Capitolo 10 – Di come si diventa immortali

Cronache di Vaffambaffola - Cap. 10

Riassunto dei capitoli precedenti

C’è grande fermento a Vaffambaffola: il vecchio poeta di corte sotto il regno di Pidaar il Magnifico torna a casa dopo anni di esilio per essere insignito dell’alloro alla carriera dal governo dell’attuale Seriosissima Repubblica. Intanto, i contadini Frido e Lon, che lo hanno incontrato lungo il cammino ma non hanno idea di chi sia, ma si trovano coinvolti, loro malgrado, nella ricerca della sua opera omnia, che potrebbe svelare molti capitoli della storia di Vaffambaffola e delle cose strane che vi accadono negli ultimi anni.

Capitoli precedenti: clicca qui –

Cavoli e camomille.

Seriosissima Repubblica di Vaffambaffola e Limitrofe
IV di Seminato Anno 30 E.d.P. (Era di Pidaar)
Alla vecchia stazione di Posta.

Edgardo del Crisantemo se ne sta ad aspettare a bocca ed occhi spalancati, come un piccolo di condor spelacchiato e spigoloso che aspetta il ritorno del genitore condor per essere sfamato.

Frido esce dal casotto per attingere alle riserve del carretto e quello che trova e un ciuco smunto con il lungo muso ficcato tra la verdura di stagione.

– Strano! – mugugna Edgardo con aria sorpresa – E’ da anni che non lo vedo mangiare qualcosa che non siano fiori di camomilla.

In un accesso di gioia inaspettato, descrive nei minimi dettagli come abbia imparato a selezionare i fiori, piantarli, coltivarli, raccoglierli, essiccarli e renderli un ottimo alimento, e anche l’unico, per l’asino, è un’eccellente infusione per sé.

Fa una pausa pesante di pensieri e la gioia fugge via improvvisa come era venuta.

– A quanto pare i vostri cavoli non gli dispiacciono affatto.

Lon, che con tacito stupore di Frido aveva seguito la scena in assoluto silenzio, d’un tratto afferra Edgardo per un polso: – Ci vuoi spiegare una buona volta che MitriGhali sta succedendo?

Frido si sorprende di quel comportamento. Non è da Lon. O meglio, è da Lon l’impeto, non la preoccupazione, la quale, invece, avrebbe caratterizzato lui.

‘Buon sangue non mente’, pensa, prima di apostrofare la sorella:

– Ti sembra il modo di comportarti con una persona più… insomma… con una maggiore…

– Intendi dire più vecchia? – Lon finisce la frase.

– Con più esperienza di te, intendo, per Mitri. Non credevo di aver cresciuto una maleducata.

– Cresciuto? E per chi mi hai preso, per una delle piantine del tuo orto? Mi hai forse innaffiato i piedi? Potato i capelli? Hai mai visto fuoriuscire dal mio corpo qualche specie di frutto o i fiori dalle orecchie?

– Bè, a dire il vero sì – ammette Frido in tono sincero – Una volta hai prodotto un me…Lon! – e sbotta in una risata che fa rimbombare in modo preoccupante il legno della baracca.

Mentre il fratello è preso dalle sue ilari convulsioni, Lon nota con la coda dell’occhio che Edgardo cerca ovunque un posto dove nascondere la faccia paonazza dall’imbarazzo. Non lo trova e decide di farla penzolare sul petto come un medaglione di corallo.

– In ogni caso le chiedo scusa, signor Crisantemo – Lon gli sfiora il braccio con la mano.

– Chiamami Edgardo, o Ed, se preferisci – dice Ed rialzando la testa di scatto, – e non preoccuparti, capisco che tu abbia voglia di saperne di più almeno quanta ne ho io di dimenticare. Purtroppo non sono stato esposto per abbastanza tempo a quell’affare.

– Che affare?

– Niente, lascia perdere. Date un’occhiata a questo, piuttosto.

La Pidaarica Historia

Afferra la pila di scartoffie che aveva rilegato alla buona con pezzi di spago sfilacciato (vedi cap.9) e la mette sotto il naso della ragazza.

Frido è tornato in sé, alle prese con le verdure e il calderone. Tende l’orecchio e prova a non perdersi una parola.

– Queste sono alcune delle pagine della Pidaarica Historia, immensa opera che descrive e narra le vicende di Vaffambaffola durante il Regno di Pidaar il Duraturo prima che scomparisse. E per essere più precisi, si tratta delle scartoffie appallottolate di cui Cicciomede, il poeta di corte che sta per essere proclamato Sommo, non era soddisfatto e che ha riscritto, a volte anche solo per una virgola messa male.

– Ma non bastava cancellare e riscrivere? – chiede Frido iniziando a lacrimare per le cipolle, o per un residuo di risata, non lo sapremo mai.

– Non scherzare! – risponde severo Ed – Il nostro bardo era un professionista. Cercava la perfezione in tutto, puntiglioso fino allo sfinimento.

Tace portandosi la mano al mento per riflettere.

– Un vero artista – sottolinea, scuotendo la testa su e giù.

– E poi era tutto quello che avevamo – aggiunge.

– Bisognava accontentarsi – conclude.

La faccia riemerge dalla mano pensierosa: – Voi lo sapete come è diventato scrivano di corte?

La faccia si contrae in un ghigno che a Lon sembra una smorfia di dolore, ma poi capisce che in realtà si tratta di un sorriso malinconico.

Fratello e sorella fanno di no con la testa.

– E’ quasi tutto scritto qui, leggete! – riprende afferrando il plico di fogli – Leggete! È importante che voi sappiate come è andata e forse capirete perché siete arrivati fin qui.

– Ma nooo… – interviene Frido con suffucienza – noi stiamo solo scappando verso Chissàdove per Chissaqualemotivo, nessun mistero.

Edgardo gli lancia una rapida occhiata carica d’inverno, scioglie le legature di cordino di canapa e porge il primo foglio a Lon. Nelle sua mani il foglio si srotola come una tovaglia piena di briciole. È una lunga pergamena. La ragazza monta in piedi sul tavolo e comincia a leggere ad alta voce:

Argomento e invocazione

Cantami, o Diva! Narrami, o Musa!
In ordine di tempo o alla rinfusa,
della venuta, i motti, le gesta,
per non parlare dei canti di festa,
del grande Pidaar: l’audace sovrano
che giunse a noi in un tempo lontano,
dopo aver a lungo smarrito la via
in cerca di meta e di compagnia.
Era il nostro un villaggio modesto,
la donna libera e l’omo onesto.
Niente soprusi, abusi o contusi,
a subir o mandar non eravam usi.
Ciascun colla propria sapienza e mestiere,
nessun fanfaròn la dava a noi a bere,
seppur non mancassero intrighi e combutte:
i nasi degli uni, negli affari di tutte.
Ma venne un Beldì che fe’ la comparsa
(in sella a un montone, con la faccia arsa)
su la piazza grande del nostro villaggio
colui che fu detto Pidaar il Saggio,
ché comprendendo le nostre usanze
volle restare e incominciare le danze.
Un unico dubbio incupiva il messere:
“Là fuor v’è qualcuno che brama il potere!
Su Vaffambaffola squillan le trombe
di una sanguinaria falange che incombe!”
Ma la soluzione avea pronta il Degno:
fare di noi un Ducato o un Regno.
Con tanto di leggi, di tasse, di corte,
di guardie reali, di pena di morte.
Purché si sapesse (seppure per gioco)
che la sua gente avea già il suo giogo.
Villane e villani, scrutandosi in viso,
sapevan che c’era un che d’impreciso.
Tuttavia l’uomo sembrò sì sincero,
ch’ad essere un regno giuocammo davvero.
La vita ordinaria rimase la stessa,
ma il sarto era Duca, la mugnaia Contessa.
Del resto, vicende, avventure e gloria
conterò a suo tempo in codesta Historia.
Può essere che in fondo abbiate ‘l disio
di saper di preciso qual voce son io.
Solo uno in più quel dì ‘n mezzo alla folla
che mira la scena, stupisce, barcolla.
E quando rinvenni, il sovrano sì forte,
fece di me il suo poeta di corte.
Per cui accade che a chi me lo chiede,
rispondo: “il mio nome l’è Cicciomede”.

Il dono

– Ora sì che è tutto chiaro – sogghigna Frido, sfogliando un cavolo, anche se lì non c’è scritto nulla.

– Se fossi in te non riderei tanto… – gli risponde Edgardo con il suo cordiale tono da oltretomba.

– …Quel giorno c’eri anche tu, sulle enormi spalle di tuo padre, mentre tua madre brandiva la falce, pronta a scagliarla verso il nuovo venuto.

– T… tu conoscevi i nostri genitori? – domanda Frido mollando cavolo e coltello.

– Ci conoscevamo tutti a Vaffambaffola a quei tempi. A dire il vero conoscevamo il passato di ogni famiglia, passante o nuova arrivata. Eravamo dei begli impiccioni, ma eravamo uniti.

Ed si appoggia allo schienale della seggiola impagliata che squittisce di fatica con lo sguardo immerso nel vuoto.

– Solo di Lui non sapevamo nulla. – continua – Né da dove venisse. Né quale fosse il suo passato. Non sappiamo nemmeno dov’è ora e perché ci ha abbandonato. Ci siamo semplicemente fidati. Ditemi – le perle vacue dei suoi occhi si posano smarrite sui volti di Frido e Lon – Dovremmo essere biasimati per questo?

– Bè sì! – risponde Lon senza riflettere.

Edgardo ha un sussulto.

Frido ha un sussulto.

Lon getta a terra la pergamena e punta il dito verso la fronte pallida del vecchio.

– Inutile che fai quella faccia da scoiattolo truffato. Come vi è saltato in mente di fare vostro re un tale arrivato da chissà dove, che vi mette in guardia da chissà quale pericolo e vi governa per vent’anni prima di lasciarvi in balia di… in balia di…

Lon aggrotta la fronte e inclina la testa leggermente a destra:

– In balia di chi vi ha lasciato, esattamente? Perché lo rimpiangete così tanto?

– Vedi – le risponde Ed, che ha ritrovato una specie di pace temporanea dai suoi tormenti – E’ proprio per questo che è importante che voi sappiate. – Indica il malloppo di fogli sul tavolo – E poi… – fa un gesto vago con la mano come a soppesare un sacchetto di mandorle – ci fece un’offerta che non potevamo rifiutare.

– Ah si? E quale? – chiede Frido sfilandosi la punta del coltello dal collo del piede.

– In cambio della sua nomina a sovrano di Vaffambaffola, quello che voi chiamate ‘tale’ ci promise in cambio ciò che tutti vorrebbero e cercano di ottenere con ogni mezzo.

– La zuppa di cavolo e patate della Taverna? – Frido prova a sdrammatizzare, ma non ride nessuno.

– Eravamo una comunità giovane, e di cosa ha più bisogno una comunità giovane per sopravvivere? E quando parlo di sopravvivere intendo andare avanti sul serio, superare le stagioni, i mesi, gli anni, le ere. Andare oltre la vita stessa dei singoli individui che la compongono.

Quel Tale ci offrì la possibilità di vivere per sempre, di entrare nella Storia.

– Con un elisir di lunga vita? – chiede Lon.

– Con la trasformazione in statue? – chiede Frido.

– Niente di tutto questo – taglia corto Ed con un rantolo soffocato.

– Allora cosa? – chiedono insieme.

– Quello sconosciuto venuto da chissà dove, ci fece dono dell’unica forma di immortalità che l’essere umano abbia mai sperimentato fino ad ora: l’inchiostro.

continua…

Testo e storia: Francesco Di Concilio
Copertina: Ivo Guderzo
Web editor: Francesco PennaNera

Killing an arab. Da Camus ai “The Cure”

#5 Note a Margine

Prologo

11 settembre 2001, attentato alle Torri Gemelle di New York.

Tutti hanno una propria storia da raccontare legata a quell’evento, ed oggi andremo alla scoperta di quella dei The Cure.

La band si è formata al termine degli anni ’70 nel Lancashire, regione a nord-ovest dell’Inghilterra, e tutta la sua produzione è dovuta alla creatività del cantante Robert Smith, unico membro facente parte del gruppo dalla sua fondazione ad oggi.

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C’era una volta la Tigre della Tasmania

C'era una volta la Tigre della Tasmania

Vi racconterò la storia di un animale particolare, eretto a simbolo del posto che abitava e divenuto martire dopo la sua scomparsa.

Si tratta della Tigre della Tasmania.

Tutti, quando pensano alla Tasmania pensano subito al marsupiale reso famoso dalla Warner Bros. grazie ai Looney Tunes. Ma non sarà questo piccoletto al centro del mio racconto.

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Amnesie (in ordine sparso)

Amnesie (in ordine sparso) N.6

Numero 6

Ci guardava con gli occhi allucinati di chi nascondeva un terribile segreto. Ci intimava di non frequentare certi posti e di non socializzare con certa gente. I motivi si diluivano in imprecazioni confuse e feroci giudizi di valore.

Di primo acchitto, sembrava la goffa e brutale sollecitudine di chi voleva impedirci di compiere i suoi stessi errori. Ma poi, scavalcata la ritrosia minacciosa che gli faceva dire ‘no-e-basta’, si scorgevano i riflessi di una luce ben più cupa e inquietante che illuminava dalle quinte del suo sguardo i nostri volti allucinati.

Nessuno di noi osava affrontarlo con le sue stesse armi, per il semplice fatto che nessuno di noi le aveva. Restavamo a guardarlo tornare ottusamente sui suoi passi senza cambiare direzione, come se facesse lunghe passeggiate, andata e ritorno, attraverso un corridoio stretto e buio, e tacevamo ciccando, sorseggiando birra o guardando altrove. Almeno ci provavamo, motivati dall’unico desiderio di non assistere più a quello spettacolo.

Ma ormai la decisione era presa.

Partiva, di fretta, come chi fugge dall’incertezza e scappa da una verità scomoda come l’autobus che l’avrebbe portato fin lassù.

Una volta congedati gli amici (noi, pessimi consiglieri) rimase lì a sfregarsi le mani e ad immaginarsi la sua nuova vita e il momento in cui tutto sarebbe finito. Tutto dimenticato. La realtà invisibile e dilaniante finalmente messa a tacere, per sempre.

Era l’ora di inseguire i sogni, qualunque essi fossero. Si buttò sul letto con una mano a fargli da cuscino e l’altra che pendolava tra la bocca e il posacenere sul comodino. Cercava il sonno scorgendo nell’ultimo fumo, quello più denso e amaro. Lo intravide. Lo trovò.Per una strada – sempre la stessa – camminava, seguiva qualcuno, forse una persona che conosceva, forse un miraggio. Si ferma, una sagoma dai lunghi capelli è immobile di spalle davanti a lui. Arde dal desiderio di raggiungerla.

“Girati – le grida – girati”! – a quel suo modo autoritario e perentorio che non ammetteva repliche.
“Girati, ti prego”, ora implorava, ma la sagoma dai lunghi capelli restava ferma. Nemmeno un cenno, uno spasmo animale che indicasse un cambiamento nella sua attenzione.
Le si avvicina con passi pesanti rabbiosi e regolari come una marcia militare, le sta dietro, le grida “girati” ancora una volta afferrandola per una spalla. La figura, nel momento di voltarsi, svanisce nel residuo di fumo dell’ultima sigaretta, sostituita dal soffitto avorio illuminato dalla luce innaturale di un lampadario al neon.

Ricominciò l’amplesso con il sonno per scacciare quel pensiero, senza successo.

Infine si mise a sedere sul letto e un accendino quasi esaurito riaccese la volontà di ripercorrere in maniera dettagliata e scrupolosa i suoi progetti di futuro oblio.

Testo: Francesco Di Concilio
Copertina: Valerio Ichikon

Cirano, parole e libertà

Cirano, parole e libertà - Note a Margine

#4 – Note a Margine

La storia della letteratura e del cinema è piena di personaggi secondari, perdenti, ma non per questo privi di carica narrativa e di esempi di vita. Mi riferisco a quei personaggi nati per stare, per loro stessa natura, perennemente nell’ombra, ma non per questo privi d’impeto vitale.

Ad esempio, tutti i fan della serie “Il Trono di Spade” (sceneggiatura basata sul ciclo di libri “Cronache del ghiaccio e del fuoco” di George R. R. Martin) sapranno attribuire senza dubbio la paternità di quest’affermazione:

Mio fratello ha l’armatura e io ho la mia mente, e la mente dipende dai libri quanto la spada dall’affilatura”.

Tyrion Lannister – Il Trono di Spade

Tyrion Lannister è l’ultimogenito (pertanto, di poco conto) di una famiglia molto potente, il cui giorno di nascita coincide con il giorno della morte della madre, e per ultimo è un nano. E’ consapevole di tutto ciò, e cerca di sopperire ai propri difetti con un’arma che tutti hanno, ma che in pochi sanno usare, in altre parole la mente, che deve essere costantemente alimentata tramite l’esercizio della cultura e della lettura.

Proprio come Tyrion, il protagonista di oggi ha un’importante caratteristica fisica, cioè un naso che a definirlo grande sarebbe un eufemismo.

Il suo nome è Cyrano de Bergerac, è francese ed è nato nel 1897 grazie alla penna del drammaturgo francese Edmond Rostand. In realtà Cyrano è un personaggio realmente esistito, vissuto principalmente a Parigi tra il 1619 (la data della sua nascita è incerta) e il 1655. Proveniente da una famiglia ricca e benestante, in gioventù conduce una vita sregolata, frequentando spesso e volentieri locali di cabaret e acquisendo il vizio del gioco. Nel 1639 si arruola nell’esercito francese sotto indicazione del padre, dove inizia a farsi conoscere per la sua bravura nei duelli, fama che continua a seguirlo (e lui contribuisce ad alimentare) anche qualche anno dopo, esattamente nel 1640, quando lascia le armi per dedicarsi allo studio della letteratura. Conosce e si fa conoscere da alcuni pilastri della letteratura francese, come Molière e Corneille.

Ha scritto molte storie e romanzi, tra cui le più importanti sono L’altro mondo o Gli stati e gli imperi della luna (L’autre monde ou Les états et empires de la lune, pubbl.1657) e Gli stati e imperi del sole (Les états et empires du soleil, pubbl.1662), che gli hanno valso il titolo di precursore di romanzi fantascientifici, dove il viaggio e l’esplorazione di nuovi mondi costituiscono il fulcro della narrazione.

Il momento storico si fa sentire fortemente nelle opere di Cyrano, con uno scetticismo crescente derivante da nuove consapevolezze scientifiche che rendono la religione come un elemento estraneo al tempo corrente. La conoscenza dei sensi è l’unica possibile, ad ogni livello.

In forte contrasto con i dogmi della Chiesa, Cyrano de Bergerac crede fortemente nella teoria eliocentrica e nella pluralità dei mondi, supportando pertanto il pensiero di Copernico e Giordano Bruno. E’ senza dubbio un agnostico, come emerge da un breve dialogo de “L’altro mondo, ovvero Gli stati e gli imperi della luna e del sole”:

” – Vi chiedo quale svantaggio troviate nel crederci [nell’esistenza di Dio]; sono sicurissimo che non me ne saprete scovare nessuno […]”

“L’altro mondo, ovvero Gli stati e gli imperi della luna e del sole” di Cyrano de Bergerac

” – Certo – mi rispose – che starei meglio di voi, poiché se Dio non c’è, voi ed io saremmo pari; ma, al contrario, se c’è, io non potrò aver offeso qualcosa che non credevo ci fosse, poiché, per peccare, bisogna o saperlo o volerlo. Non vedete che un uomo, poco o tanto saggio che sia, non si irriterebbe se un facchino lo avesse ingiuriato, qualora il facchino non si fosse accorto di farlo, o fosse stato il vino a farlo parlare? A maggior ragione Dio, del tutto immutabile, non potrebbe adirarsi con noi per non averlo conosciuto, poiché è Lui stesso ad averci rifiutato i mezzi per conoscerlo. Ma, sulla vostra fede, o mio piccolo animale, se la credenza in Dio ci fosse stata così necessaria, se infine avesse dovuto coinvolgerci dall’eternità, Dio stesso non avrebbe dovuto forse infonderci, a tutti, dei lumi tanto chiari quanto il sole? […] E se, viceversa, mi avesse dato uno spirito incapace di comprenderlo, questo sarebbe stato non difetto mio ma suo, giacché egli poteva darmene uno tanto vivo che lo avrei compreso”.

“L’altro mondo, ovvero Gli stati e gli imperi della luna e del sole” di Cyrano de Bergerac

Bisogna però precisare che le vicende narrate nell’opera di Rostand si discostano parzialmente dagli episodi di vita vissuta del vero Cyrano: allora affido questo racconto all’abile capacità narrativa di Alessandro Baricco:

Le rielaborazioni dell’opera di Rostrand sono numerose: per un sano campanilismo ricordiamo la versione di “Cyrano de Bergerac” del 1985 con uno straordinario Gigi Proietti nelle vesti di Cyrano; a prova di ciò, date un’occhiata al celebre monologo del naso:

Passando alle rielaborazioni cinematografiche, memorabile è quella del 1990 con Gérard Depardieu. La storia di Rostand e della nascita del Cyrano affascinano ancora ai giorni nostri, infatti questo costituisce il fulcro del film “Cyrano, mon amour” uscito nelle sale cinematografiche lo scorso anno.

Per quanto riguarda la musica, c’è un riferimento al Cyrano über alles: “Cirano” di Francesco Guccini, inserita nell’album “D’amore di morte e di altre sciocchezze” pubblicato nel Novembre 1996.

La canzone non porta la firma solo dello stesso Guccini, ma anche di Giuseppe Dati e Giuseppe Bigazzi, quest’ultimo per la parte musicale. La coppia Dati-Bigazzi non si è formata in questa occasione, ma i due sono collaboratori di vecchia data: oltre ad aver lavorato insieme per la creazioni di molti brani di Marco Masini (in primis), Raf e Laura Pausini, hanno lavorato anche con Mia Martini, creando uno dei capolavori interpretativi della compianta artista calabrese, Gli uomini non cambiano.

Un paio di curiosità su questi due autori, che non meritano meno attenzione dell’interprete di Cirano.

Dati iniziò la sua carriera artistica collaborando con Gianni Rodari musicando alcune rime per bambini composte dal poeta; non si allontanerà mai dal mondo dell’infanzia, scrivendo molte sigle di cartoni animati, una su tutte quella dell’anime Naruto Shippuden.

Il profilo di Bigazzi, invece, è molto più classico, essendo stato attivo soprattutto tra gli anni ‘60 e ‘70; da segnalare, però, la sua attività di compositore di colonne sonore di film come Mediterraneo.

Guccini non avrebbe bisogno di nessuna presentazione. E’ un interprete molto profondo di canzoni di stampo sociale. A questo proposito, le parole di Dario Fo non potrebbero essere piu’ precise:

“Quella di Guccini è la voce di quello che un tempo si diceva il “movimento”. Oggi, semplicemente una voce di gioventù. E cioè di granitica coerenza con il proprio linguaggio e pensiero. Nella sua opera c’è un discorso interminabile: sull’ironia, sull’amicizia, sulla solidarietà”.

(Dario Fo, Premio Nobel per la letteratura 1997, Archivi Rai)

Per chi volesse conoscere un po’ di piu’ Guccini, suggerisco questa intervista fatta da Diego Bianchi, in arte Zoro, non molto tempo fa:

Come già detto nei precedenti articoli di “Note a margine”, io amo le esecuzioni dal vivo perché dirette; il live è il luogo dove le maschere cadono, è la prova finale delle capacità interpretative di un artista. E allora ascoltiamo insieme Cirano tratta da un concerto dal vivo tenutosi nel 2004 a Cagliari:

A parlare è un uomo stanco, stanco della vita, stanco degli insuccessi che raccoglie nonostante i numerosi sforzi fatti. Cirano punta il dito e accusa molte persone: coloro che vogliono avere la vita facile, che non rispettano le regole e si credono intelligenti per questo, chi dovrebbe amministrare la società civile, chi crede in un Dio o in nessuno.

Cirano punta il dito con rabbia, noia, delusione, ma soprattutto disprezzo, e l’unica arma che ha per difendersi/attaccare è la sua spada, ma non quella che porta al suo fianco, ma quella che permette, a chi è davvero abile e capace, di vincere un duello: l’arte della parola.

E’ solo la parola che permette, proprio come succede a Tyrion Lannister, di stravolgere l’esito di situazioni che sembrano già segnate, di uscire indenni da un pericolo che sembrava darti per spacciato. Ed è proprio l’arte della dialettica, della quale lui è un degno rappresentante, che permette a Cirano di dichiarare ed esternare i sentimenti d’amore che prova verso Rossana. Si potrebbe pensare che Cirano sia una persona pessimista, ed invece non lo è, perché crede nel futuro e nell’esistenza di una qualche divinità grazie alla forza dell’amore che nutre per Rossana.

Cirano è un uomo fiero, testardo, forse orgoglioso, ma anche onesto, fedele e leale.

E’ un uomo libero, ed è proprio per questo che può permettersi di inveire contro tutto e tutti.

E’ una figura rivoluzionaria, soprattutto se vista con gli occhi della nostra epoca, dominata senza dubbio da una comunicazione fittizia e di basso livello, fatto di colpi bassi, offese gratuite e per la maggior parte irrilevanti rispetto all’argomento di cui si sta parlando; con lo scopo ultimo di distogliere l’attenzione (non dell’interlocutore come faceva Cirano) del pubblico sull’argomento).

Ed ecco, allora, come immagino il Cyrano di oggi: un uomo che usa gli strumenti informatici per smascherare in maniera puntuale i disonesti, gli arroganti, i falsi, i qualunquisti, i menefreghisti senza fare clamore, senza alzare la voce, ma colpendo, toccando, usando un lessico opportuno.

Ed è questa la persona alla quale vorrei che il mondo somigliasse.

Link ed approfondimenti:

Filosofico.net – Cyrano
Il significato delle canzoni – Cirano di Guccini
giuseppecirigliano.it – Cirano, l’eroe drammatico raccontato da Francesco Guccini

Autrice: Annarita N.
Copertina: Ivo Guderzo

I pesci grandi mangiano i pesci piccoli

L’opera d’arte come atto politico

“Tre”

Pieter Bruegel il Vecchio, I pesci grandi mangiano i pesci piccoli, 1556, Vienna, Graphische Sammlung Albertina

Un così vasto e bizzarro assortimento di pesci reali e fantastici è quasi impossibile da trovare in un’opera d’arte. Domina la composizione un enorme pesce, che giace abbandonato sulla riva. Dalla sua bocca e dal ventre, che un uomo sta aprendo con l’aiuto di uno spropositato coltello, esce un gran numero di pesciolini. La stessa scena si ripropone, in versione ridotta, in primo piano: su una barca un uomo estrae da un pesce appena pescato un altro pesce più piccolo, sotto lo sguardo attento di un padre e di un figlio. Intorno a loro, sono ancora i pesci i protagonisti: alati, appesi ad un albero oppure dotati di gambe, rendono la composizione curiosa e divertente.  

Ci troviamo di fronte a uno dei più noti e frequentati disegni di Pieter Bruegel il Vecchio (1525/1530-1569), intitolato I pesci grandi mangiano i pesci piccoli, oggi parte della Raccolta di Grafica dell’Albertina a Vienna. L’opera, realizzata nel 1556, costituisce il primo tentativo da parte dell’artista di rappresentare antichi proverbi; ne seguiranno più di cento, per un totale di circa centoventi opere. In questo caso, la scelta è caduta su un antico detto latino, ricavato probabilmente da una raccolta di massime morali, genere all’epoca molto in voga tra gli umanisti. Il messaggio è semplice, e ha una forte connotazione politica: i sovrani vivono alle spalle dei sudditi, come i ricchi commercianti si approfittano delle categorie sociali più deboli. In poche parole: i grandi mangiano i piccoli. 

Il disegno, caratterizzato da linee lunghe e sottili tracciate a penna, è già pensato per diventare incisione: lo testimonia la grande attenzione che l’artista presta ai contrasti, alle variazioni di toni, alle trame, ai dettagli, come se volesse fornire istruzioni precise a chi si occuperà della sua trasposizione per la stampa. 

Pieter van der Heyden (da Pieter Bruegel il Vecchio), I pesci grandi mangiano i pesci piccoli, 1557

Tra i più fedeli esecutori delle invenzioni di Bruegel ci fu Pieter van der Heyden (1525-1569): fu lui a realizzare nel 1557 una fedelissima riproduzione del disegno, a cui aggiunse un’iscrizione, in latino e fiammingo, e la firma di Hieronymus Bosch (1450-1516). Quest’ultima è probabilmente frutto dell’iniziativa dello spregiudicato stampatore Hieronymus Cock (1510 circa-1570), che per vendere più facilmente l’opera decise di ricorrere al nome di un artista più celebre, fingendo che fosse lui l’inventore della composizione.

Pieter Bruegel il Vecchio, Il pittore e il conoscitore, 1565 circa
(probabile autoritratto dell’artista)

Nonostante sia ormai considerato uno dei protagonisti del Rinascimento fiammingo, Pieter Bruegel è un personaggio ancora avvolto nel mistero: non si conoscono infatti né il luogo né la data della sua nascita. Il nome “Peeter Brueghels” compare per la prima volta nel 1551, nell’indice dei membri della Gilda di San Luca, la corporazione di artisti e artigiani di Anversa. L’iscrizione alla gilda avveniva in genere tra i ventuno e i venticinque anni, dunque è probabile che la data di nascita dell’artista sia da collocare tra il 1525 e il 1530. Alcuni studiosi ritengono che un indizio per individuare il luogo natale di Bruegel sia proprio il suo cognome, che farebbe pensare al villaggio di Breughel o a quello di Brogel, rispettivamente a nord e a sud dei Paesi Bassi. Fonte imprescindibile per la ricostruzione della vita dell’artista è la sua biografia fornita nel 1604 da Karel van Mander, il “Giorgio Vasari delle Fiandre”. Formatosi a Bruxelles nella bottega del celebre Pieter Coecke van Aelst, Bruegel riuscì a viaggiare: visitò la Francia e visse in Italia per due anni, dal 1552 al 1554. Rientrato in Olanda, vi rimase fino al 1562; l’anno successivo sposò la figlia del maestro Pieter Coecke van Aelst e si trasferì a Bruxelles, dove visse fino alla morte (1569).  

Pieter Bruegel il Vecchio, I pesci grandi mangiano i pesci piccoli, 1556
(dettaglio)

Il soggiorno italiano (Sicilia, Reggio Calabria, Napoli, Roma, Lombardia) influenzò moltissimo la pittura di Bruegel: lo testimonia anche questo disegno. Se da una parte è evidente l’ispirazione alle opere di Hieronymus Bosch, pittore della follia e delle allucinazioni, dall’altra invece tutta italiana è l’adesione alla realtà. Il risultato è un simbolismo meno spettacolare, che rende più evidente e credibile la riflessione dell’artista sulla meschinità umana.  

Già nel Seicento, alle stampe ricavate da questa immagine furono conferiti riferimenti politici, e molti sono stati nel tempo i tentativi di connettere il disegno a precisi eventi storici. Ad oggi, lo stato degli studi non permette di ricostruire il pensiero politico e religioso dell’artista, le cui opere sono così eccentriche da risultare ambigue e spesso difficili da comprendere. È tuttavia molto probabile che, anche se in modo implicito, l’intenzione di Bruegel fosse quella di riflettere sulla realtà contemporanea. Buona parte della sua produzione, infatti, ha forti contenuti morali, religiosi ed economici, dimostrazione che l’artista era perfettamente cosciente di quanto stesse accadendo intorno a lui: la crescita delle città mercantili, lo strapotere dei mercanti e le conseguenti ingiustizie sociali. Eventi e trasformazioni che permeano tutta la pittura dell’artista, il quale meglio di chiunque altro è riuscito a dare voce alle tradizioni del suo popolo, ma anche alle sue profonde contraddizioni.

Autrice: Martina Colombi
Cover design: Valerio Ichikon

Iniziali di stagione

Editoriale Settembre 2019

Siamo in un’era di passaggio, un tunnel, un varco dimensionale, un valico, un ponte, un portale. Un passaggio da lì a qui, o da qui a lì, relativamente parlando, cambia poco. La sigla iniziale, la consapevolezza che dopo un’ora non sapremo dove ci troviamo, cosa fare, dove andare. Cosa guardare. Un momento liminale dove succede tutto o non si muove niente, matassa di indecisioni tra due versanti solidi e scoscesi di vita vissuta e prospettive immaginarie. L’istante in cui mettiamo in discussione noi stessi, può essere, gli altri, sicuramente, il punto di singolarità in cui il passato coincide nel presente e il tempo perde di significato. L’astro calante che scompare sull’orizzonte degli eventi, ma solo per comparire dall’altra parte. L’astro siamo noi. La fine coincide con l’inizio.

Tanti e diversi sono i modi di manifestarsi di questo stargate dell’esistenza, altrettante le maniere di definirlo: fine delle vacanze, rientro, fine di stagione (astronomica o lavorativa), anno fiscale, autunno caldo, vendemmia. Ma in comune tutte hanno un elemento: il passaggio, la Pèsach[i], vero o presunto, da uno stato ad un altro, come fossimo acqua in ebollizione o rugiada gelata. La questione è: quando accade veramente? Quando possiamo dire “è cominciato e ci sono dentro”? Di solito la risposta arriva troppo tardi, spesso nel bel mezzo di un altro passaggio di stato.

A un anno dal nostro e-sordio, le mani che si sono unite a scrivere la nostra piccola parte di storia sono aumentate. Si tratta di mani entusiaste che si esprimono con professionalità e coscienza, e che fino ad ora (e a partire da ora) disegnano (disegneranno) i contorni del mondo di cui abbiamo scelto di scrivere e (in attesa che gli accademici inventino un tempo verbale che includa presente passato e futuro) interpretare.

Guardare oltre. Forse è questo lo scopo di ogni nostro articolo, racconto o approfondimento. Lasciare che il testo funzioni da finestra per aprire la mente ad altre prospettive, idee o punti di vista. Salire al piano di sopra, scendere a quello di sotto o sollevare la tapparella dell’esperienza, e sapere che le sole cose che sono scontate sono per i saldi di fine stagione, appunto.

In un anno, immaginazione, musica, politica, arte, scienza e tecnica si sono intrecciate ad abbozzare il nostro codice genetico, ben lungi dall’essere completo. Altre se ne aggiungeranno a rendere la situazione serenamente complessa e stimolante.

Ogni tratto disegnato, ogni parola abbozzata, è un bassorilievo che va ad impreziosire il portale attraverso cui stiamo cercando di passare, lontano dal presumere la perfezione, o la verità facile. Si può dire che viviamo e lavoriamo, figli e figlie del nostro tempo, in un equinozio continuo, sempre in bilico tra le mezze stagioni dell’esistenza.

Non è certo una passeggiata, ce ne rendiamo conto. Ma, d’altronde, non c’è di cui preoccuparsi.

Errare è umano, e pure noi.


[i]       Nome della pasqua ebraica, letteralmente significa “passaggio”, appunto.

La redazione di ErrareUmano

Capitolo 9 – La fine dell’inizio

Cronache di Vaffambaffola

Dal quaderno di un redattore di cronache. (The writer’s cut)

È sempre difficile parlare di qualcosa che finisce. Soprattutto se non finisce sul serio. Ed è ancor più complicato farlo mentre sei impegnato in un lavoro stagionale che ti tiene impegnato per un terzo della giornata e ti fa desiderare, per gli altri due, la completa immobilità psicofisica.

Anche se questo vale per tutti i lavori salariati.

Lo spettacolo, tuttavia, deve continuare, giusto?, e una pausa è necessaria per tirare il fiato, per ritrovare la spinta iniziale, forse messa da parte e, perché no, per accumulare un po’ di materiale e non ritrovarci a due giorni dalla pubblicazione con il patema d’animo e il rischio di mescolare trama e intreccio con il condimento della pizza.

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Scienza e Arte (parte 2). La duplice natura della chimica

Come già avete imparato nel precedente articolo, in chimica il work-up si riferisce a una serie di manipolazioni necessarie per isolare e purificare i prodotti di una reazione chimica. Oggi vi parlo più in dettaglio di altre due tecniche facenti parte della stessa serie. L’estrazione di un composto e la purificazione per cromatografia.

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Le posso offrire un caffè?

La semplicità del gesto ne cela il significato. Rituale di socializzazione, abitudine, dipendenza psicofisica, solo alcuni degli ingredienti mescolati tra loro nella tazzina del quotidiano. Ma niente di grave, in fondo. Il caffè si usa per mostrarsi aperti e accomodanti, per essere ospitali, per mostrare gratitudine e ostentare sicurezza di sé. E’ nel nostro costume da decenni, tanto che abbiamo inventato delle macchine apposta per gustarlo al meglio. Quanto alla caffeina, basta fare come dice il dottore e non berne troppo per evitare di frantumare i nervi.

Tuttavia c’è qualcosa in quel gusto amaro e nero che sembra esprimere sofferenza inusitata, dolori atavici, morti senza voce.

L’industria del caffè, e anche quella dello zucchero che usiamo per addolcirlo, lungi dal subire alcun tipo di sgarro da qualche sedicente supereroe, è stata fondata sul prelievo ossessivo del sangue dalle vene sgorganti di terre ricche e fertili, sulle colonne vertebrali delle loro genti, sullo scambio, univoco, di vite con cianfrusaglie.

I cosiddetti Indios d’America sembravano accontentarsi di specchietti e perline che i conquistatori porgevano loro in cambio di praticamente tutta la loro esistenza. Secoli dopo le manifatture europee e statunitensi invadevano il mercato di paesi il cui unico bisogno era terra da coltivare, ma niente, in cambio il progresso chiedeva caffè, zucchero, banane, gomma per soddisfare il proprio gusto, a qualsiasi costo, possibilmente a quello più basso.

Il meccanismo è molto semplice, triangolare addirittura, per gli amanti della perfezione: in uno dei paesi colonizzatori di Europa e Nord America scoprono all’improvviso di andare pazzi per lo zucchero ma, purtroppo, di non averne abbastanza poiché il clima è sfavorevole e verso Oriente il passaggio è ostacolato da popolazioni onerose e facinorose. Si creano, dunque, nelle colonie del centro e del sud America le condizioni per una coltura estensiva della canna da zucchero, che per necessità mercantili soppianterà qualsiasi altro tipo di coltura, poco importa che questa serva alla sussistenza o meno. Il secondo passo è impedire qualsiasi attività manifatturiera sul territorio per evitare di fare concorrenza ai paesi d’oltreoceano e oltre Golfo, i quali hanno l’esclusivo diritto di produrre beni di consumo da smerciare nel mercato mondiale, paesi produttori compresi. Ne consegue che questi controllano l’esportazione, la distribuzione e prezzi delle materie prime, infinitamente maggiorati una volta che queste vengono e introdotte sul mercato. Il prezzo è basso soprattutto perché è la manodopera a costare poco, o niente. Il terzo vertice rappresentato dal lavoro servile degli indigeni e, quando questi vengono a mancare a causa di reiterati decessi, degli schiavi deportati dalle coste dell’Africa, sempre da compagnie occidentali che si avvalgono, da un lato dell’oceano, delle élite di villaggio che procurano “la merce” e, dall’altro lato dell’Atlantico, grandi latifondisti che li comprano volentieri per “adoperarla” al meglio nelle piantagioni.

Il sistema, già di per sé perverso, ha il brutto inconveniente di lasciare i paesi produttori in balia della sindrome del cornuto e mazziato, poiché la monocoltura esaurisce i terreni fertili e il valore della merce cade a picco non appena sul mercato globale si affaccia un nuovo paese produttore o un nuovo prodotto di tendenza.

Risultato, manco a dirlo, di questo vero Triangolo delle Bermuda, è morte e povertà, tanto per cominciare, oltre a una dipendenza cucita a filo doppio con le offerte di mercato dei paesi industrializzati e consumatori.

Ogni caffè una frustata, ogni bustina di zucchero un contadino ribelle morto ammazzato in nome del capitalismo e delle compagnie di frutta.

Ma riprendiamo pure fiato. Oggi il caffè viene anche dall’Africa e dall’Oriente, lo zucchero è anche di barbabietola e gli schiavi si sono trasformati, quando va bene, in contadini molto sottopagati. L’aroma di lacrime e sangue sembra un po’ smorzato e, in ogni caso, sarebbe molto complicato privarsi di qualcosa che è entrato nella nostra cultura come il sangue viene pompato nelle vene.

E, ma le vene, quelle l’America Latina e di tutte le colonie del mondo, nuove e vecchie, rimangono aperte.