Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 5)

Alcuni dati sull’aborto II: stato civile, aborti pregressi, livello d’istruzione e situazione lavorativa

Per quanto riguarda lo stato civile, i dati dell’ISTAT ci mostrano che le donne nubili sono quelle che abortiscono di più, seguite a breve distanza da quelle coniugate (Figura 1). Ciò vuol dire che una madre single è sempre in difficoltà.
Tuttavia, la percentuale di donne che, pur avendo un rapporto stabile decide di sottoporsi ad IGV, non è così bassa. Allora bisogna guardare alle misure messe in campo a livello governativo per il sostegno alla famiglia, anche quando questa sia formata da un solo genitore.
Ad esempio, quanto può essere sostenibile per una famiglia media con un reddito complessivo di 3000 € al mese, casa in affitto o mutuo da pagare, avere contemporaneamente due figli all’asilo? Ecco allora che l’IGV diventa una possibile scelta.

Figura 1. Correlazione tra IGV e stato civile delle donne.

Se ritengo che le donne che abortiscono siano incivili? Se si arriva alla settima interruzione di gravidanza significa che si sbaglia stile di vita.” Questa è una dichiarazione resa da Matteo Salvini, segretario della LegaNord, nel Febbraio 2020.
Ma come stanno realmente le cose? I dati riportati in Figura 2 mostrano che la situazione non è esattamente questa. Infatti, considerando il periodo 2010-2018, le donne che si sono sottoposte al primo aborto sono il 70% delle donne totali che hanno scelto un IGV.
Le donne con un aborto precedente alle spalle hanno un’età media di 31 anni, mentre l’età media si alza leggermente (circa 35 anni) quando si considera più di un aborto pregresso.

Figura 2. IGV precedenti per classi d’età (anni 2010-2018).

Con l’aumentare dell’età delle donne, aumenta anche la probabilità di avere una gravidanza a rischio, possibili malformazioni e presenza di malattie cromosomiche nel feto, ed allora la scelta di effettuare un IGV diventa concreta: dal 2010 al 2018, le IGV effettuate in presenza di malformazioni fetali sono raddoppiate, passando da un 2.6% ad un 5%.

La maggior parte degli aborti avviene tra donne che hanno ottenuto la licenza di scuola media o il diploma di scuola superiore; la percentuali di aborti tra le donne che hanno un’istruzione superiore è minore, suggerendo che tra queste ultime ci sia una maggiore conoscenza e consapevolezza nell’uso di contraccettivi, e di conseguenza un rischio minore di avere una gravidanza indesiderata.

Si parla spesso di donne in carriera o semplici lavoratrici che possono essere penalizzate nella loro quotidianità professionale in caso di gravidanza, con possibili casi di mobbing e, in casi estremi, di licenziamento. La maggior parte delle donne che hanno abortito tra il 2010 ed il 2018 hanno un lavoro (Figura 3), quindi questo potrebbe confermare quanto appena detto, cioè che le donne preferiscono abortire che venire licenziate o vedersi negato un avanzamento di carriera. Ad una scelta di questo tipo contribuisce non solo una morale sociale diffusa che vuole le donne o madri o lavoratrici, ma anche la mancanza di politiche a sostegno della famiglia e della donna. 
La penalizzazione più grande potrebbe essere maggiormente risentita dalle lavoratrici a basso reddito, che potrebbero trovarsi davanti ad un bivio: continuare a lavorare o avere un figlio e smettere di lavorare. Maternità e lavoro non vanno ancora a braccetto, purtroppo. Le politiche di welfare dovrebbero allora colmare questo buco, sostenendo chi vuole creare e crescere una famiglia senza paura di essere licenziate o, ancora peggio, di subire abusi e pressioni in ambito lavorativo.

Figura 3. Condizione professionale di donne in Italia che si sono sottoposte ad IGV nel periodo 2010-2018.

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La quarta puntata verrà pubblicata martedì 1 dicembre.

Autrice: Annarita N.
Cover design: Pigutin

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