Capitolo 10 – Di come si diventa immortali

Cronache di Vaffambaffola - Cap. 10

Riassunto dei capitoli precedenti

C’è grande fermento a Vaffambaffola: il vecchio poeta di corte sotto il regno di Pidaar il Magnifico torna a casa dopo anni di esilio per essere insignito dell’alloro alla carriera dal governo dell’attuale Seriosissima Repubblica. Intanto, i contadini Frido e Lon, che lo hanno incontrato lungo il cammino ma non hanno idea di chi sia, ma si trovano coinvolti, loro malgrado, nella ricerca della sua opera omnia, che potrebbe svelare molti capitoli della storia di Vaffambaffola e delle cose strane che vi accadono negli ultimi anni.

Capitoli precedenti: clicca qui –

Cavoli e camomille.

Seriosissima Repubblica di Vaffambaffola e Limitrofe
IV di Seminato Anno 30 E.d.P. (Era di Pidaar)
Alla vecchia stazione di Posta.

Edgardo del Crisantemo se ne sta ad aspettare a bocca ed occhi spalancati, come un piccolo di condor spelacchiato e spigoloso che aspetta il ritorno del genitore condor per essere sfamato.

Frido esce dal casotto per attingere alle riserve del carretto e quello che trova e un ciuco smunto con il lungo muso ficcato tra la verdura di stagione.

– Strano! – mugugna Edgardo con aria sorpresa – E’ da anni che non lo vedo mangiare qualcosa che non siano fiori di camomilla.

In un accesso di gioia inaspettato, descrive nei minimi dettagli come abbia imparato a selezionare i fiori, piantarli, coltivarli, raccoglierli, essiccarli e renderli un ottimo alimento, e anche l’unico, per l’asino, è un’eccellente infusione per sé.

Fa una pausa pesante di pensieri e la gioia fugge via improvvisa come era venuta.

– A quanto pare i vostri cavoli non gli dispiacciono affatto.

Lon, che con tacito stupore di Frido aveva seguito la scena in assoluto silenzio, d’un tratto afferra Edgardo per un polso: – Ci vuoi spiegare una buona volta che MitriGhali sta succedendo?

Frido si sorprende di quel comportamento. Non è da Lon. O meglio, è da Lon l’impeto, non la preoccupazione, la quale, invece, avrebbe caratterizzato lui.

‘Buon sangue non mente’, pensa, prima di apostrofare la sorella:

– Ti sembra il modo di comportarti con una persona più… insomma… con una maggiore…

– Intendi dire più vecchia? – Lon finisce la frase.

– Con più esperienza di te, intendo, per Mitri. Non credevo di aver cresciuto una maleducata.

– Cresciuto? E per chi mi hai preso, per una delle piantine del tuo orto? Mi hai forse innaffiato i piedi? Potato i capelli? Hai mai visto fuoriuscire dal mio corpo qualche specie di frutto o i fiori dalle orecchie?

– Bè, a dire il vero sì – ammette Frido in tono sincero – Una volta hai prodotto un me…Lon! – e sbotta in una risata che fa rimbombare in modo preoccupante il legno della baracca.

Mentre il fratello è preso dalle sue ilari convulsioni, Lon nota con la coda dell’occhio che Edgardo cerca ovunque un posto dove nascondere la faccia paonazza dall’imbarazzo. Non lo trova e decide di farla penzolare sul petto come un medaglione di corallo.

– In ogni caso le chiedo scusa, signor Crisantemo – Lon gli sfiora il braccio con la mano.

– Chiamami Edgardo, o Ed, se preferisci – dice Ed rialzando la testa di scatto, – e non preoccuparti, capisco che tu abbia voglia di saperne di più almeno quanta ne ho io di dimenticare. Purtroppo non sono stato esposto per abbastanza tempo a quell’affare.

– Che affare?

– Niente, lascia perdere. Date un’occhiata a questo, piuttosto.

La Pidaarica Historia

Afferra la pila di scartoffie che aveva rilegato alla buona con pezzi di spago sfilacciato (vedi cap.9) e la mette sotto il naso della ragazza.

Frido è tornato in sé, alle prese con le verdure e il calderone. Tende l’orecchio e prova a non perdersi una parola.

– Queste sono alcune delle pagine della Pidaarica Historia, immensa opera che descrive e narra le vicende di Vaffambaffola durante il Regno di Pidaar il Duraturo prima che scomparisse. E per essere più precisi, si tratta delle scartoffie appallottolate di cui Cicciomede, il poeta di corte che sta per essere proclamato Sommo, non era soddisfatto e che ha riscritto, a volte anche solo per una virgola messa male.

– Ma non bastava cancellare e riscrivere? – chiede Frido iniziando a lacrimare per le cipolle, o per un residuo di risata, non lo sapremo mai.

– Non scherzare! – risponde severo Ed – Il nostro bardo era un professionista. Cercava la perfezione in tutto, puntiglioso fino allo sfinimento.

Tace portandosi la mano al mento per riflettere.

– Un vero artista – sottolinea, scuotendo la testa su e giù.

– E poi era tutto quello che avevamo – aggiunge.

– Bisognava accontentarsi – conclude.

La faccia riemerge dalla mano pensierosa: – Voi lo sapete come è diventato scrivano di corte?

La faccia si contrae in un ghigno che a Lon sembra una smorfia di dolore, ma poi capisce che in realtà si tratta di un sorriso malinconico.

Fratello e sorella fanno di no con la testa.

– E’ quasi tutto scritto qui, leggete! – riprende afferrando il plico di fogli – Leggete! È importante che voi sappiate come è andata e forse capirete perché siete arrivati fin qui.

– Ma nooo… – interviene Frido con suffucienza – noi stiamo solo scappando verso Chissàdove per Chissaqualemotivo, nessun mistero.

Edgardo gli lancia una rapida occhiata carica d’inverno, scioglie le legature di cordino di canapa e porge il primo foglio a Lon. Nelle sua mani il foglio si srotola come una tovaglia piena di briciole. È una lunga pergamena. La ragazza monta in piedi sul tavolo e comincia a leggere ad alta voce:

Argomento e invocazione

Cantami, o Diva! Narrami, o Musa!
In ordine di tempo o alla rinfusa,
della venuta, i motti, le gesta,
per non parlare dei canti di festa,
del grande Pidaar: l’audace sovrano
che giunse a noi in un tempo lontano,
dopo aver a lungo smarrito la via
in cerca di meta e di compagnia.
Era il nostro un villaggio modesto,
la donna libera e l’omo onesto.
Niente soprusi, abusi o contusi,
a subir o mandar non eravam usi.
Ciascun colla propria sapienza e mestiere,
nessun fanfaròn la dava a noi a bere,
seppur non mancassero intrighi e combutte:
i nasi degli uni, negli affari di tutte.
Ma venne un Beldì che fe’ la comparsa
(in sella a un montone, con la faccia arsa)
su la piazza grande del nostro villaggio
colui che fu detto Pidaar il Saggio,
ché comprendendo le nostre usanze
volle restare e incominciare le danze.
Un unico dubbio incupiva il messere:
“Là fuor v’è qualcuno che brama il potere!
Su Vaffambaffola squillan le trombe
di una sanguinaria falange che incombe!”
Ma la soluzione avea pronta il Degno:
fare di noi un Ducato o un Regno.
Con tanto di leggi, di tasse, di corte,
di guardie reali, di pena di morte.
Purché si sapesse (seppure per gioco)
che la sua gente avea già il suo giogo.
Villane e villani, scrutandosi in viso,
sapevan che c’era un che d’impreciso.
Tuttavia l’uomo sembrò sì sincero,
ch’ad essere un regno giuocammo davvero.
La vita ordinaria rimase la stessa,
ma il sarto era Duca, la mugnaia Contessa.
Del resto, vicende, avventure e gloria
conterò a suo tempo in codesta Historia.
Può essere che in fondo abbiate ‘l disio
di saper di preciso qual voce son io.
Solo uno in più quel dì ‘n mezzo alla folla
che mira la scena, stupisce, barcolla.
E quando rinvenni, il sovrano sì forte,
fece di me il suo poeta di corte.
Per cui accade che a chi me lo chiede,
rispondo: “il mio nome l’è Cicciomede”.

Il dono

– Ora sì che è tutto chiaro – sogghigna Frido, sfogliando un cavolo, anche se lì non c’è scritto nulla.

– Se fossi in te non riderei tanto… – gli risponde Edgardo con il suo cordiale tono da oltretomba.

– …Quel giorno c’eri anche tu, sulle enormi spalle di tuo padre, mentre tua madre brandiva la falce, pronta a scagliarla verso il nuovo venuto.

– T… tu conoscevi i nostri genitori? – domanda Frido mollando cavolo e coltello.

– Ci conoscevamo tutti a Vaffambaffola a quei tempi. A dire il vero conoscevamo il passato di ogni famiglia, passante o nuova arrivata. Eravamo dei begli impiccioni, ma eravamo uniti.

Ed si appoggia allo schienale della seggiola impagliata che squittisce di fatica con lo sguardo immerso nel vuoto.

– Solo di Lui non sapevamo nulla. – continua – Né da dove venisse. Né quale fosse il suo passato. Non sappiamo nemmeno dov’è ora e perché ci ha abbandonato. Ci siamo semplicemente fidati. Ditemi – le perle vacue dei suoi occhi si posano smarrite sui volti di Frido e Lon – Dovremmo essere biasimati per questo?

– Bè sì! – risponde Lon senza riflettere.

Edgardo ha un sussulto.

Frido ha un sussulto.

Lon getta a terra la pergamena e punta il dito verso la fronte pallida del vecchio.

– Inutile che fai quella faccia da scoiattolo truffato. Come vi è saltato in mente di fare vostro re un tale arrivato da chissà dove, che vi mette in guardia da chissà quale pericolo e vi governa per vent’anni prima di lasciarvi in balia di… in balia di…

Lon aggrotta la fronte e inclina la testa leggermente a destra:

– In balia di chi vi ha lasciato, esattamente? Perché lo rimpiangete così tanto?

– Vedi – le risponde Ed, che ha ritrovato una specie di pace temporanea dai suoi tormenti – E’ proprio per questo che è importante che voi sappiate. – Indica il malloppo di fogli sul tavolo – E poi… – fa un gesto vago con la mano come a soppesare un sacchetto di mandorle – ci fece un’offerta che non potevamo rifiutare.

– Ah si? E quale? – chiede Frido sfilandosi la punta del coltello dal collo del piede.

– In cambio della sua nomina a sovrano di Vaffambaffola, quello che voi chiamate ‘tale’ ci promise in cambio ciò che tutti vorrebbero e cercano di ottenere con ogni mezzo.

– La zuppa di cavolo e patate della Taverna? – Frido prova a sdrammatizzare, ma non ride nessuno.

– Eravamo una comunità giovane, e di cosa ha più bisogno una comunità giovane per sopravvivere? E quando parlo di sopravvivere intendo andare avanti sul serio, superare le stagioni, i mesi, gli anni, le ere. Andare oltre la vita stessa dei singoli individui che la compongono.

Quel Tale ci offrì la possibilità di vivere per sempre, di entrare nella Storia.

– Con un elisir di lunga vita? – chiede Lon.

– Con la trasformazione in statue? – chiede Frido.

– Niente di tutto questo – taglia corto Ed con un rantolo soffocato.

– Allora cosa? – chiedono insieme.

– Quello sconosciuto venuto da chissà dove, ci fece dono dell’unica forma di immortalità che l’essere umano abbia mai sperimentato fino ad ora: l’inchiostro.

continua…

Testo e storia: Francesco Di Concilio
Copertina: Ivo Guderzo
Web editor: Francesco PennaNera

Capitolo 9 – La fine dell’inizio

Cronache di Vaffambaffola

Dal quaderno di un redattore di cronache. (The writer’s cut)

È sempre difficile parlare di qualcosa che finisce. Soprattutto se non finisce sul serio. Ed è ancor più complicato farlo mentre sei impegnato in un lavoro stagionale che ti tiene impegnato per un terzo della giornata e ti fa desiderare, per gli altri due, la completa immobilità psicofisica.

Anche se questo vale per tutti i lavori salariati.

Lo spettacolo, tuttavia, deve continuare, giusto?, e una pausa è necessaria per tirare il fiato, per ritrovare la spinta iniziale, forse messa da parte e, perché no, per accumulare un po’ di materiale e non ritrovarci a due giorni dalla pubblicazione con il patema d’animo e il rischio di mescolare trama e intreccio con il condimento della pizza.

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Capitolo 8.2 – La congiura di Caterina (Parte Seconda)

Cronache di Vaffambaffola

Il bivio

Ci sono momenti, nella vita, in cui siamo messi di fronte a una scelta, la quale, nel migliore dei casi, riguarda il tipo di salsa da accostare alle carote trifolate, oppure, come accade spesso, le carote stesse, pericolosamente insidiate dai finocchi, o ancora, molto più seriamente, la possibilità di mettere il naso fuori dalla porta di casa, con tutte le conseguenze che tale gesto comporta.

Avrebbe preferito volentieri trovarsi di fronte ad uno di questi quesiti, Sigfrido del Laudano detto Sla, o Frido, piuttosto che al cospetto di un banale, scontato e inopportuno bivio.

Sua sorella, Lon, invece, non sembra dare segno di cedimento di fronte alle decisioni, come dimostra la risoluta scelta del percorso.

– Perché proprio da quella parte? – chiede Frido.

– Perché ce lo consiglia il diario – risponde Lon con aria saccente.

– E lo sa il tuo diario che proprio da quella parte il sentiero si fa oscuro, fitto di vegetazione spinosa e maleodorante, colmo di suoni terrificanti e alberi di nocciole?

– E allora?

– A me fanno male le nocciole – conclude Frido mollando la presa sul carretto che atterra con un tonfo ferruginoso.

Lon fa per cominciare la sua coreografia accompagnata da lamentele solidamente argomentate, ma proprio in quell’istante viene interrotta da un “Viva la repubblica! Viva Pidaar”, a cui i due contadini rispondono meccanicamente: “Sempre sia denominato”.

Si tratta del saluto abituale della Repubblica, che a suo tempo soppiantò il cassico “Buongiorno” e il benevolo “Salve” perché ritenuti troppo banali.

A pronunciarlo è una vecchina tonda, dalla faccia cotta e mangiata dal sole, che porta in testa una cesta quasi più grande di lei.

Lon è spiazzata da quell’apparizione, così normale eppure così inaspettata. Lascia cadere le braccia lungo il corpo, la osserva zompettare lenta davanti a loro, finché non le si para davanti a braccia e gambe aperte come quel disegno che avete voi nel vostro mondo, fatto da quell’artista che è stato anche una tartaruga, credo.

Ad ogni modo, la vecchina si ferma come davanti a un gregge che attraversa la strada. Lon, con gli occhi spiritati, la fissa negli occhi e dice:

– Signora, per Mitri, potrebbe aiutarci?

– Se posso, per Ghali, molto volentieri – risponde la vecchina adagiando la cesta su un fianco.

– Cos’è questa puzza? – domanda Frido annusandosi le ascelle.

– Potrebbe indicarci – riprende Lon – in quale direzione si trova il Tugurio?

La vecchina spalanca gli occhi, lascia cadere la cesta, e si allontana zompettando con brio e lanciando un urlo spettrale che spaventa quasi tutta la fauna del circondario, tranne Totò e uno scoiattolo sordo.

La cosa strana, noterà Frido di lì a poco, è che la vecchina, nel suo fuggire spaventata, non solo ha mollato la sua cesta, ma si è allontanata proprio dalla direzione da cui provenivano, esattamente dalla parte opposta rispetto al sentiero oscuro e spinoso verso cui li indirizzava il maledetto (parole sue) diario. E, soprattutto, da dove viene questa puzza insopportabile?

“Va bene”, pensa Lon, “questa è una conferma. Se lei va da quella parte, noi andiamo da quella”. Ma forse, invece di pensarlo e basta lo dice ad alta voce, perché Frido le risponde grattandosi il mento, preoccupato:

– Questa tua affermazione su quale logica è basata esattamente?

– Frido, te lo dico per l’ultima volta – si infuria Lon – Da quella parte arriveremmo prima e senza particolari problemi, è vero, ma qui dice che dobbiamo passare dalla vecchia stazione di Posta – dice indicando il libro che stringeva al petto.

– Vorrei non averlo mai trovato – dice Frido rassegnato – come non avrei mai voluto trovare questa cesta. A proposito, ho trovato la sorgente di questa puzza terribile. Ma cosa Puttr ci…

Da un lato, Frido ha ragione a lamentarsi. Se esiste un luogo di tutta Vaffambaffola e Limitrofe dove i formaggi di svariati mammiferi da latte si sono dati appuntamento per una festa di fermentazione, è in quella cesta. Dall’altro, si sarebbe lamentato comunque di qualcosa pur di nascondere il proprio disagio. Ma se c’è una ragione puzzolente, tanto meglio.

– Forse è il caso di riportarlo alla vecchina – dice Lon con un tono che non ammette forse, mentre si incammina verso il sentiero oscuro, spinoso e puzzolente, – E sbrigati, che non è ancora tempo di nocciole.

Frido carica la cesta sul carretto con una smorfia sbuffando tutto il malumore che gli riesce.

La congiura di Caterina: Atto II

Il piano di Caterina dell’Orzo consiste essenzialmente in questo: ciascuno di loro avrebbe scelto un soldato della truppa dell’Anatra da tallonare, cercando in tutti i modi di rallentarlo o, ancor meglio, fermarlo. Lei, nel frattempo, si sarebbe occupata personalmente del capitano Elle, cui avrebbe dovuto sottrarre il bastone con l’aquila sostituendolo con una copia credibile. Per il bastone, diceva, non c’è nessun problema, si tratta di comune noce. Ne abbiamo le legnaie piene. L’aquila in cima è incappucciata dalla testa ai piedi, per cui basterebbe riprodurre la forma sotto il piccolo sacco e il gioco è fatto.

L’obiettivo davvero importante di tutta l’operazione è di non farsi riconoscere assolutamente.

Operazione non semplice, vista l’elevata frequentazione che Elle ha della Taverna e delle sue prelibatezze, nonché la familiarità con l’ostessa e il suo irascibile marito.

– … per quanto è stupido, basta un leggero camuffamento – aveva detto spiegando il piano agli altri.

Così, aveva rispolverato il suo vecchio abito da mercantessa, che tanto leggero non era: la bandana antivento, la lunga veste dai colori sgargianti, o come li aveva definiti Clodoveo prima di stramazzare al suolo, “accecanti”, che si piega nel mezzo diventando un comodo pantalone per cavalcare, i calzari e il medaglione della Gilda.

Tra l’ammirazione, lo stupore e le distorsioni nasali dei presenti, le congiurate si erano messe alle costole dei soldati.

A ognuno il suo, come i mestieri.

– Cosha ghe fa ti? – chiede Ghella a Morgana in disparte, prima di mettersi in cammino.

– Vado a raccogliere un po’ di rami di senegallia. Ho bisogno di fabulomicina per produrre altro inchiostro. Non ci metterò molto, il bosco di Antilopia è poco lontano da dove agirete voi. Ci ritroveremo tutti qui al tramonto, mentre Frido e Lon saranno ormai arrivati alla stazione di Posta.

– Ghe fàs atensiòn siora Morgana – sussurra la piccola. Gli occhioni neri spalancati, la fronte solcata da piccole onde.

Morgana le carezza la testa, le fa un sorriso e si allontana con bisaccia e falcetto.

La spartizione dei militari da inseguire si baserebbe sull’estrazione di aghi di pino, se ci fossero pini nei dintorni, ragion per cui si è dovuta applicare la regola di “chi sceglie chi”, fatta eccezione per Elle che, come già detto, è cosa di Caterina.

In questo modo, al piccolo Chino è toccato lo spilungone, a Clod il luogotenente Scorfi, a Ghella il tenente Nullah e a tutti Ignoto, perché ritenuto il più sveglio e veloce della truppa.

La Congiura di Caterina: Atto III – La diariocronaca

Abbiamo scelto di affidare il racconto di questi avvenimenti al cronista ufficiale dei giochi Olimpidaarici, Ciotto del Sandalo, persona dotata di grande esperienza e notevole colpo d’occhio, uno degli scrivani più rapidi del Regno, quando c’era un Regno. Ora non che sia preso troppo in considerazione.

Ad ogni modo, Ciotto, a te la linea:

Molte grazie e benvenute a questo importante appuntamento delle Cronache di Vaffambaffola. In questo incontro, ricordiamo, la squadra della Taverna capitanata da Caterina dell’Orzo affronta, malgrado questi non ne sappiano nulla, la Truppa dell’Anatra, orgogliosamente guidata dal Capitano Elle.

Vediamo le due formazioni disposte sul terreno di gioco: l’Anatra ha scelto una disposizione a ventaglio aperto in cui ognuno, solo apparentemente, va per conto suo, ma è chiaro l’intento di accerchiare l’obiettivo per farlo proprio. Ad aprire sull’ala destra è Sorgente, l’alta vedetta, che svetta di albero in arbusto e mostra di avere pieno controllo della situazione e un’ottima visione periferica. Interno destro è, invece, il tenente Nullah, che avanza per lo più estirpando radici. Saltiamo Elle, per il momento, per osservare l’interno sinistro Scorfi, velocissimo in mezzo ai grossi massi tra cui si mimetizza alla perfezione. Esterno sinistro, infine, è Ignoto, rapido fino all’inverosimile, che a fatica riusciamo a seguire. Sarà lui l’uomo-partita? Lo scopriremo dopo una breve pausa.

Invito alla lettura: ogni due settimane circa, le Cronache di Vaffambaffola sono su errareumano.org con episodi sempre nuovi. Per il resto del tempo, bè, leggete altro…

(Intervallo offerto da “Acque fresche nelle fresche fiasche”)

Bentornati alla diretta via diario di questo interessante inseguimento. Ora passiamo alla formazione dell’osteria La Taverna, località Ponte di Sotto, Vaffambaffola. A tallonare l’alto Sorgente troviamo il piccolo Chino, che può contare sull’agilità nel passare in mezzo alle gambe e sulla sua arma ben poco segreta: l’imitazione di animali per niente feroci. Alle costole di Nullah e la ancor piccola Ghella, munita di sguardo commovente e parlantina incomprensibile. Ancora, dietro Scorfi troviamo Clodoveo che lo insegue a suon di minacce sussurrate a denti stretti e, infine, nessuno dietro a Ignoto, che sarà l’obiettivo comune degli inseguitori.

I due capitani, infine, si fronteggeranno testa a testa.

Attendiamo la gracchiata d’inizio delle cornacchie eeeeeee… l’inseguimento ha ufficialmente inizio.

Vediamo il sergente Sorgente sbucare da un cespuglio di more, abbastanza dolorante, e guardarsi attorno grazie alle sue lenti a lungo raggio. Chino gli si avvicina, fuori dalla portata visiva delle lenti e prova a imitare il verso della Lepre Primizia, distraendo la vedetta che da tale animale è notoriamente spaventato. Sorgente, con un balzo degno di uno scoiattolo volante, salta verso l’albero più alto dei dintorni e si scorge attorno preoccupato.

Sull’altro fronte, Clodoveo passa davanti a Scorfi senza nemmeno vederlo. Si ferma, esita, si riposa su un grosso masso, che in realtà si rivela essere proprio il luogotenente il quale, però, non ha il tempo di domandarsi “che cos…”, che viene prontamente spinto dal Clod giù per un sentiero scosceso. Per Scorfi è impossibile frenare la discesa. Molto bene fino ad ora per la squadra della Taverna.

Gli sviluppi dopo un’altra piccola pausa.

Cercate un posto dove non potete scegliere dove sedervi, cosa mangiare e, soprattutto, quando uscirne? La Taverna è il posto che fa per voi. Veniteci a trovare al Ponte di Sotto a Vaffambaffola, Caterina e Clodoveo ti aspettano. A braccia aperte.

Mentre il tenente Nullah sradica un mirto, la piccola Ghella ne approfitta per superarlo e posizionarsi sulla sua traiettoria. Abbattuto l’albero, il soldato se la trova davanti con una certa sorpresa. Nullah non la riconosce, perché sono entrambi nuovi del paese, e semplicemente le chiede, in tono gentile, cosa ci faccia una ragazzina come lei da quelle parti. Ghella risponde ma Nullah, va da sé, non capisce nulla, per cui le ripete la domanda. Va avanti così per un po’ di tempo, quanto basta ad affievolire il ritmo dell’incontro, fino a questo momento incalzante, quando… incredibile!… Mossa inaspettata di Nullah che carica la ragazzina sulle possenti spalle, determinato ad accompagnarla a casa, al sicuro, seguendo, anzi, interpretando le sue confuse indicazioni. Mossa geniale da parte della cameriera e commovente gentilezza da parte del gigante anatrense.

La situazione è la seguente: tre soldati su cinque messi fuori gioco senza colpo ferire dai tavernieri. Restano sul campo Ignoto, che non riusciamo a seguire bene, e i due capitani delle fazioni opposte, Caterina ed Elle, quasi a ridosso del bivio abbandonato poco fa da Frido e Lon.

Fine della prima frazione di gioco, ritorniamo subito per il secondo tempo che si promette avvincente come non accadeva da tempo.

Secondo tempo

Bentrovati per la seconda parte di questo a dir poco appassionante inseguimento ai danni dei soldati della Truppa dell’Anatra, a loro volta inseguitori dei contadini Frido e Lon, che cercano di raggiungere la vecchia stazione di Posta, ignari del tutto dello scenario che si sta profilando dietro di loro.

Qui per voi è ancora del Sandalo, Ciotto del Sandalo, a raccontare questa superba impresa.

Con tre soldati fuori combattimento, il capitano Elle si ritrova da solo all’inseguimento dei contadini. Anzi, a ben vedere non proprio solo. Mentre è impegnato in una complessa manovra di spionaggio detta “ad alto fusto”, la quale consiste nel celarsi dietro il tronco dell’albero più anziano della foresta, Elle viene sovrastato da una sagoma di centauro.

Si gira, prima con gli occhi, poi la testa, le spalle e infine tutto il resto, e scorge un cavaliere munito di bandana antivento (anche se qui nel bosco di Leonia l’aria è più ferma di una lucertola al sole), larga veste richiusa a pantalone per cavalcare meglio e grosso medaglione sul petto. Il cavaliere brandisce un asta di legno incappucciata all’estremità, proprio come il capitano, il che rende la situazione ancor più interessante.

– So cos’hai con te – dice Caterina camuffando il tono di voce per sembrare qualcun altro che non sia lei.

– Io non so nemmeno tu chi sia – risponde Elle, francamente interdetto, ma non spaventato.

Il travestimento funziona.

– Dimmi – lo incalza il cavaliere – Cosa ti rende così spavaldo? O forse dovrei dire meno codardo del solito?

Elle si osserva dai calzari alla pettorina senza trovare una risposta.

Caterina ficca la mano in una delle bisacce legate alla sella, ne tira fuori una piccola ampolla contenente un liquido grigio-nerastro.

Elle d’impulso si porta una mano alla guancia.

– Cosa ne sai tu?

Caterina non fa in tempo a giocarsi la sua risposta ad effetto che …

Colpo di scena, qui nel Bosco di Leonia: il confronto testa a testa tra Caterina dell’Orzo e il capitano Elle viene bruscamente interrotto dall’intervento di quella che sembra essere un’anziana donna dalla faccia arsa dal sole che corre all’impazzata emettendo un urlo terrificante che quasi ci fa desistere dal continuare questo racconto. Il capitano non sa che fare, preso com’è dalla morsa della vecchina che gli si è avvinghiata contro. Caterina sembra suggerirgli qualcosa ma dubito che possano capirsi con quel frastuono.

In qualche modo Elle si libera dalla presa, toglie il cappuccio alla sua asta e la dirige verso la vecchina che smette all’istante di urlare, ma non di essere terrorizzata. Al contrario, il tremolio dovuto alla sua veneranda età ora appare accentuato, quasi incontrollabile. Ma è ferma, non si muove e non emette alcun suono.

– Dovevi proprio? – chiede Caterina.

– Non sapevo cosa… Ehi! Perché tu non sei sotto l’effetto dell’a…

Caterina scampanella la boccetta con il liquido, e il capitano capisce, o almeno finge, o per lo più prende tempo per riflettere sul da farsi. Dunque, potrebbe provare a concentrare tutto il flusso sul cavaliere per immobilizzarlo, sì, ma poi la vecchina avrebbe ricominciato a strillare e non era proprio il caso. Poi pensava alla boccetta, perché ce l’aveva anche quel tizio? e, soprattutto, è quello che… ma perché non abbiamo in dotazione le stesse lance delle guardie di Palazzo? Un momento… Dov’è il cavaliere?

Elle gira attorno all’asta ma non lo vede da nessuna parte. Forse è scappato, forse ha funzionato, forse…

Attenzione! Caterina mette a segno un attacco con un grosso fendente del suo lungo bastone dritto sul cervelletto del Capitano che si scioglie al suolo come una candela consumata. Caterina scende da cavallo, ricopre l’estremità dell’asta di Elle e la prende con sé, lasciando la propria accanto al corpo senza conoscenza. A questo punto resta un solo problema: la vecchina. Perché urlava, ci chiediamo. E perché ha ricominciato. Ma non importa, poiché ha già ripreso la fuga ed è scomparsa nella boscaglia.

La missione può dirsi compiuta con un ottimo risultato. Il capitano della formazione della Taverna può dirsi soddisfatta e scoprire finalmente il viso… Anche se… Aspettate un momento… Non è che per caso… Incredibile! Ancora un colpo di scena, qui nel Bosco di Leonia!

– Fossi in te non mi rilasserei così presto – dice con una voce forzata e roca una figura alle spalle di Caterina.

Ignoto! – Caterina ha un sussulto, si gira di colpo e scompare in una nuvola rosacea.

Testo e storia: Francesco Di Concilio
Web editing: Francesco Lupo
Copertina: Ivo Guderzo

Capitolo 8.1 – La congiura di Caterina

CdV - Cap. 8.1 - La congiura di Caterina

Cronache di Vaffambaffola

mmaginate.

E se solo questo non vi basta, allora immaginate di alzarvi in volo, librarvi nell’aria frizzante del mattino e percorrere un frammento di paesaggio.

Immaginate di sorvolare un fitto bosco, appena scalfito da piccole vene di terra battuta, che si scorgono appena tra il folto dei rami.

Ci siete? Perfetto.

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Capitolo 7 – “Da le rive gelate à i lidi ardenti”

Capitolo 7 - “Da le rive gelate à i lidi ardenti”

Seriosissima Repubblica di Vaffambaffola e Limitrofe

Quarta di Seminato

Anno 30 E.d.P.

Nel frattempo, a palazzo.

Con una gran sorchiata1, Cicciomede alza la testa dal cuscino in cui l’aveva sprofondata e scopre che è giorno. Scopre anche di avere un po’ di freddo e che la sua unica copertura consiste in due lembi strappati di una stessa pergamena che riporta i due pezzi separati di una poesia manoscritta. Di cosa si tratti non lo scopre, poiché lo sapeva già e per poco questa consapevolezza non gli costa un’altra perdita di sensi.

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Capitolo 6 – Non tutte le strade portano…

Cronache di Vaffambaffola

ulla terminologia che riguarda l’alba abbiamo meno riserve rispetto al tramonto. Tutti i vari sinonimi – aurora, bruzzico, bruzzolo… – si riferiscono indiscriminatamente al chiarore, spesso variopinto, che precede la comparsa del disco solare all’orizzonte.

Sulla terminologia usata da Sigfrido del Laudano detto Sla per sottolineare tale evento è meglio che sorvoliamo, cercando, piuttosto, di comprendere le cause della sua violenta sonnolenza.

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