Il racconto dei racconti. Giorno 3.

Premessa: “un” viaggio dentro la Bibbia

Per una trattazione rigorosamente accademica rimandiamo alla bibliografia a fine articolo.
Lo scritto, invece, vuole essere una forma divulgativa leggera e scorrevole con delle punte di malcelato umorismo, pur basata su studi autorevoli, i cui punti cardine sono stati selezionati e affrontati a discrezione dell’autore.
Per una trattazione teologica rimandiamo, oltre che agli studi specialistici, all’intima fede della lettrice e del lettore.

La saga di Abramo: Promesse

Preludio: La torre di Babele

Pieter Brueghel il Vecchio, La Torre di Babele, Olio su tela, 1563, Vienna

Noè, si dice, morì a novecentocinquant’anni senza sapere cosa fosse la terra promessa che aveva maledetto con tanto zelo.

Sapeva bene invece del predominio che l’Innominato aveva concesso all’uomo (e alla donna?) su tutti gli altri esseri viventi e sulla Terra stessa. Libero usufrutto e sfruttamento: Dio l’ha detto e lui gli ha ubbidito ciecamente. Gli uomini, allora, decisero di fondare una città, uniti come erano da un’unica lingua e un’unica cultura, dove eressero una torre fino al cielo segno della loro civiltà.

Un tema, questo dell’erezione, che tormenterà il maschio umano per secoli senza che questi riesca ad intravedere soluzioni plausibili alla propria frustrazione.

Tornando all’Innominato, che aveva smesso di fare stragi universali da quella volta dell’immenso sciacquone, decise di punire la loro superbia confondendo le lingue e disperdendoli per tutta la Terra. Il nostro redattore, questa volta, ha preso spunto da qualche ziggurat malmesso che popolava il panorama di Babilonia, o Babel, o Sinar, divenuta, nell’immaginario del popolo eletto e in alcune reinterpretazione post-moderne, simbolo dell’avidità e della superbia degli uomini.

Il ciclo di Abramo 

Dopo una serie di generazioni più o meno eponime di qualche popolo storico del Vicino Oriente, dopo che l’età media si era abbassata a “soli” duecentocinquant’anni, dopo tutto questo entra in scena Abramo. E non è cosa da poco se si considera che attorno alla figura del patriarca si formano due dei capisaldi teologici della religione ebraica concessi dall’Innominato sottoforma di promesse: la numerosa discendenza e la Terra, appunto, Promessa.  

All’inizio della vicenda Abramo si chiama ’Aḇrām (אַבְרָם, “padre di molti”) e la moglie Saray (שָׂרָי, “principessa”). Verso la fine i loro nomi muteranno, mentre Lot, nipote di Abramo, rimane Lot e con lo zio lascia la città natale, Carran, per mettersi in viaggio verso Canaan, la Terra promessa abitata, manco a dirlo, dai Cananei.

Presso le Querce di Morè, nei dintorni di Sichem, Abramo costruì un altare per sancire l’alleanza col signore, patto che molte volte il popolo ebraico si accorgerà di infrangere, prima di cominciare con un nuovo corso della legge.
Ma una cosa alla volta.

La storia non può terminare subito con Abramo che arriva nel paese di Canaan.
Infatti, il paese che prende il nome dal nipote di Noè in persona venne colpito da una dura carestia e l’intera famiglia fu costretta a muovere verso l’Egitto.
Prima di entrare nel paese Abramo chiese a sua moglie di fingersi sua sorella onde evitare che lo uccidessero per impossessarsi dell’avvenente antenata della stirpe. La vita del patriarca era nelle mani di Sara che divenne sposa del bramoso Faraone e da questi ricevette favori e ricchezze.
Il signore, però, non si trovava troppo d’accordo con il trucco della finta sorella e, invece di inveire contro il truffaldino Abramo, se la prese con il faraone, che intanto aveva consumato fior di nozze con la bella Sara.

Il povero faraone, sconcertato, non trovò altra soluzione che far allontanare Abramo e i suoi dall’Egitto chiedendosi (a ragione) perché diamine gli avesse nascosto la verità. Il redattore biblico appare perplesso quanto il suo faraone di fronte a questo comportamento.

L’usanza qui riscontrata potrebbe risalire a un costume dell’aristocrazia hurrita, secondo cui un marito poteva adottare la propria moglie come sorella in modo fittizio, affinché questa potesse godere di maggior considerazione e privilegi.

Lasciando che ciascuno tragga le proprie conclusioni, Abramo e compagnia tornarono all’accampamento da cui erano partiti, nella terra abitata da Cananei e Perizziti. Egli era ricco in averi e bestiame. E pure Lot lo era. E lo erano talmente tanto entrambi da non riuscire a convivere nella stessa terra senza che rispettivi mandriani si insultassero a vicenda, o peggio.

Bene – disse Abramo da bravo patriarca – non voglio liti in famiglia. La terra è grande e c’è spazio per tutti: va dove ti pare e io andrò dalla parte opposta”.
Così Lot piantò le tende a oriente, nei pressi di Sodoma. Col senno di poi, una pessima scelta.
Intanto l’Innominato rinnovò la sua promessa ad Abramo, che si andò a stabilire alle Querce di Mamre, ad Ebron, dove costruì un’altare.

E ora un intermezzo guerrafondaio

C’erano una volta quattro re: Amrafel, Ariòc, Chedorlaòmer e Tidal, che regnavano rispettivamente su Sinar (Babilonia), Ellasèr, Elam e Goim.
Questi quattro re mossero guerra contro Bera e Birsa, sovrani di Sodoma e Gomorra (col senno di poi, una pessima scelta anche la loro) e contro Sinab, Semeber e Soar, re di Adma, Seboìm e Soar.
L’incontro avviene nella valle di Siddim, che poi sarebbe il Mar Morto, o una zona lì vicino.

Chedorlaòmer e compagnia sconfissero innumerevoli eserciti e popolazioni in diversi scontri decisivi che non stiamo qua ad elencare.

L’importante è sapere che gli Urriti rappresentavano l’avversario più in forma, e quindi da battere.
Nel secondo turno Chedorlaòmer ebbe ragione di Amaleciti e Amorrei nel campo di battaglia di di Casasòn-Tamar. Durante i quarti di finale si rifecero sotto Bera, Birsa, Sinab, Semeber e Soar. Il campo da gioco di Siddim era conciato piuttosto male e, per questo motivo, i re di Sodoma e Gomorra, ripiegando in difesa finirono dritti nei pozzi di catrame.

I vincitori fecero incetta di bottino nelle città conquistate e nella ressa portarono via Lot, che risiedeva serenamente a Sodoma.

La notizia giunse fino ad Abramo, il quale, da par suo, seppe accettarla con diplomazia: mise insieme un esercito di trecentodiciotto soldati e inseguì i fratifraghi fino a Dan costringendoli a capitolare. Recuperato il fratello, Abramo riebbe indietro beni, donna e popolo, che intanto veniva sbatacchiato qua e là per altrui volontà.

Melchisedek 

Incontro tra il Patriarca Abramo e Melchisedec, Dirk Bouts, 1464–67

Mentre Abramo discuteva col re di Sodoma su come spartirsi i beni della vittoria, Melchisedek, re di Salem, di passaggio, uomo devoto, benediceva il patriarca. Forse anche per il suo essere un filo più astuto del fratello Lot. Di sicuro perché Abramo non volle scendere a patti con il re sodomita: niente accettò oltre il giusto compenso dovuto ai suoi uomini ed alleati per aver scacciato (o battuto in finale) Chedorlaòmer.

Fine di Melchisedek

Giacché le promesse dell’Innominato tardavano a realizzarsi, Questi si sentì in dovere di rinnovarle di fronte a un Abramo alquanto perplesso. Era preoccupato, infatti, per la sua discendenza poiché non aveva figli e l’unico avente diritto all’eredità era un servo: Eliezer di Damasco.

L’Innominato gli cinse le spalle con un braccio, lo portò sotto il cielo stellato e gli disse che la sua discendenza sarebbe stata tanto numerosa quanto le stelle del firmamento. “In più – aggiunse – ci metto il carico a coppe con queste terre di cui ti faccio dono”.

Ma Abramo, più pignolo di un avvocato, chiedeva una garanzia per questa proprietà, tanto per non fare una figuraccia , come, per esempio, dichiarare di fronte agli altri popoli: “Questa terra e mia, me l’ha data Dio!”, e sentirsi rispondere “Il fatto è che il nostro di Dio non sarebbe troppo d’accordo, e poi è evidente che c’eravamo prima noi, come la mettiamo?”.

La prova del nove per Abramo fu di radunare una giovenca, una capra, un ariete, una tortora e un colombo, squartare i quadrupedi ed evitare che i rapaci li divorassero.
L’innominato che intanto stava riflettendo sul da farsi ebbe un colpo di genio e disse:

“La terra è tua e del tuo popolo! Ma sappi che esso ci vivrà come forestiero e sarà sottomesso dalle nazioni che vi abitano. Ma non temere, sarà compito mio giudicarle e il tuo popolo ne uscirà ricco e vittorioso. Quanto a te vivrai una vecchiaia felice e sarai sepolto con i tuoi padri”.

Perfetto.

Al tramonto gli animali erano ancora squartati in due in attesa di qualche avvenimento. Allora una fiaccola ardente e un braciere fumante passarono in mezzo a loro e Dio sancì la nuova alleanza: la terra di un sacco di popoli ora apparteneva alla sola discendenza di Abramo, che gli piacesse o meno.


E gli animali squartati, allora?
Un’altra trovata dell’Innominato, che ne inventa sempre una per stringere alleanze e fare promesse?
Ebbene la stravaganza rituale attribuita a Jahvè non c’entra niente stavolta.
Si tratta di un antico rito di alleanza in cui i contraenti passano tra le carni sanguinolente e invocavano la sorte riservata a queste vittime in caso di trasgressione del patto. Il fuoco che passa in mezzo agli animali squartati, nel nostro caso, è l’Innominato stesso, e passa da solo perché si tratta di un patto unilaterale.

Ismaele 

E adesso una spiegazione a posteriori del perché Ebrei e Arabi sono fratelli, ma non troppo.

Agar ed il figlio Ismaele vengono scacciati. Raffigurazione di Gustave Doré.

Sara, moglie di Abramo, non poteva avere figli.
La preoccupazione per la discendenza era ancora così pressante che la donna volle applicare un’antica legge mesopotamica per cui Abramo poteva avere un figlio dalla schiava di Sara, Agar l’egiziana, e questo poteva essere adottato dalla donna come se fosse suo.

Peccato che Agar una volta scoperto di essere incinta di Ismaele, non avesse nessuna intenzione di sottomettersi di nuovo a Sara. Sara ovviamente se la prese con Abramo e Abramo, ovviamente, se ne lavò le mani dicendo: “La schiava e tua trattala come ti pare”.
Così Sara la trattò peggio e Agar fuggì.

L’Angelo del Signore, che spesso non era altro che lo stesso Adonai che si manifestava, la incontrò presso una sorgente e la rassicurò: “Se torni dalla tua padrona e ti sottometti ti prometto – e ci risiamo – di moltiplicare a dismisura le tue discendenze. Lo chiamerai Ismaele, che vuol dire ‘Dio ascolta’, perché ho unito il tuo lamento e i suoi discendenti saranno indipendenti e vagabondi: come l’asino selvatico, combatteranno contro tutti e tutti combatteranno contro di loro”: sono gli Arabi del deserto.

Agar partorì che Abramo aveva soli ottantasei anni, un giovinetto che sarebbe divenuto profeta di ben tre religioni monoteiste (nel Corano diverrà ابراهيم‎, Ibrāhīm).

Quattro anni dopo: un nuovo rito

Quando Abramo di anni ne aveva novanta, di cose ne cambiarono. Alla faccia di chi pensa che la vita abbia un inizio e una fine.

Innanzitutto l’innominato stabilisce una nuova alleanza con Abramo e questa volta lo fa aggiungendo una ‘o’ al suo nome, che lo renderà alle orecchie dei posteri tale quale lo conosciamo, cioè אַבְרָהָם, (’Aḇrāhām). Dio farà di lui una moltitudine a patto che questi rispetti una nuova convenzione che diventerà il segno distintivo del suo popolo: la circoncisione.

Così Il vecchio prese Ismaele e tutti gli uomini di casa (e ce n’erano!) e circoncise tutti senza pietà, senza dimenticare se stesso. Inoltre anche Sara cambierà nome e diventa שָׂרָה (Sarah). Nella sostanza non cambia nulla, Il significato rimane lo stesso.

Per finire, e non senza rischiare di far venire all’anziana coppia un coccolone di quelli brutti, l’Innominato, che si vuole proprio rovinare, rincara la dose annunciando, come solo lui sa fare, che l’anno successivo Abramo e Sara avranno un figlio che chiameranno Isacco. Con tutto il dovuto rispetto Abramo gli scoppiò a ridere in faccia pensando alla sua età a quella della moglie.

Oltre al fatto che un figlio già ce l’aveva, Ismaele, se solo Adonai gli desse un minimo di credito. Ma quello no, non se ne parla nemmeno: Ismaele, tu avrai una numerosa discendenza, ma sarà con Isacco che stabilirò la mia Alleanza”.

Quando fa così che gli vai a dire?

Marc Chagall, “Abramo e i tre angeli”, 1935-60 circa, olio su tela, Musée National Marc Chagall, Nizza.

Finale

Intanto, per esserne certi, qualche tempo dopo tre uomini andarono incontro ad Abramo presso la sua tenda alle Querce di Mamre. Il vecchio li accolse come Cristo comanderà, e quelli si fanno accogliere senza problemi. Ad un certo punto uno dei tre chiede di Sara, poi dice: “Tra un anno tornerò e tua moglie ti partorirà un figlio”.

Ora Sara, ascoltando queste parole e tenendo presente che era in menopausa da qualche decade, si fece prendere dalla ridarella. Ma poiché era meno sfrontata di Abramo, la tenne per sé e lo negò addirittura quando il signore (in incognito) le fece notare la brutta figura.

“Ridi pure, non temere, tanto le vie del signore sono infinite e ti faccio vedere io cosa ti combino”.
Detto questo i tre si congedarono e andarono su una collina a contemplare Sodoma.

Avevano senza dubbio qualche cosa di grosso in mente.

[continua…]

Francesco Di Concilio

Bibliografia essenziale

  • In particolare rimandiamo agli studi e alla bibliografia del prof. Gian Luigi Prato, che ci ha introdotto all’argomento in tempi universitari. Qui il link di una delle sue relazioni sull’argomento http://www.gliscritti.it/blog/entry/2409
  • P. Merlo (a cura di), L’antico testamento. Introduzione storico-critica, Frecce 60, Carocci, Roma 2008.
  • M. Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, Storia e società, Laterza, Roma-Bari 2003.
  • J. Riches, La Bibbia, Universale Laterza 821, Laterza, Roma-Bari 2002.
  • Testo biblico di riferimento: LA SACRA BIBBIA della CEI. Note e commenti: La Bible de Jerusalem, nuova edizione 2008, per l’ed. italiana, La Bibbia di Gerusalemme, Centro editoriale dehoniano, Bologna 2010.
  • R. Graves, I miti greci, Longanesi, Milano 1963.
  • Per i chiarimenti sui termini, in attesa di un nostro apparato di note, rimandiamo a Wikipedia e al sito della Treccani, sempre utile per delineare per linee generali i contesti trattati.
  • Per una lettura poetica e romanzata delle vicende che riguardano Abramo e la sua discendenza rimandiamo al capolavoro di Thomas Mann, Giuseppe e i suoi fratelli, Berlino, 1933-1943.

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