Il racconto dei racconti. Giorno 6.

Apocalipse: How? (parte 1)

Intro

Un celebre personaggio di Corrado Guzzanti introdurrebbe la questione di cui ci vogliamo occupare più o meno in questo modo:

Apocalissi. Chi le ha scritte? Perché le ha scritte? A cosa si ispiravano? Cosa gli faceva venire in mente tutte quelle immagini contorte? Chi era l’ispiratore degli apocalittici? Era legale a quei tempi? Ispiratori di Apocalissi, su Rieduchescional Channel.

Al di là della parafrasi maldestra di Vulvia, quando si parla di scritti apocalittici le domande da porsi, giochi a parte, sono grosso modo le stesse.

Finora ci siamo occupati di vicende narrate nella Genesi, il primo libro della Bibbia ebraica e delle tradizioni successive, compresa quella cristiana. Queste, composte intorno al VIII-VII secolo a.C., sotto impulso del re di Giuda Ezechia, rappresentano già una sistemazione di materiale scritto e orale preesistente alla sua definizione come testo autonomo, eseguita per particolari esigenze avvenute in quello specifico contesto culturale.

Ora, sembra di fare un salto di centinaia di anni ed arrivare all’ultimo dei libri della Bibbia a noi più nota, quella cristiana, che termina proprio con l’Apocalisse.

Ma lo scritto noto come Apocalisse di Giovanni, non è che la punta dell’iceberg di un magma di scritti e resoconti che si moltiplicarono tra il IV secolo prima dell’era volgare al II secolo dopo.

Senza voler plagiare la comicità di Guzzanti e senza cadere nella trappola “giacobbiana” del mistero-a-tutti-i-costi, possiamo provare a sintetizzare un quadro generale della situazione, non senza il rischio di appiattirla. Per questo vi ricordiamo sempre che a tale proposito esistono rigorosi ed accesi studi accademici, di cui riportiamo una bibliografia introduttiva alla fine dell’articolo.

Noi qui, per farla breve, possiamo chiederci, da bravi reporter della Storia: cosa sono le apocalissi, chi le scriveva, quando, come e perché?

Che cosa è un apocalisse?

Una cosa dobbiamo ammetterla: è proprio nell’Apocalisse per antonomasia, quella del Nuovo Testamento, che si ritrova il primo utilizzo accertato del termine apocalisse con il significato che gli attribuiamo. Derivante dal greco, apocalisse vuol dire rivelazione, e in quanto tale si presenta come un racconto dei giorni ultimi del mondo conosciuto, quando un giudizio divino definitivo e inappellabile decreterà la salvezza dei giusti e la punizione degli empi.

Il punto di vista rispetto al quale tale giudizio avviene è tutto da chiarire e, senz’altro, da comprendere. Ma a questo ci arriveremo.

Tuttavia, come molti studiosi hanno notato, una definizione del genere non può essere soddisfacente perché l’apocalisse non si presenta come un genere letterario a sé stante, e non era scritta con tale consapevolezza. È solo una classificazione di comodo che individua degli aspetti formali comuni all’interno di numerosi testi a sfondo rivelativo definibili come apocalittici.

Ma cosa è davvero un’apocalisse?

Riflettiamo: è una rivelazione, e su questo ci siamo chiariti. Ma a ben vedere un testo apocalittico ci può raccontare anche altro. Ad esempio, di solito avviene che un certo personaggio (il più delle volte della tradizione biblica, Enoc, Abramo, Isaia, ecc…) venga a contatto con esseri sovrannaturali che gli rivelano segreti relativi alla creato e, quindi, al destino cui va incontro.

In base a questa considerazione, c’è chi ha ampliato la definizione di apocalisse individuandola come un resoconto del contatto diretto con l’oltremondo. In altre parole, è una tracrizione di ciò che racconta una persona che ha avuto una visione dell’aldilà, dove ha ricevuto informazioni da esseri celesti riguardo la fine dei tempi.

E tale visione (bisogna tenerlo ben presente) è ritenuta realmente accaduta sia da chi l’ha avuta, si da chi vi ha assistito o ne ha ascoltato il racconto.

Chi vede?

Chi fossero esattamente questi individui predisposti al “viaggio oltremondano” non possiamo saperlo con certezza, almeno non nelle loro fattezze anagrafiche poiché, come abbiamo accennato, il resoconto veniva spesso attribuito a un personaggio autorevole della tradizione per conferirgli credibilità. Ma di questo ne parleremo a tempo debito.

Qui ci interessa capire chi si occupava concretamente di avere delle visioni dell’altro mondo. Ebbene, ricordiamoci che nel periodo che stiamo considerando (tra 2400 e 1800 anni fa), ma in generale in tutto il mondo antico, pratiche come la divinazione, la consultazione degli oracoli o l’interpretazione dei sogni erano piuttosto comuni e socialmente accettate. A tal punto che a occuparsene erano dei veri e propri tecnici del mestiere.

Di tutto questo sono i testi a parlare, anche se a volte non in maniera diretta. Leggiamo ad esempio, nell’Ascensione di Isaia (uno scritto visionario risalente al II secolo d.C. non compreso nei testi divenuti poi canonici) di una rivelazione avuta dal profeta su richiesta di re Ezechia in presenza di altri profeti e scribi pronti a raccogliere la sua testimonianza.

Basandosi su questo e altri scritti simili, gli studi hanno ricontrato un’importante caratteristica di queste visioni, che trascende la loro interpretazione letterale e religiosa e si concentra sull’aspetto pratico.
Avrete capito che siamo arrivati all’importante momento del come.

Come il visionario aveva le sue esperienze di contatto con l’oltremondo?
Come queste diventavano testi e venivano trasmesse?
Come questi testi si sono cristallizzati nelle versioni che noi conosciamo?

Ma di questo ne parleremo ampiamente nella seconda parte.

Continua il prossimo giorno

Testo e copertina:
Francesco Di Concilio

Bibliografia

  • Luca Arcari, Vedere Dio. Le apocalissi giudaiche e protocristiane (IV sec. a.C. – II sec. d.C.)
  • Paolo Sacchi (a cura di), Apocrifi dell’Antico Testamento, Torino, UTET, 1981-2000 (5 volumi).
  • Mario Erbetta, Gli apocrifi del Nuovo Testamento, Torino, Marietti 1966-1981 (3 volumi).
  • Luigi Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, Torino, UTET 1994 (3 volumi).
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