Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo

L’opera d’arte come atto politico

“Uno”

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo, 1338-1339, Siena, Palazzo Pubblico, Sala del Consiglio dei Nove o della Pace.

L’uomo è un animale politico, dichiara Aristotele in apertura al suo trattato Τὰ πολιτικὰ (Tà politikà, ossia La Politica), dedicato all’amministrazione della polis. Un’affermazione che risale al IV secolo a.C., e che tuttavia è così semplice e lapidaria da risultare ancora oggi stupefacente. Per il celebre filosofo ogni azione umana è, inevitabilmente, un atto politico. Lo stesso vale per le arti, al cui insegnamento egli dedica un intero libro della sua opera:

È chiaro perciò che esiste una forma di educazione nella quale bisogna educare i figli non perché utile né perché necessaria, ma perché liberale e bella […] impareranno il disegno […] perché rende osservatori della bellezza del corpo. Cercare da ogni parte l’utile non s’addice affatto a uomini magnanimi e liberi.

Aristotele, La Politica, Libro VIII

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Laura Betti – Macrì Teresa detta “Pazzia”

La canzone che presentiamo narra le vicende di una donna Teresa Macrì detta “Pazzia”, una donna di vita, una prostituta che fermata dalle forze dell’ordine preferirà farsi arrestare piuttosto che fare il nome del suo protettore.

Passerà diverse notti in cella a Regina Coeli e una volta fuori continuerà la sua vita di sempre. Interprete è un’esplosiva Laura Betti, le musiche sono di Piero Umiliani, il testo è di Pier Paolo Pasolini.

Gli argomenti che tratta in questo periodo della sua vita sono quelli della Roma sottoproletaria del boom economico in arrivo. Coi suoi romanzi descriverà l’innocenza dei ragazzi delle borgate che scomparirà con l’arrivo del consumismo imminenente e la crudeltà del reale alle prese col potere di forza dell’economia emergente.

Estrapoliamo qualche strofa di “Teresa Macrì detta Pazzia” mentre parla al poliziotto che la interroga:

Me do alla vita
Da più de n’anno
Che altro ancora voj sapé?
So’ disgraziata
Ma c’ho un ragazzo
Che sa che ognuno pare un re
Je passo er grano

Poi in commissariato…
Embè così?
Che ce voj fa
e no? Che te sei messo n’testa?
N’à faccio sta cantata de core
Nun ce so’ n’infamona.

Modern Lovers – Pablo Picasso

Canzone dei “The Modern Lovers” del 1972 che parla del disagio nel trovarsi davanti a una bella ragazza e lo fa prendendo in considerazione l’atteggiamento da Latin Lover di Pablo Picasso. Tant’è vero che il cantante, chitarrista e autore de “Pablo Picasso” Johnathan Richman, precursore del punk prima che nascesse, spiegando le origini di questo pezzo disse che stava leggendo qualcosa in merito a Pablo Picasso e voleva scrivere del suo rapporto con le ragazze da cui era intimidito, soprattutto se bellissime ai suoi occhi. Poi ha pensato… Guarda Picasso, alto un metro e sessanta e non si faceva intimorire da nulla.

La parte che colpisce di più ovviamente è l’assonanza tra le parole Picasso e asshole, l’unica parola che non tradurrò della prima strofa di “Pablo Picasso”.

“Bè alcune persone cercano di rimorchiare le ragazze
e vengono chiamati asshole.
questo non accade mai a Pablo Picasso.
Lui poteva camminare per la strada
e le ragazze non potevano resistere al suo sguardo ed
è per questo che Pablo Picasso non è mai stato chiamato asshole.”

Giovedì – 04.2019

Giovedì

Ero alla fermata dell’autobus ad aspettare il treno, e già qualcosa sembrava non andare per il verso giusto.

Poi un vecchietto dall’aria vacua e dal viso lunare mi chiese:

– Che giorno è oggi?

Giovedì – risposi.

– Grazie – disse lui.

Era una domanda semplice, per questo mi colse un po’ alla sprovvista. Provate a chiedervi a bruciapelo che giorno è oggi e ditemi se non vi sorprendete un po’, come se vi avessero chiesto il vostro scopo nel mondo.

– Che giorno è oggi? – chiese di nuovo il vecchio.

– Sempre Giovedì – risposi io.

– Grazie – concluse il vecchio.

Il treno non passava. Non che avesse il dovere di farlo, ma almeno avvisare, telefonare per un saluto, che so.

– Scusa, che giorno sarebbe oggi? – chiese il vecchio preoccupato.

– Giovedì – risposi come se fosse la prima volta che sentivo quella domanda.

– Grazie – continuò il vecchio – sai, ho ottantacinque anni, alla mia età ci si dimentica… Giovedì hai detto?

– Certo, Giovedì – confermai, contento di aver trovato, almeno per quel giorno, un ruolo preciso nel mondo.

– Senti non è che avresti una penna? – mi domanda il vecchio all’improvviso.

Certo che ho una penna. Forse mi sbagliavo, forse avevo un’altra missione: porgere le penne a chi ne avesse bisogno.

Frugai nel marsupio con un occhio alla strada per controllare il treno in arrivo, ma niente. Mi sarei accontentato anche dell’autobus, a quel punto. Il vecchio la prese e srotolò un foglietto accartocciato che aveva in tasca.

– Giovedì hai detto? – chiese, prima di scriverlo accuratamente sul foglietto. Lo stirò col mignolo, lo lesse con attenzione e ripeté a occhi chiusi per impararlo a memoria: – Giovedì.

Quindi mi ringraziò e mi riconsegnò la penna.

Dal fondo della via uno scatolone quadrato si avvicinava sbuffando e rimbalzando su delle molle invisibili. Aveva di certo preso il manto stradale per un materasso.

Ma non era il treno.

Era l’autobus e c’era da accontentarsi.

– Lei non lo prende? – chiesi al vecchietto che se ne stava di nuovo seduto alla fermata a fissare il vuoto.

– No, no – rispose – io abito qui vicino. È solo che a volte non ricordo…

– Non si preoccupi – dissi io in tono da salvatore dell’umanità – adesso ce l’ha scritto – e feci segno verso la sua mano chiusa a pugno.

– Giusto! – s’illuminò il vecchio, che riaprì il foglietto, lo lesse per bene e disse: – Giovedì!

– Bene, arrivederci – feci io cercando di fermare l’autobus con un mignolo.

– Grazie – disse il vecchio mentre aspettavo il rimbalzo giusto per salire a bordo – Giovedì – concluse.

– Ma le pare – dissi io alle porte dell’autobus che si erano richiuse tentando di affettarmi il naso.

In posizione da surfista, impettito e fiero per la buona azione appena compiuta, rimbalzavo insieme all’autobus verso la mia fermata, qualche centinaio di metri più in là.

Riflettevo sulla memoria. A Quando la perdi. A cosa diventi, quando la perdi?

Per fortuna abbiamo questa cosa della trasmissione. I vecchi ci ricordano ciò che sono stati e noi gli ricordiamo che giorno è oggi, e la storia va avanti, di lato, in diagonale, insomma prosegue.

Per fortuna che a portarla avanti ci siamo noi.

Anche l’autobus sembrava d’accordo da come scodinzolava al semaforo.

Tuttavia una leggera foschia si andava addensando attorno al palo a cui mi reggevo con destrezza da pole dancer, e non era la sigaretta elettronica del ragazzo dietro di me, o le orecchie fumanti della signora arrabbiata con le buste della spesa.

Cercai il vecchio con lo sguardo, ma sia lui che la fermata erano rimasti indietro.

Mi guardai attorno, sempre più inquieto. Avevo il fiatone e non per il fumo.

Era un dubbio.

La campanella di prenotazione della fermata suonò e due boxeures cominciarono a combattere sul fondo dell’autobus, mentre guardavo in giro in preda al panico che montava.

Accanto al finestrino vidi una ragazzina dal collo di giraffa, con la testa risucchiata dal telefono e gli auricolari infilzati nelle orecchie.

Saltando da una maniglia di sicurezza all’altra come Tarzan, a fatica mi avvicinai, mentre la vettura sfiatava da tutti i lati.

Raggiunsi la ragazzina e le strappai gli auricolari dalle orecchie. Quella alzò il collo da giraffa e mi guardò spaventata, non so se per me o per i suoni del mondo che sentiva per la prima volta.

– Scusami… non volevo… – riuscii a stento a biascicare.

La voce era strozzata, la mano mi tremava, ansimavo più degli ammortizzatori dell’autobus. Guardai la ragazzina dritto negli occhi e le domandai:

– Sai dirmi che giorno è oggi?

Ho visto – 3.2019

Ho visto una persona guardare con smania lo smartphone mentre si aspettava al binario. Era così immerso nel guardarlo a testa calata da sbattere con la testa vicino al tabellone che segnala l’uscita e la direzione per i binari tronchi…

La sua reazione non è stata una grassa risata per dire: ma guarda quanto mi sono fatto prendere dal video senza pensare a ciò che mi stava attorno. No. Lui per reazione, dopo il comico gong della sua capoccia contro la lamiera blu ferrovia, ha dato un pugno con rabbia alla segnaletica inerte. Ha imprecato. Ha calato di nuovo la testa e ha proseguito a fare ciò che stava facendo.

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Waltz for Aidan

Questo brano del gruppo scozzese Mogwai è un walzer dedicato al cantante Aidan Moffat. Il più delle volte le loro canzoni sono strumentali e Moffat ha prestato la sua voce a diversi dei loro brani.

Questo gruppo di amici suona insieme da più di 20 anni e prende il nome dai mostriciattoli del film “Gremlins” di Joe Dante, anche se in verità scelsero quel nome in attesa di uno migliore.

Abbiamo scelto questo brano perché come la redazione di ErrareUmano, anche i componenti dei Mogwai vivono sparsi per la Scozia e in Europa e lavorano insieme a prescindere dalle distanze che li separano. Uno dei componenti vive a Berlino per esempio.

Curiosità:
Un po’ di tempo fa decisero di stampare delle magliette contro il cantante dei Blur, Damon Albarn, per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’uso commerciale delle musiche e l’uso che i grandi brand ne fanno. La canzone dei Gorillaz, Clint Eastwood, di cui Albarn è membro, viene usata tutt’ora come colonna sonora degli spot di una delle banche più grandi del mondo.

Belfast Celtic. Quando la violenza vinse sullo sport

Anche allora si giocava durante il boxing day, il giorno di S. Stefano per gli anglosassoni. Quel giorno del 1949, si sarebbe disputata una partita decisiva, il derby tra due rivali acerrimi: il Linfield dichiaratamente anti-cattolico e leale alla corona britannica e il Belfast Celtic nato nel quartiere West Belfast da operai irlandesi di origine cattolica con simpatie nazionaliste e repubblicane. 

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Prodotti Interni Lordi

PIL - Prodotti interni lordi

(Annotazione a mo’ di sfogo)

Dice che per fare le cose bene bisogna avere un titolo.

Dice che per avere un titolo, a volte, bisogna fare dei sacrifici.

A volte addirittura pagare, pagare molto.

Certo, studi con gente qualificata che a sua volta ha investito molto nel proprio lavoro che, nel migliore dei casi, è anche la sua passione.

Ma come fai quando l’iscrizione all’intero corso ti costa una buona fetta, se non quasi tutta, del tuo PIL annuo?

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Romeo & Juliet… secondo Mark Knopfler

Romeo & Juliet... secondo Mark Knopfler

Romeo e Giulietta, ovvero di un amore trovato e non vissuto

“Romeo e Giulietta”, una delle storie d’amore più belle di tutti i tempi.

Sicuramente ricorderete la celeberrima citazione “Romeo, perché sei tu, Romeo?” (Giulietta: atto II, scena II), a mio parere troppo inflazionata. Preferisco: “Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con in altro nome conserva sempre il suo profumo” (sempre Giulietta, sempre atto II, scena II), perché l’amore non si ferma in superficie, l’amore s’innamora di quello che di più intimo c’è nel cuore delle cose e delle persone.

Per i più distratti, la rubrica di ErrareUmano Note a margine oggi vi porterà ad esplorare la nota tragedia shakesperiana, datata intorno alla fine del 1500, attraverso un brano musicale proveniente dagli anni ‘80. Facciamo quindi un salto di circa quattro secoli, un lasso di tempo che mostra come alcuni temi e sentimenti siano davvero universali ed eterni.

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