lo hanno incontrato lungo il cammino ma non hanno idea di chi sia, ma si trovano coinvolti, loro malgrado, nella ricerca della sua opera omnia, che potrebbe svelare molti capitoli della storia di Vaffambaffola e delle cose strane che vi accadono negli ultimi anni.

Capitoli precedenti: clicca qui –

Cavoli e camomille.

Seriosissima Repubblica di Vaffambaffola e Limitrofe
IV di Seminato Anno 30 E.d.P. (Era di Pidaar)
Alla vecchia stazione di Posta.

Edgardo del Crisantemo se ne sta ad aspettare a bocca ed occhi spalancati, come un piccolo di condor spelacchiato e spigoloso che aspetta il ritorno del genitore condor per essere sfamato.

Frido esce dal casotto per attingere alle riserve del carretto e quello che trova e un ciuco smunto con il lungo muso ficcato tra la verdura di stagione.

– Strano! – mugugna Edgardo con aria sorpresa – E’ da anni che non lo vedo mangiare qualcosa che non siano fiori di camomilla.

In un accesso di gioia inaspettato, descrive nei minimi dettagli come abbia imparato a selezionare i fiori, piantarli, coltivarli, raccoglierli, essiccarli e renderli un ottimo alimento, e anche l’unico, per l’asino, è un’eccellente infusione per sé.

Fa una pausa pesante di pensieri e la gioia fugge via improvvisa come era venuta.

– A quanto pare i vostri cavoli non gli dispiacciono affatto.

Lon, che con tacito stupore di Frido aveva seguito la scena in assoluto silenzio, d’un tratto afferra Edgardo per un polso: – Ci vuoi spiegare una buona volta che MitriGhali sta succedendo?

Frido si sorprende di quel comportamento. Non è da Lon. O meglio, è da Lon l’impeto, non la preoccupazione, la quale, invece, avrebbe caratterizzato lui.

‘Buon sangue non mente’, pensa, prima di apostrofare la sorella:

– Ti sembra il modo di comportarti con una persona più… insomma… con una maggiore…

– Intendi dire più vecchia? – Lon finisce la frase.

– Con più esperienza di te, intendo, per Mitri. Non credevo di aver cresciuto una maleducata.

– Cresciuto? E per chi mi hai preso, per una delle piantine del tuo orto? Mi hai forse innaffiato i piedi? Potato i capelli? Hai mai visto fuoriuscire dal mio corpo qualche specie di frutto o i fiori dalle orecchie?

– Bè, a dire il vero sì – ammette Frido in tono sincero – Una volta hai prodotto un me…Lon! – e sbotta in una risata che fa rimbombare in modo preoccupante il legno della baracca.

Mentre il fratello è preso dalle sue ilari convulsioni, Lon nota con la coda dell’occhio che Edgardo cerca ovunque un posto dove nascondere la faccia paonazza dall’imbarazzo. Non lo trova e decide di farla penzolare sul petto come un medaglione di corallo.

– In ogni caso le chiedo scusa, signor Crisantemo – Lon gli sfiora il braccio con la mano.

– Chiamami Edgardo, o Ed, se preferisci – dice Ed rialzando la testa di scatto, – e non preoccuparti, capisco che tu abbia voglia di saperne di più almeno quanta ne ho io di dimenticare. Purtroppo non sono stato esposto per abbastanza tempo a quell’affare.

– Che affare?

– Niente, lascia perdere. Date un’occhiata a questo, piuttosto.

La Pidaarica Historia

Afferra la pila di scartoffie che aveva rilegato alla buona con pezzi di spago sfilacciato (vedi cap.9) e la mette sotto il naso della ragazza.

Frido è tornato in sé, alle prese con le verdure e il calderone. Tende l’orecchio e prova a non perdersi una parola.

– Queste sono alcune delle pagine della Pidaarica Historia, immensa opera che descrive e narra le vicende di Vaffambaffola durante il Regno di Pidaar il Duraturo prima che scomparisse. E per essere più precisi, si tratta delle scartoffie appallottolate di cui Cicciomede, il poeta di corte che sta per essere proclamato Sommo, non era soddisfatto e che ha riscritto, a volte anche solo per una virgola messa male.

– Ma non bastava cancellare e riscrivere? – chiede Frido iniziando a lacrimare per le cipolle, o per un residuo di risata, non lo sapremo mai.

– Non scherzare! – risponde severo Ed – Il nostro bardo era un professionista. Cercava la perfezione in tutto, puntiglioso fino allo sfinimento.

Tace portandosi la mano al mento per riflettere.

– Un vero artista – sottolinea, scuotendo la testa su e giù.

– E poi era tutto quello che avevamo – aggiunge.

– Bisognava accontentarsi – conclude.

La faccia riemerge dalla mano pensierosa: – Voi lo sapete come è diventato scrivano di corte?

La faccia si contrae in un ghigno che a Lon sembra una smorfia di dolore, ma poi capisce che in realtà si tratta di un sorriso malinconico.

Fratello e sorella fanno di no con la testa.

– E’ quasi tutto scritto qui, leggete! – riprende afferrando il plico di fogli – Leggete! È importante che voi sappiate come è andata e forse capirete perché siete arrivati fin qui.

– Ma nooo… – interviene Frido con suffucienza – noi stiamo solo scappando verso Chissàdove per Chissaqualemotivo, nessun mistero.

Edgardo gli lancia una rapida occhiata carica d’inverno, scioglie le legature di cordino di canapa e porge il primo foglio a Lon. Nelle sua mani il foglio si srotola come una tovaglia piena di briciole. È una lunga pergamena. La ragazza monta in piedi sul tavolo e comincia a leggere ad alta voce:

Argomento e invocazione

Cantami, o Diva! Narrami, o Musa!
In ordine di tempo o alla rinfusa,
della venuta, i motti, le gesta,
per non parlare dei canti di festa,
del grande Pidaar: l’audace sovrano
che giunse a noi in un tempo lontano,
dopo aver a lungo smarrito la via
in cerca di meta e di compagnia.
Era il nostro un villaggio modesto,
la donna libera e l’omo onesto.
Niente soprusi, abusi o contusi,
a subir o mandar non eravam usi.
Ciascun colla propria sapienza e mestiere,
nessun fanfaròn la dava a noi a bere,
seppur non mancassero intrighi e combutte:
i nasi degli uni, negli affari di tutte.
Ma venne un Beldì che fe’ la comparsa
(in sella a un montone, con la faccia arsa)
su la piazza grande del nostro villaggio
colui che fu detto Pidaar il Saggio,
ché comprendendo le nostre usanze
volle restare e incominciare le danze.
Un unico dubbio incupiva il messere:
“Là fuor v’è qualcuno che brama il potere!
Su Vaffambaffola squillan le trombe
di una sanguinaria falange che incombe!”
Ma la soluzione avea pronta il Degno:
fare di noi un Ducato o un Regno.
Con tanto di leggi, di tasse, di corte,
di guardie reali, di pena di morte.
Purché si sapesse (seppure per gioco)
che la sua gente avea già il suo giogo.
Villane e villani, scrutandosi in viso,
sapevan che c’era un che d’impreciso.
Tuttavia l’uomo sembrò sì sincero,
ch’ad essere un regno giuocammo davvero.
La vita ordinaria rimase la stessa,
ma il sarto era Duca, la mugnaia Contessa.
Del resto, vicende, avventure e gloria
conterò a suo tempo in codesta Historia.
Può essere che in fondo abbiate ‘l disio
di saper di preciso qual voce son io.
Solo uno in più quel dì ‘n mezzo alla folla
che mira la scena, stupisce, barcolla.
E quando rinvenni, il sovrano sì forte,
fece di me il suo poeta di corte.
Per cui accade che a chi me lo chiede,
rispondo: “il mio nome l’è Cicciomede”.

Il dono

– Ora sì che è tutto chiaro – sogghigna Frido, sfogliando un cavolo, anche se lì non c’è scritto nulla.

– Se fossi in te non riderei tanto… – gli risponde Edgardo con il suo cordiale tono da oltretomba.

– …Quel giorno c’eri anche tu, sulle enormi spalle di tuo padre, mentre tua madre brandiva la falce, pronta a scagliarla verso il nuovo venuto.

– T… tu conoscevi i nostri genitori? – domanda Frido mollando cavolo e coltello.

– Ci conoscevamo tutti a Vaffambaffola a quei tempi. A dire il vero conoscevamo il passato di ogni famiglia, passante o nuova arrivata. Eravamo dei begli impiccioni, ma eravamo uniti.

Ed si appoggia allo schienale della seggiola impagliata che squittisce di fatica con lo sguardo immerso nel vuoto.

– Solo di Lui non sapevamo nulla. – continua – Né da dove venisse. Né quale fosse il suo passato. Non sappiamo nemmeno dov’è ora e perché ci ha abbandonato. Ci siamo semplicemente fidati. Ditemi – le perle vacue dei suoi occhi si posano smarrite sui volti di Frido e Lon – Dovremmo essere biasimati per questo?

– Bè sì! – risponde Lon senza riflettere.

Edgardo ha un sussulto.

Frido ha un sussulto.

Lon getta a terra la pergamena e punta il dito verso la fronte pallida del vecchio.

– Inutile che fai quella faccia da scoiattolo truffato. Come vi è saltato in mente di fare vostro re un tale arrivato da chissà dove, che vi mette in guardia da chissà quale pericolo e vi governa per vent’anni prima di lasciarvi in balia di… in balia di…

Lon aggrotta la fronte e inclina la testa leggermente a destra:

– In balia di chi vi ha lasciato, esattamente? Perché lo rimpiangete così tanto?

– Vedi – le risponde Ed, che ha ritrovato una specie di pace temporanea dai suoi tormenti – E’ proprio per questo che è importante che voi sappiate. – Indica il malloppo di fogli sul tavolo – E poi… – fa un gesto vago con la mano come a soppesare un sacchetto di mandorle – ci fece un’offerta che non potevamo rifiutare.

– Ah si? E quale? – chiede Frido sfilandosi la punta del coltello dal collo del piede.

– In cambio della sua nomina a sovrano di Vaffambaffola, quello che voi chiamate ‘tale’ ci promise in cambio ciò che tutti vorrebbero e cercano di ottenere con ogni mezzo.

– La zuppa di cavolo e patate della Taverna? – Frido prova a sdrammatizzare, ma non ride nessuno.

– Eravamo una comunità giovane, e di cosa ha più bisogno una comunità giovane per sopravvivere? E quando parlo di sopravvivere intendo andare avanti sul serio, superare le stagioni, i mesi, gli anni, le ere. Andare oltre la vita stessa dei singoli individui che la compongono.

Quel Tale ci offrì la possibilità di vivere per sempre, di entrare nella Storia.

– Con un elisir di lunga vita? – chiede Lon.

– Con la trasformazione in statue? – chiede Frido.

– Niente di tutto questo – taglia corto Ed con un rantolo soffocato.

– Allora cosa? – chiedono insieme.

– Quello sconosciuto venuto da chissà dove, ci fece dono dell’unica forma di immortalità che l’essere umano abbia mai sperimentato fino ad ora: l’inchiostro.

continua…

Testo e storia: Francesco Di Concilio
Copertina: Ivo Guderzo
Web editor: Francesco PennaNera

Capitolo 6 – Non tutte le strade portano…

Cronache di Vaffambaffola

ulla terminologia che riguarda l’alba abbiamo meno riserve rispetto al tramonto. Tutti i vari sinonimi – aurora, bruzzico, bruzzolo… – si riferiscono indiscriminatamente al chiarore, spesso variopinto, che precede la comparsa del disco solare all’orizzonte.

Sulla terminologia usata da Sigfrido del Laudano detto Sla per sottolineare tale evento è meglio che sorvoliamo, cercando, piuttosto, di comprendere le cause della sua violenta sonnolenza.

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Capitolo 4.2 – Morgana, alchimista

Cronache di Vaffambaffola - Capitolo 4.2

Cronache di Vaffambaffola

Capitolo 4.2 – Morgana, alchimista

ella parte più oscura della penombra che avvolge un corridoio lungo e stretto, su cui si aprivano delle porte numerate chiuse dall’interno, nel punto più lontano e tenebroso, ci sono delle scale che portano un piano più su.

E lì, sul pianerottolo in cima alle scale, illuminato dalla timida fiamma arancione di una candela di sego, un’altra porta. L’ultima.

Non porta, come le altre, una targa numerata.

Una targa c’è, ma sopra c’è inciso un nome: Morgana. E appena sotto, in carattere minuscolo alchimista.

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Capitolo 4.1 – Caro Diario

Cronache di Vaffambaffola - Capitolo 4.1

Cronache di Vaffambaffola

Capitolo 4.1 – Caro Diario

La risposta

io carissimo Cicciomede,

presumo, leggendo le tue parole, che è inutile ricordarti che ti trovi in grave pericolo.

Oltre alle solite raccomandazioni che rendono speciale il nostro rapporto, questa volta vorrei aggiungere delle osservazioni che, probabilmente, mi renderanno ancora più pedante ai tuoi occhi, ma, cosa ancor più probabile, avranno il buon effetto di salvarti la vita.

Quindi fai attenzione a quel che ti dico, non si sa mai.

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Capitolo 3.2 – Il poeta sul letto che scotta

Cronache di Vaffambaffola - Capitolo 3.2

Cronache di Vaffambaffola

Capitolo 3.2 – Il poeta sul letto che scotta

Parte II. Il poeta sul letto che scotta

Riassunto della prima parte:

Sla e Lon litigano per un misterioso manoscritto. Al palazzo di Pidaar, intanto, fervono i preparativi per un grande giorno. Alcune cose sono proprio quello che sembrano essere.

O no?…

 

 

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Capitolo 3.1 – Il poeta sul letto che scotta

Cronache di Vaffambaffola - Capitolo 3.1

Cronache di Vaffambaffola

Capitolo 3.1 – Il poeta sul letto che scotta

Parte I. Il poeta sul letto che scotta

Vaffambaffola, Terza di Seminato,

30 E.d.P. (Era di Pidaar).

Quella sera.

Preamboli

ul far del tramonto, in quel momento della giornata tra imbrunire e crepuscolo a cui meteorologhe e poeti non hanno ancora trovato un nome, se non i provvisori crepire o imbruscolo, Sla e Lon raggiungono il piccolo casale che sorge su un lembo piegato del loro fazzoletto di terra.

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Capitolo 2 – Di anatre e cornacchie

Cronache di Vaffambaffola - Capitolo 2

Cronache di Vaffambaffola

Capitolo 2 – Di anatre e cornacchie

Vaffambaffola, Terza di Seminato,

30 E.d.P. (Era di Pidaar).

Quel tardo pomeriggio.

lzarsi all’alba e coricarsi al tramonto.

E’ la mezza stagione perfetta, il Seminato, per i pigri e i contadini.

Due istanti della giornata vicini tra loro quanto basta a rendere questo periodo il più adatto al riposo delle membra, aiutato, se non bastasse, dalla brezza intiepidita di metà giornata che, con una delicata carezza, lastrica la pelle di minuscoli sampietrini.

Sullo sfondo, il profumo e l’incanto della natura che si stiracchia dopo il letargo invernale.

Un evento magico che capita solo un’altra volta durante l’anno, ma di cui ci occuperemo quando ci arriveremo.

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Capitolo 1.2 – Chi raccoglie

Cronache di Vaffambaffola - Capitolo 1.2

Cronache di Vaffambaffola

Capitolo 1.2 – Chi raccoglie

Parte II. Chi raccoglie

Vaffambaffola,
Terza di seminato,
30 E.d.P. (Era di Pidaar).

n diversi punti del globo terracqueo a noi tanto noto, da qualche secolo, si è cominciato a vagheggiare circa il ruolo che la Terra e l’Universo svolgono rispettivamente.

Alcuni, infatti, si sono azzardati a ribaltare la comune concezione delle stelle del firmamento come mattoni di una stanza sferica al cui centro è provvidenzialmente posizionato il nostro pianeta. La maggior parte non ce l’ha fatta a vedere confermata la propria ipotesi. La minor parte ha partecipato a grandi falò in qualità di marshmellow.

Come apprendiamo dalla Pidaarica Historia – monumentale, parziale e incompiuta opera che raccoglie la narrazione delle gesta del re Pidaar il Gesticolatore e del suo seguito di consigliere, ministri, poeti di corte, vassalle, scudieri e animali da compagnia, nonché l’intera mappatura delle mulattiere che attraversavano Vaffambaffola e il suo circondario – la provocazione scatenò fior di dibattiti nel frizzante ambiente di astronome, astrologi e malati di torcicollo del fu regno, stimolando le più diverse risposte alla domanda “Chi gira intorno a chi?”.

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