Le posso offrire un caffè?

Le posso offrire un caffè?

La semplicità del gesto ne cela il significato. Rituale di socializzazione, abitudine, dipendenza psicofisica, solo alcuni degli ingredienti mescolati tra loro nella tazzina del quotidiano. Ma niente di grave, in fondo. Il caffè si usa per mostrarsi aperti e accomodanti, per essere ospitali, per mostrare gratitudine e ostentare sicurezza di sé. E’ nel nostro costume da decenni, tanto che abbiamo inventato delle macchine apposta per gustarlo al meglio. Quanto alla caffeina, basta fare come dice il dottore e non berne troppo per evitare di frantumare i nervi.

Tuttavia c’è qualcosa in quel gusto amaro e nero che sembra esprimere sofferenza inusitata, dolori atavici, morti senza voce.

L’industria del caffè, e anche quella dello zucchero che usiamo per addolcirlo, lungi dal subire alcun tipo di sgarro da qualche sedicente supereroe, è stata fondata sul prelievo ossessivo del sangue dalle vene sgorganti di terre ricche e fertili, sulle colonne vertebrali delle loro genti, sullo scambio, univoco, di vite con cianfrusaglie.

I cosiddetti Indios d’America sembravano accontentarsi di specchietti e perline che i conquistatori porgevano loro in cambio di praticamente tutta la loro esistenza. Secoli dopo le manifatture europee e statunitensi invadevano il mercato di paesi il cui unico bisogno era terra da coltivare, ma niente, in cambio il progresso chiedeva caffè, zucchero, banane, gomma per soddisfare il proprio gusto, a qualsiasi costo, possibilmente a quello più basso.

Il meccanismo è molto semplice, triangolare addirittura, per gli amanti della perfezione: in uno dei paesi colonizzatori di Europa e Nord America scoprono all’improvviso di andare pazzi per lo zucchero ma, purtroppo, di non averne abbastanza poiché il clima è sfavorevole e verso Oriente il passaggio è ostacolato da popolazioni onerose e facinorose. Si creano, dunque, nelle colonie del centro e del sud America le condizioni per una coltura estensiva della canna da zucchero, che per necessità mercantili soppianterà qualsiasi altro tipo di coltura, poco importa che questa serva alla sussistenza o meno. Il secondo passo è impedire qualsiasi attività manifatturiera sul territorio per evitare di fare concorrenza ai paesi d’oltreoceano e oltre Golfo, i quali hanno l’esclusivo diritto di produrre beni di consumo da smerciare nel mercato mondiale, paesi produttori compresi. Ne consegue che questi controllano l’esportazione, la distribuzione e prezzi delle materie prime, infinitamente maggiorati una volta che queste vengono e introdotte sul mercato. Il prezzo è basso soprattutto perché è la manodopera a costare poco, o niente. Il terzo vertice rappresentato dal lavoro servile degli indigeni e, quando questi vengono a mancare a causa di reiterati decessi, degli schiavi deportati dalle coste dell’Africa, sempre da compagnie occidentali che si avvalgono, da un lato dell’oceano, delle élite di villaggio che procurano “la merce” e, dall’altro lato dell’Atlantico, grandi latifondisti che li comprano volentieri per “adoperarla” al meglio nelle piantagioni.

Il sistema, già di per sé perverso, ha il brutto inconveniente di lasciare i paesi produttori in balia della sindrome del cornuto e mazziato, poiché la monocoltura esaurisce i terreni fertili e il valore della merce cade a picco non appena sul mercato globale si affaccia un nuovo paese produttore o un nuovo prodotto di tendenza.

Risultato, manco a dirlo, di questo vero Triangolo delle Bermuda, è morte e povertà, tanto per cominciare, oltre a una dipendenza cucita a filo doppio con le offerte di mercato dei paesi industrializzati e consumatori.

Ogni caffè una frustata, ogni bustina di zucchero un contadino ribelle morto ammazzato in nome del capitalismo e delle compagnie di frutta.

Ma riprendiamo pure fiato. Oggi il caffè viene anche dall’Africa e dall’Oriente, lo zucchero è anche di barbabietola e gli schiavi si sono trasformati, quando va bene, in contadini molto sottopagati. L’aroma di lacrime e sangue sembra un po’ smorzato e, in ogni caso, sarebbe molto complicato privarsi di qualcosa che è entrato nella nostra cultura come il sangue viene pompato nelle vene.

E, ma le vene, quelle l’America Latina e di tutte le colonie del mondo, nuove e vecchie, rimangono aperte.

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