Cronache di Vaffambaffola – Capitolo 13.3

Il Regno del Gioco – Parte 3

Precisazioni 

uttavia, di Neralbo della Lupa, detto il Barone, a dispetto delle buone intenzioni iniziali, abbiamo conosciuto solo le ragioni di cognome e soprannome. 

In quanto all’appellativo primo, ovvero Neralbo, che è quello con cui viene abitualmente chiamato, invocato o redarguito sin dai primi anni di vita.
Riguardo il suo nome, dicevamo, il mistero è meno fitto di quanto la storia del cognome faccia pensare. 

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Cronache di Vaffambaffola – Capitolo 13.2

Il Regno del Gioco – Parte 2

Adesso: La grande muraglia 

rido tasta pigramente la pietra per saggiarne la consistenza.
Prova a sospingere qualche mattone, ma l’unico risultato che ottiene è il suo piede d’appoggio che affonda nella fanghiglia sotto di lui. 

– Non ci resta che costeggiare le mura e cercare una via d’uscita o d’entrata – dice Ignoto, il soldato disertore, che poi è una soldatessa di nome Nilla

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Cronache di Vaffambaffola – Capitolo 13.1

Il Regno del Gioco – Parte I

Prima: Il nome del Barone

Dalla Pidaarica Historia

Il gentiluomo noto come Barone della Lupa era uno dei più fidati consiglieri di re Pidaar il Diffidente

Il suo nome era Neralbo. 
Subito dopo la sua ascesa al trono, il re gli diede l’incarico di produrre, conservare e trasmettere la cultura del Regno alle nuove generazioni e presso tutte le genti del Continente.

E lo fece su due piedi, d’istinto, sulla base del possesso, da parte di Neralbo, di un paio di visori a vetro gonfio, senza i quali il gentiluomo non avrebbe distinto un tavolo di legno da un bufalo. 

“Sei uomo oculato e minuzioso”, gli disse.

Neralbo era originario delle terre della Lupa, che niente ha a che fare con i cani selvatici ululanti.
La lupa, come molte contadine e fattori sanno bene, è quella splendida pianta, ricca di infiorescenze multicolori che cresce tra fave e fagiolini, il cui unico torto è quello di nutrirsi a loro discapito, provocandone la carestia

Ebbene nelle Terre della Lupa, di lupa ce n’era a perdita d’occhio.
Così tanta che i suoi abitanti, dopo stagioni e stagioni di estirpazioni ossessive, decisero di piegare sé stessi alla voracità delle infestanti. 

Presero a coltivare le piante a baccello apposta per nutrire le loro parassite, con le quali, scoprirono, si poteva cucinare un ottimo bollito

La regione che oggi conosciamo come Contea della Lupa, divenne una florida produttrice di lupa alimentare, rinomata anche nella città-stato di Usma e ben oltre lo Stretto

E’ risaputo che il nome di qualcuno o qualcosa, il più delle volte, non è stabilito da quel qualcuno o qualcosa in prima persona (o in prima cosa), ma da altri qualcuno (raramente altri qualcosa) che si prendono la libertà di decidere per loro. 

Motivo per cui ci ritroviamo il faggio che si chiama ‘faggio’, lo scendiletto che viene definito ‘scendiletto’ o Neralbo della Lupa, che viene chiamato ‘il Barone’. 

Appellativo, quest’ultimo, supplementare e accessorio, definito anch’esso da una volontà esterna. Un titolo, o una qualità, che si aggiunge a quella già esistente. 

Eppure, quella successione di segni e suoni, decisa a tavolino o quasi da estranei petulanti quando ancora non riusciamo a distinguere i colori, finisce per condizionare la nostra condotta o la stessa presenza in questo mondo. 

O negli altri, non fa differenza.

La bisnonna Orobanca

La famiglia di Neralbo, come quasi tutte in quella terra, viveva della coltivazione della lupa.
Divenne celebre e rispettata quando la bisnonna Orobanca, di fronte alla carestia causata dall’erba infestante, ebbe l’intuizione di provare a mangiarla

Re Pidaar, venuto a conoscenza dei fatti, lo nominò Barone della Contea (non sappiamo ancora perché non Conte) e questi, come suo primo incarico, predispose la costruzione di una tenuta a disposizione delle famiglie coltivatrici della regione. 

Ma questo cosa c’entra con la cultura? Si domanderà la lettrice attenta. Semmai si parla piuttosto di coltura.

La cultura c’entra eccome, a dire il vero, perché un giorno, nelle terre della Contea arrivarono a i saltimbanchi e a Vaffambaffola niente fu come prima

Arrivano i saltimbanchi. 

Dai tempi della sua fondazione, il piccolo villaggio di Vaffambaffola non si trovava su nessun itinerario importante a livello commerciale, rituale o semplicemente casuale.

A parte le mulattiere che portavano dai campi al borgo, si può dire che fosse un’isola circondata di terra, dove niente entrava e nulla usciva. 

Dal momento in cui fu proclamato il Pidaarico Regno, tuttavia, la notizia si diffuse in fretta sul continente e oltre lo stretto. A poche settimane dall’investitura di re Pidaar l’Eletto (anche se nessuno l’aveva eletto) giunsero alle porte del villaggio le più disparate carovane.

E, poiché Vaffambaffola di mura o di porte non ne aveva affatto, diffusero con facilità nel giovane regno merci, saperi, unguenti inutili e, su tutto, le loro arti

Una compagnia di acrobati, danzatrici, giocolieri, attrici in maschera, illusionisti, poetesse, domatori di istrici e scimmie pensatrici, in particolare, si accampò nei vasti prati di erba lupa della Contea, con grande meraviglia degli abitanti.

I quali, d’altronde, chiarirono subito che, se avessero distrutto le coltivazioni di Orobanca, come era stata ribattezzata l’erba in onore della bisnonna, li avrebbero invitati ad andar via accompagnandoli con zappe e badili. 

Gli artisti non toccarono l’erba lupa se non per mangiarne e quasi mai lo fecero direttamente: ne ricevevano, di fatto, in grande quantità da massai e contadine, preparata in decine di varianti diverse, in cambio dei loro spettacoli. 

La masnada fece in quel luogo la sosta più lunga che gli fosse capitata da quando saltavano sui banchi nei mercati e nelle fiere di paese. 

Il Regno del Gioco

Da tutto il regno arrivavano ogni giorno, dopo i lavori quotidiani o spesso senza averli nemmeno finiti, decine di persone ad assistere agli spettacoli o agli allenamenti, intrattenere conversazioni o fare proposte di matrimonio. 

Più di uno, tra i saltimbanchi, accarezzò il pensiero di abbandonare la vita nomade e stabilirsi nel regno.
Ma erano figli e figlie del vento: ovunque si posassero per un po’, le loro radici non potevano crescere abbastanza e sentivano il bisogno di seminarsi altrove per riprovare la stessa sensazione di germoglio

Tuttavia, per qualcuno di loro, il pensiero divenne intenzione, e da intenzione si trasformò in azione, segno che non si trattava di un pensiero pigro

Fu così che Andreina del Sabello, abile rimatrice all’improvviso di oltre-stretto e superba attrice, trovò dimora a Vaffambaffola e prese a insegnare le arti poetiche a chi ne facesse richiesta o volesse solo godere della sua avvenente presenza.  

L’altro a restare fu N’Dò, una scimmia pensatrice a cui re Pidaar si affezionò a prima vista per la sua grande abilità a non fare nulla in particolare e a lanciare urli lancinanti nei momenti meno opportuni.

Il re la trovava divertente, e d’altra parte il primate trovò piacevole la compagnia del sovrano, tanto da rendere difficile, a volte, capire chi avesse adottato chi. 

Gli altri e le altre partirono, non a malincuore, dopo due mesi di spettacoli e gozzoviglie, con la ferma intenzione di ritornare l’anno successivo, o magari prima del tramonto

Da quella stagione, non passò giorno senza che nel regno fossero presenti saltimbanchi, artiste e poeti

Vaffambaffola venne conosciuta come ‘il Regno del Gioco’, e non solo perché, in sostanza, nacque come regno-per-gioco.

Ora, in ogni viale e ad ogni crocicchio c’era qualcuno che intratteneva i passanti o accompagnava il loro passare con della musica e declamazioni, in cambio di cibo, inchiostro, monete straniere o sorrisi

Gli autoctoni sapevano bene che dietro ogni spettacolo, burla o lazzo c’era tanto duro lavoro e si erano talmente abituati a vedere spettacoli in strada e sui banchi, da diventare fini intenditrici e spesso pungenti critici.

Fatto che spingeva gli artisti ad affinare sempre di più le proprie abilità, per evitare di cadere nel banale, nel già visto o, peggio, negli improperi dei Vaffambaffolesi […] 

[DE PIDAARICA HISTORIA – LIBRO TERZO – Della Lupa e le sue terre, framm.]

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Cronache di Vaffambaffola – 12.2

I soliti Ignoti

…ignoti

Fermi dove siete! O sarò costretto ad usare l’aquila contro di voi – dice il soldato con voce ferma, brandendo una lancia di legno con la punta coperta da un cappuccio di stoffa.
– No, un’altra volta no! – scongiura Frido, che ne ha avuto abbastanza da quando questa storia è cominciata.
Lon si stringe a suo fratello arricciando il naso in quella che vuole essere una smorfia minacciosa, ma che viene fuori confusa e incuriosita.
Ignoto fermati, per favore! Sono io, il Barone. – dice l’uomo barbuto che intanto si è messo in piedi e si spolvera i vestiti con dei gran ceffoni.
– Barone? – il soldato si toglie l’elmo per riconquistare una parte di visuale.
– Proprio io, – dice il Barone avvicinandosi, – ti ricordi di me?

Il soldato disegna con gli occhi strane figure sul terreno come per ricostruire un’immagine che fatica a venire fuori.
– Per caso vuoi dirmi che sei Neralbo? Neralbo della Lupa? Il fido consigliere di Pidaar l’Indeciso, detto ‘il Barone‘? Colui che ha aiutato Morgana a fondare la sua scuola? Quello che ha commissionato a Cicciomede la stesura della storia del Regno? Colui che…
– Certo che ne ha fatto di cose – sibila sarcastico Frido, dando a Lon una gomitata complice che la scaraventa a due braccia di distanza.
– Aspetta un attimo! – si rivolge di colpo verso il militare mentre aiuta Lon a rialzarsi – ha aiutato Morgana a fare cosa?
– Loro non sanno? – chiede il soldato di nome Ignoto al Barone, che intanto si sono abbracciati come fratelli ritrovati.
Loro non ricordano, erano piccole all’epoca, – risponde il Barone con un sospiro rassegnato, – e poi tutti questi anni sotto l’effetto delle aquile…
– Capisco – dice Ignoto i cui occhi pesanti di lacrime sbottano sulla giubba di maglia.

– Che fa? Piange? – chiede Frido, che ha dimenticato la domanda che aveva posto.
Lon si avvicina discretamente ai due che parlottano per provare a capirci qualcosa.

E’ giunta l’ora

– Allora è arrivato il momento? – chiede il soldato con gli occhi lucidi.
– Non proprio – risponde il Barone guardandosi attorno, – Diciamo che gli eventi sono precipitati a causa di quell’idiota di poeta! Non ci ha pensato due volte prima di cedere alle lusinghe e si è lanciato dritto tra gli artigli dell’aquila.
– Cosa gli staranno facendo in questo momento? – domanda Ignoto rivolto ai suoi calzari.
Probabilmente lo staranno abbuffando di complimenti per farsi rivelare dove ci troviamo noi altri. Per fortuna non potrebbe nemmeno lontanamente immaginare il luogo in cui sono stato fino ad ora. E non sa che sono tornato.

Il Barone si interrompe e per un attimo il suo sguardo è rapito da un bagliore di luce che sbuca timido tra le foglie dei cedri.

L’importante è che lui sia qui, ora. Al resto penseremo dopo. – il Barone si volta e fa una carezza affettuosa alla testolina arruffata di Lon che gli si è appostata dietro.

Mentre il soldato si ricompone, Lon sbuca dagli sbuffi delle braghe del Barone e gli si avvicina con aria provocatoria. Ignoto se ne accorge e istintivamente afferra la lancia con due mani, senza alcuna intenzione di utilizzarla.
– Cosa vuoi, ragazzina? – le domanda con voce dura.
Tu non sei chi dici di essere, vero? – la incalza la ragazzina.
Il soldato rimane paralizzato a fissare quel grumo di capelli e impertinenza. Punta la lancia a terra e vi si abbandona, come appesa.
Morgana mi aveva detto che eri in gamba – dice con un sorriso beffardo – ma non avevo idea di quanto.

Rivelazioni

– Insomma – insiste Lon – fino a stamattina ci davi la caccia con quegli sciroccati della tua truppa, e adesso eccoti qui, tutto lacrime e abbracci con il signor Barbafolta,.
– Ehi – protesta pigramente il Barone sentendosi chiamato in causa dall’indice di Lon.
Livia del Laudano detta Lon, vero? – le domanda il soldato, lasciandola spiazzata. – Hai fatto un buon lavoro finora, anche se immagino non ne conosci bene il motivo.
Ignoto guarda per un attimo in direzione del Barone che gli risponde con un cenno quasi impercettibile della testa.
– Forse ti dobbiamo qualche spiegazione.

Frido si mette a sedere, non senza difficoltà, a gambe incrociate accanto a Lon, rassegnato e incuriosito di ricevere pure lui, suo malgrado, la sua parte di verità.

Sono arrivata a Vaffambaffola che ero molto piccola, molto più di te.
A quel tempo la mia famiglia era ricercata ben oltre i confini del Regno. Più di una volta abbiamo rischiato di essere catturate a causa di delatori che ci hanno riconosciuto. Ma in qualche modo siamo riuscite a farla franca, anche se molto stanche di fuggire e nasconderci.
Eravamo decise a non ripetere lo stesso errore.

Poco più di dieci fioriture prima…

“All’ingresso del villaggio, mia madre e mia sorella maggiore decisero di separarci per non attirare l’attenzione. Così, mia sorella bussò alla porta della prima osteria che trovò offrendosi come servitrice. Mia madre la raggiunse qualche giorno dopo sotto le spoglie di una cavallerizza nomade. Prima mi vestì da ragazzo e mi accompagnò al portone del palazzo d’Armi, nella nicchia dove si lasciano gli orfani, promettendo che sarebbe venuta a riprendermi e che sarebbe sempre stata in contatto con me.

“Ero piccola ma agile e forte per la mia età, perfetta per le truppe volontarie della Repubblica. Nessuno sapeva come mi chiamassi o da dove venissi, per questo mi chiamarono Ignoto. Nemmeno si accorsero che in realtà ero una femmina.

Riuscii a mantenere i contatti con mia sorella e mia madre grazie al sistema che avevamo scoperto a Usma, e che aveva causato il nostro banno da qualunque villaggio. Vedendo tutti quegli animaletti che entravano e uscivano, i miei commilitoni se ne stavano alla larga perché pensavano che fossi, in parte, anch’io un animale del bosco o qualcosa del genere.
All’inizio si trattava solo di stupida superstizione, ma quando la cosa arrivò agli alti ufficiali, cominciai a sentirmi davvero osservata.

“Per fortuna, con il tempo, mia sorella perfezionò lo strumento e ora le scritte si trasmettono senza animali che portano il messaggio. Meno poetico, certo, ma più efficace.

Lon afferrò il Diario e lo strinse forte tra le mani. Qualcosa nella sua testa deve aver trovato una via di fuga, perché il suo sguardo si trasforma gradualmente da curioso e accigliato ad ammirato e commosso.

– Esatto, Lon, proprio quello – continua Ignoto con il suo racconto, – Rimanemmo in contatto durante tutto il mio addestramento militare, finché non fui assegnata alla truppa dell’Anatra. A quel punto, avevo già tutte le informazioni che mi occorrevano.
Per il resto dovevo solo continuare a fingere ed aspettare.
Perfezionai il travestimento, resi i miei lineamenti più ispidi con una pasta fatta di argilla e resina di abete, in attesa del momento in cui il Barone sarebbe tornato, nonostante non sapessi chi fosse o cosa stesse davvero accadendo.
Mi fidavo ciecamente di mia sorella e questo bastava.

Somiglianze

– Aspetta un attimo – domanda Frido come in preda a un’estasi improvvisa, – Vuoi dire che Morgana è tua sorella?
– A dire il vero mia sorella si chiama Goraman – risponde Ignoto, – ma sì, voi la conoscete con il nome di Morgana l’Alchimista.
Il soldato si stacca la pasta di resina dalla faccia, svelando lineamenti molto familiari.
Frido e Lon, guardando il vero volto del soldato, deglutiscono un pompelmo che gli si era incastrato in gola.

– Aspettare il Barone per cosa? – riesce a chiedere Lon la cui bocca è diventata una steppa arida.
Per liberare Vaffambaffola – risponde il Barone.
– Da chi? – domanda Frido mentre inghiotte polvere e piante grasse.
Dalla paura – risponde d’istinto il Barone, – Ma ora non perdiamo altro tempo, rimandiamo le rivelazioni. Dobbiamo andare via di qui, o ci troveranno. Nilla… ops, scusa… Ignoto, le tue sembianze da soldato possono aiutarci per un altro po’, non credi?

Neverstarting story

Ignoto sistema di nuovo l’armatura, ma lascia perdere la pasta di resina. Ci ha avuto a che fare per troppo tempo e ora è stanca. Impugna la lancia col cappuccio e si mette alla testa della carovana. Frido ha aumentato il passo per starle il più vicino possibile, nonostante l’intralcio del carretto, mentre il Barone e Lon disquisiscono delle felci che incontrano lungo il cammino.

I due parlano come se si conoscessero da sempre e Lon, impaziente come al solito, riesce a placare la sua fame di sapere perché intuisce che dietro tutto questo c’è qualcosa di grosso, qualcosa che la riguarda direttamente.

Di tanto in tanto lancia uno sguardo languido verso la soldatessa camuffata, che nemmeno se ne accorge. Poi guarda suo fratello sbavarle dietro e pensa che tutta questa storia non sarà per niente facile. Non importa.

Non bisogna tirarsi indietro, perché questa è la storia di tutti, di tutte, e anche la sua.

 Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco PennaNera

Cronache di Vaffambaffola – Capitolo 12.1

Tentativo di riassunto dei capitoli precedenti: Nel tranquillo e operoso villaggio di Vaffambaffola, un evento inaspettato stravolge la giornata di due contadini, Sigfrido e Lon: viene proclamata una grande cerimonia in onore del Sommo Poeta e da quelle parti passa un viandante dall’aria polverosa e malandata che chiede del Palazzo di Pidaar. I due potevano farsi gli affari loro, come il contadino sperava, ma la sorellina vuole vederci chiaro e corre dietro al viandante. Peccato che sembra sia scomparso nel nulla. Frido e Lon, così, vengono a conoscenza di cose del passato di Vaffambaffola che ignoravano, e altre ne dovranno scoprire cercando la Pidaarica Historia, cronaca ufficiale di quando Vaffambaffola era un regno, scomparsa insieme al suo celebre e nebuloso autore.

I soliti Ignoti

Nebbia e boschi

Frido fende la fitta nebbia rosa con la sua mole da bisonte. L’aria salmonata ristagna e punge gli occhi come una cipolla fracassata. Il contadino riesce a scorgere le radici sporgenti attraverso la stretta fessura dei suoi occhi. Il carretto cui è attaccato lo segue sbatacchiando Lon come una marionetta. La ragazza ha gli occhi chiusi e cerca di stringere a sé ginocchia e Diario.
Si fermano. La visibilità è ridotta alla punta del naso. Frido prova a spalancare gli occhi grondanti di lacrime. Molla i manubri del carretto per poter compiere qualche passo incerto nei dintorni.


Tu vedi qualcosa Lon? – dice, rivolto a sua sorella.
A rispondere, invece, è una voce grave e tonda, che sembra arrivare da nessuna direzione precisa: – Hai ragione, non è una granché la vista, oggi.
Frido ha un sussulto. Torna in direzione del carretto, o almeno nella direzione dove pensa dovrebbe esserci il carretto, ma si trova a tastare alberi e a inciampare sui sassi. Invoca Lon con la voce che gracida come quella di una rana spaventata.

Cos’hai da gridare tanto? – domanda Lon dalle sue spalle.
– Lon? – Frido si voltà di scatto e le tasta la faccia con le falangette callose.
– Frido, mi sembri sorpreso. Lo sai che abbiamo viaggiato insieme, sì? – chiede Lon fingendo apprensione.
– Non hai sentito anche tu? – chiede Frido, apprensivo sul serio.
– Sentito cosa?
Quella voce… Quella voce di uomo. – Frido tende l’orecchio come per catturare la minima vibrazione sospetta.
– Parli di Totò? – disse Lon indicando verso una direzione qualsiasi del bosco – E’ diventato bravo nelle imitazioni, sai. Dovresti sentire come riesce a fare la voce di…
– No! – la interrompe Frido – Non era il tuo pollo.
– Craaa! – protesta Totò.
– Era una voce di uomo, grosso e… molto, molto vicino.
– Come questa? – disse la voce di uomo grosso molto, molto vicina.


Frido e Lon si afferrano di colpo come due polpi e si stringono forte l’uno all’altra.
– Chi sei? – chiedono in coro.
– Dipende da chi lo domanda – risponde la voce ridacchiando di gusto – Voi dovreste essere Frido e Lon del Laudano, giusto?
– Co… come fai a conoscerci? – domanda Lon con un filo di voce.
– Bè, – la voce si fa seria e cadenzata, – diciamo che in questi giorni abbiamo avuto modo di parlare parecchio.

La nuvola di nebbia rosa si fa da parte come un sipario di fiocchi di cotone. Un uomo dalla testa e la faccia irte di peli soffici e pettinati inclina il busto in avanti. La figura imponente, anche se non quanto quella di Frido, è coperta da un lungo saio di stoffa cangiante dai colori quasi indefinibili che gli sbuffa scintillando fino alle braghe vaporose. Dalle ginocchia partono un paio di calzoni attillati bianchi e i piedi sono infilati dentro scarpini di cuoio marrone.
L’uomo indica il libro che Lon porta appeso a tracolla. La ragazzina si stacca da Frido, afferra il Diario con entrambe le mani e lo osserva con l’aria di chi si ritrova per la prima volta quell’oggetto tra le mani.

Il Barone

Poi punta verso l’uomo con gli occhi spalancati dalla meraviglia:
Allora tu sei…
– Chi? – chiede Frido, che ha di nuovo serrato le fessure dei suoi occhi.
Mi chiamano ‘Barone’, e per il momento vi basta sapere questo. Adesso, però, andiamo perché qui non siamo per niente al sicuro. Posso aiutarvi a trovare il Tugurio che cercate…
– E come può essere? – domanda Frido, deciso a non muovere un passo.
– Perché si trova dalle mie parti – risponde il Barone guardandosi attorno come a controllare che sia tutto a posto, prima di addentrarsi impettito nella macchia. – Tira su quel carretto di cavoli e seguitemi, presto! – conclude con il tono di chi è abituato a impartire ordini ma a cui non interessa poi tanto che questi vengano eseguiti, purché qualcuno faccia qualcosa.


Lon, senza rifletterci un secondo, segue trotterellando il nuovo arrivato e Frido, incerto, riafferra il carretto che riprende la sua eterna lotta con l’attrito.

Intermezzo

Nell’angolo di bosco dove fino a poco tempo fa c’era la piccola carovana che stiamo seguendo, la nebbia rosa si è diradata del tutto.
A pochi passi da dove era comparsa la vaporosa figura dell’uomo che si fa chiamare Barone, da un cespuglio di rovi tremolante spunta fuori un essere dolorante. L’essere si mette in piedi sulle gambe mentre si schioda gli spini uno ad uno dalle più diverse parti del corpo.
È un uomo alto, slanciato e guardingo.
Non lontano, verso il folto della boscaglia, intravede la piccola carovana in cammino. Emette un sospiro sordo, come una risata soffocata, e sorride.
Poi torna serio e comincia a correre a perdifiato nella direzione opposta senza badare a mettere d’accordo gli arti tra loro.

I soliti

Durante il tragitto, la piccola Lon tempesta il nuovo arrivato di domande circa la nebbia rosa, del perché è arrivato lì proprio in quel momenti, se è davvero lui il tizio con cui parlava attraverso il Diario, ma l’unica risposta che ottiene è un “Non è ancora il momento, mia cara, abbi pazienza”, che non contribuisce certo a placare la sua curiosità.

Sigfrido se ne sta muto a rimuginare che quel tizio proprio non gliela conta giusta. Lo aveva sentito nominare diverse volte da Morgana e da Edgardo, in passato, ma chi può dire che sia davvero lui, chiunque egli fosse, perché, in ogni caso, non ne aveva nessuna idea.
Come fa a sapere del Tugurio, dei loro nomi, del viaggio?

Poi, all’improvviso, una scintilla di genio gli si accende negli occhi a fessura e lascia il carretto di colpo.
– Loooon! Allontanati subito da lui! – urla a squarcia gola mentre corre a tutta velocità verso i due.
Lon lo scanza all’ultimo per cogliere un fiore primizio del sottobosco, mentre Frido frana addosso al Barone bloccandolo a terra.

Tu sei una guardia della Repubblica! – gli alita rabbioso a mezzo palmo dalla faccia.
– No – risponde il Barone con serenità.
– Si che lo sei! – insiste muggendo il contadino.
– No che non lo sono – precisa il Barone, serafico.
– No che non lo è – conferma qualcuno alle loro spalle. Qualcuno che non è Lon.
Io sono una guardia della Repubblica e vi dichiaro agli arresti per alto tradimento della Seriosissima.
Frido e il Barone scattano in piedi, o almeno ci provano, nonostante le loro stazze fuse insieme glielo impediscano. Allora scattano a sedere.

Lon rimane impietrita a fissare il soldato sbucato dal nulla, che le fa un occhiolino complice e dice:
Affollato il bosco oggi, vero?

 Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco PennaNera

Capitolo 11.2 – I Natali del Re

Croache di Vaffambaffola - Capitolo 11

Tempi moderni

Dove eravamo rimasti: Nel 2019 Amelia Bonamente e i sue due inattesi “ospiti”, un personaggio vestito come un sofà dell’Ottocento che si fa chiamare “il Barone” e una nerboruta signora di nome Caterina, percorrono, cercando di non dare nell’occhio, la strada che porta dalla facoltà di Fisica fino a casa di Amelia per trovare degli abiti che non attirino troppo l’attenzione.

– Sono partiti! Sono partiti! Finalmente!
– Non urlare! Si era detto di non dare nell’occhio, ricordi? E poi non sarebbe stato meglio lasciarlo al laboratorio quel coso?
– Non potevo aspettare così tanto prima di sapere.
– L’impazienza sarà la tua rovina, caro il mio Barone.

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Capitolo 11.1 – I Natali del Re

Croache di Vaffambaffola - Capitolo 11

O di come si racconta che Pidaar sia nato e arrivato a Vaffambaffola

Dove eravamo rimasti: Cicciomede fa ritorno a Vaffambaffola per essere insignito del titolo di Sommo Poeta per l’opera svolta sotto il regno di Pidaar l’Eccelso, che ha preceduto l’avvento Repubblica. Dopo essere stato accolto a palazzo con quasi tutti gli onori del caso, sotto la guida, o meglio, sotto la dettatura di Mastro Tesia di Nido, Ministro delle Arti e dei Mestieri, comincia la nuova stesura della sua opera più celebre andata perduta, la Pidaarica Historia, che però non sembra coincidere troppo con l’originale…

elle antiche terre di Usma, sul monte Miedo, Mitri e Ghali, il Caldo e il Freddo, capostipiti degli dèi, si mescolarono tra loro provocando la tempesta più terribile che il mondo abbia mai conosciuto.
Dall’occhio del ciclone, oltre alla morte e alla devastazione, nacque Pidaar, “Colui che custodisce”.

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