Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 5)

Alcuni dati sull’aborto II: stato civile, aborti pregressi, livello d’istruzione e situazione lavorativa

Per quanto riguarda lo stato civile, i dati dell’ISTAT ci mostrano che le donne nubili sono quelle che abortiscono di più, seguite a breve distanza da quelle coniugate (Figura 1). Ciò vuol dire che una madre single è sempre in difficoltà.
Tuttavia, la percentuale di donne che, pur avendo un rapporto stabile decide di sottoporsi ad IGV, non è così bassa. Allora bisogna guardare alle misure messe in campo a livello governativo per il sostegno alla famiglia, anche quando questa sia formata da un solo genitore.
Ad esempio, quanto può essere sostenibile per una famiglia media con un reddito complessivo di 3000 € al mese, casa in affitto o mutuo da pagare, avere contemporaneamente due figli all’asilo? Ecco allora che l’IGV diventa una possibile scelta.

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Il Racconto dei Racconti. Giorno 4.

Per una trattazione rigorosamente accademica rimandiamo alla bibliografia a fine articolo. Lo scritto, invece, vuole essere una forma divulgativa leggera e scorrevole con delle punte di malcelato umorismo, pur basata su studi autorevoli, i cui punti cardine sono stati selezionati e affrontati a discrezione dell’autore. Per una trattazione teologica rimandiamo, oltre che agli studi specialistici, all’intima fede della lettrice e del lettore.

Sodoma e il sacrificio sventato

Sodoma (Gen. 18-19) 

L’Innominato, ovvero Jahvè, che era un dio da tenere da conto l’opinione dei suoi fedelissimi, si domandava, giunti a questo punto, se Abramo dovesse o meno venire a sapere cosa stava architettando con i suoi angioletti.

Con tutto quello che quel poveretto aveva da fare, come proliferare e tutto il resto, sarebbe stato giusto mettergli in testa altri pensieri?
Abramo, per sua fortuna, non era certo uno sprovveduto. Stava in mezzo alla gente e in mezzo alla gente le notizie corrono veloci, non importa che siano decisioni divine o sacrifici di agnelli.

– Ma come… – disse Abramo, sconvolto dalla notizia – e se in mezzo a quei poveri cristi, anzi poveri Adami – pardon – destinati allo sterminio ce ne fossero cinquanta buoni, tu che fai, Adonai (rdr)*, scusa la sfrontatezza, lasci morire anche loro?
– Ma no! Che dici?! – rispose il Signore, imbarazzato – Se ne trovo cinquanta buoni salvo tutti!
La pignoleria di Abramo tiro la cantilena per un po’ arrivando fino a dieci buoni.
– Per loro salveresti tutti?
– Certo, che domande!

Hartmann Schedel, Sodoma e Gomorra (miniatura), in Codice di Norimberga, 1493

Ad ogni modo, DoppiaH andò a Sodoma e, buoni o cattivi, fece un gran casino.

Gli angeli arrivarono a Sodoma e incontrarono Lot, il fratello di Abramo, sulla porta della città.
L’uomo li accolse con mille cerimonie e gli angeli, ormai avvezzi all’ospitalità, avevano accettato di buon grado.
Calava la notte sulla casa quando la buona nomea di Sodoma non tardò a palesarsi sulla porta di casa. Tutti gli uomini della città, giovani e anziani, si accalcarono alla porta chiedendo come tributo le virtù dei due nuovi venuti.
Lot non poteva permettere che i cittadini abusassero dei suoi ospiti e offrì, in alternativa a tutti quegli uomini vogliosi, la verginità delle sue figlie.

Ma, per carità, nessuno tocchi gli ospiti.

Questa soluzione, però, non fece altro che aumentare la libidine degli uomini, che in coro pensarono:
“Ma chi è questo qui adesso? Quasi quasi…”.
Finalmente, prima che qualcuno ci rimettesse le proprie grazie senza volerlo, gli angeli smisero per un attimo di ingozzarsi e si ricordarono di essere gli inviati del Signore.
Così, per salvare la situazione, accecarono momentaneamente tutti gli uomini perché non trovassero né la porta né varco alcuno in cui intrufolarsi.

Poi presero Lot da parte e gli dissero:
– Senti, bello mio, qui la storia di perdonare tutti o nessuno non funziona. Noi siamo angeli, asessuati, esseri celesti, eppure alla vista di tutti quegli assatanati ci si stanno spiumando tutte le ali. Ragion per cui avremmo deciso di fare piazza pulita. Tu prendi i tuoi parenti e filate via di corsa perché tra poco succede il finimondo!

John Martin, La distruzione di Sodoma e Gomorra, 1852, olio su tela.

Il mattino dopo gli angeli rinnovano il consiglio e Lot si rifugiò presso Soar, una Cittadella sul Mar Morto, assicurandosi che nessuno si voltasse a guardare indietro quello scempio.
Fuoco e zolfo cominciarono a cadere su Sodoma e Gomorra e l’intera valle divenne un enorme calderone fumante.
Abramo se la godeva da lontano mentre la moglie di Lot, per eccessiva curiosità, divenne una statua di sale. Glielo avevano detto di non voltarsi indietro, ma quella niente. La stessa testa dura di Euridice

Nel pacchetto con Sodoma e Gomorra c’erano, senza specificarne in modo particolare il motivo, anche le città maledette di Adma e Seboìm, conosciute al tempo della battaglia dei quattro re e di Melchisedec.

Una parentesi: Moabiti e Ammoniti

Lot e figlie non si fidavano di restare a Soar e per questo si rifugiarono in montagna. Le figlie di Lot, sfuggito per miracolo allo stupro di massa a cui il caro padre le aveva esposte in quel di Sodoma, si ponevano scrupolosamente il problema della discendenza.
Però lì sui monti erano sole, e l’unico uomo nel raggio di chilometri era il vecchio padre.
Poco importa.

Le due sorelle non andarono troppo per il sottile: c’era una stirpe da mandare avanti!
A turno fecero ubriacare il padre e giacquero con lui rimanendo incinta.
La maggiore diede alla luce Moab, la minore lo chiamo “Figlio del mio popolo(ben ‘ammi), capostipiti, appunto, di Moabiti e Ammoniti.
Chiusa parentesi.

Abramo a Gerar

Abramo e famiglia, intanto, si trasferirono nel Negheb. Per la precisione a Gerar, dove si ripete la tiritera accaduta in Egitto con Sara e il faraone, in base al costume per cui un sovrano, o un uomo di potere in generale, poteva liberamente fare sua una donna sposata, facendo fuori il marito legittimo.
Altri tempi.
Il profeta, allora, fece presentare Sara come sua “sorella” in modo da non essere ucciso qualora Abimelec, re della Regione, la desiderasse.
E infatti Abimelec, per niente originale, la desiderò e se la fece condurre.
Fortuna che El-Elohim** gli comparve in sogno per evitare la sciagura altrimenti il povero Abimelec si sarebbe ritrovato peccatore senza nemmeno saperlo:
“E Abramo, allora?” gli chiese, sempre in sogno, il re.
“No, che c’entra lui? È un profeta. – rispose Jahvè – Piuttosto lascia perdere Sara che magari quello prega pure per te e come affare non è mica male.”

Abramo, venuto a sapere del sogno, spiegò ad Abimelec la sua strategia diversiva. Questi comprese e invece di incazzarsi come un coccodrillo del Nilo, gli fece dono di armenti, greggi, schiavi e gli restituì la moglie, ottenendo in questo modo la guarigione dall’impotenza e dalla sterilità da cui lui e il suo Harem, nel frattempo, erano stati colpiti.

Isacco

Andrea del Sarto, Sacrificio di Isacco, Dresda, 1527, olio su tavola.

Come promesso, a un anno dall’annuncio l’Innominabile tornò a far visita ad Abramo e Sara.
Sara partorì un figlio che chiamarono Isacco, come il sorriso che gli si stampò in faccia al solo pensiero di aver avuto un figlio a quell’età.
Il ragazzino cresceva e cominciava a giocare con Ismaele, il figlio di Abramo e Agar, sua schiava. Ma Sara voleva rivendicare il suo primato di progenitrice ufficiale e disse ad Abramo che avrebbe fatto meglio ad allontanare Agar e Ismaele.

Non è mai corso buon sangue tra Sara e Agar.

Abramo considerava Ismaele suo figlio al pari di Isacco, perciò ci rimase male di fronte a questa richiesta. Jahvè, che stava sempre sul pezzo, lo tranquillizzò dicendogli che era la cosa migliore da fare. Ma non aveva nulla da temere, tanto avrebbe dato ad Ismaele comunque una gran discendenza, degna di un figlio di Abramo. Poteva fidarsi.
L’aveva mai deluso in passato? Andiamo…

Così il mattino dopo Abramo prese la schiava e il figlio, li rifornì con una “ricca dose” di pane e acqua e li lasciò partire.
E pure questa era fatta.
La poverina, però, si perse nel deserto di Bersabea e si vide spacciata quando finirono le “laute” provviste di acqua e carboidrati.
Lasciò suo figlio sotto un cespuglio e per non vederlo morire si allontanò.
Il Signore, in tutta la sua infinita contraddizione, sentì il lamento di Agar e del piccolo e fece apparire per loro un pozzo d’acqua grazie a cui sopravvissero.
Ismaele divenne un arciere, abitò nel deserto di Paran e sposò una donna egiziana.

MIchelangelo Merisi, Il Sacrificio di Isacco, Firenze, 1603 ca., olio su tela.

Il sacrificio sventato

L’Innominato, nella sua visione di insieme che può solo lui comprendere, decise di mettere alla prova Abramo chiedendogli di offrirgli il suo figlio in olocausto, ovvero in sacrificio.

Fatto che in seguito sarà anche interpretato come un’intromissione diabolica, ma nel nostro libro non se ne fa cenno, quindi rimane un’iniziativa spontanea dell’altissimo.

Nemmeno Abramo osava interrogarsi riguardo gli oscuri disegni del sommo, tanto erano assurdi e paradossali. E’ forse in quel frangente che è nata ciò che noi chiamiamo ‘fede’.
Dunque obbedì senza batter ciglio: prese figlio, fascine e, con un paio di schiavi al seguito, partì per il territorio di Moriah.
Nome che, col senno di poi, non promette benissimo.

Lungo il cammino Isacco, che era già abbastanza sveglio da porsi delle domande, chiese al padre perché stavano andando ad offrire un olocausto al signore senza piatto forte, cioè l’agnello.
Abramo, imbarazzato, rispose che il Signore avrebbe provveduto a tutto, a loro toccava portare solo il contorno e le stoviglie.

Arrivati in cima Abramo preparò l’altare, vi legò Isacco (di cui non conosciamo la reazione, dato che non pronunciò più mezza parola e probabilmente era atterrito dalla fede di suo padre e dal coltellaccio spianato contro di lui) e fu presto pronto a farne fettine.
Al momento del colpo fatale, però, interviene l’Angelo del Signore, che da ora per comodità chiameremo per nome, solo Angelo, dicendo:
– Va bene! Va bene! Ti credo! Ti credo! Obbedisci ciecamente al signore! Libera il ragazzo adesso, per l’amor del cielo.

Abramo, visibilmente sollevato, slegò il figlio e lo sostituì con un ariete che passava di lì facendosi i fatti suoi.
Per questo gesto Abramo fu riempito di promesse di moltiplicazione della sua gente, la quale avrebbe avuto sempre la meglio sui nemici e qualche volta anche sugli amici

Note Notevoli

Al termine della vicenda, narrata nel capitolo 22, versetti 1-18 del Genesi, una breve parentesi genealogica ci avverte che Nacor, nonno di Abramo, ebbe un bel po’ di figli e nipoti tra cui al limite si può ricordare il nome di Rebecca, che può tornarci utile per le vicende future.

Laddove appaiono asterischi vorremmo sottolineare il differente numero di nomi con cui, all’epoca della stesura del testo, era definito il dio degli ebrei. Ma nessuno di essi corrisponde al suo nome vero, al limite vi si avvicina, come il tetragramma YHWH (da cui DoppiaH, che non vuol dire Hip Hop), ma per lo più servono a nasconderlo.
Noi ci siamo solo presi la briga di giocarci un po’.

* = rima del redattore; ‘Adonai’ è uno degli altri nomi di Jahvè, vuol dire ‘Signore’.
** = Altro nome di dio, vuol dire ‘Dio degli Dei’.

[continua]

Francesco Di Concilio

Bibliografia essenziale

  • In particolare rimandiamo agli studi e alla bibliografia del prof. Gian Luigi Prato, che ci ha introdotto all’argomento durante gli universitari di base. Qui il link di una delle sue relazioni sull’argomento http://www.gliscritti.it/blog/entry/2409
  • P. Merlo (a cura di), L’antico testamento. Introduzione storico-critica, Frecce 60, Carocci, Roma 2008.
  • M. LiveraniOltre la Bibbia. Storia antica di Israele, Storia e società, Laterza, Roma-Bari 2003.
  • J. RichesLa Bibbia, Universale Laterza 821, Laterza, Roma-Bari 2002.
  • Testo biblico di riferimento: LA SACRA BIBBIA della CEI. Note e commenti: La Bible de Jerusalem, nuova edizione 2008, per l’ed. italiana, La Bibbia di GerusalemmeCentro editoriale dehoniano, Bologna 2010.
  • R. GravesI miti greci, Longanesi, Milano 1963.
  • Per i chiarimenti sui termini, in attesa di un nostro apparato di note, rimandiamo a Wikipedia e al sito della Treccani, sempre utile per delineare per linee generali i contesti trattati.
  • Per una lettura poetica e romanzata delle vicende che riguardano Abramo e la sua discendenza rimandiamo al capolavoro di Thomas MannGiuseppe e i suoi fratelli, Berlino, 1933-1943.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 4)

Alcuni dati sull’aborto I: trend generale ed età

I dati disponibili sul sito dell’ISTAT ci mostrano che, generalmente, le donne che si sottopongono ad IGV hanno un’età media di 30-34 anni, sono nubili, con un diploma di scuola media inferiore o superiore ed un’occupazione stabile. Ma, naturalmente, come recitava una vecchia canzone, oltre questi dati c’è di più.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 3)

3. Verso l’approvazione della legge n. 194

Il cammino verso l’approvazione della legge n.194 inizia nel 1975, quando due membri del Partito Radicale, Gianfranco Spadaccia ed Emma Bonino, insieme ad Adele Faccio, segretaria del Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto (CISA), furono arrestati dopo essersi autodenunciati con l’accusa di procurato aborto.

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L’amore è nell’aria… ma senza copyright! Il paradosso di Banksy, tra anonimato e diritti d’autore

La sua intera esistenza è una contraddizione. Non si sa chi sia, ma è famoso in tutto il mondo; condanna il mercato dell’arte, ma i collezionisti si contendono le sue stampe per cifre folli; disprezza il copyright, ma ha trasformato la propria opera in marchio.

Banksy è un paradosso che affascina e diverte, confessato con ironia: Mi dichiaro non colpevole di tradimento. Ma mi dichiaro innocente da una casa più grande di quella in cui vivevo prima. Un paradosso di cui, lo scorso settembre, l’artista stesso ha pagato le conseguenze.

Nel 2014 lo street artist aveva denunciato un’azienda dello Yorkshire, la Full Color Black, per aver utilizzato come immagine di un biglietto di auguri una delle sue opere più celebri. Si tratta del Flower Thrower (Love is in the Air). Rappresentato per la prima volta a Bristol nel 1998 e riproposto nel 2005 a Gerusalemme, il murale raffigura un manifestante durante una sommossa, armato di un mazzo di fiori. L’opera, che ha una fortissima potenza comunicativa e che sin da subito è divenuta un simbolo e un invito alla protesta pacifica, era stata trasformata da Banksy in marchio nel 2014. Questa soluzione, tuttavia, non ha convinto l’Ufficio per la proprietà intellettuale dell’Unione Europea (Euipo), che il 14 settembre 2020 ha annullato la denuncia dello street artist: Banksy, finché deciderà di rimanere anonimo e di dipingere sulle proprietà di altre persone, non potrà avere alcun tipo di pretesa di paternità sulle sue opere. Inoltre, esporre il proprio lavoro in un luogo pubblico equivale per Euipo a una rinuncia alla tutela autoriale. L’artista è stato dunque costretto a pagare le spese legali della Full Color Black, che è risultata vincitrice della contesa legale.

La vicenda e il suo esito sono tutt’altro che banali, e stimolano una riflessione sul delicato e significativo rapporto esistente tra street art e proprietà intellettuale. L’artista di strada, infatti, per definizione agisce nell’anonimato e spesso lo fa illegalmente. Ma è un artista a tutti gli effetti, spesso più popolare e più democratico di chi espone le proprie opere in mostre e musei. Come tutelare il suo lavoro? È davvero impossibile, come il provvedimento europeo sostiene, conciliare il diritto all’anonimato con il diritto d’autore? A tutto questo si aggiunge anche una seconda questione: la proprietà dell’opera. Di chi è il murale? Di chi l’ha dipinto o di chi possiede la parete su cui è stato realizzato? Come certificare tutto questo? Sono problemi, questi, a cui la sentenza del 14 settembre non ha dato risposte adeguate. In un momento storico in cui la street art ha raggiunto un livello qualitativo e una considerazione critica e di pubblico senza precedenti, è necessaria una valutazione approfondita del fenomeno, a cui devono necessariamente seguire risposte ragionevoli e ponderate.

Nel frattempo, a Banksy l’anonimato costa. E non poco!

Autrice: Martina Colombi

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 2)

Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 2)

La legge sull’aborto in Italia

La legge italiana sull’aborto n.194 del 22 maggio 1978 contiene le “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, descritte in 22 articoli.

L’art. 1 della suddetta legge afferma: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Lo ammetto, è la prima volta che leggo questa legge, e consiglio a tutti, di farlo.

Mi sarei aspettata una dichiarazione di difesa della volontà delle donne, invece ho avuto la percezione di uno Stato che come prima cosa pensa a tutelare la sua immagine cattolica e non laica.

Su una cosa, però, siamo d’accordo: l’aborto non è un metodo contraccettivo, non è un metodo del controllo delle nascite, e strutture come i consultori dovrebbero promuovere la diffusione di informazioni corrette sull’argomento, nonché accompagnare le donne nel percorso dell’IGV.
Vedremo, purtroppo, che non è sempre così.

I vincoli temporali entro i quali è possibile sottoporsi ad IGV vengono descritti nell’art. 4: ciò può avvenire entro i primi tre mesi dal concepimento, laddove le condizioni familiari, sociali, ed economiche non siano solide, oppure quando il feto presenti anomalie o malformazioni.

Il ruolo delle strutture sanitarie (consultori) ed i doveri dei medici sono ampiamente descritti nell’art. 5: “[…] nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito […]”: il consultorio e i medici devono presentare con tatto la presenza delle alternative all’IGV e compiere gli accertamenti sanitari del caso.

Qualora fosse presente un’urgenza medica, il medico rilascia immediatamente un certificato con il quale la donna può recarsi nelle sedi preposte per l’IGV. In caso contrario, il medico del consultorio o di famiglia consegna un certificato che la donna può utilizzare a partire dall’ottavo giorno dal suo rilascio. Questo lasso di tempo dovrebbe servire ad acquisire maggiore consapevolezza della scelta fatta.

Ma cosa succede a partire dal 91° giorno della gestazione? È ancora possibile praticare l’IGV, ma solo lì dove siano state accertate anomalie a carico del feto o pericoli di salute per la donna (art. 6).

I luoghi dove è possibile praticare un’IGV sono ospedali generali, ospedali pubblici specializzati, poliambulatori pubblici (nei primi 90 giorni) e case di cura autorizzate dalla regione (con alcune limitazioni) (art. 8).

L’art. 9 introduce la figura dell’obiettore di coscienza, ed afferma, tra l’altro: “L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.”

È molto importante sapere che, secondo l’art. 11, l’ente che ha eseguito l’IGV è obbligato ad inviare al medico provinciale una dichiarazione ed una documentazione sulla procedura stessa, il tutto proteggendo la privacy della donna, omettendo la sua identità.

Per le minorenni, lì dove non ci siano gravi problemi di salute, è necessario il consenso dei genitori o di chi esercita la patria podestà (art. 12).

L’art. 14 impone al medico che esegue la procedura di accompagnare la donna in questo percorso rispettando la sua decisione e dignità, fornendo informazioni sulla regolazione delle nascite. C’è una punta di pregiudizio in questo perché si ammette, implicitamente, che il ricorso all’IGV venga fatto regolarmente, utilizzandolo come metodo contraccettivo, e le cose non stanno così.

Questa, in sintesi, è la legge sull’aborto, approvata 42 anni fa; prima del 1978, l’aborto era punito in ogni sua forma e la maternità era favorita über alles, come tra l’altro dichiara il primo articolo della legge stessa. Il percorso per la sua approvazione non è stato semplice, e dobbiamo dire grazie soprattutto ad alcuni membri del Partito Radicale di allora se le donne oggi hanno più libertà di scelta.

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La terza puntata verrà pubblicata martedì 10 novembre.

Autrice: Annarita N.
Cover design: Pigutin

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Eventuali inesattezze dell’articolo verranno prontamente corrette.
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C’è chi dice no

C'è chi dice no

Con la pausa estiva la redazione di ErrareUmano ha avuto modo di poter assistere agli eventi globali senza esser costretto a rincorrerli per poterli descrivere.

Il mondo sembra aver capito che il virus che ci ha colpito non aveva la pretesa di essere locale e di avere la stessa pervasività e diffusione di una rete di transazioni finanziarie.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato

1. La storia dell’aborto

In una celebre scena del film Palombella rossa, Michele Apicella, alias Nanni Moretti, diceva: “Le parole sono importanti!”.
È sempre importante partire dall’origine delle parole quando si affronta un qualsiasi argomento, specialmente quelli più delicati e vasti, come quello dell’aborto.

Il termine aborto deriva dal verbo latino aborior, che significa venir meno dal nascere, perire. L’etimologia di questa parola è chiaramente contraddittoria, poiché nell’aborto si porta alla luce qualcosa che vita non ha, ed è un termine che può essere applicato anche in altri casi per indicare, ad esempio, la fine di un progetto o il mancato sviluppo di un’idea.

L’aborto può essere una scelta terapeutica o totalmente volontaria ed arbitraria: in questo caso, allora, si preferisce usare la perifrasi Interruzione Volontaria di Gravidanza (IGV).

Una delle prime testimonianze di pratiche abortive è contenuta in quello che ad oggi è considerato uno dei testi medici più antichi, risalente al 2737-2696 A.C., ovvero all’epoca in cui in Cina imperava Shen Nung (Figura 1).

Figura 1. L’imperatore Shen Nung (2738 a.C. – 2698 a.C.).

Ancora circa mille anni dopo, più o meno intorno al 1550-1500 a.C., si parla dell’aborto e della contraccezione nel papiro egiziano Ebers (Figura 2).

Figura 2. Colonna 41 del papiro Ebers (ca. 1550 a.C.).

I Romani usavano l’aborto, insieme a dei metodi contraccettivi primitivi rispetto a quelli disponibili oggi, per la regolazione delle nascite. Anzi, in questo senso facevano di più e forse di peggio, dato che l’abbandono dei nascituri e la loro uccisione era pratica diffusa e comune. Inoltre, il poeta romano Giovenale fa riferimento in alcuni dei suoi testi a “i nostri abortisti preparati”.

Nell’antica Roma e nell’antica Grecia, il feto non veniva considerato una persona, né un essere vivente. Era tra l’altro diffusa la teoria dello spermismo, sostenuta anche da Pitagora ed Eschilo, secondo cui tutto il materiale contenente le informazioni che oggi definiamo genetiche era contenuto nello sperma.

Per quanto riguarda il mondo medio-orientale, negli scritti del medico persiano Al-Rasi si trovano procedure dettagliate su come praticare l’aborto per via chirurgica. Venendo ad Ippocrate, il padre della medicina, egli descrive nei suoi testi strumentazioni ed attrezzature come dilatatori che i moderni ginecologi continuano ad usare ai nostri giorni.

La questione etica della pratica dell’aborto era viva già all’epoca, tant’è vero che lo stesso Ippocrate era favorevole alla sua pratica ai fini di proteggere la salute della donna in caso di gravi complicazioni durante la gravidanza.

La diffusione della religione cristiana cambia completamente la percezione sociale dell’aborto, che con l’avanzare del Medioevo diventa inaccettabile e vietato per qualsiasi motivo: la vita del feto aveva la priorità su tutto, e chi praticava l’aborto lo faceva in totale clandestinità.
Le levatrici che venivano scoperte a mettere in pratica gli interventi venivano condannate o peggio accusate di stregoneria o assassinio.

L’avanzamento delle tecniche chirurgiche registrate tra il XVII° e XIX° secolo sia negli Stati Uniti che in Europa ha offerto ai chirurghi la possibilità di attuare pratiche di aborto più sicure per le donne, sia dal punto di vista della loro efficacia che della salvaguardia della loro salute e della loro vita.

La legge italiana che regolamenta l’aborto è stata approvata il 21 maggio 1978; prima di questa data, era una pratica condannata in ogni suo aspetto. Si divide in 22 articoli, che servono a tutelare la donna, la sua salute, ma anche, e forse purtroppo, i diritti dei medici obiettori.

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La seconda parte verrà pubblicata martedì 3 novembre.

Autrice: Annarita N.
Cover design: Pigutin

LINK ED APPROFONDIMENTI

  • Management of Unintended and Abnormal Pregnancy: Comprehensive Abortion Care, M. Paul, E. S. Lichtenberg, L. Borgatta, D. A. Grimes, P. G. Stubblefield, M. D. Creinin, 2009, Blackwell Publishing Ltd.
  • Storia dell’aborto (Wikipedia).

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Eventuali inesattezze dell’articolo verranno prontamente corrette.
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Quel leggero retrogusto di…

Quel leggero retrogusto di

Je suis Charlie

“Tutto ciò… per questo” è il titolo con cui si apre il numero di Charlie Hebdo del 2 settembre 2020. 

Tra le due scritte gialle su sfondo nero, le vignette che avrebbero portato, loro malgrado, alle stragi del 7, 8 e 9 gennaio 2015, in cui persero la vita otto tra autori e autrici del settimanale francese di satira e informazione

La ripubblicazione ha un profondo significato, poiché proprio il 2 settembre si è aperto il processo agli stragisti, tanto per usare un termine di piombo. E nemmeno a quelli che hanno commesso gli omicidi, che non ne sono usciti vivi, quanto alla nube complice che aleggiava attorno agli eventi di quei giorni. 

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Pata pata – Miriam Makeba

In The Mood For – Special #BlackLivesMatter

Chiudiamo l’annata di “In The Mood For…” con la canzone che più di tutte può rappresentare i tempi che stiamo vivendo.
Pata pata è una canzone leggera, che fa sorridere e che ha portato alla ribalta internazionale la sua interprete, Miriam Makeba.

Denominata “Mama Afrika”, ha sempre lottato contro l’odio razziale nel suo paese, il Sudafrica, e fuori dai confini nazionali. In esilio ha parlato della segregazione in tutti gli ambiti che le permettevano di farlo.  

Ricordo “Pata pata” per essere stata una delle colonne sonore dello spettacolo di inaugurazione dei mondiali di Italia ‘90. Ad ogni modo vi consiglio di ascoltare altre canzoni di Mama Afrika in lingua Xhosha, con i tipici suoni fatti con lo schiocco della lingua sul palato.

Una canzone di Miriam Makeba interpretata da Siki Jo-An tratto dalla trasmissione “The Voice South Africa”

A pochi giorni dalla sua nascita, Miriam è costretta a fare i conti con le regole imposte dalle leggi dell’apartheid. Sua madre venne incarcerata perché non era permesso alle persone di colore produrre alcolici fatti in casa. La popolazione nera era così sottopagata e sfruttata che suo padre non riuscì a pagare la cauzione di sole 18 sterline per sua moglie e sua figlia neonata.

Miriam cresce e inizia a cantare mescolando la musica jazz con i suoni della sua terra. Viaggia in USA e diventa testimonial dei neri soggiogati in Africa.

Alla morte di sua madre decide di tornare a casa dagli USA ma il consolato decide di apporre il timbro “INVALID” sul suo passaporto e di determinare il suo status di non benvenuta nel paese natale.

Resterà in esilio per 31 anni. Parla di fronte alle Nazioni Unite delle discriminazioni nel suo paese e delle sanzioni internazionali impartite al Sudafrica.

” Chiedo a voi e a tutti I leader del mondo: agireste in maniera diversa? Al nostro posto rimarreste in silenzio senza fare nulla? Non riuscireste a stare fermi, senza diritti, nel Vostro paese se foste puniti per aver chiesto uguaglianza o perchè il colore della vostra pelle è diverso da quelli che fanno le regole.

Signor Presidente, c’è già molto odio nel mio paese. Hop aura che se il mondo continui in questo modo ed il governo procederà in maniera furiosa con maggiore brutalità provando a prendere le vite dei nostril leader più amati e dei nostril ragazzi,  non si potrà fermare l’odio dallo straripare.

Faccio appello a voi, e attraverso di voi a tutti i paesi del mondo a fare qualcosa per fermare questa tragedia in arrivo.

Faccio appello a voi per salvare le vite dei nostri leader, per liberare le prigioni da tutti quelli che non avrebbero mai dovuto essere lì, ed aiutarci a conquistare i diritti per una dignità umana”

Discorso di Miriam Makeba alle Nazioni Unite del 9 marzo 1964

Da quel momento viene invitata ad ogni ricorrenza o festa dell’Africa indipendente. Canta a Nairobi per l’indipendenza del Kenya, a Luanda per l’indipendenza dell’Angola, all’inaugurazione dell’Organizzazione dell’Unità africana ad Addis Abeba, per Samora Machel in Mozambico e in tutti paesi dell’Africa per supportare l’indipendenza dei popoli neri del mondo.

Sposa il leader delle pantere nere nel 1968. La scelta non farà altro che allontanare i suoi amici da lei, annullare i contratti con le case discografiche e cancellare molti dei suoi concerti. Tutto questo negli Stati Uniti, dove il potere economico è pur sempre in mano alla maggioranza bianca.

Mi è stata tolta la casa, ci è stata tolta la terra.
Ho visto assottigliarsi la mia famiglia man mano che i miei parenti venivano uccisi dai militari. […] Io vivo in esilio fuori. Noi tutti viviamo in esilio… dentro.

Miriam Makeba

Così è di nuovo in esilio, questa volta volontario. Si trasferirà in Guinea dove andrà a vivere con suo marito.

L’intervista a Miriam Makeba in cui racconta cosa significa essere rifiutato dal proprio paese di appartenenza e la difficoltà dell’esilio.

L’ultimo suo atto è sempre a favore del popolo africano sfruttato.
Morirà qui, in Italia a Castel Volturno dopo aver cantato sul palco in ricordo dei 6 ragazzi ventenni uccisi da 136 proiettili sparati dal commando del clan camorristico dei casalesi che nel momento della strage erano vestiti con uniformi della polizia.

Morì subito dopo aver cantato su quel palco il 9 novembre 2008 in provincia di Caserta, ancora una volta contro il razzismo e l’odio dettato dal colore della pelle.

Curiosità

All’inizio del nostro racconto avevamo detto che la canzone “Pata pata” è la rappresentazione dei nostri tempi. Infatti l’artista Beninese Angelique Kidjo ha modificato il testo del brano in una versione Coronavirus chiamata “No pata pata”. Pata in lingua Xhosa vuol dire toccare e non toccarsi in questo momento è fondamentale. La canzone è stata trasmessa da 15 stazioni radio sparse per il continente africano con l’aiuto di UNICEF.

E quale, se non questo è il modo migliore di ricordare Mama Afrika??

Autori: Francesco PennaNera & Annarita N.
Cover: Valerio Ichikon