Partì stocco e tornò baccalà

Breve storia di una coincidenza

Questa che sto per raccontare è la storia, non rara per quei tempi, di un viaggio per mare avvenuto tra il 1431 e il 1432 da Messer Piero Quirino (o Pietro Querini) e il suo equipaggio di 68 uomini.
Nel suo resoconto, il patrizio veneziano descrive l’odissea di un manipolo di uomini sballottati dalle avversità del mare oltre i confini del mondo conosciuto, prima della scoperta delle Americhe.

Per questa causa io, Piero Quirino di Vinezia, ho deliberato, a futura memoria di posteri nostri e a cognizione di presenti, scrivere e con pura verità manifestare quali e in che parti del mondo furono le adversità e infortunii che mi sopravennero per il corso e disposizion della volubil rota di fortuna, l’officio della quale (come abbiamo per lunga esperienzia) è di abbassar in un momento il sublime e per il contrario l’infimo e basso inalzare, e molto piú quelli che pongono in essa ogni sua speranza.

Tratto da “Il viaggio e il naufragio in Norvegia” di Piero Quirino.

L’inizio di un lungo viaggio in mare

La partenza è fissata per il 25 aprile 1431 da Candia (l’attuale Creta, possedimento veneziano), la nave è pronta per il lungo viaggio che dovrà affrontare per raggiungere le Fiandre. La cocca (o meglio caracca)  veneziana, orgoglio di Piero, in quei giorni viene stivata con generi di prima necessità per l’equipaggio e le merci da rivendere. La nave è carica di prodotti richiestissimi nei paesi del Nord Europa: vino malvasia, legni pregiati, stoffe e spezie. Cinque giorni prima della partenza Piero è colpito da un grave lutto, perde suo figlio che sarebbe dovuto partire con lui. Forse il primo segno che non sarebbe stato un viaggio semplice.

Caracca medievale – Dettagio di Pieter Bruegel il vecchio

Il giorno tanto agognato e programmato non tarda ad arrivare e la “Gemma Querina” salpa per raggiungere le terre fiamminghe di destinazione. I venti avversi portano la nave a costeggiare quella che nel resoconto è denominata la Barberia (le coste Africane) fino a superare lo stretto di Gibilterra, dove sono costretti a fermarsi per 25 giorni a causa di un problema al timone.

Qui in terra di Spagna il comandante viene a conoscenza della guerra scoppiata tra Milano e Venezia. Questo provoca nuovi attriti con Genova e Piero decide di aumentare le forze per far fronte a un possibile attacco. L’equipaggio sarà formato da 68 uomini in tutto.

Quindi dopo le riparazioni il 14 luglio 1431 si riparte e si decide di allungare la rotta pur di non incontrare navi nemiche, superando il capo di San Vincenzo (Cabo de São Vicente – Portogallo), ma sfortuna vuole che i venti contrari siano talmente forti da spingerli fino alle Canarie.

Luoghi incogniti e spaventosi a tutti i marinari, massimamente delle parti nostre.

Piero Quirino descrive la pericolosità delle acque nei pressi dell’arcipelago delle Canarie.

Con perseveranza la Querina risale la china per approdare a Lisbona, riparare di nuovo la nave e ripartire verso il porto di Muros nei pressi di Santiago de Compostela.

Il 28 ottobre mossi da “prospero e soave vento” si fa vela verso il Capo Finisterrae (Cabo Finisterre).
Un nome un programma. 

Non ci volle molto perché il vento cambi e il vascello dal golfo di Biscaglia doppia le isole di Scilly per inoltrarsi in acque poco conosciute per uomini di quelle latitudini. Le numerose tempeste che colpiscono l’equipaggio sventurato spingono sempre più a nord, oltre l’Irlanda e il 10 di novembre del 1431 il timone è irrimediabilmente danneggiato. La nave si trova quindi senza una guida, persa nell’atlantico settentrionale dopo un’interminabile serie di sfortunati eventi e in balia delle forze della natura.

Le parole che scrive Piero Querino nel resoconto della sua sfortunata spedizioni sono ineluttabili.

Dapoi, vedendo che non si poteva far altro, io mi ridussi solo nella mia cameretta con grande amaritudine d’animo e, considerando
l’estrema miseria nella qual io ero, drizzai il cuore al nostro Signore Iddio, raccomandandomi a quello e pentendomi di tutti i miei peccati.

E ancora:

[…] trovandosi la nave senza vele e senza timoni, instrumenti necessarii al navigare, similmente gl’animi di tutti noi erano tanto afflitti e sbattuti che non si trovavan piú forza, lena né vigor;

Tratto da “Il viaggio e il naufragio in Norvegia di Piero Quirino.

Il 7 dicembre la nave, orgoglio di Messer Piero Quirino, è ormai in balia degli eventi atmosferici più violenti, sballottata dalle onde si decide di troncare tutti gli alberi della Caracca, ben sapendo che senza di essi non si sarebbe tenuta in equilibrio, soprattutto se in pieno carico.
E’ solo il prolungamento dell’agonia.

Dieci giorni dopo l’equipaggio si organizza per abbandonare la nave al suo destino e si delibera sul come ripartire le scialuppe e i viveri.

Partimoci adunque nel fare del detto giorno, abbandonando l’infelice nave, la qual con sommo studio e con gran delettazione avevo fabricata, e nella quale io avevo posto mediante il suo navigare grandissima speranza.

Da questo momento iniziano le vere difficoltà: sopravvivere in un deserto di acqua salata freddo e buio (perché non dimentichiamolo è il mese di dicembre e a quelle latitudini il sole si vede per poche ore al giorno), senza alcun modo per orientarsi se non gli astri quando il meteo lo permette.

Mossi dallo spirito di sopravvivenza e ligi al razionamento imposto dal comandante e i suoi sottufficiali, gli uomini che da giorni vagano sorretti dalla corrente del golfo approdano su un’isola che ha l’aria di essere più uno scoglio che non un’isola accogliente. Neve, acqua, roccia e molluschi. Nulla, neanche un albero o un riparo.

Ad approdare sull’isola che oggi si chiama Sandøy sono 16 su 68 uomini partiti da Cadice pochi mesi prima. Il resto dell’equipaggio è morto di stenti e i compagni hanno dovuto abbandonare i loro corpi in alto mare. Qui, a Sandøy, i superstiti continuano l’estrema lotta con la fame e il freddo finché non trovano un rifugio usato probabilmente nei mesi più caldi dai pescatori locali.

Stele commemorativa che ricorda il naufragio di Piero Quirino

I proprietari del rifugio, che si erano stabiliti nei mesi invernali in luoghi più accoglienti, vedono la colonna di fumo provenire dall’isola-scoglio e con grande stupore constatano la presenza di persone con sembianze e lingue diverse dalle loro.

E vedendo noi costoro, i cuori nostri s’empierono d’inestimabil conforto, ma essi, che ci viddero in tanto numero di persone incognite, rimasero per buon spazio spaventati e muti. Ma poi che da noi con li gesti e con la voce furono certificati ch’eravamo persone pericolate e bisognose d’aiuto, cominciorono a parlarne, nominando il suo scoglio e assai altre cose: ma nulla per noi era inteso.

I superstiti sono accolti senza indugio e trasferiti a Røst, una delle isole vicine appartenenti all’arcipelago delle Isole Lofoten.

Mappa del tragitto della Gemma Querina e viaggio di ritorno. Tratto dal libro
“Il naufragio della Querina. Veneziani nel circolo polare artico.
A cura di Paolo Nelli (Nutrimenti)

Accoglienza e costumi

Piero descrive il periodo trascorso alle Lofoten come “100 giorni in paradiso”. Giorni in cui hanno modo di osservare da vicino un popolo esotico e dai comportamenti diversi dal consueto, ma non per questo meno umani anzi, come lui stesso scrive: “questi di detti scogli sono uomini purissimi e di bell’aspetto e tanta è la loro semplicità che non curano di chiuder alcuna sua roba, né ancora delle donne loro hanno riguardo”.

Non manca il fascino che scaturisce l’emancipazione delle donne di quei luoghi che a un uomo mediterraneo di quel tempo risulta bizzarro e attraente allo stesso tempo. Ma probabilmente è la sua civiltà ad aver perso quella semplicità tanto elogiata e che in tanti scritti per i secoli a venire la letteratura coloniale riempirà di sempre nuovi popoli che con la loro semplicità verranno soggiogati dall’europeo affamato di terre.

Piero non si tira indietro e descrive i modi di fare delle donne che, “nudissime”, si coricano nei letti o che per riscaldarsi ogni giovedì, chissà perché “sempre nudissime”, si avvicinano al fuoco per potersi ristorare. Essendo accolti anche da un frate cattolico, si premura di censire per sommi capi il numero di “devotissimi cristiani” all’interno della comunità. Descrive altresì gli usi e costumi in caso di morte di un congiunto e la cadenza e la puntualità nel digiunare nei giorni comandati.

Le scoperte

Durante i giorni di permanenza sull’isola, Piero comprende perché quella gente continuasse a vivere lì, in un posto che il resto del mondo definiva “Culo Mundi”. Nel giro di pochi mesi comprese che la ricchezza di quel posto era l’abbondanza di pesce e soprattutto la misura spropositata che avevano quegli animali portentosi.

Per la prima volta un uomo del mediterraneo vede quello che le popolazioni autoctone chiamano stocfisi: un pesce di grande dimensione seccato al sole e al vento senza sale; capace di diventare “duro come legno” e quindi facilissimo da immagazzinare e trasportare.

Cosa ancora più vantaggiosa per un uomo d’affari come Piero Quirino fu il constatare che quelle popolazioni non vendevano il loro prodotto per profitto di denaro ma tramite baratto di prodotti che in quelle terre erano difficili da reperire.

Deve essere stato strano vedere le notti allungarsi moltissimo nei mesi invernali e nei mesi primaverili ed estivi la luce perdurare anche nelle ore che, per un “mediterraneo”, sarebbero dovute essere notturne.

Non di meno si può intuire la meraviglia che deve aver provato Piero nel vedere le donne raccogliere con disinvoltura uova dai nidi delle oche accorse in grandi stormi a quelle latitudini per riprodursi, per poi tornare al sud una volta cresciuti i loro piccoli.
Ancor più meraviglia avrà suscitato vedere animali immacolati e bianchissimi come possono essere gli animali artici.

Viaggio di ritorno e conseguenze

Passati i giorni che servirono per ristabilirsi, i superstiti iniziarono il lungo viaggio che li riportò a casa. Piero Quirino prese la strada per l’Inghilterra mentre un secondo gruppo tirò dritto verso sud attraversando la Germania da Rostock fino a Venezia.

Piero Quirino tornò a casa il 12 ottobre 1432, con un bagaglio d’esperienza nuovo e una scoperta che avrebbe cambiato anche le nostre abitudini alimentari a venire. Con i suoi compagni di viaggio Cristoforo Fioravanti e Nicolò Di Michiel lasciò in eredità al mondo le memorie delle loro traversie. Quelle memorie sono conservate alla Biblioteca apostolica vaticana.

Nei secoli successivi, lo stoccafisso divenne un alimento importante nella dieta mediterranea tanto da comparire come uno dei protagonisti del Concilio di Trento (1545-1563). Il Concilio infatti darà un’ulteriore impulso al consumo dello stoccafisso e del baccalà perché facile da conservare e da trasportare e soprattutto perché economico.

Questo avrebbe permesso alle persone in difficoltà di poter mangiare pesce tutti i venerdì e avrebbe garantito nuove rotte commerciali verso luoghi fino a un secolo prima definiti “Culo mundi” e che adesso invece hanno una loro importanza cruciale.

I maggiori consumatori di questo prodotto sono Portoghesi, Veneziani e Napoletani e, strano ma vero, i Nigeriani che sono gran consumatori di teste di stoccafisso prodotto di scarto visto lo scarso interesse dei primi a mangiarne. Si può considerare il merluzzo come il maiale del mare, non si butta via niente.

Gli uomini della “Gemma Querina”, inoltre, non erano solo veneziani, come tutti gli equipaggi commerciali del tempo era formato da un caleidoscopio di marinai di nazionalità diverse. Nelle sue memorie vengono menzionati compagni tedeschi, spagnoli e fiamminghi.

Infine un’ultima considerazione ma non meno importante. A salvare da morte certa per inedia i 16 sventurati è stata una comunità di pescatori che non si sarebbe mai aspettata di ritrovarsi dei naufraghi stranieri dalla pelle scura nelle propria terra. Hanno fatto loro un principio universale che in molti recentemente ignorano: salvare una vita in difficoltà in mare è un imperativo sacro e morale che ai tempi non era scritto in nessun codice, convenzione o diritto internazionale a differenza dell’immensa mole di norme che abbiamo oggi.

Il gesto dei pescatori delle Lofoten di accogliere dei dispersi nelle loro case, rifocillarli e aiutarli a tornare a casa andava oltre i loro obblighi e mi piace pensare che a ripagarli del loro gesto siano stati quei sedici uomini che, testimoniando della loro esistenza, li hanno aiutati a sostenere la loro attività di pescatori nel Mare di Norvegia preservando la loro cultura che ha radici antichissime.

Autore: Francesco Pennanera
Cover design: Ivo Guderzo

Consigli di lettura: il racconto è stato ispirato dal libro “Il naufragio della Querina. Veneziani nel circolo polare artico.” A cura di Paolo Nelli (Nutrimenti)

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