Mondi in fermento

Editoriale novembre 2019

Siamo agli sgoccioli del 2019 e troppe cose sono successe (e succedono ancora) che non hanno avuto il rilievo che meriterebbero. Molte parti del mondo sono in fermento e lo sono dal 2008, dall’inizio della crisi economica che ha innescato la corsa ai ripari della politica economica mondiale.

Imperativo categorico è diventato tagliare i costi, spendere poco, smantellare il welfare in piccoli pezzi oppure far credere che la crisi sia dovuta alla spesa pubblica. Le élites del mondo non ne hanno risentito minimamente, hanno continuato a concentrare il potere e le ricchezze, a imbottire di regole e leggi qualsiasi aspetto dell’economia o della vita sociale al tal punto che l’iniziativa individuale è stata seppellita da una pantagruelica mole di burocrazia.

Perché tutti lo sanno, per uno che ricco già lo è, è semplice scavalcare un cavillo burocratico con le giuste conoscenze, ma per un “piccolo” diventa l’ostacolo insormontabile.

Questi sono i motivi per cui, in diverse zone del pianeta, si avvicendano manifestazioni spontanee di protesta, senza leader e senza colore politico o religioso.

Quali mondi?

Quest’anno, dopo le note vicende dei gilets jaunes le proteste sono divampate un po’ ovunque: in Tunisia, in Iraq, a Hong Kong, in Cile, in Libano, ad Haiti, in Egitto, in Algeria, in Colombia, in Bolivia.

Il denominatore comune è sempre lo stesso: l’insoddisfazione generale della popolazione nei confronti della classe dirigente, l’ingiustizia sociale e la mancanza delle libertà fondamentali. I pretesti invece sono i più disparati e possono sembrare stupidaggini rispetto ai reali problemi che quei paesi hanno.

La protesta in Cile è scoppiata a causa di un provvedimento che prevedeva l’aumento del biglietto dei mezzi pubblici, ma la reale causa è sicuramente il fatto che il Cile è il paese più neoliberista al mondo. Quel neoliberismo innescato dalla dittatura di Pinochet con l’arrivo dei cosiddetti “Chicago Boys”, cioè economisti della scuola di Chicago, allievi di Milton Friedman che del libero mercato hanno fatto un mantra. Dopo quarant’anni il risultato è stato quello di trasformare il paese in uno dei più disuguali del mondo: dove la sanità è a pagamento e, dunque, accessibile solo a chi può permettersela; dove l’istruzione è costosissima e solo in pochi riescono ad accedervi e dove anche il rincaro di pochi centesimi sul biglietto di un autobus può influire sul reddito di una famiglia media.

Tutti i paesi elencati precedentemente lottano per la disuguaglianza sociale, la corruzione della classe politica e dirigenziale e l’assenza di un ascensore sociale capace di dare un po’ di linfa vitale al ricambio fisiologico che dovrebbe esistere in una democrazia rappresentativa.

In ogni dove ci si sta rendendo conto che anche se cambiano i protagonisti che governano, le loro ricette rimangono le stesse e si sa, a lungo andare mangiare la stessa zuppa stufa, soprattutto se inizia ad essere meno ad ogni pasto.

Fermenti politici vivi

Le reazioni da parte di chi governa sembrano essere le stesse delle repressioni dell’Ottocento contornate da sprazzi di nuova tecnologia. Non manca la sorveglianza orwelliana stile cinese, lo spegnimento della rete internet che impedisce l’organizzazione dei manifestanti o l’uso di lacrimogeni o proiettili di gomma con lo scopo, mal celato, di far male.

Chi reagisce però lo fa anche cantando e la canzone che si sente di più in giro è una hit che noi italiani conosciamo bene. E’ “Bella Ciao”, ormai diventata famosa a livello internazionale grazie alla serie televisiva spagnola la Casa de Papel. Facendovi un giro in rete potrete sentire le diverse versioni, da quella classica in arabo a quella rock o metallara spinta.

La canzone che più di tutte, però, ha lasciato un segno a parere di chi vi scrive è “Liberté” di Soolking e Ouled El Bahdja, cantata durante le proteste in Algeria che si protraggono dal 22 febbraio di quest’anno e che continuano da più di quaranta settimane senza interruzioni. Il martedì sono gli studenti a protestare mentre il venerdì è tutto il resto della popolazione a farsi sentire per le strade delle città algerine più importanti.

Liberté – Soolking e Ouled El Bahdja

Paraît que le pouvoir s’achète, liberté, c’est tout c’qui nous reste
Si le scénario se répète, on sera acteurs de la paix

Si faux, vos discours sont si faux
Ouais, si faux, qu’on a fini par s’y faire
Mais c’est fini, le verre est plein
En bas, ils crient, entends-tu leurs voix ?
La voix d’ces familles pleines de chagrin
La voix qui prie pour un meilleur destin
Excuse-moi d’exister, excuse mes sentiments
Et si j’dis que j’suis heureux avec toi, je mens
Excuse-moi d’exister, excuse mes sentiments
Rends-moi ma liberté, je te l’demande gentiment

La liberté, la liberté, la liberté
C’est d’abord dans nos cœurs
La liberté, la liberté, la liberté
Nous, ça nous fait pas peur

Sembra che il potere venga acquistato, la libertà, questo è tutto ciò che ci resta
Se lo scenario si ripeterà, saremo attori di pace

Così falsi, i vostri discorsi sono così falsi
Sì, così sbagliato, ci siamo abituati
Ma è finita, il bicchiere è pieno
In fondo, piangono, senti le loro voci?
La voce di queste famiglie piene di dolore
La voce che prega per un destino migliore
Mi scuso d’esistere, scusa i miei sentimenti
E se dico che sono felice con te, sto mentendo
Mi scuso d’esistere, scusa i miei sentimenti
Ridammi la mia libertà, ti chiedo gentilmente

Libertà, libertà, libertà
È il primo nei nostri cuori
Libertà, libertà, libertà
Non abbiamo paura

La redazione di ErrareUmano

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