Preghiera in gennaio – Fabrizio De Andrè

Preghiera in gennaio - InTheMoodFor. Verità per Giulio Regeni

Il 27 gennaio 1967 il corpo senza vita di Luigi Tenco viene ritrovato nella camera 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo da Dalida. I due parteciparono quell’anno, anzi proprio in quei giorni, al festival di Sanremo presentando separatamente la canzone “Ciao amore, Ciao”. Le circostanze della morte di Tenco sono ancora oggi poco chiare; sono state fatte tutte le ipotesi, dal suicidio al delitto passionale, passando per denunce di scommesse clandestine su Sanremo stesso e collegamenti con la mafia marsigliese. Quello che sappiamo di sicuro è che quel giorno abbiamo tutti perso un uomo con una grande sensibilità artistica.

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11. Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 11)

IGV: fenomenologia di un diritto negato (parte 11)

Verona città pro-life

Con la decisione di tenere il 29-31 marzo 2019 a Verona il 13° Congresso Mondiale delle Famiglie (piattaforma fondata negli Stati Uniti nel 1997, e che comprende diverse associazioni, come ad esempio ProVita Onlus, Generazione famiglia, Comitato difendiamo i nostri figli e Novæ Terræ), questa città diventa la prima in Italia ad essere dichiaratamente pro-life.

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Antropocene: una breve riflessione

Antropocene: una breve riflessione

Il 1 agosto 2015 l’Empire State Building di New York si è trasformato in una gigantesca tela sulla quale sono state proiettate immagini di animali che sono a rischio estinzione. In realtà, la proiezione ha voluto dare visibilità al documentario Racing Extinction, uscito all’inizio dello stesso anno e presentato all’interno del Sundance Film Festival.

L’estinzione di questi animali è da attribuire alle attività dell’uomo ed al suo intervento all’interno dell’ambiente naturale: questo è uno degli effetti dell’era che stiamo vivendo, l’antropocene. Questo termine deriva dal greco anthropos, ed indica proprio la centralità dell’uomo e delle sue attività rispetto all’ambiente che lo circonda.

Il primo ad aver utilizzato questa parola è stato il biologo statunitense Eugene F. Stoermer negli anni 80, ed è stato ripreso agli inizi degli anni 2000 dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, approfondendone il concetto in un articolo apparso sulla rivista Nature il 3 gennaio 2002.

Sebbene ci sia ancora molto dibattito sul suo inizio, convenzionalmente si fa corrispondere l’inizio dell’Antropocene con quello della rivoluzione industriale della fine del 18° secolo, ovvero in corrispondenza dell’invenzione della macchina a vapore da parte di James Watt (1784).

Da lì in poi, come conseguenza delle migliori condizioni di vita, la popolazione mondiale è aumentata in maniera esponenziale, facendo aumentare in maniera altrettanto rapida la richiesta di cibo.

L’aumento degli allevamenti di bestiame ha prodotto un incremento di metano nell’atmosfera fino a 1.4 miliardi di metri cubi.

La richiesta di nuovi terreni per coltivazioni e costruzione di nuove abitazioni e di nuove città sottrae costantemente terreno alle foreste, alterando l’equilibrio O2-CO2 (ossigeno-anidride carbonica) nell’atmosfera.

La crescita nella produzione di energia ha portato ad un sensibile aumento di SO2 (anidride solforosa) nell’aria.

Queste sono solo alcuni degli effetti dell’attività dell’uomo sull’ambiente; è facile, quindi, essere d’accordo sull’utilizzo del termine antropocene per indicare l’era geologica che stiamo vivendo.

Diverse ere geologiche sono terminate a causa di eventi naturali, come la caduta di un asteroide o una glaciazione; la potenza dell’uomo, in questa chiave definibile distruttrice, è paragonabile in tutto e per tutto ai suddetti eventi naturali, la cui ricostruzione è stata possibile grazie a tracce, testimonianze che sono arrivate a noi sotto forma, ad esempio, di fossili.

Allora viene naturale chiedersi: quali testimonianze lasceremo nell’ambiente, nelle rocce, che potranno essere utilizzate dai posteri per ricostruire la storia passata?

Ormai è noto a tutti che tracce di plastiche e metalli possono essere trovati in ogni angolo del nostro pianeta; questi sono stati soprannominati tecnofossili, perché frutto del processo tecnologico guidato dall’uomo.

La mano dell’uomo ha cambiato anche il clima, ma purtroppo questi eventi si svolgono su una scala di tempi che è molto più grande della lunghezza della nostra vita: ciò ci spinge, inconsciamente, a deresponsabilizzarci, a non curarci degli effetti a lungo termine delle nostre azioni, perché non riusciamo a cogliere la grandezza e l’importanza del macroevento. Si tratta di un problema di scala e di valori.

Ne consegue, allora, che la forza e l’intelletto umano, che se da un lato ci hanno portato fin qui, dall’altro hanno agito sull’equilibrio che regola in nostro pianeta, trasformandosi in vera e propria forza geologica.

Bisogna iniziare a chiedersi se qualcosa si può fare, e se si, cosa. Bisogna iniziare a chiedersi: chi è il colpevole? Chi è la vittima?

E se vittima e colpevole coincidessero?

Questo articolo è stato possibile grazie all’incontro svolto nell’ambito della manifestazione Festival della Fotografia Etica di Lodi, che ha visto la prof. Laura Boella relatrice di un incontro dal titolo “Impronte Umane”.

Autrice: Annarita N.

Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 10)

Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 10)

Pro-choice e pro-life

La Chiesa Cattolica, presente da sempre in Italia per ovvie ragioni geografiche, è una (o forse la) delle maggiori sostenitrici e promulgatrici del pensiero pro-life.

All’inizio del secolo, in realtà, la Chiesa era contraria alla presenza di prelati nella politica italiana; con la fondazione del Partito Popolare Italiano nel 1919 ad opera prevalentemente di Don Luigi Sturzo, si inizia a concepire gli insegnamenti cristiani come guida morale per chi si occupa di politica. Da questo momento in poi, la Chiesa ha influenzato pesantemente le decisioni della società laica italiana tramite condanne morali, campagne sui media e nelle parrocchie. Tutto ciò costituiva una sistema capillare di propaganda molto potente, che era in grado di eleggere politici vicino al loro pensiero morale, di concedere lavoro, favori, per poi riscuoterne il prezzo. La firma dei Patti Lateranensi del 1929 ha introdotto l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche; dopo il referendum del 1946, la Chiesa si è introdotta nella vita politica supportando partiti come la Democrazia Cristiana.

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Partì stocco e tornò baccalà

Breve storia di una coincidenza

Questa che sto per raccontare è la storia, non rara per quei tempi, di un viaggio per mare avvenuto tra il 1431 e il 1432 da Messer Piero Quirino (o Pietro Querini) e il suo equipaggio di 68 uomini.
Nel suo resoconto, il patrizio veneziano descrive l’odissea di un manipolo di uomini sballottati dalle avversità del mare oltre i confini del mondo conosciuto, prima della scoperta delle Americhe.

Per questa causa io, Piero Quirino di Vinezia, ho deliberato, a futura memoria di posteri nostri e a cognizione di presenti, scrivere e con pura verità manifestare quali e in che parti del mondo furono le adversità e infortunii che mi sopravennero per il corso e disposizion della volubil rota di fortuna, l’officio della quale (come abbiamo per lunga esperienzia) è di abbassar in un momento il sublime e per il contrario l’infimo e basso inalzare, e molto piú quelli che pongono in essa ogni sua speranza.

Tratto da “Il viaggio e il naufragio in Norvegia” di Piero Quirino.

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Do they know it’s Christmas? – Band Aid

Il 13 luglio 1985 si è svolto uno degli eventi più importanti della storia musicale recente: in contemporanea dallo stadio JFK di Filadelfia e dal Wembley Stadium di Londra si sono svolti i due concerti del Live Aid. L’evento, organizzato da Bob Gedolf (attore, attivista irlandese, cantante del gruppo Boomtown Rats) e da Midge Ure (cantautore scozzese, chitarra e voce degli Ultravox), mirava a raccogliere fondi per debellare la carestia che attraversò l’Etiopia in quegli anni.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 9)

L’obiezione di coscienza

Un recente studio pubblicato sulla rivista Social Science Research da parte di un gruppo di ricercatori dell’Istituto Dondena di Milano mostra come l’alta percentuale di medici obiettori in Italia (pari al 71% nel 2016, con punte dell’85% in alcune regioni) così come quella degli infermieri ed anestesisti (nel 2016 pari a 44% e 49%, rispettivamente) sia fondamentale per la scelta di sottoporsi ad una IVG e se farlo o meno nella propria regione di residenza o addirittura all’estero; inoltre, l’obiezione di coscienza è maggiormente diffusa nelle regioni più povere dell’Italia, concentrate al Sud. Tuttavia, il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) è obbligato a garantire la presenza di medici non obiettori; in caso di loro assenza in una struttura sanitaria, è possibile attuare dei trasferimenti per vedere garantito alla donna il diritto all’IVG.

L’elevata percentuale di medici obiettori va a pesare non solo sulla condizione della donna, ma anche sulle tasche dei cittadini, perché per garantire la presenza di personale medico non obiettore gli ospedali devono assumere a prestazione medici esterni. Ad ogni modo, è difficile avere un’idea chiara della situazione, perché si riscontra una mancanza di collaborazione da parte delle ASL a fornire i dati necessari all’indagine.

Dal punto di vista legislativo l’obiezione di coscienza non esonera il personale medico-sanitario all’assistenza della donna prima e dopo l’IVG; inoltre, lo stesso è obbligato a praticare l’aborto qualora sopraggiungano gravi pericoli di salute e di vita della donna.

La situazione presente in Italia circa gli obiettori di coscienza ha destato preoccupazione da parte della Commissione delle Nazioni Unite sui Diritti Umani e da parte della Commissione Europea per i diritti civili perché proprio la loro elevata percentuale causerebbe la mancanza del diritto alla salute ed alle cure. La percentuale di medici obiettori è aumentata del 12% negli ultimi dieci anni. Ci sono regioni dove il tasso è molto alto, come il Molise, dove addirittura c’è un solo medico non obiettore (Ministero della Salute, 2019), mentre a Trapani il servizio non è più garantito perché l’unico medico non obiettore disponibile è andato in pensione nel 2016.

In Gran Bretagna e Francia si parla del 10% e 7%, mentre in Svezia non ci sono obiettori di coscienza. In alcuni paesi europei, come la Bulgaria, Finlandia e Svezia, l’obiezione di coscienza non è permessa, mentre in Austria, Polonia e Repubblica Ceca l’obiezione è quasi totale, sebbene non ci siano numeri che fotografino il fenomeno per come è nella realtà. Il tasso percentuale di obiettori in Portogallo è dell’80%, quindi più alto di quello italiano. Le elevate percentuali di medici obiettori registrate in Italia rispetto agli altri paesi sin qui citati sono frutto anche del sistema utilizzato per monitorarne il numero: infatti, per definirsi obiettore di coscienza è necessaria una dichiarazione a quella che oggi è l’ATS o ASL, che può essere fornita o cancellata in qualsiasi momento.

A questo proposito è stata attivata una piattaforma denominata Obiezione Respinta il cui scopo è di raccogliere e condividere informazioni sulla diffusione dell’obiezione di coscienza sia in ambito ospedaliero che non (farmacie, consultori), ed anche su quelle strutture dove sono presenti medici obiettori e non.

Ma perché un medico dovrebbe dichiararsi obiettore di coscienza, e quindi rifiutarsi di eseguire IVG? I motivi sono essenzialmente due, il primo è di natura religiosa, ed è frutto del voler sottrarsi al giudizio dell’elevata percentuale di popolazione italiana che si dichiara cattolica. Il secondo motivo è dettato da esigenze di carriera: date le altissime percentuali di medici obiettori, i rimanenti (i non obiettori) dovranno eseguire tutte le richieste di IVG, portando alla non valorizzazione della professione, accentuando la serializzazione degli interventi ed una ripetizione estrema, a scapito di un’esperienza diversificata che rende il medico più esperto nell’affrontare patologie meno frequenti e più difficili da guarire. L’esperienza nell’affrontare casi diversi dal consueto crea un medico più consapevole nell’affrontare situazioni non ordinarie e patologie difficili da diagnosticare.

Come conseguenza dell’alto numero di medici obiettori, il carico di lavoro relativo ai medici non obiettori sarà molto elevato, e ciò avrà ripercussioni forti sui tempi di attesa per sottoporsi ad un’IVG. Tuttavia, nel 2012 la Commissione Italiana Nazionale per la Bioetica ha affermato che i tempi di attesa non possono essere collegati solo al numero di obiettori, ma bensì anche alla disorganizzazione dei singoli sistemi sanitari regionali. Di simile parere è il Ministero della Salute, che nel 2013, in occasione della presentazione del report annuale dei dati sull’aborto, ha evidenziato come il numero di IVG fosse in calo, nonostante l’alta percentuale di obiettori di coscienza. Questa discrepanza è presto spiegata con i diversi metodi di analisi dei dati utilizzati dai diversi enti. Rimane quindi confermato il problema degli obiettori di coscienza sia sui tempi di attesa per l’IVG, sia per il carico di lavoro dei medici non obiettori.

In aggiunta a ciò che è stato detto fino ad ora, c’è il rischio che, nell’eventualità in cui il medico non obiettore muoia o vada in pensione, non è detto che quella persona venga rimpiazzata da un altro/a non obiettore, cosa che porterebbe alla cessazione di quel minimo servizio presente fino a quel momento (vedi i casi del Molise e di Trapani).

Il diritto ad avere l’accesso all’IVG, cosi come l’obiezione di coscienza, sono due diritti umani che non vanno in nessuno caso limitati, ma è necessario spendersi affinché l’attuazione dell’uno non ostacoli quello dell’altro.

Inutile dire che sugli obiettori di coscienza hanno un enorme peso le affermazioni di rappresentanti della Chiesa Cattolica, in particolare di Papa Paolo VI, sul soglio pontificio dal 1963 al 1978, che minacciò i medici di scomunica qualora non si fossero dichiarati obiettori, scomunica che rappresentava per l’epoca una vera e propria estromissione da ogni cerchia sociale, perché la religione era ancora un aspetto della vita molto diffuso nella società.

Inoltre, nell’enciclica Evangelium Vitae pubblicata nel 1995,  Papa Giovanni Paolo II scrisse: “Dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave in quanto uccisione deliberata di un essere innocente. (…) Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa e proclamata dalla Chiesa”.

Nemmeno il riformatore Papa Francesco si è tirato indietro dal condannare l’aborto, paragonandolo all’uccisione di una persona ingaggiando un sicario. La tematica dell’aborto ha quindi diviso la società in due parti: coloro che sostengono questa pratica intesa come esecuzione della volontà della donna (pro-choice) e coloro che invece vorrebbero eliminare l’aborto (pro-life). 

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La decima puntata verrà pubblicata martedì 12 gennaio, dopo la pausa invernale.

Autrice: Annarita N.
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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 8)

Alcuni dati sull’aborto V: procedure mediche

Le procedure mediche di IGV possono essere di tipo chirurgico o di tipo farmacologico.

Per le procedure di tipo chirurgico, si tratta nella maggior parte dei casi di interventi programmati, ma nel 15% di casi dal 2010 al 2018 si è trattato di interventi di urgenza (dato in lieve aumento), cioè di interventi effettuati per salvaguardare non solo la salute, ma la vita della donna-paziente. Nel 5% dei casi totali è stata segnalata la presenza di malformazioni fetali (nello stesso periodo).

I metodi chirurgici utilizzati sono il raschiamento e l’isterosuzione (metodo di Karman); nel primo, con uno strumento che assomiglia ad un cucchiaio si va a pulire, a raschiare l’utero, mentre nel secondo si utilizza una sorta di cannuccia per aspirare in contenuto della cavità uterina. In entrambi i casi è generalmente necessario fare ricorso ad un ricovero in ospedale e ad un’anestesia generale.

Altro metodo è l’uso della pillola abortiva RU-486 (nome che aveva la stessa durante le fasi di sperimentazione). Il principio attivo in essa contenuto è il mifepristone, il cui ruolo è inibire lo sviluppo dell’embrione, provocandone il distacco con conseguente eliminazione della mucosa uterina; in pratica, si ha quello che succede durante un normalissimo ciclo mestruale. In alcuni casi, a due settimane dall’assunzione del mifepristone, potrebbe essere necessario assumere delle prostaglandine, che provocando delle contrazioni uterine, favoriscono l’eliminazione dell’embrione e della mucosa.

I dati raccolti dall’ISTAT (vedi Figura 1 e Figura 2) mostrano che il metodo di Karman è ancora la tecnica più utilizzata per l’aborto, sebbene gli IGV praticati in questo modo siano in diminuzione; ne consegue che anche il numero di anestesie generali praticate in questo ambito sono in diminuzione. Al contrario, tutto ciò che è legato all’uso della RU-486 è in leggero aumento.

Figura 1. Tipo di intervento praticato per un’IGV.
Figura 2. Terapia antalgica.

Introdotta in Italia nel 2009, la pillola abortiva RU-486 permette di snellire dal punto di vista burocratico la procedura di accesso all’IGV, in quanto potrebbe essere eseguita in totale autonomia, sempre sotto controllo medico, come già avviene in molti paesi europei (in Italia non è ancora possibile); in fin dei conti, si tratta dell’assunzione di una pillola. Ciò permetterebbe meno ripercussioni fisiche e psicologiche sulla donna e permetterebbe di evitare un ricovero di tre giorni necessario con procedure di tipo chirurgico di IGV, con un conseguente risparmio da parte del Sistema Sanitario Nazionale. Ad oggi, però, questa forma di IGV la si può praticare soltanto in ospedale.

Bisogna segnalare, però, che un piccolo passo in avanti c’è stato l’8 agosto 2020, quando il Ministro della Salute ha approvato le nuove linee guida per la somministrazione della RU-486: non è più necessario il ricovero di tre giorni, ma potrà essere somministrata in day hospital.

In Finlandia il 98% degli aborti avviene grazie alla RU-486, mentre in Francia ed in Portogallo si parla del 60% e 70%. In Italia, la percentuale di aborti praticati per via farmacologica si aggira intorno al 20%. Non c’è dubbio che questi numeri confermino che in Italia c’è una netta volontà di non lasciare libere le donne di scegliere per loro il male minore, una scelta molto difficile da prendere dal punto di vista psicologico. Una fonte di questo problema è senza dubbio la forte presenza del personale obiettore all’interno delle strutture pubbliche che praticano IGV.

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Tutto a te e niente a me

(O La democrazia dell’invidia)

Qual è la migliore forma di governo?

Non si può dire che sia la prima domanda con cui ci svegliamo la mattina, o una preoccupazione che di solito pervade la nostra giornata. A meno che non ti trovi nella Firenze di inizio ‘500.
“Ma questa è un’altra storia” (cit.)

Eppure è un problema che ci riguarda da vicino, che condiziona, più di quanto pensiamo, il nostro quotidiano.

Si tratta di una questione di capillare importanza in tempi di trasformazioni e congiunture politiche, o se vogliamo usare un termine onnicomprensivo, di rivoluzioni. Ma anche nel migliore dei casi, la questione sembra essere appannaggio dei soli addetti ai lavori. O di quelli che, attraverso elezioni democratiche, abbiamo scelto come addetti ai lavori.

Il problema non si pone più anche perché diamo per scontato che il sistema che ci ha portato a votare tale classe politica, in virtù delle lotte e dei sacrifici fatti per ottenerla, sia il migliore dei sistemi possibili. Può darsi.

Il sistema perfetto

Quel che spesso dimentichiamo, però, o semplicemente non pensiamo, è che questa democrazia sia pur sempre una forma giovane, nella sua accezione contemporanea, e come tale in piena sperimentazione, passibile di vuoti, errori e contraddizioni, ben visibili, quelli sì, nel vivere quotidiano.

Potrebbe essere solo una sensazione, quella che ci spinge a pensare che, tuttavia, l’elemento fondativo di ogni democrazia, ovvero la rappresentanza popolare, nella sua forma più allargata possibile, sia venuto poco a poco a sfilarsi dal tessuto sociale.

E non ci riferiamo solo al parlamento, anche se pure quello subirà forti ridimensionamenti in direzione di un presunto recupero economico. Non è solo questo.
La pervasività del dibattito politico nella popolazione stessa si sta lentamente annullando, limitandosi ad esacerbate opinioni isolate a mezzo internet, circoli chiusi o ristretti, o a iniziative di protesta considerate border-line o, peggio, incluse all’ombra dell’ampio e spesso comodo ombrellone del terrorismo.

In parte, questo accade perché in Italia, ma anche in altri stati democratici occidentali, il governo e i suoi rappresentanti si fanno paladini di tutte le istanze economiche e sociali (in una specie di prolungamento eterno della campagna elettorale) cercando di infondere a tutti i costi sicurezza e fiducia nella popolazione, a prescindere dalla sua effettiva capacità di farvi fronte.

La conseguenza è che quando non riesce a fare fronte a tutto, ovvero nel caso italiano molto spesso, si allargano fossati di marginalizzazione e abbandono di ampi strati della società.

In pratica, la tendenza è quella di dire “Non preoccupatevi, ce ne occupiamo noi!”.
Ma quando ciò non accade ci sentiamo sol*, abbandonat* e delus*, pront* ad esprimere la nostra frustrazione nel primo post che ci capita o al primo individuo “irregolare” che incontriamo per strada.

In questo modo, tra l’altro, prosperano politici-supereroi e tv-verità, che dichiarano di farsi carico dei disagi della gente, ma l’unica cosa che abbracciano davvero sono i contratti pubblicitari.
Ma questa è ancora un’altra storia.

This is my way?

Potrebbe esistere un’altra strada? Ci chiediamo.

In realtà è esistita, in tempi non sospetti e a fatica ancora oggi.
Si chiama associazionismo.

Che sia esso politico, culturale, formale o da bar-port, l’associazionismo basato sul confronto territoriale è il grande bistrattato del ventennio post G8 di Genova 2001.

L’incertezza politica, il terrore crescente di un nemico invisibile che a volte sembra anche colpire duro, la diffidenza generalizzata, rendono sempre più complicato un confronto tra cittadin* su questioni urgenti.

Le poche iniziative rimaste in questo senso sono da considerare come un residuo della stagione politica e sociale degli anni ottanta e novanta, vere e proprie (e uniche) avanguardie di sperimentazione culturale e sociale.

Peccato che tali esperienze, vedi la vicenda del Cinema Palazzo a Roma a titolo esemplificativo, vengano a poco a poco circoscritte e rese inattive, sotto l’egida della solita arma a doppio taglio della legalità.

D’altro canto, governi e politica raramente invitano, incoraggiano, invogliano i cittadini e le cittadine a riunirsi in assemblee territoriali per discutere dei problemi reali, che trovi appena messo piede fuori dalla porta.

La tendenza è di fare affidamento a singoli personaggi, vagamente carismatici, che hanno imparato a raccogliere le lamentele della gente e farne la propria bandiera politica, da sventolare finché l’onda di malcontento non li porta al potere, ma senza concreti effetti sul divario che separa la pasoliniana “politica di palazzo” dai problemi reali.

Un altro giro

A questo punto la giostra comincia a girare daccapo. Noi che ci avevamo sperato, continuiamo a provare lo stesso senso di abbandono di prima, che non sappiamo come colmare, finché non riponiamo le speranze nel successivo capopopolo.

E la soluzione?

Ovviamente non ce l’abbiamo certo in tasca, come talvolta qualcuno vorrebbe far credere.
Ma potremmo cominciare, per esempio, col prenderci più responsabilità rispetto a quello che ci circonda. Lo abbiamo sempre fatto, in mancanza di istituzioni.

Alcune forme di autorganizzazione, poi, sono diventate esse stesse una forma parastatale, degenerando nella folta boscaglia della criminalità organizzata, mentre altre (come il Cinema Palazzo e altri spazi simili) un esempio virtuoso di resilienza culturale.

Il punto è che non possiamo pretendere di influire su una politica nazionale, o addirittura globale, se non si partiamo da quello che abbiamo intorno. Sia esso ambiente o il semplice rapporto con l’altr*.

Epilogo

I governi ci trattano come ragazzini, ci deresponsabilizzano e ci rendono sempre più dipendenti dalle decisioni prese dall’alto, e noi, dal canto nostro, ci comportiamo come bambinastri: chiediamo sbattendo i piedi quello che hanno avuto gli altri e noi no, piuttosto che pretendere per tutt* quello solo pochi hanno.

Potremmo provare a tenerlo presente, questo, quando potremo tornare a incontrarci.

Francesco Di Concilio
per ErrareUmano.org

Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 7)

Alcuni dati sull’aborto IV: provenienza geografica

La pratica dell’aborto non è relegabile all’interno di una sola appartenenza geografica (vedi Figura 1).

Nel 2010 le donne non italiane che si sono sottoposte ad IGV provenivano da paesi europei, ed erano in numero quasi doppio rispetto a donne provenienti dal continente africano, dall’Asia o dall’America centro-meridionale. Al 2018, la situazione risulta essere leggermente diversa: le IGV di donne provenienti dall’Unione Europea sono diminuite in maniera sensibile, mentre il resto dei numeri è rimasto, entro un certo limite, costante.

Figura 1. Provenienza geografica delle donne non residenti in Italia che si sottopongono ad IGV.

Un importante dato emerge quando vengono considerati i singoli paesi di provenienza di queste donne, piuttosto che l’area geografica/continente (vedi Figura 2). Seppur in diminuzione (e questo, come sappiamo, non sempre è un dato positivo), si osserva una netta prevalenza di donne provenienti dalla Romania che in Italia si sottopongono ad IGV; infatti, quella romena rappresenta la comunità straniera più diffusa in Italia, con 1207919 persone residenti in Italia, circa il 23% della popolazione straniera con residenza in Italia (al 1 gennaio 2020, Dati ISTAT).

Figura 2. Paese di provenienza di donne non residenti in Italia
che si sono sottoposte ad IGV nel periodo 2010-2018.

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