Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 5)

Alcuni dati sull’aborto II: stato civile, aborti pregressi, livello d’istruzione e situazione lavorativa

Per quanto riguarda lo stato civile, i dati dell’ISTAT ci mostrano che le donne nubili sono quelle che abortiscono di più, seguite a breve distanza da quelle coniugate (Figura 1). Ciò vuol dire che una madre single è sempre in difficoltà.
Tuttavia, la percentuale di donne che, pur avendo un rapporto stabile decide di sottoporsi ad IGV, non è così bassa. Allora bisogna guardare alle misure messe in campo a livello governativo per il sostegno alla famiglia, anche quando questa sia formata da un solo genitore.
Ad esempio, quanto può essere sostenibile per una famiglia media con un reddito complessivo di 3000 € al mese, casa in affitto o mutuo da pagare, avere contemporaneamente due figli all’asilo? Ecco allora che l’IGV diventa una possibile scelta.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 4)

Alcuni dati sull’aborto I: trend generale ed età

I dati disponibili sul sito dell’ISTAT ci mostrano che, generalmente, le donne che si sottopongono ad IGV hanno un’età media di 30-34 anni, sono nubili, con un diploma di scuola media inferiore o superiore ed un’occupazione stabile. Ma, naturalmente, come recitava una vecchia canzone, oltre questi dati c’è di più.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 3)

3. Verso l’approvazione della legge n. 194

Il cammino verso l’approvazione della legge n.194 inizia nel 1975, quando due membri del Partito Radicale, Gianfranco Spadaccia ed Emma Bonino, insieme ad Adele Faccio, segretaria del Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto (CISA), furono arrestati dopo essersi autodenunciati con l’accusa di procurato aborto.

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L’amore è nell’aria… ma senza copyright! Il paradosso di Banksy, tra anonimato e diritti d’autore

La sua intera esistenza è una contraddizione. Non si sa chi sia, ma è famoso in tutto il mondo; condanna il mercato dell’arte, ma i collezionisti si contendono le sue stampe per cifre folli; disprezza il copyright, ma ha trasformato la propria opera in marchio.

Banksy è un paradosso che affascina e diverte, confessato con ironia: Mi dichiaro non colpevole di tradimento. Ma mi dichiaro innocente da una casa più grande di quella in cui vivevo prima. Un paradosso di cui, lo scorso settembre, l’artista stesso ha pagato le conseguenze.

Nel 2014 lo street artist aveva denunciato un’azienda dello Yorkshire, la Full Color Black, per aver utilizzato come immagine di un biglietto di auguri una delle sue opere più celebri. Si tratta del Flower Thrower (Love is in the Air). Rappresentato per la prima volta a Bristol nel 1998 e riproposto nel 2005 a Gerusalemme, il murale raffigura un manifestante durante una sommossa, armato di un mazzo di fiori. L’opera, che ha una fortissima potenza comunicativa e che sin da subito è divenuta un simbolo e un invito alla protesta pacifica, era stata trasformata da Banksy in marchio nel 2014. Questa soluzione, tuttavia, non ha convinto l’Ufficio per la proprietà intellettuale dell’Unione Europea (Euipo), che il 14 settembre 2020 ha annullato la denuncia dello street artist: Banksy, finché deciderà di rimanere anonimo e di dipingere sulle proprietà di altre persone, non potrà avere alcun tipo di pretesa di paternità sulle sue opere. Inoltre, esporre il proprio lavoro in un luogo pubblico equivale per Euipo a una rinuncia alla tutela autoriale. L’artista è stato dunque costretto a pagare le spese legali della Full Color Black, che è risultata vincitrice della contesa legale.

La vicenda e il suo esito sono tutt’altro che banali, e stimolano una riflessione sul delicato e significativo rapporto esistente tra street art e proprietà intellettuale. L’artista di strada, infatti, per definizione agisce nell’anonimato e spesso lo fa illegalmente. Ma è un artista a tutti gli effetti, spesso più popolare e più democratico di chi espone le proprie opere in mostre e musei. Come tutelare il suo lavoro? È davvero impossibile, come il provvedimento europeo sostiene, conciliare il diritto all’anonimato con il diritto d’autore? A tutto questo si aggiunge anche una seconda questione: la proprietà dell’opera. Di chi è il murale? Di chi l’ha dipinto o di chi possiede la parete su cui è stato realizzato? Come certificare tutto questo? Sono problemi, questi, a cui la sentenza del 14 settembre non ha dato risposte adeguate. In un momento storico in cui la street art ha raggiunto un livello qualitativo e una considerazione critica e di pubblico senza precedenti, è necessaria una valutazione approfondita del fenomeno, a cui devono necessariamente seguire risposte ragionevoli e ponderate.

Nel frattempo, a Banksy l’anonimato costa. E non poco!

Autrice: Martina Colombi

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Cerca le differenze

Non ci stancheremo mai di ripeterlo e se possibile lo renderemo ancora più facile da comprendere.

Non tutti i musulmani sono terroristi.

Non tutti i napoletani sono camorristi.

Essere contrari all’occupazione israeliana della Palestina non vuol essere antisemiti, ma antimperialisti.

Non tutti gli italiani sono fascisti.

Gli immigrati non ci rubano il lavoro.

Non ci si può opporre alla mescolanza dei popoli.

Chi pensa di farlo è semplicemente stupido, nel senso brutto.

L’esperienza personale non necessariamente si traduce in una regola generale.

Le situazioni sono sempre, e sottolineamo SEMPRE, più complicate di come vengono descritte, per questo i medici si occupano di medicina e gli storici di storia: perché studiano!

I politici che dicono quello che la gente vuole sentirsi dire non sono politici, ma dei truffatori. Tanto vale affidarsi all’oroscopo, che fa meno danni e funziona nella metà dei casi.

Bisogna mettere in dubbio le proprie certezze, anche queste appena elencate, se ci riuscite.

In ogni caso, cercate le differenze, perché ci sono.

Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 2)

Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato (parte 2)

La legge sull’aborto in Italia

La legge italiana sull’aborto n.194 del 22 maggio 1978 contiene le “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, descritte in 22 articoli.

L’art. 1 della suddetta legge afferma: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Lo ammetto, è la prima volta che leggo questa legge, e consiglio a tutti, di farlo.

Mi sarei aspettata una dichiarazione di difesa della volontà delle donne, invece ho avuto la percezione di uno Stato che come prima cosa pensa a tutelare la sua immagine cattolica e non laica.

Su una cosa, però, siamo d’accordo: l’aborto non è un metodo contraccettivo, non è un metodo del controllo delle nascite, e strutture come i consultori dovrebbero promuovere la diffusione di informazioni corrette sull’argomento, nonché accompagnare le donne nel percorso dell’IGV.
Vedremo, purtroppo, che non è sempre così.

I vincoli temporali entro i quali è possibile sottoporsi ad IGV vengono descritti nell’art. 4: ciò può avvenire entro i primi tre mesi dal concepimento, laddove le condizioni familiari, sociali, ed economiche non siano solide, oppure quando il feto presenti anomalie o malformazioni.

Il ruolo delle strutture sanitarie (consultori) ed i doveri dei medici sono ampiamente descritti nell’art. 5: “[…] nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito […]”: il consultorio e i medici devono presentare con tatto la presenza delle alternative all’IGV e compiere gli accertamenti sanitari del caso.

Qualora fosse presente un’urgenza medica, il medico rilascia immediatamente un certificato con il quale la donna può recarsi nelle sedi preposte per l’IGV. In caso contrario, il medico del consultorio o di famiglia consegna un certificato che la donna può utilizzare a partire dall’ottavo giorno dal suo rilascio. Questo lasso di tempo dovrebbe servire ad acquisire maggiore consapevolezza della scelta fatta.

Ma cosa succede a partire dal 91° giorno della gestazione? È ancora possibile praticare l’IGV, ma solo lì dove siano state accertate anomalie a carico del feto o pericoli di salute per la donna (art. 6).

I luoghi dove è possibile praticare un’IGV sono ospedali generali, ospedali pubblici specializzati, poliambulatori pubblici (nei primi 90 giorni) e case di cura autorizzate dalla regione (con alcune limitazioni) (art. 8).

L’art. 9 introduce la figura dell’obiettore di coscienza, ed afferma, tra l’altro: “L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.”

È molto importante sapere che, secondo l’art. 11, l’ente che ha eseguito l’IGV è obbligato ad inviare al medico provinciale una dichiarazione ed una documentazione sulla procedura stessa, il tutto proteggendo la privacy della donna, omettendo la sua identità.

Per le minorenni, lì dove non ci siano gravi problemi di salute, è necessario il consenso dei genitori o di chi esercita la patria podestà (art. 12).

L’art. 14 impone al medico che esegue la procedura di accompagnare la donna in questo percorso rispettando la sua decisione e dignità, fornendo informazioni sulla regolazione delle nascite. C’è una punta di pregiudizio in questo perché si ammette, implicitamente, che il ricorso all’IGV venga fatto regolarmente, utilizzandolo come metodo contraccettivo, e le cose non stanno così.

Questa, in sintesi, è la legge sull’aborto, approvata 42 anni fa; prima del 1978, l’aborto era punito in ogni sua forma e la maternità era favorita über alles, come tra l’altro dichiara il primo articolo della legge stessa. Il percorso per la sua approvazione non è stato semplice, e dobbiamo dire grazie soprattutto ad alcuni membri del Partito Radicale di allora se le donne oggi hanno più libertà di scelta.

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La terza puntata verrà pubblicata martedì 10 novembre.

Autrice: Annarita N.
Cover design: Pigutin

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La Redazione di ErrareUmano non è composta da personale medico-sanitario.
Eventuali inesattezze dell’articolo verranno prontamente corrette.
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Tra le associazioni che si occupano e si stanno battendo ancora oggi per la tutela dei diritti delle donne in materia di IGV vi segnaliamo (in ordine sparso):

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C’è chi dice no

C'è chi dice no

Con la pausa estiva la redazione di ErrareUmano ha avuto modo di poter assistere agli eventi globali senza esser costretto a rincorrerli per poterli descrivere.

Il mondo sembra aver capito che il virus che ci ha colpito non aveva la pretesa di essere locale e di avere la stessa pervasività e diffusione di una rete di transazioni finanziarie.

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Interruzione volontaria di gravidanza: fenomenologia di un diritto negato

1. La storia dell’aborto

In una celebre scena del film Palombella rossa, Michele Apicella, alias Nanni Moretti, diceva: “Le parole sono importanti!”.
È sempre importante partire dall’origine delle parole quando si affronta un qualsiasi argomento, specialmente quelli più delicati e vasti, come quello dell’aborto.

Il termine aborto deriva dal verbo latino aborior, che significa venir meno dal nascere, perire. L’etimologia di questa parola è chiaramente contraddittoria, poiché nell’aborto si porta alla luce qualcosa che vita non ha, ed è un termine che può essere applicato anche in altri casi per indicare, ad esempio, la fine di un progetto o il mancato sviluppo di un’idea.

L’aborto può essere una scelta terapeutica o totalmente volontaria ed arbitraria: in questo caso, allora, si preferisce usare la perifrasi Interruzione Volontaria di Gravidanza (IGV).

Una delle prime testimonianze di pratiche abortive è contenuta in quello che ad oggi è considerato uno dei testi medici più antichi, risalente al 2737-2696 A.C., ovvero all’epoca in cui in Cina imperava Shen Nung (Figura 1).

Figura 1. L’imperatore Shen Nung (2738 a.C. – 2698 a.C.).

Ancora circa mille anni dopo, più o meno intorno al 1550-1500 a.C., si parla dell’aborto e della contraccezione nel papiro egiziano Ebers (Figura 2).

Figura 2. Colonna 41 del papiro Ebers (ca. 1550 a.C.).

I Romani usavano l’aborto, insieme a dei metodi contraccettivi primitivi rispetto a quelli disponibili oggi, per la regolazione delle nascite. Anzi, in questo senso facevano di più e forse di peggio, dato che l’abbandono dei nascituri e la loro uccisione era pratica diffusa e comune. Inoltre, il poeta romano Giovenale fa riferimento in alcuni dei suoi testi a “i nostri abortisti preparati”.

Nell’antica Roma e nell’antica Grecia, il feto non veniva considerato una persona, né un essere vivente. Era tra l’altro diffusa la teoria dello spermismo, sostenuta anche da Pitagora ed Eschilo, secondo cui tutto il materiale contenente le informazioni che oggi definiamo genetiche era contenuto nello sperma.

Per quanto riguarda il mondo medio-orientale, negli scritti del medico persiano Al-Rasi si trovano procedure dettagliate su come praticare l’aborto per via chirurgica. Venendo ad Ippocrate, il padre della medicina, egli descrive nei suoi testi strumentazioni ed attrezzature come dilatatori che i moderni ginecologi continuano ad usare ai nostri giorni.

La questione etica della pratica dell’aborto era viva già all’epoca, tant’è vero che lo stesso Ippocrate era favorevole alla sua pratica ai fini di proteggere la salute della donna in caso di gravi complicazioni durante la gravidanza.

La diffusione della religione cristiana cambia completamente la percezione sociale dell’aborto, che con l’avanzare del Medioevo diventa inaccettabile e vietato per qualsiasi motivo: la vita del feto aveva la priorità su tutto, e chi praticava l’aborto lo faceva in totale clandestinità.
Le levatrici che venivano scoperte a mettere in pratica gli interventi venivano condannate o peggio accusate di stregoneria o assassinio.

L’avanzamento delle tecniche chirurgiche registrate tra il XVII° e XIX° secolo sia negli Stati Uniti che in Europa ha offerto ai chirurghi la possibilità di attuare pratiche di aborto più sicure per le donne, sia dal punto di vista della loro efficacia che della salvaguardia della loro salute e della loro vita.

La legge italiana che regolamenta l’aborto è stata approvata il 21 maggio 1978; prima di questa data, era una pratica condannata in ogni suo aspetto. Si divide in 22 articoli, che servono a tutelare la donna, la sua salute, ma anche, e forse purtroppo, i diritti dei medici obiettori.

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La seconda parte verrà pubblicata martedì 3 novembre.

Autrice: Annarita N.
Cover design: Pigutin

LINK ED APPROFONDIMENTI

  • Management of Unintended and Abnormal Pregnancy: Comprehensive Abortion Care, M. Paul, E. S. Lichtenberg, L. Borgatta, D. A. Grimes, P. G. Stubblefield, M. D. Creinin, 2009, Blackwell Publishing Ltd.
  • Storia dell’aborto (Wikipedia).

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Quel leggero retrogusto di…

Quel leggero retrogusto di

Je suis Charlie

“Tutto ciò… per questo” è il titolo con cui si apre il numero di Charlie Hebdo del 2 settembre 2020. 

Tra le due scritte gialle su sfondo nero, le vignette che avrebbero portato, loro malgrado, alle stragi del 7, 8 e 9 gennaio 2015, in cui persero la vita otto tra autori e autrici del settimanale francese di satira e informazione

La ripubblicazione ha un profondo significato, poiché proprio il 2 settembre si è aperto il processo agli stragisti, tanto per usare un termine di piombo. E nemmeno a quelli che hanno commesso gli omicidi, che non ne sono usciti vivi, quanto alla nube complice che aleggiava attorno agli eventi di quei giorni. 

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Pata pata – Miriam Makeba

In The Mood For – Special #BlackLivesMatter

Chiudiamo l’annata di “In The Mood For…” con la canzone che più di tutte può rappresentare i tempi che stiamo vivendo.
Pata pata è una canzone leggera, che fa sorridere e che ha portato alla ribalta internazionale la sua interprete, Miriam Makeba.

Denominata “Mama Afrika”, ha sempre lottato contro l’odio razziale nel suo paese, il Sudafrica, e fuori dai confini nazionali. In esilio ha parlato della segregazione in tutti gli ambiti che le permettevano di farlo.  

Ricordo “Pata pata” per essere stata una delle colonne sonore dello spettacolo di inaugurazione dei mondiali di Italia ‘90. Ad ogni modo vi consiglio di ascoltare altre canzoni di Mama Afrika in lingua Xhosha, con i tipici suoni fatti con lo schiocco della lingua sul palato.

Una canzone di Miriam Makeba interpretata da Siki Jo-An tratto dalla trasmissione “The Voice South Africa”

A pochi giorni dalla sua nascita, Miriam è costretta a fare i conti con le regole imposte dalle leggi dell’apartheid. Sua madre venne incarcerata perché non era permesso alle persone di colore produrre alcolici fatti in casa. La popolazione nera era così sottopagata e sfruttata che suo padre non riuscì a pagare la cauzione di sole 18 sterline per sua moglie e sua figlia neonata.

Miriam cresce e inizia a cantare mescolando la musica jazz con i suoni della sua terra. Viaggia in USA e diventa testimonial dei neri soggiogati in Africa.

Alla morte di sua madre decide di tornare a casa dagli USA ma il consolato decide di apporre il timbro “INVALID” sul suo passaporto e di determinare il suo status di non benvenuta nel paese natale.

Resterà in esilio per 31 anni. Parla di fronte alle Nazioni Unite delle discriminazioni nel suo paese e delle sanzioni internazionali impartite al Sudafrica.

” Chiedo a voi e a tutti I leader del mondo: agireste in maniera diversa? Al nostro posto rimarreste in silenzio senza fare nulla? Non riuscireste a stare fermi, senza diritti, nel Vostro paese se foste puniti per aver chiesto uguaglianza o perchè il colore della vostra pelle è diverso da quelli che fanno le regole.

Signor Presidente, c’è già molto odio nel mio paese. Hop aura che se il mondo continui in questo modo ed il governo procederà in maniera furiosa con maggiore brutalità provando a prendere le vite dei nostril leader più amati e dei nostril ragazzi,  non si potrà fermare l’odio dallo straripare.

Faccio appello a voi, e attraverso di voi a tutti i paesi del mondo a fare qualcosa per fermare questa tragedia in arrivo.

Faccio appello a voi per salvare le vite dei nostri leader, per liberare le prigioni da tutti quelli che non avrebbero mai dovuto essere lì, ed aiutarci a conquistare i diritti per una dignità umana”

Discorso di Miriam Makeba alle Nazioni Unite del 9 marzo 1964

Da quel momento viene invitata ad ogni ricorrenza o festa dell’Africa indipendente. Canta a Nairobi per l’indipendenza del Kenya, a Luanda per l’indipendenza dell’Angola, all’inaugurazione dell’Organizzazione dell’Unità africana ad Addis Abeba, per Samora Machel in Mozambico e in tutti paesi dell’Africa per supportare l’indipendenza dei popoli neri del mondo.

Sposa il leader delle pantere nere nel 1968. La scelta non farà altro che allontanare i suoi amici da lei, annullare i contratti con le case discografiche e cancellare molti dei suoi concerti. Tutto questo negli Stati Uniti, dove il potere economico è pur sempre in mano alla maggioranza bianca.

Mi è stata tolta la casa, ci è stata tolta la terra.
Ho visto assottigliarsi la mia famiglia man mano che i miei parenti venivano uccisi dai militari. […] Io vivo in esilio fuori. Noi tutti viviamo in esilio… dentro.

Miriam Makeba

Così è di nuovo in esilio, questa volta volontario. Si trasferirà in Guinea dove andrà a vivere con suo marito.

L’intervista a Miriam Makeba in cui racconta cosa significa essere rifiutato dal proprio paese di appartenenza e la difficoltà dell’esilio.

L’ultimo suo atto è sempre a favore del popolo africano sfruttato.
Morirà qui, in Italia a Castel Volturno dopo aver cantato sul palco in ricordo dei 6 ragazzi ventenni uccisi da 136 proiettili sparati dal commando del clan camorristico dei casalesi che nel momento della strage erano vestiti con uniformi della polizia.

Morì subito dopo aver cantato su quel palco il 9 novembre 2008 in provincia di Caserta, ancora una volta contro il razzismo e l’odio dettato dal colore della pelle.

Curiosità

All’inizio del nostro racconto avevamo detto che la canzone “Pata pata” è la rappresentazione dei nostri tempi. Infatti l’artista Beninese Angelique Kidjo ha modificato il testo del brano in una versione Coronavirus chiamata “No pata pata”. Pata in lingua Xhosa vuol dire toccare e non toccarsi in questo momento è fondamentale. La canzone è stata trasmessa da 15 stazioni radio sparse per il continente africano con l’aiuto di UNICEF.

E quale, se non questo è il modo migliore di ricordare Mama Afrika??

Autori: Francesco PennaNera & Annarita N.
Cover: Valerio Ichikon