Il racconto dei racconti. Giorno 2.

Premessa: “un” viaggio dentro la Bibbia

Per una trattazione rigorosamente accademica rimandiamo alla bibliografia a fine articolo.
Lo scritto, invece, vuole essere una forma divulgativa leggera e scorrevole con delle punte di malcelato umorismo, pur basata su studi autorevoli, i cui punti cardine sono stati selezionati e affrontati a discrezione dell’autore.
Per una trattazione teologica rimandiamo, oltre che agli studi specialistici, all’intima fede della lettrice e del lettore.

Piove che dio la manda

Un preambolo dovuto

Nei primi versi del sesto capitolo del Genesi si fa menzione, quasi totalmente avulsa dal contesto, di “figli di dio” e “figlie degli uomini”, dal cui accoppiamento avrebbero avuto origine gli eroi dell’antichità, coetanei dei “giganti” che allora, si racconta, popolavano la terra.

Ci troviamo di fronte a un’inserzione mitologica nel senso classico del termine, con un richiamo ai Titani, o alle cinque età del mondo in cui si sarebbero susseguiti diversi esseri sovrumani, prima che Prometeo e Pandora scatenassero il putiferio. 

Anche quei miti, tuttavia, presentano diverse versioni ed edizioni a seconda delle “ragioni” del popolo che li ha codificati. L’influenza reciproca non è da escludere e, anzi, potremmo considerarla come la linfa del processo creativo dei racconti orali, senza stare troppo a preoccuparsi di chi l’ha detto prima o l’ha detto poi.

D’altra parte, a quei tempi tra il bacino del Mediterraneo e la Mesopotamia, fino a lambire la valle dell’Indo, era tutto un trafficare di popoli, merci e idee che rendeva comune l’espressione “Questa storia l’ho già sentita dalle parti del Tigri“. Insomma una regione che produceva cultura e non profughi.

La condivisione era tale da testimoniare in coro, chi prima chi dopo, attraverso epopee di vario genere, racconti mitologici, archetipi, e il racconto biblico di oggi, un grande allagamento avvenuto in tempi non sospetti, che avrebbe ricoperto la terra e inabissato le deplorevoli espressioni di umana violenza.
Meglio noto sulle nostre sponde come Diluvio Universale.

Michelangelo Buonarroti, Il Diluvio universale, 1508 circa, Cappella Sistina, Musei Vaticani.

Il diluvio stagionale

Reminescenze della memoria collettiva o archetipo fondato sulla ciclicità degli eventi annuali?

Si resterebbe stupefatti di quante culture sparse su tutte il globo possiedono almeno un racconto di un immenso sciacquone purificatore, a cui sono sopravvissute poche coppie di esseri umani e animali, più o meno eletti.

Ma per restare nel raggio dell’Oriente più vicino a noi, abbiamo provato a entrare nell’immaginario dell’ipotetico redattore del racconto biblico in cui si parla del diluvio (vorremmo ipotizzare anche un’ipotetica redattrice, ma finora figure femminili di scriba sono attestate solo nell’antico Egitto).
Lo chiameremo Joshua Ben-Aram, un membro del Regno di Giuda, deportato a Babilonia da Nabucodonosor II (604 – 562 a.e.V.)
Teniamo da conto questa deportazione, che per la storia della Bibbia è importante quanto per quella dell’identità del popolo di Israele, che al tempo narrativo del diluvio non si chiamava ancora così.

Dal Diario ipotetico di Joshua Ben-Aram, scriba israelita deportato alla corte
di Nabucodonosor II

“Hanno condotto il mio popolo tra le rovine dell’antica capitale del mondo. Qui tutto è brullo, decadente, visibilmente prostrato. È rimasto ben poco dello splendore verdeggiante narrato dalle cronache che hanno attraversato valli e catene montuose.  Tuttavia, sotto questa lastra di distruzione, sento brulicare la volontà di riergersi dalle rovine del vecchio impero per costruire quello nuovo, di cui Nabucodonosor, signore e padrone, illumina il cammino. 

Si avvicina la stagione calda, i campi sono stati seminati e attendono solo la benedizione di YHWH, che mandi la vita per mezzo dei suoi due fiumi sacri. Mi è già capitato, in passato, di assistere a questo fenomeno portentoso, in questo periodo dell’anno. Le acque traboccano dagli argini dei due fiumi e invadono le vallate trasformandole in uno specchio immenso che riflette il cielo.

Le montagne di contorno fanno sembrare l’alluvione un’enorme scodella colma di zuppa nutriente che lascerà, al suo passaggio, solo terra fertile e vita. Negli archivi di palazzo ho avuto modo di venire a conoscenza di questi fenomeni avvenuti in passato con regolarità. Alcuni erano benevoli, descritti come il dono del loro dio ai suoi uomini. Altri, più violenti, hanno causato morte e distruzione, risultato della sua ira per il male diffuso nel mondo.

  Chissà che anche il mio popolo, che vive nel peccato, potrà un giorno essere mondato della sua malvagità dall’immensità delle acque, a cui possono sopravvivere solo i buoni e i giusti, gli unici capaci di riportarlo sulla retta via indicata dal Signore? […]

La necessità del mito

Il libero e giocoso esempio di ispirazione letteraria in cui il nostro redattore riflette su ciò che vede e ciò che legge: testimonianze di un evento comune e atteso, da cui dipende la vita e l’economia delle grandi pianure alluvionali, ma che può trasformarsi facilmente in tragedia qualora le circostanze ne amplifichino le facoltà distruttive. 

Niente commemorazione di un atavico e straordinario evento, la cui memoria è trasmessa di generazione in generazione.

Si tratta di puro influsso letterario basato sull’osservazione della ciclicità delle stagioni, che fa da fondamento al tentativo, in un momento di crisi, di mettere insieme i pezzi e ricercare un tratto identitario che riunisca il popolo in questione, al momento in stato di cattività.

Sarebbe come se qualcuno, nel nostro paese, creasse un archetipo mitico degli incendi e terremoti che si verificano ogni anno, descrivendone uno dalla portata talmente distruttiva da provocare la scomparsa dell’umanità e l’inizio di una nuova era nelle grazie del signore.

L’allargamento delle fonti di informazione ha fatto in modo che, anche in caso di catastrofi naturali, appaia chiaro quanto queste non siano “universali” o frutto dell’ira di alcuna divinità.
Le fonti esistenti e gli studi scientifici fanno in modo che non si debba colmare con un racconto straordinario un vuoto storico. E, da parte sua, il mito per sua natura riguarda tempi immemorabili in cui l’umanità compiva i suoi primi passi (a volte falsi).

D’altra parte, ai nostri giorni, se una divinità avesse provocato volontariamente un’ecatombe purificatrice, difficilmente la sua immagine pubblica ne uscirebbe candida come una colomba.

L’arca

Ad ogni modo, leggiamo, a quel tempo l’Innominato decise di salvare Noè, uomo probo, e i suoi tre figli: Sem, Cam e Jafet, gli stessi che secondo la tradizione di cui questo racconto è parte, sarebbero all’origine delle differenti popolazioni umane sparse per il mondo e dei problemi che ne sarebbero conseguiti. 

Jacopo Bassano, Entrata degli animali nell’arca di Noè, 1570, olio su tela, Madrid, Museo del Prado

Per salvare Noè, YHWH gli diede da costruire un’arca, cioè un barcone lungo trecento cubiti (1 cubito=1 avambraccio ca.), largo cinquanta e alto trenta, in legno di cipresso abbastanza resinoso, da ricoprire di bitume per renderla impermeabile.

Il bitume era costituito dal catrame che si trovava nei giacimenti naturali di idrocarburi vicini alla superficie di cui la Mesopotamia doveva essere ricca.
Effettivamente guerre e devastazioni hanno dimostrato che in realtà ne era ricchissima. 

L’arca doveva avere tre piani di ampio parcheggio dove far sostare tutti gli esseri viventi, selezionati per coppie eterosessuali oltre, ovviamente, a Noè, la moglie, i suoi figli e le sue nuore. 

L’acquazzone durò quaranta giorni e quaranta notti.

L’intero creato fu distrutto e ricoperto d’acqua.
Uomini, donne e infanti, innocenti o meno, furono letteralmente affogati dall’ira di dio. Poi, l’enorme scodella a cielo aperto rimase calma per centocinquanta giorni, prima che le acque cominciassero ad abbassarsi. Il barcone si andò ad incagliare sul monte Ararat e lì i profughi attesero la ricomparsa della terra ferma. 

Noè, intanto, sondava la situazione con vari tentativi di lancio di corvi e colombe, finché una colomba tornò con un ramo d’ulivo nel becco, un inequivocabile segno della ricomparsa della vita e della pace che l’Innominato aveva fatto con l’umanità, dopo averla quasi completamente distrutta. 

Ad un tentativo successivo la colomba non tornò più. La terra era diventata di nuovo abitabile, oppure la colomba, sfinita dal volo initerrotto, era precipitata in acqua.
Ma a favore della prima tesi intervenne la voce di dio ad avvisare, come all’aeroporto: 

“Dlin Dlon! Si comunica alla gentile clientela che il diluvio universale è cessato.
Si prega di scendere dall’imbarcazione, di crescere e di moltiplicarsi.
Grazie per aver navigato con L’Ira di Dio! Dlin Dlon!”. 

Poco ci mancava che Noè non arrostisse tutti gli animali che aveva salvato per offrirli in olocausto al signore, motivo per cui forse oggi non conosciamo il Minollo.
L’Innominato, che come sappiamo andava pazzo per le proteine animali, apprezzò moltissimo e si ripromise di evitare in futuro ecatombi simili. Da allora in poi, solo distruzioni mirate, sciagure intelligenti.

Tanto, diceva dio, l’uomo è malvagio dalla nascita, si dovrebbe stare lì a distruggerlo dalla mattina alla sera. Non conviene mica. 
Piuttosto, benedisse Noè e famiglia mandando loro l’arcobaleno in segno di alleanza e di pace. 

La maledizione di Cam

Appena prima che la progenie di Sem, Cam e Jafet si spalmasse sull’intero globo, ormai di nuovo terraqueo, accadde un increscioso incidente che costò a Cam, padre di Canaan e di tutti quelli che conteneva (cioè i Canaanei, ricordatevi di questo nome), una maledizione a lungo termine. 

Noè ci aveva dato dentro parecchio, quella sera, con il vino delle vigne che aveva piantato e, nonostante le centinaia di anni sulla groppa, cadde addormentato e nudo come Lamec l’aveva fatto sotto lo sguardo sbigottito di Cam, che passava di lì per caso. 

Vasilij Kandinskij, Composizione VI (o Il Diluvio), 1913, olio su tela, Ermitage, San Pietroburgo.

Il poveretto corse ad avvisare i suoi fratelli, i quali afferrarono un mantello e, camminando all’indietro per evitare di guardarlo, ricoprirono il vecchio padre sbronzo

Al suo risveglio Noè venne a conoscenza dell’accaduto e cominciò a maledire Canaan, figlio di Cam, primo del nome. Mentre per Sem e Jafet ebbe parole incoraggianti di lunga vita e discendenza numerosa. 

Sembra essere un pretesto un pelo esagerato per maledire un’intera regione con tutto il popolo che contiene.

Una post-posizione premeditata

Non così esagerato, se teniamo conto che la stesura del racconto è avvenuta a partire dagli anni di quella deportazione del popolo ebraico in terra babilonese.
Prima di quell’evento non pochi screzi ebbero le tribù israelite con gli abitanti delle valli siro-palestinesi, corrispondenti grosso modo alla regione di Canaan.

Per questa ragione nella terra di Canaan il popolo ebraico si sentirà sempre estraneo, ma, con grande ostinazione divina, vi sarà comunque destinato.
Il racconto, anche se inserito dopo, serve a mettere le mani avanti circa l’atteggiamento che avrà d’ora in poi il popolo eletto e il suo dio (che diventerà degli eserciti) riguardo quelle terre. Con qualche strascico che ancora ci accompagna.

Del resto, pudicizia e moralismo non sono certo un’invenzione moderna e di certo nel I millennio a.e.V. in Palestina e Mesopotamia era considerato disdicevole guardare le nudità paterne. E’ del tutto plausibile.

Fatto sta che Noè, si dice, morì a novecentocinquant’anni senza sapere nemmeno cosa fosse la terra promessa che aveva, con tanto zelo, maledetto per sempre.

[Continua…]

Francesco Di Concilio

Bibliografia essenziale

  • In particolare rimandiamo agli studi e alla bibliografia del prof. Gian Luigi Prato, che ci ha introdotto all’argomento in tempi universitari. Qui il link di una delle sue relazioni sull’argomento http://www.gliscritti.it/blog/entry/2409
  • P. Merlo (a cura di), L’antico testamento. Introduzione storico-critica, Frecce 60, Carocci, Roma 2008.
  • M. Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, Storia e società, Laterza, Roma-Bari 2003.
  • J. Riches, La Bibbia, Universale Laterza 821, Laterza, Roma-Bari 2002.
  • Testo biblico di riferimento: LA SACRA BIBBIA della CEI. Note e commenti: La Bible de Jerusalem, nuova edizione 2008, per l’ed. italiana, La Bibbia di Gerusalemme, Centro editoriale dehoniano, Bologna 2010.
  • R. Graves, I miti greci, Longanesi, Milano 1963.
  • Per i chiarimenti sui termini, in attesa di un nostro apparato di note, rimandiamo alla solita Wikipedia, sempre utile per delineare per linee generali i contesti trattati.

Un poscritto

Un diluvio “classico” che qui possiamo annoverare tra le decine esistenti, è quello che vede per protagonisti Deucalione e Pirra, rispettivamente figlio e figlia di Prometeo ed Epimeteo.

Lo citiamo innanzitutto perché culturalmente è tra quelli a noi più vicini. Poi per la sua poetica.

Deucalione e Pirra, tratti in salvo dopo cotanta umida distruzione, supplicano Zeus di riportare in vita l’umanità, preghiera che il padre degli dèi olimpici non può proprio ignorare. Attraverso il fedele messaggero Ermes, fa sapere loro che gli sarà concessa ogni cosa domandino.

Allora Temi, una Titanide, appare dal nulla e ordina ai sopravvissuti di “chinare il capo e gettare dietro le spalle le ossa di vostra madre”. Un consiglio macabro che può lasciare sgomenti, se non fosse che parlare per enigmi e metafore era la lo sport preferito degli antichi e, ancora oggi, dei poeti.

Ma, per risolvere il mistero, basta ricordarsi che Teti è una delle figlie di Urano e Gaia, ovvero la Terra, e che per lei le “ossa della madre” non sono altro che le pietre e le rocce, scheletro del nostro pianeta.
Ragion per cui Deucalione e Pirra cominciano una sassaiola alle loro spalle da cui sorgono nuovi uomini e nuove donne e l’umanità finalente si rigenera.

Una scena dell’Arlecchino Deucalione di Michele Monetta, 13 dicembre 2013.

Il mito, come spesso accade, viene tramandato attraverso i secoli in varie forme, molto spesso artistiche. E’ in questo modo che Deucalione diventa anche un’Arlecchino alle prese con il ripopolamento del pianeta, nell’opera originale di Alexis Piron (1689-1773) e nella riscrittura contemporanea di Michele Monetta.

E chissà ancora in quanti modi questo “evento rigenerativo” verrà raccontato.

In fin dei conti, poco importa se il diluvio universale sia realmente avvenuto.

Può darsi che sia il racconto stesso, o la sua messa in scena, l’atto concreto che aspira a una rigenerazione profonda dell’umanità.

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