Cronache di Vaffambaffola – Capitolo 13.3

Il Regno del Gioco – Parte 3

Precisazioni 

uttavia, di Neralbo della Lupa, detto il Barone, a dispetto delle buone intenzioni iniziali, abbiamo conosciuto solo le ragioni di cognome e soprannome. 

In quanto all’appellativo primo, ovvero Neralbo, che è quello con cui viene abitualmente chiamato, invocato o redarguito sin dai primi anni di vita.
Riguardo il suo nome, dicevamo, il mistero è meno fitto di quanto la storia del cognome faccia pensare. 

Alla sua nascita, il piccolo Barone presentava un colorito olivastro, tipico della sua gente, con la differenza che il suo appariva chiazzato da ampie zone di pelle nivea. 

Dallo stesso frammento di Pidaarica Historia apprendiamo, inoltre, che, con il passare delle stagioni, l’interezza della pelle di Neralbo ha cominciato a schiarirsi in modo uniforme, mentre laddove apparivano le chiazze bianche, ha messo radici una peluria folta e scura, che potrebbe trarre in inganno riguardo la vera origine del nome di famiglia. 

Ai suoi genitori sottolineare con un nome quella bicromia venne quasi istintivo.
Anzi, pare che fu proprio grazie a quell’anomalia, fino ad allora sconosciuta alla tribù, che la bisnonna Orobanca pensò che, così come due diversi colori di pelle possono convivere sullo stesso individuo, allo stesso modo due tipi di piante (anche se una rivale dell’altra) potrebbero vivere sullo stesso terreno.

Bisognerebbe solo trovare il giusto equilibrio

Neralbo, di fatti, fu l’inconsapevole ispiratore della floridezza della sua terra, anche se in questo momento sembra non farci troppo caso, concentrato com’è a scribacchiare sul Diario, mentre Ifigenia il mercante contratta con Nilla per il suo silenzio. 

Un po’ più tardi: Sono gusti

– Cosa vuoi farci? E contro chi la useresti? – domanda Nilla a bruciapelo. 

– La indirizzerai contro quei maledetti soldati che si divertono a terrificarmi un giorno sì e l’altro pure – risponde il mercante sdegnato. 

– Non servirebbe a niente. I soldati di stanza alle Grandi Strutture hanno sempre con sé piccole quantità di inchiostro che li rende immuni alla pietra. 

Il mercante riflette per un istante torturandosi i baffi.
Poi sembra aver trovato una buona ragione: 

Il legno mi sembra di ottima qualità, oltre che piuttosto gustoso

La lingua che spunta dalla bocca del mercante per andare a leccare i baffi suscita in Frido e Lon più di un pensiero, che i due fratelli condividono a un volume quasi ultrasonico, risultato di anni di comunicazione afona.

Sulle prime i due pensano ad un allevamento di tarli, poi si convincono che il mercante possegga una voliera di picchi. Infine, vedendolo annusare, leccare e mordicchiare la lancia come per assaporarla, capiscono che il legno deve essere ‘gustoso’ proprio per lui. 

– Molla! – Esclama Nilla strappandogli la lancia dalle mani – Perché non mangi del cibo comune? 

– Perchè costa! E gli affari dove li metti? – risponde Ifigenia come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
In effetti i suoi prezzi sono proibitivi, anche se solo per la clientela. 

Frido e Lon, con delle smorfie del viso, confermano le loro ipotesi: quell’uomo è talmente tirchio da mangiare tutto quello che trova, tranne i prodotti alimentari, per risparmiare.
In questo modo si spiegherebbero le sfilacciature alle maniche della sua tunica o le sagome di denti alle estremità della coda delle gazze. 

– Allora se è il legno che ti interessa, prendi questo! – Nilla afferra la lancia con entrambe le mani e la spezza in due infrangendola sulla coscia sinistra.
Porge al mercante il bastone che ne è venuto fuori e una boccetta in cui versa parte dell’inchiostro di Lon

– Ecco. Questo basterà a lasciarci in pace. Firmiamo il contratto, avanti! 

Nilla toglie il Diario dalle mani del Barone e compila una scrittura che sa essere vincolante anche per il più scaltro dei mercanti, e questo qua, a guardarlo bene, sembra solo più tirchio della media, ma nulla di più

Forse anche lui, suo malgrado, è solo un’altra vittima della Seriosissima

Ne scrive due copie. Una la consegna al mercante, domandandogli dove si trovi il Tugurio di Cicciomede

– Se non ricordo male e ho capito dove siamo, – interviene il Barone riprendendosi il Diario, – esattamente dall’altra parte della cinta muraria. 

– Giusto! E tu come fai a saperlo? – chiede il mercante. 

Questa un tempo era casa mia – risponde il Barone con un sorriso adombrato. 

Il mercante fa un cenno con la testa alle gazze e i tre cominciano un’animata discussione fatta di borbottii: beccate, zampettate, e mordicchiate. Le gazze si alzano in volo stizzite e si vanno a posare sulla balaustra di una delle baracche, iniziando a stridere contro dei passanti. 

Tina e Uto – riprende il mercante sputacchiando penne di gazza – vi faranno strada

– Davvero? – chiese Lon con gli occhi inondati di commozione.
Mentre dall’alto delle mura è venuto giù un deciso ‘Craaa’ di protesta

– Ma ricordate che le pica pica sono pur sempre uccelli da mercante e non lo faranno in cambio di nulla. 

– C’era da immaginarselo – dice Nilla rinfoderando la lancia che ora è lunga solo la sua metà.
– Ma i patti sono i patti, andiamo ora! 

– Craaa! – protesta ancora Totò tenendosi a prudente distanza dal gruppo. 

Ritorni

Per caso avete anche un paio di braccia di ricambio? – chiede Frido massaggiandosi le spalle indolenzite. 

– Se avete ancora di quei cavoli non serviranno altre braccia, ci penserà lui! – annuncia una voce grave dal limitare del bosco.

Lungo le mura, seguendo la sua lunga ombra, compare una figura sottile ed emaciata affiancata da un ciuco, piuttosto smunto pure lui. 

Si tratta di Edgardo del Crisantemo e del suo asino, Diego, che chiedono di unirsi alla carovana. 

Frido, ora libero dal peso traballante del carretto del poeta, cammina accanto a Nilla cercando di fare colpo su di lei a ogni passo. Proprio come Lon, che gli trotterella dietro spesso intralciandogli i talloni. 

Il Barone ed Edgardo si salutano da vecchi amici, scambiandosi le ultime novità. 

Le gazze li guidano dall’alto, mentre Totò si mantiene basso in sella al ciuco. 

Ifigenia del Tritico li saluta da lontano assaporando con gusto il suo affare del giorno. 

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