Quel leggero retrogusto di…

Je suis Charlie

“Tutto ciò… per questo” è il titolo con cui si apre il numero di Charlie Hebdo del 2 settembre 2020. 

Tra le due scritte gialle su sfondo nero, le vignette che avrebbero portato, loro malgrado, alle stragi del 7, 8 e 9 gennaio 2015, in cui persero la vita otto tra autori e autrici del settimanale francese di satira e informazione

La ripubblicazione ha un profondo significato, poiché proprio il 2 settembre si è aperto il processo agli stragisti, tanto per usare un termine di piombo. E nemmeno a quelli che hanno commesso gli omicidi, che non ne sono usciti vivi, quanto alla nube complice che aleggiava attorno agli eventi di quei giorni. 

La rievocazione delle vignette, se da una parte ha soffiato con forza sul carbone ardente del dibattito sulla libertà di espressione, dall’altro ha dovuto constatare, dopo poche settimane, un nuovo attentato davanti alla vecchia sede del giornale con protagonisti un diciottenne e una mannaia, in nome dello stesso fanatismo omicida. O ancora, la loro riproposizione a scuola per spiegare ad alunni e alunne la tolleranza e il laicismo è costata la decapitazione a un professore.

Ma di questo troverete ampie descrizioni quasi ovunque le cerchiate. 

Quel che qui ci interessa è il dibattito sulla libertà di espressione, caposaldo dei valori della repubblica transalpina. 

Vilipendio e crociate

Tenendo conto che scriviamo da un paese dove a suscitare clamore è una modella che si veste come la madonna (o come la sua più comune iconografia) e in cui alcuni leader politici si appellano di continuo alla stessa icona religiosa, potremmo intuire quanto fastidio possa dare la raffigurazione ironica di un profeta ai più appassionati fedeli di una religione in cui i profeti non si possono raffigurare. 

Peccato che quel fastidio, anche senza colpo ferire, potrebbe diventare l’anticamera della censura oppure, quando il colpo lo ferisce eccome, vero e proprio terrore.

Il titolo dell’Hebdo, da par suo, suggerirebbe una parafrasi semplice: possibile che tale sdegno iconoclasta porti a fare una strage in nome dell’offeso profeta, ormai in pace da millequattrocento anni? 

Se assumiamo una prospettiva storica, in realtà si è fatto di peggio per molto meno e in tempi più incerti, quindi la risposta alla domanda viene banalmente da sé. 

Ma non si può semplicemente spiegare la storia con la storia. 

Cancel Culture

Copertina del Charlie Hebdo del 2 settembre 2020

Ritornando al cuore del dibattito attuale, il problema si trasforma e mette le mani avanti: Charlie Hebdo, per quieto vivere, dovrebbe smettere di pubblicare vignette considerate provocatorie e a rischio ritorsione integralista o considerate offensive nei confronti del culto, quale che sia? 

Se lo facesse, allora la strategia dello stato islamista avrebbe funzionato. Se non lo facesse, il timore di altri attentati farebbe storcere il naso a parecchi tra politici e intellettuali in nome della sicurezza nazionale e della libertà di culto. 

Ma anche in questo caso, a pensarci bene, la strategia del terrorismo jihadista avrebbe funzionato. Cancellare la critica, piuttosto che affrontare il problema.

Perché, in effetti, la satira di giornali come il Charlie o il danese Jyllands-Posten, in questo caso, è diretta proprio all’estremismo islamista, non ai suoi presupposti, quindi la religione islamica in sé.
Il Maometto di Cabu, uno dei vignettisti uccisi,  sulla copertina di Hebdo esclamava: “E’ dura essere amati da dei coglioni…”, sotto il titolo che diceva “MAOMETTO STRESSATO DAGLI INTEGRALISTI”.

Tanto per dirne una. 

Con le dovute differenze, è lo stesso tipo di censura che si attuerebbe in uno stato autoritario nei confronti di giornalisti critici del governo, come accade in Egitto, Turchia o Russia, solo senza troppe formalità. E come accade anche un po’ anche in Italia, di certo non messa meglio nella graduatoria della libertà di stampa.

Al contrario, in pieno clima securitario post 9/11, è una censura che viene assunta per quieto vivere dal tessuto sociale stesso. Un timore che lentamente si fa strada come l’ombra al tramonto. E chiunque rischia di diventare garante della sicurezza stessa e, di conseguenza, persecutore di tutto ciò che la metterebbe in discussione.

In un sondaggio dello stesso settimanale, il 31% della popolazione francese intervistata ha ritenuto la ripubblicazione delle vignette un’inutile provocazione, e qualche settimana più tardi, i nuovi attentati sembra abbiano rafforzato questa posizione. Il che non scioglie certo i nodi più intricati del dibattito. 

Gli effetti della satira sulla gente

Secondo la giornalista di Charlie Inna Shevchenko “la commedia, i disegni, gli scherzi hanno da sempre infastidito i fanatici e gli estremisti, che vogliono a tutti i costi essere presi sul serio” (tdr).  

Allargando il campo visivo dagli integralisti islamici ai fanatici di ogni sorta, religione o ideologia, il discorso torna. “La comicità è uno degli atti più efficaci dell’emancipazione umana – suggerisce ancora l’autrice – e pertanto anche dei più pericolosi”

La satira e la commedia hanno sempre dovuto difendersi, poiché, che lo voglia o meno, arrivano dirette dove vogliono e colpiscono dove fa più male portando, inevitabilmente e a volte inconsapevolmente, a una riflessione sullo stato delle cose. 

La vicenda di Charlie Hebdo ha infiammato un dibattito che in sé cova le tematiche pressanti che l’occidente europeo sta affrontando da tempo, come l’integrazione, l’accoglienza, il confronto tra culture diverse. 

Con tutte le problematiche dalla difficile soluzione che queste comportano, molto spesso strumentalizzate ed esasperate da politici in cerca di consensi. 

Il nemico invisibile

D’altronde, non si può attribuire tutta la responsabilità all’estremismo islamico senza sapere da dove proviene e come agisce. Il dubbio più inquietante è che ci possa essere chi che, in pieno mondo occidentale, non sia del tutto contrario a metterebbe a tacere le voci più pungenti della satira giornalistica, proprio perché scomode o sgradevoli, e lo faccia, paradosso più grande, proprio in nome della tolleranza e della coesistenza. 

A differenza di parecchi leader religiosi, non siamo nella posizione di sapere se il profeta Maometto, se vivesse ai nostri giorni, si sarebbe fatto una risata o avrebbe semplicemente voltato pagina.  

Quel poco che possiamo affermare con certezza è che l’intolleranza, più che rivolta a penne e matite, andrebbe rivolta a chi semina davvero odio e violenza, perché se vai a scavare in profondità, non agisce in nome di un dio o un profeta, ma il più delle in nome proprio o di chi gli ha riempito la testa di sciocchezze o le tasche di ricchezze.

E se proprio Charlie non ti piace, puoi anche evitare di leggerlo.
Perché impedirgli di scrivere possiede in sé già quel leggero retrogusto di fascismo.

Francesco Di Concilio per ErrareUmano.org

 

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