Cronache di Vaffambaffola – 12.2

I soliti Ignoti

…ignoti

Fermi dove siete! O sarò costretto ad usare l’aquila contro di voi – dice il soldato con voce ferma, brandendo una lancia di legno con la punta coperta da un cappuccio di stoffa.
– No, un’altra volta no! – scongiura Frido, che ne ha avuto abbastanza da quando questa storia è cominciata.
Lon si stringe a suo fratello arricciando il naso in quella che vuole essere una smorfia minacciosa, ma che viene fuori confusa e incuriosita.
Ignoto fermati, per favore! Sono io, il Barone. – dice l’uomo barbuto che intanto si è messo in piedi e si spolvera i vestiti con dei gran ceffoni.
– Barone? – il soldato si toglie l’elmo per riconquistare una parte di visuale.
– Proprio io, – dice il Barone avvicinandosi, – ti ricordi di me?

Il soldato disegna con gli occhi strane figure sul terreno come per ricostruire un’immagine che fatica a venire fuori.
– Per caso vuoi dirmi che sei Neralbo? Neralbo della Lupa? Il fido consigliere di Pidaar l’Indeciso, detto ‘il Barone‘? Colui che ha aiutato Morgana a fondare la sua scuola? Quello che ha commissionato a Cicciomede la stesura della storia del Regno? Colui che…
– Certo che ne ha fatto di cose – sibila sarcastico Frido, dando a Lon una gomitata complice che la scaraventa a due braccia di distanza.
– Aspetta un attimo! – si rivolge di colpo verso il militare mentre aiuta Lon a rialzarsi – ha aiutato Morgana a fare cosa?
– Loro non sanno? – chiede il soldato di nome Ignoto al Barone, che intanto si sono abbracciati come fratelli ritrovati.
Loro non ricordano, erano piccole all’epoca, – risponde il Barone con un sospiro rassegnato, – e poi tutti questi anni sotto l’effetto delle aquile…
– Capisco – dice Ignoto i cui occhi pesanti di lacrime sbottano sulla giubba di maglia.

– Che fa? Piange? – chiede Frido, che ha dimenticato la domanda che aveva posto.
Lon si avvicina discretamente ai due che parlottano per provare a capirci qualcosa.

E’ giunta l’ora

– Allora è arrivato il momento? – chiede il soldato con gli occhi lucidi.
– Non proprio – risponde il Barone guardandosi attorno, – Diciamo che gli eventi sono precipitati a causa di quell’idiota di poeta! Non ci ha pensato due volte prima di cedere alle lusinghe e si è lanciato dritto tra gli artigli dell’aquila.
– Cosa gli staranno facendo in questo momento? – domanda Ignoto rivolto ai suoi calzari.
Probabilmente lo staranno abbuffando di complimenti per farsi rivelare dove ci troviamo noi altri. Per fortuna non potrebbe nemmeno lontanamente immaginare il luogo in cui sono stato fino ad ora. E non sa che sono tornato.

Il Barone si interrompe e per un attimo il suo sguardo è rapito da un bagliore di luce che sbuca timido tra le foglie dei cedri.

L’importante è che lui sia qui, ora. Al resto penseremo dopo. – il Barone si volta e fa una carezza affettuosa alla testolina arruffata di Lon che gli si è appostata dietro.

Mentre il soldato si ricompone, Lon sbuca dagli sbuffi delle braghe del Barone e gli si avvicina con aria provocatoria. Ignoto se ne accorge e istintivamente afferra la lancia con due mani, senza alcuna intenzione di utilizzarla.
– Cosa vuoi, ragazzina? – le domanda con voce dura.
Tu non sei chi dici di essere, vero? – la incalza la ragazzina.
Il soldato rimane paralizzato a fissare quel grumo di capelli e impertinenza. Punta la lancia a terra e vi si abbandona, come appesa.
Morgana mi aveva detto che eri in gamba – dice con un sorriso beffardo – ma non avevo idea di quanto.

Rivelazioni

– Insomma – insiste Lon – fino a stamattina ci davi la caccia con quegli sciroccati della tua truppa, e adesso eccoti qui, tutto lacrime e abbracci con il signor Barbafolta,.
– Ehi – protesta pigramente il Barone sentendosi chiamato in causa dall’indice di Lon.
Livia del Laudano detta Lon, vero? – le domanda il soldato, lasciandola spiazzata. – Hai fatto un buon lavoro finora, anche se immagino non ne conosci bene il motivo.
Ignoto guarda per un attimo in direzione del Barone che gli risponde con un cenno quasi impercettibile della testa.
– Forse ti dobbiamo qualche spiegazione.

Frido si mette a sedere, non senza difficoltà, a gambe incrociate accanto a Lon, rassegnato e incuriosito di ricevere pure lui, suo malgrado, la sua parte di verità.

Sono arrivata a Vaffambaffola che ero molto piccola, molto più di te.
A quel tempo la mia famiglia era ricercata ben oltre i confini del Regno. Più di una volta abbiamo rischiato di essere catturate a causa di delatori che ci hanno riconosciuto. Ma in qualche modo siamo riuscite a farla franca, anche se molto stanche di fuggire e nasconderci.
Eravamo decise a non ripetere lo stesso errore.

Poco più di dieci fioriture prima…

“All’ingresso del villaggio, mia madre e mia sorella maggiore decisero di separarci per non attirare l’attenzione. Così, mia sorella bussò alla porta della prima osteria che trovò offrendosi come servitrice. Mia madre la raggiunse qualche giorno dopo sotto le spoglie di una cavallerizza nomade. Prima mi vestì da ragazzo e mi accompagnò al portone del palazzo d’Armi, nella nicchia dove si lasciano gli orfani, promettendo che sarebbe venuta a riprendermi e che sarebbe sempre stata in contatto con me.

“Ero piccola ma agile e forte per la mia età, perfetta per le truppe volontarie della Repubblica. Nessuno sapeva come mi chiamassi o da dove venissi, per questo mi chiamarono Ignoto. Nemmeno si accorsero che in realtà ero una femmina.

Riuscii a mantenere i contatti con mia sorella e mia madre grazie al sistema che avevamo scoperto a Usma, e che aveva causato il nostro banno da qualunque villaggio. Vedendo tutti quegli animaletti che entravano e uscivano, i miei commilitoni se ne stavano alla larga perché pensavano che fossi, in parte, anch’io un animale del bosco o qualcosa del genere.
All’inizio si trattava solo di stupida superstizione, ma quando la cosa arrivò agli alti ufficiali, cominciai a sentirmi davvero osservata.

“Per fortuna, con il tempo, mia sorella perfezionò lo strumento e ora le scritte si trasmettono senza animali che portano il messaggio. Meno poetico, certo, ma più efficace.

Lon afferrò il Diario e lo strinse forte tra le mani. Qualcosa nella sua testa deve aver trovato una via di fuga, perché il suo sguardo si trasforma gradualmente da curioso e accigliato ad ammirato e commosso.

– Esatto, Lon, proprio quello – continua Ignoto con il suo racconto, – Rimanemmo in contatto durante tutto il mio addestramento militare, finché non fui assegnata alla truppa dell’Anatra. A quel punto, avevo già tutte le informazioni che mi occorrevano.
Per il resto dovevo solo continuare a fingere ed aspettare.
Perfezionai il travestimento, resi i miei lineamenti più ispidi con una pasta fatta di argilla e resina di abete, in attesa del momento in cui il Barone sarebbe tornato, nonostante non sapessi chi fosse o cosa stesse davvero accadendo.
Mi fidavo ciecamente di mia sorella e questo bastava.

Somiglianze

– Aspetta un attimo – domanda Frido come in preda a un’estasi improvvisa, – Vuoi dire che Morgana è tua sorella?
– A dire il vero mia sorella si chiama Goraman – risponde Ignoto, – ma sì, voi la conoscete con il nome di Morgana l’Alchimista.
Il soldato si stacca la pasta di resina dalla faccia, svelando lineamenti molto familiari.
Frido e Lon, guardando il vero volto del soldato, deglutiscono un pompelmo che gli si era incastrato in gola.

– Aspettare il Barone per cosa? – riesce a chiedere Lon la cui bocca è diventata una steppa arida.
Per liberare Vaffambaffola – risponde il Barone.
– Da chi? – domanda Frido mentre inghiotte polvere e piante grasse.
Dalla paura – risponde d’istinto il Barone, – Ma ora non perdiamo altro tempo, rimandiamo le rivelazioni. Dobbiamo andare via di qui, o ci troveranno. Nilla… ops, scusa… Ignoto, le tue sembianze da soldato possono aiutarci per un altro po’, non credi?

Neverstarting story

Ignoto sistema di nuovo l’armatura, ma lascia perdere la pasta di resina. Ci ha avuto a che fare per troppo tempo e ora è stanca. Impugna la lancia col cappuccio e si mette alla testa della carovana. Frido ha aumentato il passo per starle il più vicino possibile, nonostante l’intralcio del carretto, mentre il Barone e Lon disquisiscono delle felci che incontrano lungo il cammino.

I due parlano come se si conoscessero da sempre e Lon, impaziente come al solito, riesce a placare la sua fame di sapere perché intuisce che dietro tutto questo c’è qualcosa di grosso, qualcosa che la riguarda direttamente.

Di tanto in tanto lancia uno sguardo languido verso la soldatessa camuffata, che nemmeno se ne accorge. Poi guarda suo fratello sbavarle dietro e pensa che tutta questa storia non sarà per niente facile. Non importa.

Non bisogna tirarsi indietro, perché questa è la storia di tutti, di tutte, e anche la sua.

 Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco PennaNera

Cronache di Vaffambaffola – Capitolo 12.1

Tentativo di riassunto dei capitoli precedenti: Nel tranquillo e operoso villaggio di Vaffambaffola, un evento inaspettato stravolge la giornata di due contadini, Sigfrido e Lon: viene proclamata una grande cerimonia in onore del Sommo Poeta e da quelle parti passa un viandante dall’aria polverosa e malandata che chiede del Palazzo di Pidaar. I due potevano farsi gli affari loro, come il contadino sperava, ma la sorellina vuole vederci chiaro e corre dietro al viandante. Peccato che sembra sia scomparso nel nulla. Frido e Lon, così, vengono a conoscenza di cose del passato di Vaffambaffola che ignoravano, e altre ne dovranno scoprire cercando la Pidaarica Historia, cronaca ufficiale di quando Vaffambaffola era un regno, scomparsa insieme al suo celebre e nebuloso autore.

I soliti Ignoti

Nebbia e boschi

Frido fende la fitta nebbia rosa con la sua mole da bisonte. L’aria salmonata ristagna e punge gli occhi come una cipolla fracassata. Il contadino riesce a scorgere le radici sporgenti attraverso la stretta fessura dei suoi occhi. Il carretto cui è attaccato lo segue sbatacchiando Lon come una marionetta. La ragazza ha gli occhi chiusi e cerca di stringere a sé ginocchia e Diario.
Si fermano. La visibilità è ridotta alla punta del naso. Frido prova a spalancare gli occhi grondanti di lacrime. Molla i manubri del carretto per poter compiere qualche passo incerto nei dintorni.


Tu vedi qualcosa Lon? – dice, rivolto a sua sorella.
A rispondere, invece, è una voce grave e tonda, che sembra arrivare da nessuna direzione precisa: – Hai ragione, non è una granché la vista, oggi.
Frido ha un sussulto. Torna in direzione del carretto, o almeno nella direzione dove pensa dovrebbe esserci il carretto, ma si trova a tastare alberi e a inciampare sui sassi. Invoca Lon con la voce che gracida come quella di una rana spaventata.

Cos’hai da gridare tanto? – domanda Lon dalle sue spalle.
– Lon? – Frido si voltà di scatto e le tasta la faccia con le falangette callose.
– Frido, mi sembri sorpreso. Lo sai che abbiamo viaggiato insieme, sì? – chiede Lon fingendo apprensione.
– Non hai sentito anche tu? – chiede Frido, apprensivo sul serio.
– Sentito cosa?
Quella voce… Quella voce di uomo. – Frido tende l’orecchio come per catturare la minima vibrazione sospetta.
– Parli di Totò? – disse Lon indicando verso una direzione qualsiasi del bosco – E’ diventato bravo nelle imitazioni, sai. Dovresti sentire come riesce a fare la voce di…
– No! – la interrompe Frido – Non era il tuo pollo.
– Craaa! – protesta Totò.
– Era una voce di uomo, grosso e… molto, molto vicino.
– Come questa? – disse la voce di uomo grosso molto, molto vicina.


Frido e Lon si afferrano di colpo come due polpi e si stringono forte l’uno all’altra.
– Chi sei? – chiedono in coro.
– Dipende da chi lo domanda – risponde la voce ridacchiando di gusto – Voi dovreste essere Frido e Lon del Laudano, giusto?
– Co… come fai a conoscerci? – domanda Lon con un filo di voce.
– Bè, – la voce si fa seria e cadenzata, – diciamo che in questi giorni abbiamo avuto modo di parlare parecchio.

La nuvola di nebbia rosa si fa da parte come un sipario di fiocchi di cotone. Un uomo dalla testa e la faccia irte di peli soffici e pettinati inclina il busto in avanti. La figura imponente, anche se non quanto quella di Frido, è coperta da un lungo saio di stoffa cangiante dai colori quasi indefinibili che gli sbuffa scintillando fino alle braghe vaporose. Dalle ginocchia partono un paio di calzoni attillati bianchi e i piedi sono infilati dentro scarpini di cuoio marrone.
L’uomo indica il libro che Lon porta appeso a tracolla. La ragazzina si stacca da Frido, afferra il Diario con entrambe le mani e lo osserva con l’aria di chi si ritrova per la prima volta quell’oggetto tra le mani.

Il Barone

Poi punta verso l’uomo con gli occhi spalancati dalla meraviglia:
Allora tu sei…
– Chi? – chiede Frido, che ha di nuovo serrato le fessure dei suoi occhi.
Mi chiamano ‘Barone’, e per il momento vi basta sapere questo. Adesso, però, andiamo perché qui non siamo per niente al sicuro. Posso aiutarvi a trovare il Tugurio che cercate…
– E come può essere? – domanda Frido, deciso a non muovere un passo.
– Perché si trova dalle mie parti – risponde il Barone guardandosi attorno come a controllare che sia tutto a posto, prima di addentrarsi impettito nella macchia. – Tira su quel carretto di cavoli e seguitemi, presto! – conclude con il tono di chi è abituato a impartire ordini ma a cui non interessa poi tanto che questi vengano eseguiti, purché qualcuno faccia qualcosa.


Lon, senza rifletterci un secondo, segue trotterellando il nuovo arrivato e Frido, incerto, riafferra il carretto che riprende la sua eterna lotta con l’attrito.

Intermezzo

Nell’angolo di bosco dove fino a poco tempo fa c’era la piccola carovana che stiamo seguendo, la nebbia rosa si è diradata del tutto.
A pochi passi da dove era comparsa la vaporosa figura dell’uomo che si fa chiamare Barone, da un cespuglio di rovi tremolante spunta fuori un essere dolorante. L’essere si mette in piedi sulle gambe mentre si schioda gli spini uno ad uno dalle più diverse parti del corpo.
È un uomo alto, slanciato e guardingo.
Non lontano, verso il folto della boscaglia, intravede la piccola carovana in cammino. Emette un sospiro sordo, come una risata soffocata, e sorride.
Poi torna serio e comincia a correre a perdifiato nella direzione opposta senza badare a mettere d’accordo gli arti tra loro.

I soliti

Durante il tragitto, la piccola Lon tempesta il nuovo arrivato di domande circa la nebbia rosa, del perché è arrivato lì proprio in quel momenti, se è davvero lui il tizio con cui parlava attraverso il Diario, ma l’unica risposta che ottiene è un “Non è ancora il momento, mia cara, abbi pazienza”, che non contribuisce certo a placare la sua curiosità.

Sigfrido se ne sta muto a rimuginare che quel tizio proprio non gliela conta giusta. Lo aveva sentito nominare diverse volte da Morgana e da Edgardo, in passato, ma chi può dire che sia davvero lui, chiunque egli fosse, perché, in ogni caso, non ne aveva nessuna idea.
Come fa a sapere del Tugurio, dei loro nomi, del viaggio?

Poi, all’improvviso, una scintilla di genio gli si accende negli occhi a fessura e lascia il carretto di colpo.
– Loooon! Allontanati subito da lui! – urla a squarcia gola mentre corre a tutta velocità verso i due.
Lon lo scanza all’ultimo per cogliere un fiore primizio del sottobosco, mentre Frido frana addosso al Barone bloccandolo a terra.

Tu sei una guardia della Repubblica! – gli alita rabbioso a mezzo palmo dalla faccia.
– No – risponde il Barone con serenità.
– Si che lo sei! – insiste muggendo il contadino.
– No che non lo sono – precisa il Barone, serafico.
– No che non lo è – conferma qualcuno alle loro spalle. Qualcuno che non è Lon.
Io sono una guardia della Repubblica e vi dichiaro agli arresti per alto tradimento della Seriosissima.
Frido e il Barone scattano in piedi, o almeno ci provano, nonostante le loro stazze fuse insieme glielo impediscano. Allora scattano a sedere.

Lon rimane impietrita a fissare il soldato sbucato dal nulla, che le fa un occhiolino complice e dice:
Affollato il bosco oggi, vero?

 Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco PennaNera

Capitolo 11.2 – I Natali del Re

Croache di Vaffambaffola - Capitolo 11

Tempi moderni

Dove eravamo rimasti: Nel 2019 Amelia Bonamente e i sue due inattesi “ospiti”, un personaggio vestito come un sofà dell’Ottocento che si fa chiamare “il Barone” e una nerboruta signora di nome Caterina, percorrono, cercando di non dare nell’occhio, la strada che porta dalla facoltà di Fisica fino a casa di Amelia per trovare degli abiti che non attirino troppo l’attenzione.

– Sono partiti! Sono partiti! Finalmente!
– Non urlare! Si era detto di non dare nell’occhio, ricordi? E poi non sarebbe stato meglio lasciarlo al laboratorio quel coso?
– Non potevo aspettare così tanto prima di sapere.
– L’impazienza sarà la tua rovina, caro il mio Barone.

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Capitolo 11.1 – I Natali del Re

Croache di Vaffambaffola - Capitolo 11

O di come si racconta che Pidaar sia nato e arrivato a Vaffambaffola

Dove eravamo rimasti: Cicciomede fa ritorno a Vaffambaffola per essere insignito del titolo di Sommo Poeta per l’opera svolta sotto il regno di Pidaar l’Eccelso, che ha preceduto l’avvento Repubblica. Dopo essere stato accolto a palazzo con quasi tutti gli onori del caso, sotto la guida, o meglio, sotto la dettatura di Mastro Tesia di Nido, Ministro delle Arti e dei Mestieri, comincia la nuova stesura della sua opera più celebre andata perduta, la Pidaarica Historia, che però non sembra coincidere troppo con l’originale…

elle antiche terre di Usma, sul monte Miedo, Mitri e Ghali, il Caldo e il Freddo, capostipiti degli dèi, si mescolarono tra loro provocando la tempesta più terribile che il mondo abbia mai conosciuto.
Dall’occhio del ciclone, oltre alla morte e alla devastazione, nacque Pidaar, “Colui che custodisce”.

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