Capitolo 9 – La fine dell’inizio

Capitolo 9 – La fine dell’inizio

Cronache di Vaffambaffola

Dal quaderno di un redattore di cronache. (The writer’s cut)

È sempre difficile parlare di qualcosa che finisce. Soprattutto se non finisce sul serio. Ed è ancor più complicato farlo mentre sei impegnato in un lavoro stagionale che ti tiene impegnato per un terzo della giornata e ti fa desiderare, per gli altri due, la completa immobilità psicofisica.

Anche se questo vale per tutti i lavori salariati.

Lo spettacolo, tuttavia, deve continuare, giusto?, e una pausa è necessaria per tirare il fiato, per ritrovare la spinta iniziale, forse messa da parte e, perché no, per accumulare un po’ di materiale e non ritrovarci a due giorni dalla pubblicazione con il patema d’animo e il rischio di mescolare trama e intreccio con il condimento della pizza.

Siamo al “finale di stagione”, diremmo, se le Cronache fossero una serie tv, ma poiché non sappiamo ancora bene cosa siano, o cosa saranno, lo diciamo lo stesso. Così, per comodità.

Si direbbe che tante cose sono successe in nove capitoli, o stanno per succedere, altre sono annunciate, intervallate da studi, lavori e pigrizia vera e propria, e il finale dovrebbe essere col botto, anche se nel nostro caso sarebbe anacronistico.

Di sicuro possiamo affermare una cosa: non è morto nessuno dei personaggi. E non è affatto male vista la distruzione che di solito circola nella finzione contemporanea e che abbonda oltremodo nella realtà.

Potremmo quasi affermare che le Cronache sono dei racconti il cui nodo centrale non è la morte inaspettata dei personaggi, ma solo parte della vita, suo compimento o suo inizio, vallo a capire. Ma no, non useremo la paura della morte tipica di alcune culture come espediente narrativo.

…bene così, cominciamo da ciò che non sono.

Tuttavia qualche elemento oscuro (o poco chiaro) esiste, inutile negarlo, a partire dalla figura ambigua di Pidaar. Ma tutto si capirà meglio, forse, in una futuribile versione organica e completa, di cui le Cronache Web non rappresentano che le ombre sul fondo della caverna.

L’esperimento editoriale, più che sul racconto (o sui racconti) è su noi stessi, sulla convivenza dei flussi olografici dell’immaginazione con la densità della vita reale, fatta di persone, scartoffie e salse vischiose.

Ma, in attesa di ricevere una protesi di pizza con cui produrmi in acrobatismi vari, non solo verbali, questa volta, e tentare di attraversare i prossimi due mesi di lavoro intenso con una relativa sanità mentale, in attesa di ciò, dicevo, proviamo a fare il punto della situazione o, se preferite, il “riassunto delle puntate precedenti”.

Sigrido e Livia del Laudano, due contadini che si occupano apparentemente dei fatti loro, si imbattono, senza volerlo, in un viandante vestito di pezza e pieno di scartoffie che chiede loro informazioni per raggiungere il palazzo di re Pidaar. Nel frattempo al villaggio non si fa altro che parlare del ritorno di un certo Cicciomede, bardo di corte ai tempi del fu re di cui sopra, Pidaar il Modesto, sovrano autoproclamatosi protettore del territorio di Vaffambaffola e limitrofi.

E, tra mille difficoltà, tra cui quella di scrivere sulla proprie ginocchia, seduto sotto una quercia, in riva a un lago, tra i cinguettii degli uccelli e le loro evacuazioni, ci siamo ritrovate in un inseguimento a tre, con davanti i due contadini, va da sé, inconsapevoli; a seguire, c’è da dirlo, gli inseguitori veri e propri, ovvero la Truppa dell’Anatra comandata dal capitano Elle, commando non certo d’avanguardia dell’attuale Repubblica; in coda, lo staff della Taverna al completo, l’osteria del villaggio punto di riferimento di avventuriere e reietti di vario genere, per chiudere le fila e proteggere i nostri.

Per maggiori chiarimenti rimandiamo ai singoli capitoli (non sono poi così lunghi da leggere…), mentre proviamo ad addentrarci nell’ultimo episodio come degli speleologi in esplorazione.

Cominciamo dal…

Maggio 2019. Laboratorio di Amelia Bonamente. Dipartimento di fisica.

– Comincia ad essere un po’ affollato questo posto, non vi pare?

– Caterina? Cosa ci fai qui?

– Barone? Cosa ci fai tu qui?

– Bene, adesso che vi siete ritrovati, mi preme tanto farvi sapere che il “Qui” di cui tanto discorrete si riferisce al mio laboratorio e mi piacerebbe sapere, se non vi dispiace, perché vi si continuano a materializzare persone vestite come in una commedia in maschera provenienti da chissà dove.

– Amelia, credo tu sia alquanto alterata.

– A te proprio non sfugge niente, eh Barò?

– Va bene, però adesso puoi calmarti cara…

– … Amelia! Amelia Bonamente!

– Amelia, posso spiegarti ogni cosa, o quasi.

– Sarebbe davvero un gesto cortese da parte, signora…

– …Caterina. Caterina dell’Orzo, ostessa della Taverna insieme a quel bruto di Clodoveo, antica membra della Gilda delle Mercantesse, nonché l’unica, in tutto il villaggio, a saper cavalcare.

Ho il vago sospetto che sarà una storia lunga è complessa. Nel dubbio, è meglio che mi metta a sedere.

La stazione di Posta

Seriosissima Repubblica di Vaffambaffola e Limitrofe
IV di Seminato Anno 30 E.d.P. (Era di Pidaar)
Da qualche parte oltre il bosco.

La boscaglia si dirada. Il sentiero si apre come il delta di un grande fiume. Frido è fradicio di sudore oppure è appena uscito da una doccia sotto le cascate.

Lon, in lontananza, esclama:

– Frido, guarda, un asinello.

In effetti, a presidiare l’ingresso del casotto in mezzo alla radura c’è un asino pelle e ossa che bruca le margherite a portata di muso.

Frido ferma il carretto in quella che una volta doveva essere la posta per i cavalli e porge all’asino una foglia di cavolo. Il ciuco l’annusa indifferente e torna alle margherite. Frido lascia cadere la foglia ai sui zoccoli e segue Lon, che intanto ha spalancato, sbattendola, la porta del casotto.

– C’è nessuno?

– Se ci fosse qualcuno, avrebbe gradito sentire bussare alla porta, non ti pare? – sentenzia una voce che sembra provenire da ben oltre l’oltretomba.

– Chi sei? – chiede Frido.

– Edgardo del Crisantemo, per servirvi.

I contadini fanno un balzo. Alle loro spalle è comparso un ometto smunto come l’asino, dal naso grande e gli occhi enormi, ingranditi dalla penombra, dall’aspetto inquietante, ma non spaventoso. Frido e Lon, dopo lo spavento iniziale, si sentono addirittura un po’ sollevati da quell’apparizione.

– Chi vi manda? Che volete? – chiede l’uomo senza muovere un passo, né un sopracciglio.

Ma respira? …Sì respira. Lon se ne accerta fissando a lungo il suo sterno, ammesso che ne abbia uno sotto l’ampia tunica.

– Lui! – risponde di getto, indicando il Diario.

Frido le dà una gomitata nelle costole facendo attenzione a non fracassargliele.

– Lui? – chiede l’uomo facendo spuntare un dito lungo e ossuto dalla veste.

Lon d’istinto nasconde il volume dietro la schiena e prova a balbettare una risposta:

– B… bè, ssì, lui… E anche Morgana si è tanto raccomandata.

– Morgana! – esclama Edgardo alzando la testa di colpo. I suoi lineamenti da arcigni e tetri si illuminano impercettibilmente.

– Ma allora si ricorda ancora di me…

– Che cos…

– Venite, accomodatevi. Cosa posso fare per voi. Gli amici di Morgana sono miei amici.

Sla lo guarda insospettito mentre prende posto su un basso sgabello che gli fa sbucare il mezzo busto dal tavolo.

– Ditemi, ditemi! Cosa vi porta qui? Dove siete diretti?

Lon gli fa un rapido quadro della situazione: il viandante catturato, le guardie di Elle, il Tugurio…

– Il tugurio? – domanda Edgardo cambiando il colore del viso in differenti scale di grigio. Dall’esterno si sente un unico, potente, disperato raglio.

– Ma che intenzioni avete? – domanda spaventato Edgardo, lasciando entrare l’asino e sbarrando la porta con diversi chiavistelli. Poco importa che una delle quattro pareti del casotto è praticamente inesistente.

– Qualcosa che ha a che fare col viandante, pare, poi ce lo ha detto Morgana e… anche lui – dice Lon tirando di nuovo fuori il diario.

– Cos’è questo?

Frido prova a spiegarlo a parole sue, l’uomo cambia colore di nuovo, l’asino raglia ancora più forte.

– Aspettate! Mi state dicendo che siete in contatto con il Barone?

Maggio 2019. Laboratorio di Amelia Bonamente.

– Aspetta! Mi stai dicendo che voi mercantesse avete creato il diario?

– No, è stata Morgana a farlo. Noi avevamo solo i materiali per farlo e abbiamo dovuto insistere non poco per averli, dopo che ne siamo uscite.

– E nonostante questo non hai alcuna idea di come sia possibile che vi riusciate a scrivere attraverso un libro bianco o che a volte vi riusciate (senza volerlo, questo è evidente!) a teletrasportare.

– Ma certo che lo so, mia cara, ma non credo che qui, nel vostro, ehm, regno abbiate gli elementi necessari.

– Magari non ci sono, ma li possiamo rimpiazzare. Sai, abbiamo sviluppato una certa tensione verso la sintesi da queste parti.

– La sintesi? Vuol dire che le riducete ai loro elementi essenziali?

– In un certo senso sì. In poche parole riusciamo, dopo tantissimi tentativi e innumerevoli errori, a riprodurre molecole nuove o che sono già presenti in natura. E le molecole sono la parte più piccola che fa parte di un composto.

– Affascinante.

– Si lo è. Ma dobbiamo cercare di stare più in silenzio possibile. Siamo fortunati che nessuno si è ancora accorto che qui dentro si sta svolgendo il Don Giovanni di Molière… Dunque, ripeti, per favore cosa ha usato Morgana per il Diario.

– Bè, dunque, a parte la comune carta di riso e la copertura in corteccia essiccata, nella copertina sono presenti granuli di pietra di Mieduro, proveniente dalle terre del Nord. L’inchiostro, invece, è composto di triturato di noci galle, carbone e Fabulomicina, prodotta per lo più dagli alberi del bosco di Akashi, poco fuori il villaggio.

– Non hai qualche dettaglio in più con questi elementi, chessò, un tipo di reazione particolare quando sono a contatto con qualcos’altro…

Caterina e il Barone si guardano. Il Barone fa un leggero cenno di assenso con la testa. Caterina mi fissa negli occhi.

– Bene, mia cara. Viste le circostanze, è tempo che tu sappia.

Di colpo, non so perché, non sono poi così sicura di voler sapere sicura.

– La pietra di Mieduro produce un effetto strano su chi si trova nelle sue vicinanze. Ecco, chi è nel suo raggio d’azione comincia a provare un senso di inquietudine, poi di paura, di terrore e infine di vero e proprio panico, fino a all’immobilità più completa. Gli effetti visibili non sono duraturi, appena la pietra viene portata lontano oppure viene coperta, la paura scompare e si ritorna lentamente alla normalità. Ma sono gli effetti a lungo termine il problema.

Il mio silenzio vale come una domanda, a quanto pare.

– Ecco, la pietra produce una progressiva perdita della memoria. Dopo un periodo prolungato di esposizione, si tende a dimenticare quello che è successo cinque o dieci anni fa. Per chi è esposto tutti i giorni il limite è addirittura di un anno, ma questo vale quasi solo per i soldati.

– Una specie di radioattività.

– Sì, deve chiamarsi così qui dalle tue parti, qualunque cosa significhi.

– Ma perché non ve ne liberate?

– Perché non siamo noi a possederla, ma il Governo della Repubblica che è succeduto a Pidaar. Sono loro che l’hanno introdotta. Sono loro che hanno messo Vaffambaffola sotto il loro controllo senza far volare uno schiaffo. I soldati della Repubblica ne sono muniti: sulla cima delle loro aste c’è un aquila di legno con dei sassi di Mieduro incastonati negli alveoli oculari che permettono di direzionare l’effetto e di coprirla con un cappuccio quando non serve. Anche dei vaffambaffolesi arruolati ce l’hanno in dotazione, anche se in quantità minore vista la potenza di una piccola dose. Stavo inseguendo loro quando mi sono ritrovata qui.

– Che cosa è successo, di preciso? – chiede il Barone.

Caterina si concentra.

– Bè, quello che ricordo è che ho dato una bella bastonata sulla nuca di Elle che è caduto a terra come uno straccio sporco. Poi sento una voce che mi prende di sorpresa, mi volto spaventata e puff… eccomi qua!

– E la pietra non c’entra nulla?

– Non questa volta. Almeno non credo. L’aquila sul bastone di Elle era coperta e poi noi abbiamo l’inchiostro.

– L’inchiostro?

– Si, l’inchiostro prodotto da Morgana funziona da antidoto della pietra. In presenza di entrambi, se si è a stretto contatto con l’inchiostro, l’effetto della pietra è annullato. Per questo per un periodo abbiamo provato a sostituirlo a quello normale, poi però hanno proibito l’istruzione in casa propria e alle donne, quindi… ma questa è un’altra storia. Allora dimmi, Amelia, che ne pensi?

– Penso che è un bel delirio… Ma in fondo deve esserci qualche connessione tra l’inchiostro e la pietra che permette la trasmissione delle parole scritte sui diari. Ma non ho capito come fanno le persone a scomparire e ricomparire. E, soprattutto, perché ricompaiono proprio qui?

La stazione di posta. Poco dopo.

– Noi non sappiamo nemmeno chi sia questo Barone. – dice Frido con un’espressione esasperata.

Com’è possibile, eppure voi c’eravate quando Pidaar è scomparso.

Dall’apertura degli occhi dei due contadini, Edgardo deve concludere che i due non hanno idea di cosa egli stia parlando.

– Com’è possibile? Non ricordate nulla del Regno, della corte, Cicciomede che scriveva le ninne nanne per voi piccoli, alcune francamente orrende, ma efficaci, in fondo…

– Ecco sì, Cicciocoso lì, lo abbiamo sentito nominare. E sì… il diario qui, lo nomina spesso! – dice Lon esaltata dalla propria deduzione.

– Certo, lo avete anche visto. Era il viandante che vi ha chiesto informazioni. Possibile che…

Lon e Frido si guardano e nelle loro teste deve fremere un’attività febbrile basata su tentativi disperati di capirci qualcosa. Oppure stanno pensando a una musica tra le loro preferite. In ogni caso, l’espressione è la stessa.

– Sapete perché siete diretti al Tugurio?

– Bè – rispondono i due in coro – perché… perché…

– Ve lo dico io perché. Probabilmente per mettere al sicuro gli scritti di Cicciomede che lì ci viveva, un tempo. E poi per farvi fare a pezzi dalla bestia che vi fa da guardia.

– Bestia? Che bestia? – Lon nel porre la domanda sembra vagamente eccitata.

– Edgardo guarda l’asino che abbassa il muso avvilito.

– La bestia che ci ha ridotto così. – Edgardo si guarda attorno e poi tenta un sorriso di compassione verso l’asino. – Ditemi, che reazioni avete notato quando avete chiesto informazioni per raggiungere il tugurio.

– Sguardo spiritato – dice Lon.

– Urla terrificanti – prosegue Frido.

– Corsa a folle velocità – concludono insieme.

– E ancora non avete idea di  dove sia? – chiede Edgardo, con un sorriso provocatorio.

– Bè no… dovevamo fare tappa qui da te e poi…

– Bene, allora ricordàtelo per il futuro – li interrompe brusco Edgardo – Per raggiungere il tugurio basta andare nella direzione opposta rispetto a dove la gente scappa. Semplice no?

– Ma aspetta un attimo, e la bestia? – domanda Lon con gli occhi luminosi.

– Ne abbiamo già parlato abbastanza – conclude Edgardo che era ripiombato nella sua coltre tetra.

Il vecchio stalliere accompagna l’asino fuori incoraggiandolo a ogni passo di ogni zampa. Poi scompare dietro una porta sul retro e ritorna con in mano un foglio.

– Credo che stiate andando lì per cercare altri pezzi di questa. E anche un po’ di memoria perduta, immagino.

Frido afferra il foglio con la punta delle dita. Lon gli si arrampica tra capo e collo per poter leggere pure lei.

Il titolo, al centro della pagina in alto, recita: Pidaarica Historia, invocazione e argomento.

– Ora è il momento di mangiare qualcosa, sarete stanchi, o no? Cosa avete portato di buono? – dalle labbra sottili di Edgardo fuoriesce quella che deve essere la sua lingua, o quanto meno, un pezzo di foglia grigio-verde.

Maggio 2019. Laboratorio di Amelia.

– Sapete, anche io a quanto ricordi, l’ultima sensazione che ho provato, prima di arrivare qui, è stato un forte spavento. – dice il Barone, accigliato.

– Davvero? – dico io, ma non so se volevo davvero saperlo.

– Si, ricordo di essere appena uscito dal tugurio di Cicciomede e quando piomba addosso qualcosa che mi spaventa.

– Cosa avevi con te? – domanda Caterina.

– Dunque, le bozze della Pidaarica Historia, il mio Diario, l’inchiostro solido.

– Anch’io avevo l’inchiostro con me quando sono sparita. Anzi – Caterina si fruga tra le sacche cucite sulla veste – Ce l’ho ancora.

Questo, a differenza di quello del Barone, è liquido, in un’ampolla.

Sarà lo stesso del Barone?

– Siete sicuri di non essere stati sotto effetto della pietra? – mi azzardo a chiedere.

– Non è possibile – taglia corto Caterina – Io avevo con me l’inchiostro e quando il Barone sparì, la pietra era solo nei diari. I repubblicani ancora non avevano preso il potere. Lo spavento era, come dire… vero, genuino.

Due persone che si teletrasportano nel mio laboratorio in seguito a uno spavento improvviso. E poi perché proprio qui da me.

Aspetta un attimo…

Il contatore Geiger. La copertina del diario risulta leggermente radioattiva, ma quando c’è scritto sopra qualcosa, la radiazione, o almeno la sua manifestazione misurabile, cessa. Questo vuol dire che…

– L’inchiostro – dice il Barone all’improvviso – Abbiamo altro inchiostro. Possiamo continuare a comunicare con loro – prende l’ampolla, apre il diario e comincia a scriverci sopra.

Caterina mi guarda ma io non ho proprio idea di cosa voglia dire tutto questo.

– Ottimo! Sono da Edgardo – urla il Barone.

– Fai piano! – gli dico io.

– Amelia, tutto bene? – si sente domandare dal corridoio.

– Si, magnificamente, ho avuto una buona idea, tutto qua – provo a spiegare io.

Dobbiamo fare attenzione o qualcuno ci scoprirà prima o poi.

Forse è meglio che vada a casa a prendere qualcosa da mettere per Caterina, per non dare nell’occhio.

Si è meglio.

Non riesco a riflettere in questa confusione.

L’inchiostro, la fabulomicina. Ma dove sono, in un racconto di Rodari?

Allora spero di lasciarmelo alle spalle, una volta uscita da quella porta.

Non è così che me lo immaginavo il regno della fantasia. Non così, e che cavolo!

<<8.2<<

Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco Lupo

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