Scrivània

Scrivània

Il luogo da cui scriviamo si trova nell’immensa valle, detta Piana Bianca, che ricopre un’indecente fetta di territorio dello stato di Scrivània.
Contrariamente a molte pianure note ed egualmente a molte altre, per lo più evitate, la Piana Bianca è un territorio sterile, privo di vita, dove non attecchisce nulla se non un sottile filo di ordine, puntellato qua e là da residui di tabacco e ceneri. Nell’egoistica premura di non lasciar trapelare sogno alcuno dal suo pallore ligneo, quanto meno ci consente di avere una solida e stabile base, perfettamente orizzontale, su cui discorrere ed avere un favorevole punto di vista sul paesaggio circostante.

Volendo cominciare il nostro volo d’uccello, seguendo le direttive della nostra stella di riferimento, il sole, inizieremmo la descrizione da destra verso sinistra, risalendo, verso gli Altipiani Cartacei dello Spinotto, il corso del Filo Nero che si spegne, o si accende, in direzione nord-est sul Monte Penne.
Tuttavia, in mancanza del riferimento astrale che possa guidare il nostro peregrinare, nulla ci vieta di risalire da ovest le Rocce di Rame ed affrontare, da temerari, gli spaventosi Pinnacoli di Babele.
Eppure ci ostiniamo a voler risalire dolcemente partendo da est, fosse anche per andare in senso inverso, o avverso, al tempo. Quindi è da lì che cominceremo.

A svariate miglia ad est da qui, dicevamo, si sovrappongono i terrazzamenti degli Altipiani Cartacei, un vero spettacolo naturale per la loro forma e composizione. Il bianco che li caratterizza quasi si confonde con quello della piana sottostante, tanto che ad un primo ingenuo sguardo dall’alto sembrano far parte di questa, la quale, sempre ad una primitiva occhiata, può apparire più estesa di quanto effettivamente risulti.
Ma, come in molti casi, si tratta di pura e semplice menzogna.
Sugli altipiani si ergono altre strutture cartacee di diverso colore e spessore, prodotto di fenomeni geologici di varia natura, senza tralasciare l’influenza esercitata sulla regione dalle Tazze Gemelle, formazioni ceramiche poste una ad est, una ad ovest degli Altipiani come a sorvegliare l’albina quiete.
In questo paesaggio a tratti costellato da segni nel terreno che ricordano, nella forma, note musicali, si estende lo Spinotto, lago di origine elettrica da cui parte il lungo Filo Nero, antico fiume che zampilla da sorgenti poste parecchie miglia più a nord. Lasciamo che sia lui a condurci nell’esplorazione del territorio.
Il suo corso si presenta estremamente dolce e sinuoso lungo tutto il tragitto in cui si trova incastonato sugli altipiani, prima di avvertire i primi tumulti delle rapide del Colle Topo, ad est. Da qui in poi rapide e guadi scoscesi non gli daranno più tregua, accompagnandolo fino alle pendici del Monte Penne, dove lui è costretto a scomparire tra ripide e ostili increspature, e noi a continuare confidando unicamente sulle nostre forze.
Il Monte Penne è tristemente noto per le ispide e appuntite conformazioni, meta prediletta e spesso definitiva di numerosi amanti della scalata estrema, quasi interamente composte da matite nere. Non mancano, come d’altronde in tutta la Scrivània, promontori cartacei e spuntoni in ferro battuto ad ingentilire la ruvidezza del paesaggio.
La cima si trova approssimativamente intorno al primo dicembre, almeno dalla nostra visuale, che non pretendiamo essere l’unica.

Proseguendo il nostro cammino per tornare dritti verso di noi e chiudere il volo circolare e perimetrico, ci muoviamo in direzione ovest, dove il Monte Penne si infrange a picco su una sottile striscia di Piana Bianca isolata dalla sua sorella maggiore, capitata lì per caso o per noia, non lo sapremo mai.
Un nuovo altipiano di carta si frappone tra il Penne e le grandi catene montuose, come a segnare il successivo gradino da scalare per guadagnarsi il diritto di scorgere la vetta. Saliamo, così, sul monte di Borsa Rossa, gigante discontinuo e molle adagiato su una solida base cartacea, che mostra al cielo il suo cratere spento di vulcano ormai dormiente, oggi incubatrice di diverse forme di vita, molte di esse ancora sconosciute alle nostre catalogazioni.
Lasciamo il gigante alla sua pennica e passeggiamo per l’ultimo delicato avvallamento che fa da proemio alle irte montagne che ci apprestiamo a scalare con lo sguardo. Ci tocca salire di un livello, su un pezzo di montagna staccatosi di netto a causa di un forte terremoto in un passato non troppo remoto, e che ora si offre come trampolino per accedere a ben diverse alture.
La prima vetta delle catene di Babele è il monte Edigeo, di natura cartacea bianca e all’apparenza flaccida. Qui è doveroso, da parte nostra, voltarci un attimo per afferrare in un solo respiro il fantastico paesaggio che ci siamo lasciati alle spalle. Lo facciamo qui, perché proseguendo attraverseremo la coltre di nubi quasi perenni che ci impediranno di vedere altro se non il firmamento e la vetta della montagna più maestosa della catena: il monte Elle.
Il tuffo nelle nuvole è graduale. Passiamo prima per i versanti del monte detto «dell’acqua che scorre», dove alcuni monaci secoli fa insediarono le proprie comunità alla ricerca della pace dei sensi e del riposo per lo spirito. Le loro notizie, oltre che tra le nubi, si perdono tra leggende e da anni non si sa niente di questi monaci di cui si possono scorgere i possenti monasteri costruiti quasi in barba alla gravità su guglie e pinnacoli, segno che probabilmente hanno trovato sia l’una, la pace, che l’altro, il riposo.
Quando la fitta nebbia comincia a rasentarci le orecchie vuol dire che siamo giunti sul Worterbuch, gigante austero, dalla forma regolare, che regna tranquillo alla destra del padre, non sappiamo bene di chi.

Salutiamo gli ultimi rimasugli di paesaggio: le colline Nere e Rosse, ottime per passarci l’inverno, sovrastano le Formazioni Compatte, terre secche e inospitali, inadatte alla vita, ma ricche di informazioni; le sparute rocce di Rame scintillano sempre più flebili, a mano a mano che ci spingiamo verso la vetta; il candore delle Pianure si mescola come spuma all’acquore latteo delle nuvole; poi più nulla.
Sopra di noi solo il monte Elle padrone e giudice del nostro destino, elevato nella sua immensità, escluso dal mondo sottostante vile ed effimero, impegnato e soddisfatto nell’eterna contemplazione di sé stesso.

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