Il Racconto dei Racconti. Giorno 4.

Per una trattazione rigorosamente accademica rimandiamo alla bibliografia a fine articolo. Lo scritto, invece, vuole essere una forma divulgativa leggera e scorrevole con delle punte di malcelato umorismo, pur basata su studi autorevoli, i cui punti cardine sono stati selezionati e affrontati a discrezione dell’autore. Per una trattazione teologica rimandiamo, oltre che agli studi specialistici, all’intima fede della lettrice e del lettore.

Sodoma e il sacrificio sventato

Sodoma (Gen. 18-19) 

L’Innominato, ovvero Jahvè, che era un dio da tenere da conto l’opinione dei suoi fedelissimi, si domandava, giunti a questo punto, se Abramo dovesse o meno venire a sapere cosa stava architettando con i suoi angioletti.

Con tutto quello che quel poveretto aveva da fare, come proliferare e tutto il resto, sarebbe stato giusto mettergli in testa altri pensieri?
Abramo, per sua fortuna, non era certo uno sprovveduto. Stava in mezzo alla gente e in mezzo alla gente le notizie corrono veloci, non importa che siano decisioni divine o sacrifici di agnelli.

– Ma come… – disse Abramo, sconvolto dalla notizia – e se in mezzo a quei poveri cristi, anzi poveri Adami – pardon – destinati allo sterminio ce ne fossero cinquanta buoni, tu che fai, Adonai (rdr)*, scusa la sfrontatezza, lasci morire anche loro?
– Ma no! Che dici?! – rispose il Signore, imbarazzato – Se ne trovo cinquanta buoni salvo tutti!
La pignoleria di Abramo tiro la cantilena per un po’ arrivando fino a dieci buoni.
– Per loro salveresti tutti?
– Certo, che domande!

Hartmann Schedel, Sodoma e Gomorra (miniatura), in Codice di Norimberga, 1493

Ad ogni modo, DoppiaH andò a Sodoma e, buoni o cattivi, fece un gran casino.

Gli angeli arrivarono a Sodoma e incontrarono Lot, il fratello di Abramo, sulla porta della città.
L’uomo li accolse con mille cerimonie e gli angeli, ormai avvezzi all’ospitalità, avevano accettato di buon grado.
Calava la notte sulla casa quando la buona nomea di Sodoma non tardò a palesarsi sulla porta di casa. Tutti gli uomini della città, giovani e anziani, si accalcarono alla porta chiedendo come tributo le virtù dei due nuovi venuti.
Lot non poteva permettere che i cittadini abusassero dei suoi ospiti e offrì, in alternativa a tutti quegli uomini vogliosi, la verginità delle sue figlie.

Ma, per carità, nessuno tocchi gli ospiti.

Questa soluzione, però, non fece altro che aumentare la libidine degli uomini, che in coro pensarono:
“Ma chi è questo qui adesso? Quasi quasi…”.
Finalmente, prima che qualcuno ci rimettesse le proprie grazie senza volerlo, gli angeli smisero per un attimo di ingozzarsi e si ricordarono di essere gli inviati del Signore.
Così, per salvare la situazione, accecarono momentaneamente tutti gli uomini perché non trovassero né la porta né varco alcuno in cui intrufolarsi.

Poi presero Lot da parte e gli dissero:
– Senti, bello mio, qui la storia di perdonare tutti o nessuno non funziona. Noi siamo angeli, asessuati, esseri celesti, eppure alla vista di tutti quegli assatanati ci si stanno spiumando tutte le ali. Ragion per cui avremmo deciso di fare piazza pulita. Tu prendi i tuoi parenti e filate via di corsa perché tra poco succede il finimondo!

John Martin, La distruzione di Sodoma e Gomorra, 1852, olio su tela.

Il mattino dopo gli angeli rinnovano il consiglio e Lot si rifugiò presso Soar, una Cittadella sul Mar Morto, assicurandosi che nessuno si voltasse a guardare indietro quello scempio.
Fuoco e zolfo cominciarono a cadere su Sodoma e Gomorra e l’intera valle divenne un enorme calderone fumante.
Abramo se la godeva da lontano mentre la moglie di Lot, per eccessiva curiosità, divenne una statua di sale. Glielo avevano detto di non voltarsi indietro, ma quella niente. La stessa testa dura di Euridice

Nel pacchetto con Sodoma e Gomorra c’erano, senza specificarne in modo particolare il motivo, anche le città maledette di Adma e Seboìm, conosciute al tempo della battaglia dei quattro re e di Melchisedec.

Una parentesi: Moabiti e Ammoniti

Lot e figlie non si fidavano di restare a Soar e per questo si rifugiarono in montagna. Le figlie di Lot, sfuggito per miracolo allo stupro di massa a cui il caro padre le aveva esposte in quel di Sodoma, si ponevano scrupolosamente il problema della discendenza.
Però lì sui monti erano sole, e l’unico uomo nel raggio di chilometri era il vecchio padre.
Poco importa.

Le due sorelle non andarono troppo per il sottile: c’era una stirpe da mandare avanti!
A turno fecero ubriacare il padre e giacquero con lui rimanendo incinta.
La maggiore diede alla luce Moab, la minore lo chiamo “Figlio del mio popolo(ben ‘ammi), capostipiti, appunto, di Moabiti e Ammoniti.
Chiusa parentesi.

Abramo a Gerar

Abramo e famiglia, intanto, si trasferirono nel Negheb. Per la precisione a Gerar, dove si ripete la tiritera accaduta in Egitto con Sara e il faraone, in base al costume per cui un sovrano, o un uomo di potere in generale, poteva liberamente fare sua una donna sposata, facendo fuori il marito legittimo.
Altri tempi.
Il profeta, allora, fece presentare Sara come sua “sorella” in modo da non essere ucciso qualora Abimelec, re della Regione, la desiderasse.
E infatti Abimelec, per niente originale, la desiderò e se la fece condurre.
Fortuna che El-Elohim** gli comparve in sogno per evitare la sciagura altrimenti il povero Abimelec si sarebbe ritrovato peccatore senza nemmeno saperlo:
“E Abramo, allora?” gli chiese, sempre in sogno, il re.
“No, che c’entra lui? È un profeta. – rispose Jahvè – Piuttosto lascia perdere Sara che magari quello prega pure per te e come affare non è mica male.”

Abramo, venuto a sapere del sogno, spiegò ad Abimelec la sua strategia diversiva. Questi comprese e invece di incazzarsi come un coccodrillo del Nilo, gli fece dono di armenti, greggi, schiavi e gli restituì la moglie, ottenendo in questo modo la guarigione dall’impotenza e dalla sterilità da cui lui e il suo Harem, nel frattempo, erano stati colpiti.

Isacco

Andrea del Sarto, Sacrificio di Isacco, Dresda, 1527, olio su tavola.

Come promesso, a un anno dall’annuncio l’Innominabile tornò a far visita ad Abramo e Sara.
Sara partorì un figlio che chiamarono Isacco, come il sorriso che gli si stampò in faccia al solo pensiero di aver avuto un figlio a quell’età.
Il ragazzino cresceva e cominciava a giocare con Ismaele, il figlio di Abramo e Agar, sua schiava. Ma Sara voleva rivendicare il suo primato di progenitrice ufficiale e disse ad Abramo che avrebbe fatto meglio ad allontanare Agar e Ismaele.

Non è mai corso buon sangue tra Sara e Agar.

Abramo considerava Ismaele suo figlio al pari di Isacco, perciò ci rimase male di fronte a questa richiesta. Jahvè, che stava sempre sul pezzo, lo tranquillizzò dicendogli che era la cosa migliore da fare. Ma non aveva nulla da temere, tanto avrebbe dato ad Ismaele comunque una gran discendenza, degna di un figlio di Abramo. Poteva fidarsi.
L’aveva mai deluso in passato? Andiamo…

Così il mattino dopo Abramo prese la schiava e il figlio, li rifornì con una “ricca dose” di pane e acqua e li lasciò partire.
E pure questa era fatta.
La poverina, però, si perse nel deserto di Bersabea e si vide spacciata quando finirono le “laute” provviste di acqua e carboidrati.
Lasciò suo figlio sotto un cespuglio e per non vederlo morire si allontanò.
Il Signore, in tutta la sua infinita contraddizione, sentì il lamento di Agar e del piccolo e fece apparire per loro un pozzo d’acqua grazie a cui sopravvissero.
Ismaele divenne un arciere, abitò nel deserto di Paran e sposò una donna egiziana.

MIchelangelo Merisi, Il Sacrificio di Isacco, Firenze, 1603 ca., olio su tela.

Il sacrificio sventato

L’Innominato, nella sua visione di insieme che può solo lui comprendere, decise di mettere alla prova Abramo chiedendogli di offrirgli il suo figlio in olocausto, ovvero in sacrificio.

Fatto che in seguito sarà anche interpretato come un’intromissione diabolica, ma nel nostro libro non se ne fa cenno, quindi rimane un’iniziativa spontanea dell’altissimo.

Nemmeno Abramo osava interrogarsi riguardo gli oscuri disegni del sommo, tanto erano assurdi e paradossali. E’ forse in quel frangente che è nata ciò che noi chiamiamo ‘fede’.
Dunque obbedì senza batter ciglio: prese figlio, fascine e, con un paio di schiavi al seguito, partì per il territorio di Moriah.
Nome che, col senno di poi, non promette benissimo.

Lungo il cammino Isacco, che era già abbastanza sveglio da porsi delle domande, chiese al padre perché stavano andando ad offrire un olocausto al signore senza piatto forte, cioè l’agnello.
Abramo, imbarazzato, rispose che il Signore avrebbe provveduto a tutto, a loro toccava portare solo il contorno e le stoviglie.

Arrivati in cima Abramo preparò l’altare, vi legò Isacco (di cui non conosciamo la reazione, dato che non pronunciò più mezza parola e probabilmente era atterrito dalla fede di suo padre e dal coltellaccio spianato contro di lui) e fu presto pronto a farne fettine.
Al momento del colpo fatale, però, interviene l’Angelo del Signore, che da ora per comodità chiameremo per nome, solo Angelo, dicendo:
– Va bene! Va bene! Ti credo! Ti credo! Obbedisci ciecamente al signore! Libera il ragazzo adesso, per l’amor del cielo.

Abramo, visibilmente sollevato, slegò il figlio e lo sostituì con un ariete che passava di lì facendosi i fatti suoi.
Per questo gesto Abramo fu riempito di promesse di moltiplicazione della sua gente, la quale avrebbe avuto sempre la meglio sui nemici e qualche volta anche sugli amici

Note Notevoli

Al termine della vicenda, narrata nel capitolo 22, versetti 1-18 del Genesi, una breve parentesi genealogica ci avverte che Nacor, nonno di Abramo, ebbe un bel po’ di figli e nipoti tra cui al limite si può ricordare il nome di Rebecca, che può tornarci utile per le vicende future.

Laddove appaiono asterischi vorremmo sottolineare il differente numero di nomi con cui, all’epoca della stesura del testo, era definito il dio degli ebrei. Ma nessuno di essi corrisponde al suo nome vero, al limite vi si avvicina, come il tetragramma YHWH (da cui DoppiaH, che non vuol dire Hip Hop), ma per lo più servono a nasconderlo.
Noi ci siamo solo presi la briga di giocarci un po’.

* = rima del redattore; ‘Adonai’ è uno degli altri nomi di Jahvè, vuol dire ‘Signore’.
** = Altro nome di dio, vuol dire ‘Dio degli Dei’.

[continua]

Francesco Di Concilio

Bibliografia essenziale

  • In particolare rimandiamo agli studi e alla bibliografia del prof. Gian Luigi Prato, che ci ha introdotto all’argomento durante gli universitari di base. Qui il link di una delle sue relazioni sull’argomento http://www.gliscritti.it/blog/entry/2409
  • P. Merlo (a cura di), L’antico testamento. Introduzione storico-critica, Frecce 60, Carocci, Roma 2008.
  • M. LiveraniOltre la Bibbia. Storia antica di Israele, Storia e società, Laterza, Roma-Bari 2003.
  • J. RichesLa Bibbia, Universale Laterza 821, Laterza, Roma-Bari 2002.
  • Testo biblico di riferimento: LA SACRA BIBBIA della CEI. Note e commenti: La Bible de Jerusalem, nuova edizione 2008, per l’ed. italiana, La Bibbia di GerusalemmeCentro editoriale dehoniano, Bologna 2010.
  • R. GravesI miti greci, Longanesi, Milano 1963.
  • Per i chiarimenti sui termini, in attesa di un nostro apparato di note, rimandiamo a Wikipedia e al sito della Treccani, sempre utile per delineare per linee generali i contesti trattati.
  • Per una lettura poetica e romanzata delle vicende che riguardano Abramo e la sua discendenza rimandiamo al capolavoro di Thomas MannGiuseppe e i suoi fratelli, Berlino, 1933-1943.

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[…] armi e bagagli e trasferirsi a Gérar, presso i Filistei. Qui troviamo la vecchia conoscenza Abimelec e, basandoci sui vecchi episodi, potremmo anche solo immaginare a questo punto cosa succede quando […]

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