Killing an arab. Da Camus ai “The Cure”

#5 Note a Margine

Prologo

11 settembre 2001, attentato alle Torri Gemelle di New York.

Tutti hanno una propria storia da raccontare legata a quell’evento, ed oggi andremo alla scoperta di quella dei The Cure.

La band si è formata al termine degli anni ’70 nel Lancashire, regione a nord-ovest dell’Inghilterra, e tutta la sua produzione è dovuta alla creatività del cantante Robert Smith, unico membro facente parte del gruppo dalla sua fondazione ad oggi.

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Waltz for Aiden – Mogwai

Il brano “Waltz for Aiden”, del gruppo scozzese Mogwai è un walzer dedicato al cantante Aidan Moffat. Il più delle volte le loro canzoni sono strumentali e Moffat ha prestato la sua voce a diversi dei loro brani.

Questo gruppo di amici suona insieme da più di 20 anni e prende il nome dai mostriciattoli del film “Gremlins” di Joe Dante, anche se in verità scelsero quel nome in attesa di uno migliore.  Abbiamo scelto questo brano perché come la redazione di ErrareUmano, anche i componenti dei Mogwai vivono sparsi per la Scozia e in Europa e lavorano insieme a prescindere dalle distanze che li separano. Uno dei componenti vive a Berlino per esempio.

Curiosità:

Un po’ di tempo fa decisero di stampare delle magliette contro il cantante dei Blur, Damon Albarn, per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’uso commerciale delle musiche e l’uso che i grandi brand ne fanno. La canzone dei Gorillaz, Clint Eastwood, di cui Albarn è membro, viene usata tutt’ora come colonna sonora degli spot di una delle banche più grandi del mondo.

C’era una volta la Tigre della Tasmania

C'era una volta la Tigre della Tasmania

Vi racconterò la storia di un animale particolare, eretto a simbolo del posto che abitava e divenuto martire dopo la sua scomparsa.

Si tratta della Tigre della Tasmania.

Tutti, quando pensano alla Tasmania pensano subito al marsupiale reso famoso dalla Warner Bros. grazie ai Looney Tunes. Ma non sarà questo piccoletto al centro del mio racconto.

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I pesci grandi mangiano i pesci piccoli

L’opera d’arte come atto politico

“Tre”

Pieter Bruegel il Vecchio, I pesci grandi mangiano i pesci piccoli, 1556, Vienna, Graphische Sammlung Albertina

Un così vasto e bizzarro assortimento di pesci reali e fantastici è quasi impossibile da trovare in un’opera d’arte. Domina la composizione un enorme pesce, che giace abbandonato sulla riva. Dalla sua bocca e dal ventre, che un uomo sta aprendo con l’aiuto di uno spropositato coltello, esce un gran numero di pesciolini. La stessa scena si ripropone, in versione ridotta, in primo piano: su una barca un uomo estrae da un pesce appena pescato un altro pesce più piccolo, sotto lo sguardo attento di un padre e di un figlio. Intorno a loro, sono ancora i pesci i protagonisti: alati, appesi ad un albero oppure dotati di gambe, rendono la composizione curiosa e divertente.  

Ci troviamo di fronte a uno dei più noti e frequentati disegni di Pieter Bruegel il Vecchio (1525/1530-1569), intitolato I pesci grandi mangiano i pesci piccoli, oggi parte della Raccolta di Grafica dell’Albertina a Vienna. L’opera, realizzata nel 1556, costituisce il primo tentativo da parte dell’artista di rappresentare antichi proverbi; ne seguiranno più di cento, per un totale di circa centoventi opere. In questo caso, la scelta è caduta su un antico detto latino, ricavato probabilmente da una raccolta di massime morali, genere all’epoca molto in voga tra gli umanisti. Il messaggio è semplice, e ha una forte connotazione politica: i sovrani vivono alle spalle dei sudditi, come i ricchi commercianti si approfittano delle categorie sociali più deboli. In poche parole: i grandi mangiano i piccoli. 

Il disegno, caratterizzato da linee lunghe e sottili tracciate a penna, è già pensato per diventare incisione: lo testimonia la grande attenzione che l’artista presta ai contrasti, alle variazioni di toni, alle trame, ai dettagli, come se volesse fornire istruzioni precise a chi si occuperà della sua trasposizione per la stampa. 

Pieter van der Heyden (da Pieter Bruegel il Vecchio), I pesci grandi mangiano i pesci piccoli, 1557

Tra i più fedeli esecutori delle invenzioni di Bruegel ci fu Pieter van der Heyden (1525-1569): fu lui a realizzare nel 1557 una fedelissima riproduzione del disegno, a cui aggiunse un’iscrizione, in latino e fiammingo, e la firma di Hieronymus Bosch (1450-1516). Quest’ultima è probabilmente frutto dell’iniziativa dello spregiudicato stampatore Hieronymus Cock (1510 circa-1570), che per vendere più facilmente l’opera decise di ricorrere al nome di un artista più celebre, fingendo che fosse lui l’inventore della composizione.

Pieter Bruegel il Vecchio, Il pittore e il conoscitore, 1565 circa
(probabile autoritratto dell’artista)

Nonostante sia ormai considerato uno dei protagonisti del Rinascimento fiammingo, Pieter Bruegel è un personaggio ancora avvolto nel mistero: non si conoscono infatti né il luogo né la data della sua nascita. Il nome “Peeter Brueghels” compare per la prima volta nel 1551, nell’indice dei membri della Gilda di San Luca, la corporazione di artisti e artigiani di Anversa. L’iscrizione alla gilda avveniva in genere tra i ventuno e i venticinque anni, dunque è probabile che la data di nascita dell’artista sia da collocare tra il 1525 e il 1530. Alcuni studiosi ritengono che un indizio per individuare il luogo natale di Bruegel sia proprio il suo cognome, che farebbe pensare al villaggio di Breughel o a quello di Brogel, rispettivamente a nord e a sud dei Paesi Bassi. Fonte imprescindibile per la ricostruzione della vita dell’artista è la sua biografia fornita nel 1604 da Karel van Mander, il “Giorgio Vasari delle Fiandre”. Formatosi a Bruxelles nella bottega del celebre Pieter Coecke van Aelst, Bruegel riuscì a viaggiare: visitò la Francia e visse in Italia per due anni, dal 1552 al 1554. Rientrato in Olanda, vi rimase fino al 1562; l’anno successivo sposò la figlia del maestro Pieter Coecke van Aelst e si trasferì a Bruxelles, dove visse fino alla morte (1569).  

Pieter Bruegel il Vecchio, I pesci grandi mangiano i pesci piccoli, 1556
(dettaglio)

Il soggiorno italiano (Sicilia, Reggio Calabria, Napoli, Roma, Lombardia) influenzò moltissimo la pittura di Bruegel: lo testimonia anche questo disegno. Se da una parte è evidente l’ispirazione alle opere di Hieronymus Bosch, pittore della follia e delle allucinazioni, dall’altra invece tutta italiana è l’adesione alla realtà. Il risultato è un simbolismo meno spettacolare, che rende più evidente e credibile la riflessione dell’artista sulla meschinità umana.  

Già nel Seicento, alle stampe ricavate da questa immagine furono conferiti riferimenti politici, e molti sono stati nel tempo i tentativi di connettere il disegno a precisi eventi storici. Ad oggi, lo stato degli studi non permette di ricostruire il pensiero politico e religioso dell’artista, le cui opere sono così eccentriche da risultare ambigue e spesso difficili da comprendere. È tuttavia molto probabile che, anche se in modo implicito, l’intenzione di Bruegel fosse quella di riflettere sulla realtà contemporanea. Buona parte della sua produzione, infatti, ha forti contenuti morali, religiosi ed economici, dimostrazione che l’artista era perfettamente cosciente di quanto stesse accadendo intorno a lui: la crescita delle città mercantili, lo strapotere dei mercanti e le conseguenti ingiustizie sociali. Eventi e trasformazioni che permeano tutta la pittura dell’artista, il quale meglio di chiunque altro è riuscito a dare voce alle tradizioni del suo popolo, ma anche alle sue profonde contraddizioni.

Autrice: Martina Colombi
Cover design: Valerio Ichikon

Scienza e Arte (parte 2). La duplice natura della chimica

Come già avete imparato nel precedente articolo, in chimica il work-up si riferisce a una serie di manipolazioni necessarie per isolare e purificare i prodotti di una reazione chimica. Oggi vi parlo più in dettaglio di altre due tecniche facenti parte della stessa serie. L’estrazione di un composto e la purificazione per cromatografia.

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Doppio ritratto dei duchi di Urbino

L’opera d’arte come atto politico

“Due”

Piero della Francesca, Doppio ritratto dei duchi di Urbino, 1474 circa, Firenze, Galleria degli Uffizi

Forse non sono una delle più belle coppie della storia dell’arte, ma una delle più celebri sicuramente sì. D’altra parte, la loro immagine è sopravvissuta nei secoli grazie al pennello di uno dei più geniali maestri del Rinascimento italiano: Piero della Francesca.

Formatosi a Firenze nella bottega del celebre Domenico Veneziano, Piero era nato a Borgo San Sepolcro, località di confine tra Toscana, Umbria e Marche, nel 1416; fu un pittore amatissimo dai contemporanei e venne chiamato a lavorare presso le più importanti signorie italiane del suo tempo. Divenuto celebre per le sue opere raffinatissime, che uniscono alla rigida geometria delle prospettive un efficace studio della luce, questo artista è indimenticabile anche per la sua data di morte: 12 ottobre 1492, giorno della scoperta dell’America.

Il legame con la città di Urbino, al quale risale il dittico preso in considerazione in questo articolo, è il più significativo della sua carriera: qui era stato invitato ripetutamente dal duca Federico da Montefeltro, uomo di cultura e mecenate, che aveva trasformato la sua corte in un vero e proprio centro culturale e artistico, convocando le menti più illustri dell’epoca: pittori, scultori, architetti, letterati, filosofi e scienziati.

Il rapporto di stima e riconoscenza che si instaurò tra l’artista e i duchi di Montefeltro trova in questo doppio ritratto un’importante testimonianza. Curiose sono le dimensioni delle tavole, che attestano l’attenzione profonda di Piero per la matematica, stimolata dai soggiorni urbinati: la loro proporzione è infatti il risultato della proiezione della diagonale di un quadrato. I coniugi sono raffigurati di profilo, affrontati; l’artista non studia e non rappresenta le loro emozioni, ma indaga con precisione le fisionomie dei volti, che restituisce con grande fedeltà.

A destra appare Federico da Montefeltro (1422-1482), autorevole e fiero. Il duca indossa un abito e un copricapo di colore rosso. Molto realistici sono i folti capelli scuri, le piccole rughe e il naso adunco, che egli si era procurato durante un torneo, insieme ad una cicatrice sull’occhio destro: ragione per cui chiese di essere ritratto dal profilo sinistro. Il suo incarnato abbronzato contrasta con il pallore, quasi lunare, dell’elegante Battista Sforza (1446-1472), che, secondo alcuni studiosi, alluderebbe alla precoce scomparsa della donna, morta a soli ventisette anni dopo aver dato alla luce Guidobaldo.

La donna rispecchia perfettamente l’ideale di bellezza femminile rinascimentale: collo lungo, capelli biondi, fronte alta (che spesso le donne ottenevano radendosi l’attaccatura dei capelli) e pelle bianchissima. La sua complessa acconciatura e il suo corpo sono impreziositi da tessuti, perle e gemme. Nonostante le tavolette siano separate, l’unità spaziale è garantita dallo sfondo: un lussureggiante paesaggio collinare che testimonia la forte influenza esercitata nell’arte di Piero dalla pittura fiamminga, che egli conosce da vicino proprio a Urbino, dove aveva lavorato il pittore Giusto di Gand: da essa eredita lo studio della luce e l’attenzione al dettaglio.


La datazione del dittico, per molto tempo oggetto di discussione, oggi sembrerebbe confermata intorno al 1474: lo testimonierebbero il ritratto di Battista, evidentemente post mortem, e il titolo di duca di Federico, ottenuto proprio in quell’anno. Da Urbino, più precisamente dalla Sala delle Udienze di Palazzo Ducale, l’opera entrò successivamente nella collezione dei Della Rovere, eredi e successori dei Montefeltro; l’ultima discendente della famiglia, Vittoria, sposò Ferdinando II de’ Medici, granduca di Toscana. Da quel momento il dittico fu conservato a Firenze, dove ancora oggi si può ammirare.

Conservate oggi in una cornice neorinascimentale, in origine le due tavolette, di piccole dimensioni (cm 47 x 66) erano unite da una cerniera, e potevano essere aperte e chiuse, come se fossero un libro. Secondo molti studiosi sarebbero da considerare, per le ridotte dimensioni, un’opera privata, forse un omaggio da parte di Federico alla moglie Battista; tuttavia, il verso delle tavole, dipinto con lo stesso impegno del recto, sembrerebbe testimoniare qualcosa di molto diverso.

Sul retro di ciascun ritratto, infatti, i duchi sono raffigurati su un carro in un paesaggio di evidente derivazione fiamminga, accompagnati da figure allegoriche e da un’iscrizione celebrativa in latino, che celebra le loro virtù morali.

Il carro di Federico, trainato da due cavalli bianchi, ospita nella parte anteriore le quattro Virtù cardinali (Prudenza, Fortezza, Giustizia e Temperanza); il duca indossa una lucentissima armatura ed è incoronato da una Vittoria alata. Battista, invece, appare immersa nella lettura; è accompagnata dalle tre Virtù Teologali (Fede, Speranza e Carità) ed è trainata da due liocorni, animali che simboleggiano la castità. Le due rappresentazioni riprendono, in chiave simbolica, un’iconografia antichissima, le cui origini affondano nella Roma classica: quella del trionfo, cerimonia con la quale venivano celebrati i generali che avevano riportato una vittoria importante.

Accompagnare il ritratto di Federico con un Trionfo della Fama e quello di Battista Sforza con un Trionfo della Pudicizia non era soltanto un omaggio all’antico, in pieno spirito umanista, ma diventava anche un efficace strumento di propaganda politica del duca, che così veniva presentato non solo come un uomo di cultura, ma anche come un personaggio degno di nota per le proprie virtù morali. Anche la scelta di raffigurare i due personaggi di profilo non è casuale, ma viene dalla numismatica antica: così venivano ritratti consoli, imperatori e condottieri sulle monete e sulle medaglie.

Un’opera piccola, che si poteva chiudere come un libro, ma carica di contenuti e di grande efficacia: poteva dunque essere nata per rimanere nascosta? Oppure, più probabilmente, per essere portata dal duca con sé e mostrata a conoscenti, amici, personaggi importanti? A voi, lettori erranti, la libertà di giudicare e, soprattutto, di immaginare.

Autrice: Martina Colombi

Di censura non si cresce

L’attenzione mondiale verso i diritti delle donne ha subito un brusco innalzamento da due anni a questa parte, portando la sensibilità comune a fare nuove ed ulteriori riflessioni su quest’argomento: la prova di tutto ciò è racchiusa nella nascita di molti movimenti a difesa delle donne, come #metoo e NiUnaMenos,

E’ sotto gli occhi di tutti che, ad esempio, in ambito lavorativo la donna percepisce uno stipendio mensile inferiore ad un suo collega maschio che svolge la stessa mansione, e che sono poche le donne che occupano posizioni di elevata responsabilità all’interno delle aziende.

Sempre parlando del ruolo della donna, è ben nota l’influenza che ha avuto l’industria della pubblicità degli anni ‘50 dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La casalinga perfetta coi suoi capelli sempre curati, con la sua cucina perfetta e i suoi scintillanti elettrodomestici, tutto per lei, fatto appositamente per lei. Senza pensare che molte donne durante gli anni di guerra avevano sostituito i mariti e i fidanzati in tutte le mansioni quotidiane che mantenevano il paese in piedi, dal lavoro in fabbrica ai lavori d’ufficio.

Nonostante ciò, sembra che uomo e donna rivestano ancora oggi ruoli ed importanza differenti nella società in nome di una presunta diversità, e varie strategie, quali l’adozione di quote rosa, hanno cercato di diminuire il gap tra i due sessi per rendere le donne autonome nella società tanto quanto gli uomini.

In quest’ottica, è fondamentale l’educazione delle giovani generazioni, che avviene in primis tramite l’esempio datogli dagli adulti, ed in secondo luogo dalle espressioni culturali popolari e di massa.

Le favole sono tra le espressioni artistiche più adatte ai bambini, e sono così amate perché fanno sognare, lasciano libera l’immaginazione tramite la concretizzazione di desideri, che prima o poi si realizzeranno anche nella realtà, seppur dopo molte difficoltà. Bisogna lottare strenuamente e mai lasciarsi fermare dagli altri.

Pensiamo ad alcune favole, come ad esempio Biancaneve e i Sette Nani e Cenerentola. Sebbene si distacchino un po’ dalle versioni originali della tradizione orale popolare e da quelle dei Fratelli Grimm, le versioni più conosciute e diffuse alle quali tutti noi ad oggi facciamo riferimento sono le quelle dei lungometraggi Disney.

Per quale motivo, una volta adulti, quei bambini dovranno ricordare quelle favole?

Pensateci un attimo.

L’attrice Keira Knightley in un’intervista all’“Ellen DeGeneres Show” dell’ottobre 2018, ha dichiarato: “Mia figlia non vedrà le favole Disney, sono sessiste”.

Le accuse di sessismo sono ben presto spiegate: le menzionate favole, ad esempio, hanno in comune uno stesso personaggio, ovvero un principe azzurro che corre a salvare l’amata in difficoltà, quasi come a dire che le donne, per essere salvate, hanno bisogno necessariamente di un uomo. Beh, fin qui nulla da dire, sono d’accordo con la Knightley: ogni donna deve essere forte ed indipendente, deve realizzare le proprie aspirazioni in maniera autonoma da una presenza maschile (o anche femminile) nella propria vita.

Pensando a Cenerentola, le scene alle quali sono più legata sono due: quella in cui le sorellastre di Cenerentola, Anastasia e Genoveffa, cercano di prendere lezioni di canto in maniera piuttosto impacciata, mentre la seconda è quella della creazione dell’abito per il gran ballo presso il castello del Principe, abito cucito con cura e maestria dai simpatici topolini amici di Cenerentola. Per chi non dovesse ricordare le due scene, ecco qui i link:

Anastasia e Genoveffa sono palesemente incapaci di cantare e di suonare, ma nonostante ciò si ostinano a prendere lezioni di musica. Da un lato credono così tanto in loro stesse da essere cieche di fronte alla loro mancanza di talento, ma allo stesso tempo sembrano suggerirci sottovoce di non prenderci mai troppo sul serio, di essere, talvolta, “leggeri” (non superficiali) nelle cose della vita e sottolineano quanto la dimensione del gioco sia importante, e di quanto sia importante, al di là di tutto, coltivare le proprie passioni.  

I topolini invece hanno un ruolo chiave nella storia, perché, pur di aiutare Cenerentola ad andare al ballo al castello, sacrificano il loro tempo rischiando anche di essere inghiottiti nelle fauci del malefico gatto Lucifero. (Da notare che il nome del gatto è quello dell’angelo caduto, giusto per porre l’accento sugli stereotipi associati a un semplice cartone animato, anche quando questo è un capolavoro). Ad ogni modo le loro azioni testimoniano il valore fondamentale dell’amicizia, e di come il supporto degli amici “che si fanno in quattro per te” sia essenziale in alcuni momenti della nostra vita per raggiungere i nostri obiettivi e desideri.

Un concetto simile è espresso in Biancaneve, nello specifico quando gli animali corrono a chiamare i nani in miniera per cercare di salvarla, dato che sta per dare un morso alla mela avvelenata, “gentilmente” offerta dalla Matrigna cattiva (altro stereotipo come quello del gatto dal nome diabolico) trasformatasi in una dolce vecchina. In entrambi i casi, non sono delle persone che offrono il loro aiuto, ma sono gli animali che corrono in aiuto di chi ha bisogno, in maniera spontanea e istintiva, senza che vi sia un tornaconto o un vantaggio.

Le favole ci offrono molteplici spunti di riflessione, e la Knightley non riesce a spalancare la porta del loro mondo, assumendo una visione distorta, parziale e ristretta. E’ vero che per natura cerchiamo in ciò che ci circonda ciò che è più vicino ai nostri ideali, ma questo ci può precludere altre e nuove esperienze, altri e nuovi significati delle cose.

L’atteggiamento della Knightley è frutto di ciò che ha imparato guardando quegli stessi cartoni, che ora vieta alle sue figlie: allora perché non spiegare in maniera chiara e diretta alcuni comportamenti sessisti celati in questi lungometraggi? Spesso consideriamo i bambini come esseri passivi, che devono fare tutto quello che gli adulti impongono, senza porre ulteriori domande. La curiosità dei bambini va alimentata con il dialogo, perché sono in grado di capire le cose, qualora gli vengano spiegate.

E poi, in fondo, siamo tutti dei bambini, che hanno bisogno del confronto con gli altri per capire il mondo che ci circonda e per crescere un po’ ogni giorno, perché la verità non è mai una sola, la verità ha sempre mille facce, e nasconderne alcune non farà che aumentare l’ottusità immotivata e cieca.

Se l’obiettivo è ridurre il gap tra uomo e donna ed eliminare atti sessisti di discriminazione, bisogna iniziare proprio dai bambini, e ciò è possibile solo fornendo a questi ultimi tutti gli strumenti necessari a capire come raggiungere la parità tra i sessi.

La censura non ha mai fatto bene a nessuno.

Autrice: Annarita N.
Cover designer: Valerio Ichikon

Scienza e Arte. La duplice natura della chimica

Chimica. Perché sembra una parola cattiva? Perché quando la sentiamo il nostro atteggiamento è di diffidenza? La chimica sembra proprio non piacere. Eppure è la scienza che studia le proprietà, la composizione, l’identificazione, la preparazione e il modo di reagire delle sostanze. E’ una scienza naturale, non è invenzione dell’uomo.

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Ken, fantastico guerriero

In Olanda all’Aja, il 12 febbraio 2019 è iniziato un processo storico, contro la multinazionale del petrolio Shell per il ruolo che ha avuto nell’impiccagione di 9 uomini nigeriani nel 1995.

Questi uomini erano militanti Ogoni e tra loro vi era il poeta Ken Saro-Wiwa. La multinazionale è stata denunciata da quattro donne nigeriane che persero i loro mariti nell’esecuzione.

In quegli anni gli Ogoni, etnia della regione del sud-est della Nigeria, chiedevano pacificamente, con una serie di proteste, che parte dei guadagni generati dall’estrazione del petrolio nel delta del Niger rimanessero lì a beneficio delle popolazioni locali.

Quella del 1995, fu un’esecuzione esemplare che dimostrò l’impotenza delle popolazioni autoctone nel far valere le proprie istanze e i propri diritti alla vita.

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Quando la lotta all’omofobia si combatte per strada

Il suo nome d’arte è Combo, o Culture Kidnapper. Il suo grido di battaglia è “Fear no one, fear nothing”.

La sua missione è quella di far cadere veli, superare barriere, creare occasioni di incontro e di dialogo. E di farlo sulla strada, perché “La strada è un museo che frequentiamo ogni giorno […] Quindi, se si vuol passare un messaggio, meglio esporre per strada che in un museo, in fondo.”

Artista parigino, Combo esordisce nel 2003 nel Sud della Francia, dove rimane fino al 2010, quando torna nella capitale per affiancare alla street art la direzione artistica di un’agenzia pubblicitaria. Il suo lavoro non fa notizia per parecchi anni, fino a quando, nel gennaio 2015, l’artista viene aggredito da quattro giovani, urtati da una delle sue opere: un murales a Port Dorée, con la scritta “COEXIST”, realizzata utilizzando i simboli delle tre religioni monoteiste: islamica, ebraica e cristiana. Lo spiacevole episodio, anziché intimorirlo, lo incoraggia. L’obiettivo è ormai raggiunto: la sua opera ha colpito, turbato, mosso coscienze, tanto da essere considerata da qualcuno pericolosa o inaccettabile.

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