Errare Umano 9.2018

Il termine errare, secondo vecchi e ingombranti volumi, dischi pratici e compatti, o guide galattiche comprate da un venditore porta a porta, può avere due significati.

Il primo, quello più comune, anche per un fatto di assonanza, risiede nel concetto di errore, sbaglio. In generale, qualcosa che non è stata fatta come andava fatta, o non è stata proprio considerata, o non conforme alle norme della consuetudine.

L’errore, quello che si compie sulla pelle di altre o altri, è punito. Punito e basta. Chi sbaglia paga. È tutto. Una ossessiva potatura di foglie e rami, non importa che sia il terreno ad essere avvelenato. Chi oserebbe rivoltarlo? Chi si sporcherebbe le mani per arrivare alla radice del problema?
Eppure presso alcuni ambienti, l’errore è visto come un dono, una benedizione, la svolta imprevista che apre la strada a nuovi sentieri da esplorare, che porta, e qui entra in gioco la seconda accezione del termine, a errare. Come quando entri distratto dal gommista e chiedi un chilo di pane: si spalanca il varco dimensionale delle possibilità, che diventano infinite.

Lo sbaglio è il punto di partenza per la scoperta di sé e dell’altra; la singolarità in cui tutto diventa probabile, persino, si dice, un botto fragoroso e la nascita di un universo, per esempio. Persino, nel peggiore o più fortunato dei casi, un bel niente. Sbaglio come dovere, perché si impara, dice il motto, purché siamo capaci di sbagliare. L’errore, di per sé, non è una colpa, ma sì, una responsabilità. Da ammettere, da accettare, quando serve. Cancellarlo è come coprirsi con una foglia di fico o comprarsi un suv. E imbarazzo e insicurezza, pare, non sono cose che l’essere umano contemporaneo possa permettersi di fronte alle valutazioni, alle classifiche, ai podi, alle vittorie (di chi?), alla perfezione (di cosa?).
Eppure, una volta tracciata la linea di errore, il rigo successivo resta sempre una possibilità di portare avanti la storia.

Errare come perdersi per ritrovarsi. Ma quanta paura, del nulla, del vuoto, di trovarsi di fronte a un io che pensavamo di conoscere bene perché assemblato con cura, e non riconoscere altro che un letto fatto e rifatto, sommerso da piumoni e trapunte anche fuori stagione.
Tuttavia non bisogna avere fretta di arrivare al dunque, si rischia di cambiare semplicemente biancheria.

L’inizio del viaggio, in genere, è solo un’introduzione, che rimane aperta perché non tutti i significati sono compiuti, come le destinazioni non sono programmate.

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