Capitolo 11.2 – I Natali del Re

Tempi moderni

Dove eravamo rimasti: Nel 2019 Amelia Bonamente e i sue due inattesi “ospiti”, un personaggio vestito come un sofà dell’Ottocento che si fa chiamare “il Barone” e una nerboruta signora di nome Caterina, percorrono, cercando di non dare nell’occhio, la strada che porta dalla facoltà di Fisica fino a casa di Amelia per trovare degli abiti che non attirino troppo l’attenzione.

– Sono partiti! Sono partiti! Finalmente!
– Non urlare! Si era detto di non dare nell’occhio, ricordi? E poi non sarebbe stato meglio lasciarlo al laboratorio quel coso?
– Non potevo aspettare così tanto prima di sapere.
– L’impazienza sarà la tua rovina, caro il mio Barone.

Ci siamo quasi, devo solo sperare di non incontrare nessuno che conosca. Soprattutto la signora Martini, o comincerà con il solito terzo grado: come stai cara? Che fine ha fatto quel bravo giovine? Come è possibile che non sei ancora sposata? Una ragazza, in gamba come te… ti manca solo di farti una famiglia. Già me l’immagino: e chi sono questi? Tuoi amici? Fate una festa? Mi raccomando non fate troppo baccano che i vicini si lamentano.
Sì, come no?! I vicini… E suo marito che inizia a balbettare ogni volta che mi vede e quando rientro a casa sta attaccato allo spioncino. Lui non lo sa, ma io lo sento che balbetta in silenzio. Sicuramente ci vedrà, devo inventarmi qualcosa.
Ecco.
Ce l’ho.
Sono gli zii, zii venuti da lontano a trovarmi e sono vestiti così, perché… perché…

– Ma io quel tizio lo conosco! – dice all’improvviso il Barone puntando verso uno sconosciuto dall’altro lato della strada.
Provoca quasi un tamponamento. È un concerto di clacson dedicato a noi. Il Barone si spaventa, il Diario gli cade ma lo riafferra subito e lo stringe al petto.
Ha detto di essersi trasportato in seguito ad uno spavento. Questa volta non gli è riuscito il giochetto. Perché sento che la cosa da un lato non mi dispiace?
Lo stupido ha ripreso la corsa, la gente lo filma col cellulare. Tra pochi minuti sarà già su internet con un titolo tipo “Sciroccato in abiti rinascimentali dà spettacolo in mezzo al traffico”, oppure “Leonardo da Vinci è tornato e blocca il traffico”.
Sta seguendo proprio quel tizio, ci manca solo che arrivi la polizia, adesso. Guardo Caterina in cerca di aiuto, ma è troppo occupata a guardarsi attorno e a chiedere ai passanti il prezzo di ogni cosa.
L’afferro da una manica e la trascino nella rincorsa di quello sciroccato, che intanto ha cominciato a gridare “Ehi, Ehi!” allo sconosciuto, l’unico che, chissà come mai, non si è ancora accorto di nulla.
Deve essere uno sveglio.
Dopo qualche isolato, l’uomo si infila in una strada secondaria, la quale, se siamo fortunati, sarà poco illuminata e senza uscita.
Ed è proprio così, strana la vita eh?

– Barone, fermati! – provo a urlare senza crederci troppo.
A una decina di metri davanti a noi il Barone arriva a toccare una spalla dello sconosciuto che si gira e si mette a gridare: – Lasciami in pace o chiamo la polizia!
Il Barone molla la presa, arretra di un passo stringendo ancora il diario a sé. Scruta l’uomo da capo a piedi, lo fissa per degli istanti infiniti. Poi gli punta contro un dito e dice, con un sospiro quasi strozzato, “Tu?”.

Una nuvola di fumo rosa li avvolge, e, quando svanisce dispersa dal vento, lo sconosciuto è scomparso e del Barone non c’è più traccia.

SECONDA PARTE

In preda alla disperazione, il Prediletto si recò immediatamente da, Zama e Puttr, di cui si fidava, per chiedere consiglio sul da farsi, poiché non aveva idea alcuna di dove cominciare a cercare.
Questi non ebbero a dubitare nemmeno un istante sull’occasione propizia di far fuori lo scomodo fratello. Gli consigliarono, infatti, fingendo una profonda compassione, di rivolgere la sua attenzione verso gli Usmanni, popolo che abitava le pendici del monte Miedo, in eterno conflitto con gli dèi.
Gli abitanti di Usma avevano, per natura, un temperamento focoso e dal grande coraggio, che, però, in età matura sfociava in vera e propria spavalderia e avventatezza.
Per questo motiva, per gli Usmanni possedere la Pietra di Mieduro non significava solo la fine del potere degli dèi, ma anche la loro stessa sopravvivenza come individui e come popolo.
Di fatto, la pietra, grazie al suo influsso immobilizzante per mezzo della paura, aveva sugli Usmanni, di natura scapicollati, un effetto “normalizzante”, permettendo loro di compiere gesta e azioni che, in condizioni comuni, li avrebbero portati due volte su tre verso una ferita grave o una morte certa.


In passato, furono numerose le truppe di Usmanni che adirate, si diressero verso i cancelli del Miedo, ma gli dèi si prendevano gioco di loro, ora esponendoli all’effetto della pietra, rendendoli calmi e ragionevoli, ora annullando l’effetto, provocando dolorose disfatte autoinflitte.
Alle orecchie di Pidaar, quella spiegazione non faceva una piega: gli Usmanni avevano rubato la Pietra dopo aver varcato di nascosto i sacri cancelli.
Egli, dunque, in preda al senso di colpa, si incamminò in direzione di Usma per tentare di riguadagnare il posto che gli spettava tra gli dèi del Miedo.
Mentre rifletteva sul da farsi ai piedi di un oleandro, Pidaar cadde in un sonno profondo e tormentato: sognò di giungere alle porte di Usma e di venire letteralmente sommerso dai cittadini fino a soffocare in un’enorme mischia umana. Al risveglio, sudato e spaventato, decise che occorreva un’altra strategia. Doveva fare in modo di attirare gli Usmanni fuori da Usma, dove sicuramente avrebbero portato con sé la pietra o pezzi di essa farla sua con l’aiuto di un esercito di fedeli.

Occorreva, a quel punto, trovare i fedeli.
Il problema era: dove?
L’ideale sarebbe stato cercare un posto quasi sconosciuto, a malapena segnato sulle mappe, dove nessuno avrebbe pensato potesse nascere qualunque cosa che non sia una cucurbitacea. Lungo il cammino, chiese a passanti e mercanti se esistesse un posto del genere, ma nessuno ne era a conoscenza, il che era un buon segno: che quel posto era davvero sconosciuto.
Lungo il cammino, brucando un cespuglio di tarassaco, Pidaar vide un enorme montone dalla folta lana bianca e nera che brucava un cespuglio di tarassaco pure lui. Un esemplare di razza mista, il quale appena si sentì osservato, si preparò per caricare.
Pidaar lo riconobbe: era il montone in groppa al quale l’avevano legato i fratelli quando volevano farlo fuori, solo più grande e inferocito. Gli raccontò la sua triste storia e il montone si commosse, accettando di fargli da cavalcatura ovunque Egli volesse andare.

In sella a quel lanoso destriero che correva come colto dal fuoco divino, un cocente pomeriggio, Pidaar arrivò finalmente nel luogo perfetto, sconosciuto e insignificante al punto giusto, per mettere in atto il suo piano.
A proteggere quel villaggio di contadini non c’era nessuno: niente mura, niente parvenza di guardie o di gente che girava in gruppo brandendo grossi rastrelli.
Nemmeno l’ombra di un governate o qualcosa di anche lontanamente simile. Pidaar capì che quello era il posto giusto.

Il nome di quel luogo, ebbe modo di apprendere dalla gente del posto, era Vaffambaffola.

– Ecco, la mia storia comincia da qui! C’ero anch’io quel giorno… ricordo il montone… Pidaar che piangeva di gioia… la gente che non sapeva se accoglierlo o prenderlo a falciate… Se solo avessi le mie bozze, non faremmo nessuna fatica.
– Ma non ce le hai, sconsiderato di uno scrivano! Ed ora sono là fuori in balia di chissà quale losco figuro che può usarle come meglio crede.
– Ma qualcosa la ricordo, al Tugurio potrei avere ancora degli appunti e…
– Niente da fare, scrivano, il tuo Tugurio a quest’ora sarà già in fiamme insieme alle scartoffie che conteneva. Non perdiamo altro tempo e inizia a scrivere il titolo del prossimo capitolo: Di come la gente di Vaffambaffola elesse Pidaar a proprio sovrano assoluto.
Ma… non si può eleggere un sovrano.
– …
– Va bene, va bene! Scrivo, scrivano.

Incontri

Dove eravamo rimasti: Frido e Lon, lasciano la stazione di posta dove hanno incontrato Edgardo del Crisantemo e il suo asino, i quali, oltre a terrorizzarli riguardo ciò che avrebbero trovato al tugurio, gli consegnano un plico di scartoffie appartenute, pare, a Cicciomede da Vaffambaffola, che riportano gli appunti per la stesura per la sua più grande opera, la Pidaarica Historia.

Lon saltella sballottolata dal movimento del carretto stuzzicato dal terreno dissestato. Scrive e riscrive nel Diario frasi sconnesse e tendenti allo scarabocchio, senza riceverne nessun beneficio.
– Ehi, qui il coso non risponde.
– Sarà stanco – risponde invece Frido con una scrollata di spalle che scrolla un po’ anche il carretto.
– Sarà… – sospira Lon lanciando lo sguardo nel folto della foresta.
Nello stesso istante, dalla stessa direzione, appare un bolide nero che vola gracchiando a tutta velocità nella loro direzione.
– Guarda Sla, è Totò – dice Lon.
– Mmm, sembra si stia lanciando contro di noi in un attacco suicida – dice Frido alzando a malapena la testa.
– Craaaaaaaaaaaaaaaaaaa – dice Totò che sembra andare più veloce del suo verso.
Arrivato a un metro dalla testa della ragazza, senza che questa si sposti di un millimetro, la cornacchia si arresta di colpo e inizia a battere le ali velocissimo per tenersi in volo come un colibrì obeso.
– Guarda che puoi posarti, Totò – cerca di tranquillizzarlo Lon – Ma che succede, dove sei stato?

Totò, la cornacchia che si crede un merlo indiano, si posa su un cavolo cappuccio e spalanca il becco per riprendere fiato, con la lingua che gli esce di lato e qualche parola che, nonostante tutto, gli sfugge dalla gola:
Inferno. Bosco. Craaa. Ignoto. Qui. Tu. Vieni con me. Craaaa
– Calmati o esploderai in mille piume, buon Mitri! – dice Frido, che intanto ha fermato il carretto.
– Deve essere successo qualcosa nella foresta – suggerisce Lon guardando verso il punto che stava fissando prima.
– Succede sempre qualcosa dove si aggira questo chiacchierone – Frido va a sedersi su un masso poco lontano.
Craaa. Rosa. Ignoto. Vieni con me. NO. NO. Craaa.
– Ma quel fumo rosa non c’era prima – Lon indica una leggera nebbia che si innalza dalle cime degli alberi in lontananza – Forse ha a che fare con ciò che ha visto Totò, vero Totò? – chiede rivolta al volatile.
– Craaa.

Poi si volta verso il fratello, che la guarda a sua volta, poi si alza appesantito facendo leva con le braccia sulle ginocchia e dice:
– Fammi indovinare: vuoi andare a vedere. E… aspetta non me lo dire: Morgana mi ha detto di fidarmi di te e del tuo istinto, giusto?
– Esatto.
– Sono proprio un contadino fortunato!
Frido afferra di malavoglia le maniglie del carretto, con un colpo di reni inizia a camminare e le ruote ricominciano a fare a cazzotti con lo sterrato, in direzione del fumo rosa.

 Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco Lupo

Capitolo 11.1 – I Natali del Re

O di come si racconta che Pidaar sia nato e arrivato a Vaffambaffola

Dove eravamo rimasti: Cicciomede fa ritorno a Vaffambaffola per essere insignito del titolo di Sommo Poeta per l’opera svolta sotto il regno di Pidaar l’Eccelso, che ha preceduto l’avvento Repubblica. Dopo essere stato accolto a palazzo con quasi tutti gli onori del caso, sotto la guida, o meglio, sotto la dettatura di Mastro Tesia di Nido, Ministro delle Arti e dei Mestieri, comincia la nuova stesura della sua opera più celebre andata perduta, la Pidaarica Historia, che però non sembra coincidere troppo con l’originale…

elle antiche terre di Usma, sul monte Miedo, Mitri e Ghali, il Caldo e il Freddo, capostipiti degli dèi, si mescolarono tra loro provocando la tempesta più terribile che il mondo abbia mai conosciuto.
Dall’occhio del ciclone, oltre alla morte e alla devastazione, nacque Pidaar, “Colui che custodisce”.

– Colui che custodisce?
– Silenzio!
– Siamo sicuri che sia proprio cos…
– Taci e seguita a scrivere, scrivano!
– Io sarei l’autore, ma va bene… scriviamo…

Il bambinetto, nato dalla tempesta, era destinato a reggere le umane sorti, succedendo ai suoi due padri a capo della schiera degli dèi del Miedo.
Fatto che fece ingelosire Zama e Puttr, il Dentro e il Fuori, i guardiani del cancello, destinati a sorvegliare in eterno il sacro accesso ai piedi della montagna sacra.
“Perché?” chiesero ai loro progenitori, in seguito alla designazione di Pidaar come successore, “Perché lui e non noi, che siamo nati prima e abbiamo divinità da vendere?”
Ma le ragioni degli dèi sono imperscrutabili a noi mortali e spesso anche agli dèi stessi.
Ciò che era deciso era legge.
“Occupatevi dei cancelli, voi, che c’è sempre un gran viavai”.
Tornati al loro compito, Zama e Puttr, non lasciarono trascorrere nemmeno un istante senza pensare a come togliere di mezzo l’odiato fratello.

– A me Pidaar non ha mai raccontato questa storia.
– Ma certo, sciocco! Come potevi tu comprendere un mistero divino come questo?
– In effetti non lo capisco, anche perché non sapevo che il re fosse…
– … un dio? Eh Eh, pensaci, o scrivano, e vedi che molte cose si spiegano alla luce di ciò che ti sto rivelando.
– Uhm, in effetti ora è tutto più chiaro, ma non saprei proprio…
– Come potresti, umile poeta?
– Ma non ero “il Sommo” fino a qualche minuto fa?
– Lo diventerai quando avrai terminato la tua più grande opera. Ora scrivi!

Le loro malvagie macchinazioni prevedevano usi e modalità per niente degne di un dio e videro il loro culmine nel legare il fanciullo bendato in groppa a un montone impazzito in corsa verso le pendici del monte.
Ma il Prediletto trovava sempre la via del ritorno. Egli era un semidio, ed era “semi” solo perché era nato dalla tempesta, che di per sé portava morte e sgomento, motivo per cui non poté godere dell’immortalità pura.
In compenso aveva un ottimo senso dell’orientamento, e fece ritorno a casa quella sera stessa, tra il disappunto di Zama e di Puttr.

Le divinità invidiose attesero che Pidaar si facesse adulto, prima di trovare il modo di eliminarlo definitivamente. Capirono che colpirlo nel corpo era inutile. Dovevano, piuttosto, rivolgere la propria attenzione verso l’oggetto alla cui custodia era destinato: la Pietra di Mieduro.
La Pietra, originaria delle viscere del monte Miedo, era lo strumento con cui gli dèi infondevano la paura negli esseri viventi per sottometterli al proprio volere, o, quanto meno, per scongiurare in loro qualsiasi tipo di “volere”.
Con uno stratagemma, Zama e Puttr attirarono Pidaar lontano dalla teca sacra e si impadronirono della roccia.
Mitri e Ghali, di ritorno da una festa patronale, restarono sgomenti di fronte al triste spettacolo che trovarono: la teca sguarnita del suo prezioso contenuto.
Attesero sull’uscio undici giorni e undici notti, finché l’eletto non si presentò allo stremo delle forze. Quando gli chiesero spiegazioni, Egli ammise di essere venuto a conoscenza di un convivio orgiastico nella sacra foresta di Usma ove si era intrattenuto fino a quel momento.
Gli dèi, adirati, lo privarono della sua metà immortale e lo condannarono seduta stante all’esilio eterno, finché non avesse ritrovato la Pietra e non l’avesse rimessa al suo posto.

Da quel momento in poi Egli assunse il titolo di Pidaar, ovvero “Colui che cerca”.

FINE DELLA PRIMA PARTE

La memoria perduta

Dove eravamo rimasti: Frido e Lon raggiungono, dietro consiglio di Morgana e del Diario, la vecchia stazione di posta ormai dismessa, dove vive Edgardo del Crisantemo, un vecchio amico di Pidaar, che mostra loro alcune bozze originali della Pidaarica Historia, scartate o dimenticate lì dal suo autore, Cicciomede. Edgardo, detto Ed, gli svela in che modo Pidaar aveva convinto l’intero villaggio ad accettarlo come sovrano: aveva promesso loro l’immortalità e gli aveva fatto dono dell’inchiostro per ottenerla.

– Capite perché è così importante che voi troviate le bozze originali? – chiede Edgardo a fratello e sorella, occupati a rimettersi a posto la mascella, in seguito allo stupore per la storia dell’inchiostro.
– Veramente no! – ammette Frido con uno sbuffo rassegnato.
Edgardo si alza in piedi in un accesso di disperazione. Si avvicina al ciuco, ne accarezza la criniera.
– La gente sta dimenticando a poco a poco tutto quello che è successo negli ultimi anni e, senza il resoconto originale e in mancanza del re, la Repubblica racconta la storia come meglio gli aggrada.
– Cosa c’è che non va nella storia della Repubblica? – chiede Lon accigliata.
– Niente, a parte il fatto che non è vera. E se non si racconta la Storia vera, rischiamo di dimenticare chi siamo – dice Ed cominciando a tremare.
– E chi siamo? – incalza ancora Lon.
– Proprio così… – l’omino canuto abbassa la testa sul petto con un sospiro, poi la rialza di scatto ed emette un urlo agghiacciante, – Andate a cercare quelle bozze, subito!

Spalanca la porta (ammesso che ce ne fosse bisogno) aiuta Frido a caricare le poche cose che li possano aiutare per il viaggio, compreso il plico di fogli contenenti le bozze, e in un impeto di entusiasmo che nemmeno lui si aspettava li abbraccia entrambi.
– E di questo, cosa ne facciamo? – domanda Frido indicando il Diario.
– Giusto, me ne stavo dimenticando. Dai un po’ qua! – Ed afferra il Diario, lo apre a una pagina a caso, intinge il pennino nel calamaio appeso al collo di Lon e scrive in fretta qualcosa.
Lo richiude con un tonfo e lo consegna alla ragazza.
– Ora potete andare – dice con un sospiro di sollievo e una smorfia che nelle intenzioni dovrebbe essere un sorriso.

Contadino, sorella e carretto si allontanano cigolando. Lon, in cima alle masserizie caricate sul carro osserva allontanarsi quella figura di omino smunto che la saluta mentre accarezza quella figura di asino smunto. “Dovrebbero nutrirsi meglio”, pensa. Poi apre il diario alla pagina dove Ed aveva scritto:

Sono andati, non temere!

In lontananza si ode il raglio disperato del ciuco: è un monito. Da quel momento in poi le cose si sarebbero affatto complicate.
Ma Frido e Lon non comprendono il ciuchese, a differenza di Edgardo, che lo conosce molto bene. Accarezzando l’asino dolcemente, gli sussurra all’orecchio:
– Non preoccuparti, se la caveranno.
Poi strappa un ciuffetto di margherite, ne dà metà al ciugo, l’altra metà se la ficca in bocca e inizia a masticare.

 Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco Lupo