Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 10)

Pro-choice e pro-life

La Chiesa Cattolica, presente da sempre in Italia per ovvie ragioni geografiche, è una (o forse la) delle maggiori sostenitrici e promulgatrici del pensiero pro-life.

All’inizio del secolo, in realtà, la Chiesa era contraria alla presenza di prelati nella politica italiana; con la fondazione del Partito Popolare Italiano nel 1919 ad opera prevalentemente di Don Luigi Sturzo, si inizia a concepire gli insegnamenti cristiani come guida morale per chi si occupa di politica. Da questo momento in poi, la Chiesa ha influenzato pesantemente le decisioni della società laica italiana tramite condanne morali, campagne sui media e nelle parrocchie. Tutto ciò costituiva una sistema capillare di propaganda molto potente, che era in grado di eleggere politici vicino al loro pensiero morale, di concedere lavoro, favori, per poi riscuoterne il prezzo. La firma dei Patti Lateranensi del 1929 ha introdotto l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche; dopo il referendum del 1946, la Chiesa si è introdotta nella vita politica supportando partiti come la Democrazia Cristiana.

Nell’ottica dell’insegnamento cattolico, l’atto sessuale è concepito solo come mezzo di procreazione ed in quanto tale deve avvenire solo all’interno di un matrimonio uomo-donna. La contraccezione e l’aborto non sono ammessi, poiché rappresenterebbero il rifiuto del legame con Dio. Il risultato di tutto ciò è che solo il 19% della popolazione è a favore dell’aborto come diritto di scelta della donna a non avere figli; il resto lo concepisce solo come mezzo per preservare la vita della donna.

È come se di fronte all’aborto ogni donna dovesse fare i conti con la società,
che impone la maternità come destino e non come scelta.


Augusta Angelucci, psicologa dell’ambulatorio dell’Ospedale San Camillo (Roma, 2018)

Il dibattito sull’IGV ha diviso l’opinione pubblica in pro-choice e pro-life, ovvero coloro che sostengono il diritto della donna ad affermare la propria volontà ed a fare le proprie scelte, qualunque esse siano, e coloro che sostengono tout court il diritto alla vita.

Tuttavia, la legge n.194 fu approvata nel 1978 anche grazie al contributo di rappresentanti della Democrazia Cristiana, cosa che fu vista come una sorta di tradimento ideologico da molti cattolici praticanti, i quali iniziarono ad organizzare una raccolta firme per un referendum abrogativo della legge stessa. Il referendum si tenne nel 1981 e confermò la volontà del popolo italiano a mantenere la 194 così come era stata concepita tre anni prima.

Questo è il contesto in cui nasce, in Italia, il Movimento per la Vita, che costituisce una delle pochissime associazioni di questo settore avente una struttura ben definita e che può contare sull’attivismo di circa 15000 volontari.

La tipologia di donne che fa parte dei movimenti pro-life in Italia è abbastanza eterogenea: si può trattare di casalinghe, donne single, in carriera, con figli o senza, di elevato o basso ceto sociale.

In seguito alla sonora sconfitta del referendum 1981, i pro-life italiani attuarono un intelligente piano, scindendosi in due gruppi con due obiettivi distinti: il primo sarebbe dovuto entrare in politica e battersi per istituire una “cultura della vita”, mentre il secondo avrebbe dovuto costruire una rete di centri di supporto per le donne incinte (Centri di Aiuto alla Vita, CAV) propense a sottoporsi ad un’IGV per i motivi i più disparati, e cercare di convincerle a non abortire.

La divisione in questi due gruppi mostra anche una netta contrapposizione maschi-femmine, con i primi impegnati maggiormente a diffondere, tramite la politica, la “cultura della vita”, e le seconde impegnate nei CAV. Questa separazione afferma, implicitamente, due cose: ci sono lavori per donne e lavori per gli uomini, e quelli di questi ultimi sono più importanti, di maggiore prestigio e più in vista di quelli delle colleghe donne.

Le volontarie dei CAV ritengono che l’aborto non sia una scelta contro la maternità, perché ad ogni modo si diventa madri, ma di un bambino morto. Quindi, nella loro ottica, non c’è nessuna alternativa alla gravidanza se non quella di portarla a termine. Il loro è un servizio rivolto alla donna, mentre quello dei loro colleghi maschi risulta essere, tramite la promozione di leggi ad hoc, un impegno a salvaguardia del feto.

Il momento della testimonianza è fondamentale nel diffondere la cultura pro-life. Le donne  che hanno già avuto un aborto nel proprio passato vengono usate come testimoni di come questa decisione abbia cambiato la loro vita in negativo, poiché l’aborto è un atto abominevole, inconcepibile. Le donne che hanno invece deciso di portare a termine una gravidanza ad esempio in seguito a violenze magari da parte del marito stesso, vengono invitate a testimoniare per rafforzare ulteriormente la posizione e le teorie pro-vita.

In Italia, le posizioni pro-life sono molto diffuse, e ciò a portato nel marzo 2019 allo svolgimento a Verona del 13° Congresso Mondiale delle Famiglie, e della nomina ufficiale di questa città come pro-life, con un atto formale all’interno del consiglio comunale.

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L’undicesima puntata verrà pubblicata martedì 19 gennaio.

Autrice: Annarita N.
Cover design: Pigutin

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