Frammenti

#9 Note a Margine

E’ difficile creare un pezzo di arte ex-novo.
Ma è ancora più difficile creare arte con un qualcosa che già lo è.
Solo in pochi potevano avere un’idea così, e ancor meno persone potevano riuscirci.
Franco Battiato è uno di questi.

La canzone che vi presentiamo oggi per la rubrica Note a Margine è Frammenti di Franco Battiato.
Fa parte dell’album Patriots pubblicato nel 1980 (40 anni fa) per la casa discografica italiana EMI. Questo è il decimo lavoro pubblicato dall’artista di Riposto (provincia di Catania) e contiene alcuni dei suoi più importanti successi, come Up Patriots to Arms e Prospettiva Nevski.

Il testo del brano è molto particolare, poiché contiene diverse citazioni prese dalla poesia italiana:

  • La donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole (Il sabato del villaggio, Giacomo Leopardi, 1829).
  • Me ne andavo una mattina a spigolare quando vidi una barca in mezzo al mare (La spigolatrice di Sapri, Luigi Mercantini, 1858).
  • I cipressi che a Bolgheri alti e schietti vanno da San Guido in duplice filar (Davanti San Guido, Giosuè Carducci, 1874).
  • Hanno veduto una cavalla storna riportare colui che non ritorna (La cavallina storna, Giovanni Pascoli, 1903).
  • D’in su la vetta della torre antica passero solitario alla campagna (Il passero solitario, Giacomo Leopardi, 1835).

A questi noti versi, Battiato ne alterna alcuni propri, ed il risultato è la creazione di un’unicum, di una descrizione unitaria di immagini di una vita semplice, provando e testimoniando la profonda conoscenza della letteratura italiana e la padronanza dell’artista siciliano di manipolare versi antichi per crearne dei nuovi.
Allo stesso tempo, però, ascoltando il testo si ha la sensazione di essere di fronte ad un testo impressionista, nel senso che con poche pennellate di parole Battiato riesce a farci visualizzare dei fermi immagine di vita reale.

Un testo così particolare non poteva di certo avere un accompagnamento musicale banale. L’intro, che si ripete costantemente per tutto il brano, è affidato al basso. Non ci sono grosse linee melodiche, creando l’effetto di un lungo recitativo.

Il finale è improvviso e calmo, in contrasto con il ritmo incalzante di tutto il brano.

Ecco a voi Frammenti:

Buon ascolto!

Beethoven, la Nona Sinfonia e l’Inno alla Gioia: Tutti gli uomini diventano fratelli (quarta ed ultima parte)

Quest’anno si celebra il 250° anniversario dalla nascita di Ludwig van Beethoven.
Noi di ErrareUmano vogliamo celebrarlo a modo nostro,
come meglio sappiamo fare, ovvero attraverso la scrittura.
Festeggiamo insieme questo compleanno tramite una delle sue opere più importanti,
che ha lasciato un segno indelebile nella nostra cultura:
la Sinfonia n. 9 in Re min.

#8.4 Note a margine

I temi, la filosofia, la musica

La produzione musicale di Beethoven può essere idealmente divisa in tre periodi, e l’ultimo, quello alla quale la Nona può essere ricondotto, viene generalmente associato alla stesura di partiture più complesse del musicista tedesco, sia da un punto di vista strettamente musicale che da un punto di vista prettamente filosofico.

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Beethoven, la Nona Sinfonia e l’Inno alla Gioia: Tutti gli uomini diventano fratelli (terza parte)

Quest’anno si celebra il 250° anniversario dalla nascita di Ludwig van Beethoven.
Noi di ErrareUmano vogliamo celebrarlo a modo nostro,
come meglio sappiamo fare, ovvero attraverso la scrittura.
Festeggiamo insieme questo compleanno tramite una delle sue opere più importanti,
che ha lasciato un segno indelebile nella nostra cultura:
la Sinfonia n. 9 in Re min.

La storia e l’analisi musicale

La Sinfonia No. 9 in Re minore, Op. 125, eseguita per la prima volta il 7 maggio 1824 a Vienna, ma inizia ad essere concepita almeno dieci anni prima, se non nel 1792.

Quest’opera non rappresenta il solo collegamento artistico tra Beethoven e Schiller: infatti, i primi lavori teatrali del poeta e drammaturgo tedesco furono rappresentati a Bonn da una compagnia il cui capocomico alloggiava spesso, insieme alla moglie, presso la casa dei Beethoven, mentre il direttore musicale era stato un insegnante del piccolo Ludwig.
Nonostante ciò, Schiller e Beethoven non ebbero mai modo di incontrarsi di persona.

Ma veniamo alla Nona.

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Beethoven, la Nona Sinfonia e l’Inno alla Gioia: Tutti gli uomini diventano fratelli (seconda parte)

Quest’anno si celebra il 250° anniversario dalla nascita di Ludwig van Beethoven.
Noi di ErrareUmano vogliamo celebrarlo a modo nostro,
come meglio sappiamo fare, ovvero attraverso la scrittura.
Festeggiamo insieme questo compleanno tramite una delle sue opere più importanti,
che ha lasciato un segno indelebile nella nostra cultura:
la Sinfonia n. 9 in Re min.

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Il personaggio

Vita ed opera dovrebbero essere un tutt’uno. L’opera non può esistere senza un’esperienza, gioiosa o dolorosa, poco importa.
Nel caso di Beethoven le vicende personali sono determinanti per la creazione delle sue opere, la più importante è la perdita dell’udito, di cui sarà completamente privo durante la fase di scrittura della Nona.

In primis due elementi essenziali: nasce a Bonn nel 1770 e muore a Vienna nel 1827, vivendo quindi a cavallo tra la Rivoluzione Francese, l’ascesa di Napoleone e la Restaurazione delle monarchie europee.

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Beethoven, la Nona Sinfonia e l’Inno alla Gioia: Tutti gli uomini diventano fratelli (prima parte)

Quest’anno si celebra il 250° anniversario dalla nascita di Ludwig van Beethoven.
Noi di ErrareUmano vogliamo celebrarlo a modo nostro,
come meglio sappiamo fare, ovvero attraverso la scrittura.
Festeggiamo insieme questo compleanno tramite una delle sue opere più importanti,
che ha lasciato un segno indelebile nella nostra cultura:
la Sinfonia n. 9 in Re min.

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La leggenda di Cristalda e Pizzomunno

#7 Note a Margine

Prologo

“Le tradizioni orali fanno la loro comparsa quando vengono riferite. Per momenti fugaci possono essere ascoltate, ma il più delle volte esse dimorano nella mente delle persone”.

Jan Vansina, storico belga.

Raccontami una storia, leggimi una storia…

Frasi spesso pronunciate dalla bocca di bambini, ma cos’è davvero una storia? E soprattutto, ha importanza la forma della sua trasmissione?

Che sia sottoforma di scrittura, con inchiostro o digitata su uno schermo, o ancora, che sia trasmessa oralmente, una storia rappresenta sempre un pezzo di memoria collettiva.

E se la letteratura non è nient’altro che una raccolta di storie di vario tipo e genere, anche quelle trasmesse per via orale possono essere considerati pezzi di letteratura.

Il fascino, però, delle storie non scritte, ma raccontate, è la loro personalizzazione: chi racconta, infatti, può aggiungere, o talvolta anche togliere, dei particolari, e se questo procedimento viene ripetuto all’infinito, si ottiene una nuova storia, frutto di un lungo processo di stratificazione, frutto di un fenomeno di “lunga durata”. 

Per lungo tempo, la tradizione orale ha costituito il solo mezzo disponibile per la trasmissione del sapere collettivo, e comprende diverse forme letterarie, ad esempio proverbi, ricette, rimedi medicinali, canti, frasi, leggende…

L’ispirazione

Ed è proprio una leggenda pugliese del XV secolo al centro della canzone di oggi, ovvero quella di Cristalda e Pizzomunno.

Siamo a Vieste, in un tempo non meglio definito, come la tradizione orale e popolare suggerisce. Pizzomunno è un marinaio e pescatore come ce ne sono tanti; in riva del mare incontra la bella Cristalda, ed i due s’innamorano subito. Su quella spiaggia si incontrano e stanno insieme, su quella spiaggia Cristalda aspetta il suo Pizzomunno tutte le sere.

Quella è una terra magica, popolata da malvagie sirene, che con il loro canto e le loro movenze attirano a sé gli altri pescatori, fino a portarli giù negli abissi del mare per trattenerli sempre a sé.

Pizzomunno era stato preso di mira da una sirena, ma aveva sempre rifiutato le sue lusinghe, perché già innamorato di Cristalda.

Si svolge, così, la vendetta suprema: le altre sirene risalgono dal mare verso la spiaggia e rapiscono la bella Cristalda per portarla con sé in fondo al mare, e sottrarla per sempre a Pizzomunno che, impotente, assiste alla scena.

Il dolore per il giovane fu tale da lasciarlo letteralmente impetrito: da allora, Pizzomunno è sulla spiaggia di Vieste ad attendere la sua Cristalda, con la quale può congiungersi ogni cento anni.

La canzone

Il brano di oggi è “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno”, presentato da Max Gazzé al 68° Festival di Sanremo del 2018.

Questa canzone è inclusa nell’album Alchemaya, pubblicato a febbraio dello stesso anno, e diviso in due parti: la prima comprende brani d’ispirazione religiosa, prevalentemente di origine biblica, mentre la seconda include alcuni brani già noti del cantautore romano, ma arrangiati per orchestra e sintetizzatori. Un’opera senza dubbio di grande rilievo, che merita almeno un ascolto: state sicuri che non ve ne pentirete.

Nell’introdurre un monologo di Pierfrancesco Favino, attore e co-conduttore dell’edizione del festival di quell’anno, Claudio Baglioni, direttore artistico e presentatore, disse: “Quando ho accettato di fare il direttore artistico del festival di Sanremo, ho pensato di portare anche la parola”.

Ed è proprio questo uno dei pregi di questa canzone, la parola: il testo, degno della più nobile tradizione letteraria italiana, riesce a trasmettere magia ed incanto, proprio come una bella favola deve fare. La ciliegina sulla torta è l’orchestrazione, che ci porta in un mondo fantastico con classe, eleganza e raffinatezza. Non a caso, questa canzone ha vinto in quell’edizione del festival il Premio Giancarlo Bigazzi alla miglior composizione musicale, premio assegnato dall’orchestra.

Si realizza, così, una perfetta fusione tra musica e parole, realizzando quello che è un raro pezzo di arte.

La versione che vi proponiamo è quello originale dell’album, dove le immagini sono molto curate, particolari ed originali (cosi come tutte quelle dell’album relativo), contribuendo ulteriormente, insieme a testo e musica, a trasportarci in un mondo fantastico.

Buon ascolto!

Autrice: Annarita N.
Cover Design: Valerio Ichikon Salzano

Ti ricordi di Updike?

Ti ricordi di Updike

#6 Note a Margine

Il gruppo

Forse sarebbe più bello tacere,
in accordo coi nostri pensieri,
che solo ad esprimerli in verbi e parole
non sono più verità.

Ma so che sarebbe anche bello sceglierle bene;
per farle aderire con più precisione
all’anima con la sua musica.

(Canzone Ecologica, Marlene Kuntz)

Poesia in musica. Non credo ci sia definizione migliore per la produzione dei Marlene Kuntz.

Il nucleo storico di questo gruppo originario di Cuneo è formato da Cristiano Godano (voce e chitarra), Riccardo Tesio (chitarra) e Luca Bergia (batteria, percussioni, cori). La loro attività inizia al termine degli anni ’80 e hanno all’attivo 10 album in studio.

Il sound del gruppo si è evoluto nel tempo, pur mantenendo delle caratteristiche peculiari: suono aggressivo, un po’ distorto e quasi isterico di “Festa Mesta” ed “M.K” (dall’album “Catartica”, 1994), uniti ad un uso della parola ricercato, poco comune nel panorama musicale specialmente quello attuale.

Tra le canzoni più celebri del gruppo ci sono, senza dubbio, “Nuotando nell’aria” (1994) e “La canzone che scrivo per te” (2000), quest’ultima in collaborazione con Skin.

L’attività di collaborazione con l’artista voce degli Skunk Anansie continua tutt’oggi: infatti, il 25 aprile di quest’anno (la data non è casuale) i Marlene Kuntz e Skin hanno pubblicato una cover della canzone popolare “Bella Ciao”, il cui video ufficiale è stato girato a Riace e il cui ricavato è stato devoluto al progetto È stato il vento – Artisti per Riace.

L’ispirazione

Lo scrittore al quale ci dedichiamo oggi è l’americano John Updike. Ha iniziato la sua carriera come collaboratore de “The New Yorker” intorno al 1954, ma la sua carriera da scrittore decolla circa sei anni dopo, quando pubblica “Corri, Coniglio”. Questo romanzo è il primo della cosidetta serie del coniglio, di cui i successivi sono: “Il ritorno di Coniglio” (1971), “Sei ricco, Coniglio” (1981), “Riposa Coniglio” (1990), “Rabbit Remembered” (2001).

La produzione di Updike non si ferma però alla produzione di romanzi, ma spazia anche tra racconti, poesie e saggi.

Per quanto riguarda i temi delle sure opere, lo stesso Updike ha affermato:

My subject is the American Protestant small-town middle class. I like middles. It is in middles that extremes clash, where ambiguity restlessly rules

“Il mio soggetto è la classe media protestante Americana delle piccole città. Mi piacciono le classi medie. E’ lì che gli estremi si scontrano, dove l’ambiguità governa senza sosta”.

In effetti, Updike può essere definito contemporaneo più che moderno. Soprattutto dai suoi romanzi traspare un’umanità perennemente insoddisfatta, che ha tutto pur credendo di non avere nulla e ricerca costantemente una felicità nel futuro che è già presente nell’ora.

La canzone

Il brano di oggi è “Ricordo”, naturalmente dei MK (Marlene Kuntz), incluso nell’album “Senza Peso” pubblicato nel 2003. Altre canzoni degne di nota appartenenti a questo lavoro (il quinto dei MK) ci sono “Notte” e “Fingendo la poesia”; non mancano, però, canzoni che ricordano il sound degli esordi come, ad esempio, “Sacrosanta verità”.

A differenza degli altri brani che abbiamo citato in questa rubrica, non trae ispirazione in toto dalla letteratura, ma cita Updike:

Un giorno la tua voce mi chiamò
Per dirmi: “Ti ricordi di Updike?
L’ho preso ed è magnifico”,
E mentre mi dicevi così
Pensavo che tu, prima, mai
Avevi telefonato a me…
È l’ultimo ricordo che ho di te
E so che non lo perderò

Come la maggior parte dei testi dei MK, anche questo è intriso di poesia, ma soprattutto di delicatezza: si parla infatti di un suicidio, ma le parole morte/vita non vengono mai utilizzate.

Buon ascolto!

Link di approfondimento

Autrice: Annarita N.
Cover design: Valerio Ichikon

Everyday is like sunday

#6 Note a Margine

Prologo

C’è chi aspetta la domenica per veder giocare a calcio la propria squadra del cuore, o chi l’aspetta per il regolare pranzo luculliano, magari a casa della nonna, con tutti i parenti.

Ma cosa rappresenta davvero la domenica?

Nella Sacra Bibbia la domenica viene indicato come giorno del riposo (“E il settimo giorno si riposò), ed è quello che comunemente si fa in questo giorno: ci si riposa, ci si dedica ai parenti, agli amici, si coltivano i propri hobby.

Questo in un’ottica del domani, quando si è sicuri che ad una domenica ne seguirà, dopo 6 giorni, un’altra, un’altra, ed un’altra ancora.

Ma cosa fare quando non si è sicuri di questo rassicurante circolo temporale?

Cosa fare quando si è certi che questo susseguirsi di giorni, a breve, avrà fine?

L’ispirazione

Il romanzo “L’ultima spiaggia” (“On the beach”) dello scrittore Nevil Shute, statunitense e naturalizzato australiano, è stato pubblicato nel 1957, ed ha ricevuto critiche positive dai maggiori quotidiani americani. Una curiosità: prima di essere pubblicato in forma di romanzo, On the beach ha visto la luce in quattro parti, ridotte rispetto al romanzo “ufficiale”, sul periodico “Sunday Graphic” (un po’ proprio come Le Cronache di Vaffambaffola??).

L’opera di Shute descrive uno scenario letteralmente apocalittico che segue ad una Terza Guerra Mondiale, dove armi nucleari vengono usate in maniera massiccia. A scatenare gli scontri sono in primis l’Albania e l’Egitto, ma vengono ben presto coinvolti gli USA e la NATO, il Regno Unito, l’Italia, la Russia e la Cina, insomma i principali paesi dell’emisfero nord della Terra, le cui popolazioni vengono ben presto annientate.

L’uso estensivo di armi nucleari ha come effetto ultimo quello di rendere abitabili solo paesi dell’emisfero meridionale, come il Sudafrica, il Sudamerica, e l’Australia, dove è ambientata la narrazione. Ogni personaggio sviluppa la propria storia all’interno di questo scenario apocalittico, dove l’unica speranza di sopravvivere alla sofferenza sembra il suicidio.

Il sentimento che accomuna tutti i personaggi è noia tipica di un’attesa di un evento finale inevitabile.

La canzone

Questo stesso sentimento di noia è al centro del brano di oggi: “Everyday is like Sunday” di Morrisey.

Steven Patrick Morrissey inizia la sua carriera come cantante solista nel 1987, quando pubblica l’album “Viva Hate” dal quale la canzone è tratta. Ad alcuni la sua voce suonerà forse familiare, ed il motivo è legato ad uno spot pubblicitario del 1999. Prima di intraprendere la carriera solista, infatti, Morrisey era il frontman dei “The Smiths”. Uno dei maggiori successi di questa band inglese affermatasi nel panorama musicale internazionale negli anni ’80 è “Please, please, please, let me get what I want”, che fu scelta dalla Tuborg come colonna sonora di un suo spot.

La noia, il disinteresse assoluto e la sensazione di dover aspettare eternamente qualcosa di sconosciuto pervadono la canzone dall’inizio alla fine; se poi si vive in una città di mare desolata e si è in inverno, questi sentimenti sono automaticamente amplificati. Si ha la sensazione di essere stati dimenticati da tutto e tutti, non c’è niente che possa rompere questa tranquillità irreale, tranne un’armageddon o una bomba nucleare:

How I dearly wish I was not here
In this seaside town
That they forgot to bomb
Come bomb, Nuclear bomb

Come vorrei, con tutto il cuore, non essere qui
In questa città a ridosso del mare
Che hanno dimenticato di bombardare
Vieni bomba, vieni bomba nucleare”

Oltre a portare la firma di Morrisey, il secondo autore del brano è Stephen Street, noto produttore inglese, che ha collaborato con i The Smiths prima, Morrisey poi, e con altre band famose, ad Esempio i Cranberries, Kaiser Chiefs and Blur.

L’ascolto

Morrisey è un interprete formidabile, ma è anche, come lo definiremmo in gergo colloquiale, un personaggio: piace, sa di piacere, ed è un artista che, seppur non faccia corse e capriole sul palco, lo riempie tutto solo con la sua presenza. Guardate questo video, e provate a darmi torto:

La scelta di utilizzare una classica struttura per il brano (strofa-ponte-ritornello) ed un classico giro di do (la più semplice successione di accordi che si possa imparare) rende a pieno i sentimenti di noia espressi nel testo.

Molti cantanti/gruppi hanno realizzato delle cover del brano, ma la versione che mi ha colpito di più è questa di Puddles Pity Party, alter ego di Big Mike Geier. L’ossimoro richiamato nella canzone tra domenica/noia è ben ripreso da quello del pagliaccio, che per definizione dovrebbe essere sempre allegro, ma non lo è.

Ma ecco il video originale:

Chi ha vissuto in Inghilterra sentirà cucito addosso il testo della canzone, e riconoscerà come familiari i luoghi del video, che è stato girato a Southend-On-Sea.

Il video ufficiale della canzone è inoltre una buona occasione per Morrisey per sensibilizzare le persone ad una cultura alimentare che escluda ogni tipo di animale dalla propria dieta ed all’eliminazione dell’uso delle pellicce. Tra l’altro, Meat is murder, uno dei messaggi che la protagonista del video scrive su una cartolina a due signore impellicciate, è il titolo del secondo album dei The Smiths.

Il finale

Sul web sono presenti diversi documentari su Morrisey; in uno di questi Alan Bennett, drammaturgo e scrittore inglese, afferma:

He’s got an interesting face. He looks to have a story to tell.”

Ha una faccia interessante. Sembra che abbia una storia da raccontare”.

Forse è proprio vero: dopo aver ascoltato una sua canzone ne vorresti sentire un’altra, un’altra ed un’altra ancora.

Magari questo capiterà anche a te, che stai leggendo, al termine di questo articolo.

E magari questo succederà di domenica. E magari sarà il tuo punto di svolta, il tuo armageddon, la tua bomba.

Autrice: Annarita N.
Cover design: Valerio Ichikon

Killing an arab. Da Camus ai “The Cure”

#5 Note a Margine

Prologo

11 settembre 2001, attentato alle Torri Gemelle di New York.

Tutti hanno una propria storia da raccontare legata a quell’evento, ed oggi andremo alla scoperta di quella dei The Cure.

La band si è formata al termine degli anni ’70 nel Lancashire, regione a nord-ovest dell’Inghilterra, e tutta la sua produzione è dovuta alla creatività del cantante Robert Smith, unico membro facente parte del gruppo dalla sua fondazione ad oggi.

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Cirano, parole e libertà

Cirano, parole e libertà - Note a Margine

#4 – Note a Margine

La storia della letteratura e del cinema è piena di personaggi secondari, perdenti, ma non per questo privi di carica narrativa e di esempi di vita. Mi riferisco a quei personaggi nati per stare, per loro stessa natura, perennemente nell’ombra, ma non per questo privi d’impeto vitale.

Ad esempio, tutti i fan della serie “Il Trono di Spade” (sceneggiatura basata sul ciclo di libri “Cronache del ghiaccio e del fuoco” di George R. R. Martin) sapranno attribuire senza dubbio la paternità di quest’affermazione:

Mio fratello ha l’armatura e io ho la mia mente, e la mente dipende dai libri quanto la spada dall’affilatura”.

Tyrion Lannister – Il Trono di Spade

Tyrion Lannister è l’ultimogenito (pertanto, di poco conto) di una famiglia molto potente, il cui giorno di nascita coincide con il giorno della morte della madre, e per ultimo è un nano. E’ consapevole di tutto ciò, e cerca di sopperire ai propri difetti con un’arma che tutti hanno, ma che in pochi sanno usare, in altre parole la mente, che deve essere costantemente alimentata tramite l’esercizio della cultura e della lettura.

Proprio come Tyrion, il protagonista di oggi ha un’importante caratteristica fisica, cioè un naso che a definirlo grande sarebbe un eufemismo.

Il suo nome è Cyrano de Bergerac, è francese ed è nato nel 1897 grazie alla penna del drammaturgo francese Edmond Rostand. In realtà Cyrano è un personaggio realmente esistito, vissuto principalmente a Parigi tra il 1619 (la data della sua nascita è incerta) e il 1655. Proveniente da una famiglia ricca e benestante, in gioventù conduce una vita sregolata, frequentando spesso e volentieri locali di cabaret e acquisendo il vizio del gioco. Nel 1639 si arruola nell’esercito francese sotto indicazione del padre, dove inizia a farsi conoscere per la sua bravura nei duelli, fama che continua a seguirlo (e lui contribuisce ad alimentare) anche qualche anno dopo, esattamente nel 1640, quando lascia le armi per dedicarsi allo studio della letteratura. Conosce e si fa conoscere da alcuni pilastri della letteratura francese, come Molière e Corneille.

Ha scritto molte storie e romanzi, tra cui le più importanti sono L’altro mondo o Gli stati e gli imperi della luna (L’autre monde ou Les états et empires de la lune, pubbl.1657) e Gli stati e imperi del sole (Les états et empires du soleil, pubbl.1662), che gli hanno valso il titolo di precursore di romanzi fantascientifici, dove il viaggio e l’esplorazione di nuovi mondi costituiscono il fulcro della narrazione.

Il momento storico si fa sentire fortemente nelle opere di Cyrano, con uno scetticismo crescente derivante da nuove consapevolezze scientifiche che rendono la religione come un elemento estraneo al tempo corrente. La conoscenza dei sensi è l’unica possibile, ad ogni livello.

In forte contrasto con i dogmi della Chiesa, Cyrano de Bergerac crede fortemente nella teoria eliocentrica e nella pluralità dei mondi, supportando pertanto il pensiero di Copernico e Giordano Bruno. E’ senza dubbio un agnostico, come emerge da un breve dialogo de “L’altro mondo, ovvero Gli stati e gli imperi della luna e del sole”:

” – Vi chiedo quale svantaggio troviate nel crederci [nell’esistenza di Dio]; sono sicurissimo che non me ne saprete scovare nessuno […]”

“L’altro mondo, ovvero Gli stati e gli imperi della luna e del sole” di Cyrano de Bergerac

” – Certo – mi rispose – che starei meglio di voi, poiché se Dio non c’è, voi ed io saremmo pari; ma, al contrario, se c’è, io non potrò aver offeso qualcosa che non credevo ci fosse, poiché, per peccare, bisogna o saperlo o volerlo. Non vedete che un uomo, poco o tanto saggio che sia, non si irriterebbe se un facchino lo avesse ingiuriato, qualora il facchino non si fosse accorto di farlo, o fosse stato il vino a farlo parlare? A maggior ragione Dio, del tutto immutabile, non potrebbe adirarsi con noi per non averlo conosciuto, poiché è Lui stesso ad averci rifiutato i mezzi per conoscerlo. Ma, sulla vostra fede, o mio piccolo animale, se la credenza in Dio ci fosse stata così necessaria, se infine avesse dovuto coinvolgerci dall’eternità, Dio stesso non avrebbe dovuto forse infonderci, a tutti, dei lumi tanto chiari quanto il sole? […] E se, viceversa, mi avesse dato uno spirito incapace di comprenderlo, questo sarebbe stato non difetto mio ma suo, giacché egli poteva darmene uno tanto vivo che lo avrei compreso”.

“L’altro mondo, ovvero Gli stati e gli imperi della luna e del sole” di Cyrano de Bergerac

Bisogna però precisare che le vicende narrate nell’opera di Rostand si discostano parzialmente dagli episodi di vita vissuta del vero Cyrano: allora affido questo racconto all’abile capacità narrativa di Alessandro Baricco:

Le rielaborazioni dell’opera di Rostrand sono numerose: per un sano campanilismo ricordiamo la versione di “Cyrano de Bergerac” del 1985 con uno straordinario Gigi Proietti nelle vesti di Cyrano; a prova di ciò, date un’occhiata al celebre monologo del naso:

Passando alle rielaborazioni cinematografiche, memorabile è quella del 1990 con Gérard Depardieu. La storia di Rostand e della nascita del Cyrano affascinano ancora ai giorni nostri, infatti questo costituisce il fulcro del film “Cyrano, mon amour” uscito nelle sale cinematografiche lo scorso anno.

Per quanto riguarda la musica, c’è un riferimento al Cyrano über alles: “Cirano” di Francesco Guccini, inserita nell’album “D’amore di morte e di altre sciocchezze” pubblicato nel Novembre 1996.

La canzone non porta la firma solo dello stesso Guccini, ma anche di Giuseppe Dati e Giuseppe Bigazzi, quest’ultimo per la parte musicale. La coppia Dati-Bigazzi non si è formata in questa occasione, ma i due sono collaboratori di vecchia data: oltre ad aver lavorato insieme per la creazioni di molti brani di Marco Masini (in primis), Raf e Laura Pausini, hanno lavorato anche con Mia Martini, creando uno dei capolavori interpretativi della compianta artista calabrese, Gli uomini non cambiano.

Un paio di curiosità su questi due autori, che non meritano meno attenzione dell’interprete di Cirano.

Dati iniziò la sua carriera artistica collaborando con Gianni Rodari musicando alcune rime per bambini composte dal poeta; non si allontanerà mai dal mondo dell’infanzia, scrivendo molte sigle di cartoni animati, una su tutte quella dell’anime Naruto Shippuden.

Il profilo di Bigazzi, invece, è molto più classico, essendo stato attivo soprattutto tra gli anni ‘60 e ‘70; da segnalare, però, la sua attività di compositore di colonne sonore di film come Mediterraneo.

Guccini non avrebbe bisogno di nessuna presentazione. E’ un interprete molto profondo di canzoni di stampo sociale. A questo proposito, le parole di Dario Fo non potrebbero essere piu’ precise:

“Quella di Guccini è la voce di quello che un tempo si diceva il “movimento”. Oggi, semplicemente una voce di gioventù. E cioè di granitica coerenza con il proprio linguaggio e pensiero. Nella sua opera c’è un discorso interminabile: sull’ironia, sull’amicizia, sulla solidarietà”.

(Dario Fo, Premio Nobel per la letteratura 1997, Archivi Rai)

Per chi volesse conoscere un po’ di piu’ Guccini, suggerisco questa intervista fatta da Diego Bianchi, in arte Zoro, non molto tempo fa:

Come già detto nei precedenti articoli di “Note a margine”, io amo le esecuzioni dal vivo perché dirette; il live è il luogo dove le maschere cadono, è la prova finale delle capacità interpretative di un artista. E allora ascoltiamo insieme Cirano tratta da un concerto dal vivo tenutosi nel 2004 a Cagliari:

A parlare è un uomo stanco, stanco della vita, stanco degli insuccessi che raccoglie nonostante i numerosi sforzi fatti. Cirano punta il dito e accusa molte persone: coloro che vogliono avere la vita facile, che non rispettano le regole e si credono intelligenti per questo, chi dovrebbe amministrare la società civile, chi crede in un Dio o in nessuno.

Cirano punta il dito con rabbia, noia, delusione, ma soprattutto disprezzo, e l’unica arma che ha per difendersi/attaccare è la sua spada, ma non quella che porta al suo fianco, ma quella che permette, a chi è davvero abile e capace, di vincere un duello: l’arte della parola.

E’ solo la parola che permette, proprio come succede a Tyrion Lannister, di stravolgere l’esito di situazioni che sembrano già segnate, di uscire indenni da un pericolo che sembrava darti per spacciato. Ed è proprio l’arte della dialettica, della quale lui è un degno rappresentante, che permette a Cirano di dichiarare ed esternare i sentimenti d’amore che prova verso Rossana. Si potrebbe pensare che Cirano sia una persona pessimista, ed invece non lo è, perché crede nel futuro e nell’esistenza di una qualche divinità grazie alla forza dell’amore che nutre per Rossana.

Cirano è un uomo fiero, testardo, forse orgoglioso, ma anche onesto, fedele e leale.

E’ un uomo libero, ed è proprio per questo che può permettersi di inveire contro tutto e tutti.

E’ una figura rivoluzionaria, soprattutto se vista con gli occhi della nostra epoca, dominata senza dubbio da una comunicazione fittizia e di basso livello, fatto di colpi bassi, offese gratuite e per la maggior parte irrilevanti rispetto all’argomento di cui si sta parlando; con lo scopo ultimo di distogliere l’attenzione (non dell’interlocutore come faceva Cirano) del pubblico sull’argomento).

Ed ecco, allora, come immagino il Cyrano di oggi: un uomo che usa gli strumenti informatici per smascherare in maniera puntuale i disonesti, gli arroganti, i falsi, i qualunquisti, i menefreghisti senza fare clamore, senza alzare la voce, ma colpendo, toccando, usando un lessico opportuno.

Ed è questa la persona alla quale vorrei che il mondo somigliasse.

Link ed approfondimenti:

Filosofico.net – Cyrano
Il significato delle canzoni – Cirano di Guccini
giuseppecirigliano.it – Cirano, l’eroe drammatico raccontato da Francesco Guccini

Autrice: Annarita N.
Copertina: Ivo Guderzo