Capitolo 8.1 – La congiura di Caterina

Capitolo 8.1 – La congiura di Caterina

Cronache di Vaffambaffola

mmaginate.

E se solo questo non vi basta, allora immaginate di alzarvi in volo, librarvi nell’aria frizzante del mattino e percorrere un frammento di paesaggio.

Immaginate di sorvolare un fitto bosco, appena scalfito da piccole vene di terra battuta, che si scorgono appena tra il folto dei rami.

Ci siete? Perfetto.

Adesso andate ancora più su, dove niente può toccarvi o catturarvi, e cercate di individuare, più o meno lì, in basso a destra, un vecchio casolare decrepito, circondato da terra arata di recente, pronta per essere seminata.

Bene. Da quel casolare escono fuori cinque puntini che sembrano delle formiche da quassù, e il loro luccichio metallico lascia intendere che le formiche probabilmente sono corazzate.

Le cinque formiche corazzate si lanciano nella boscaglia, ognuna per conto suo. Ognuna, sembra, con uno scopo preciso. Quale esso sia, non potete capirlo da lassù.

Ora fate attenzione ai vuoti d’aria, molto comuni a queste altitudini. Schivate quello stormo di passeri migranti, salutate se vi va, quindi planate dolcemente verso quell’agglomerato di pietruzze laggiù. Lo so, vi sembrerà una nuvoletta di sassi lanciati a caso, quasi dei dadi lanciati a terra pronti per giocare.

In verità si tratta del nostro villaggio, Vaffambaffola.

Certo, è un po’ cambiato negli ultimi tempi. A a partire dai nuovi palazzi che ospitano le istituzioni della Seriosissima Repubblica che si stagliano sullo sfondo. Più in là, oltre il fiume, la vecchia dimora di Pidaar l’Abitante, un vecchio porcile rimesso a nuovo quando il re si proclamò re, adesso superba e esageratamente grande sede del Consiglio dei Conduttori.

Planando planando, vedrete la terra avvicinarsi vertiginosamente al vostro becco, i tetti delle case appiattirsi in un unico pavimento brullo color mattone e una torretta circolare che svetta al disopra di una vecchia ma solida costruzione.

Sfruttando i venti e le correnti ascenzionali, cabrate e virate in direzione della torretta, appena oltre il ponticello, all’ingresso del borgo. Proprio lì, a piano terra, troverete la Taverna, da cui fuoriescono delicati effluvi di brace e un ometto basso e calvo armato di una grossa cerbottana.

– No Clod! lascialo passare… è Totò – riesco a dire appena in tempo per salvare il nostro amico pennuto.

Clodoveo mi guarda con aria stupita, poi osserva deluso Totò appollaiato sull’insegna e rientra borbottando.

– Ciao, Totò! – dice Morgana, precipitandosi giù dalle scale e porgendo il braccio alla cornacchia – Cos’hai da raccontarci?

Totò svolazza in giro. Si posa sul bancone come in attesa di qualcosa. La sua testa si muove a scatti. Da dietro un bariletto scivola fuori un boccale di vetro contentente liquido giallastro. Totò vi immerge il becco, manda giù il sorso e gracchia un gran Craaa di soddisfazione. Infine svolazza sulla spalla di Morgana.

Dal bancone si sente borbottare qualcosa, ma che forse non sapremo mai, anche perché Totò inizia il suo sconnesso racconto.

– Craaa. Inferno. (scatto) Cembalo. Anatra. (scatto) Troppo presto. Troppo presto. Anatra. Non ti ci mettere anche tu. (scatto) Craaa. (scatto) La posta. La posta. Inchiostro. (scatto) Inferno. (scatto scatto) Gran brutto pezzo di carta. Craaa. La postaaa. (scatto)Totò. Elle. Sono più vicini. Craaa. (scatto) Mi mancano. La posta.

La cornacchia fa una pausa

– E poi? Cos’altro? – domanda Morgana, gentile.

La cornacchia continua a fare una pausa.

Vola di nuovo sul bancone. Prende un’altra beccata di liquido dal boccale e torna ad appoggiarsi sulla spalla di Morgana.

– Craaa. Dove andiamo? (scatto) Dove andiamo? La posta. Brutto pezzo di carta. Per di qua. (scatto) Per di là. (scatto) Perdi la strada. (scatto) Craaa. Inferno.

Altra pausa, più lunga. Forse definitiva.

Morgana mi guarda. Dà una carezza sul becco a Totò e protende la spalla per fargli da trampolino.

– Grazie amico mio, ora va’.

Totò svolazza incerto verso il bancone. Si schianta contro qualche sedia. Ritrova il boccale e vi immerge ancora il becco. Tira su ed esce dalla porta con un gran sventagliare di penne e piume.

Il suo Craaa si fa più tenue, fino a scomparire in lontananza.

Morgana mi guarda di nuovo, poi guarda Clod, che senza dire una parola sbarra la porta d’ingresso della Taverna con una grossa tavola di legno.

È chiuso.

Lo era anche prima, ma ci vuole molto meno di una porta aperta per attirare orecchie curiose e indesiderate.

– Devo produrre un altro Diario, non ho scelta. – dice Morgana rompendo il silenzio come un bicchiere spaccato.

Io e Clod tacciamo. Sappiamo bene cosa la preoccupa, o se non lo sappiamo non diciamo nulla per non fare una pessima figura.

– Ma come farai, senza mieduro? – domanda Clod cupo in volto, più del solito.

– Non posso. Serve il mieduro e serve subito.

Mi metto a riflettere ma non serve a molto. Le riserve di mieduro della Repubblica sono protette in un posto sconosciuto alla maggior parte degli stessi Conduttori. E sul luogo di origine, ne sappiamo quanto la cornacchia.

– Il mieduro più facile da reperire è quello che si trova negli occhi delle aquile. – mi azzardo a dire.

– Intendi assaltare un drappello di soldati di guardia? Ti è forse passata la voglia di campare? – mi chiede ironico Clodoveo.

– Non un drappello. – interviene Morgana – Le guardie di palazzo sono troppo bene armate e preparate a un assalto. Forb – mi dice – anche i soldati arruolati tra i vaffambaffolesi hanno in dotazione un’aquila, giusto?

– Si.

-E anche la loro aquila ha le pietre di mieduro negli occhi?

-Esatto, anche se in quantità minore.

– Bene, – afferma Morgana incamminandosi rapida verso le scale – allora abbiamo trovato il drappello a cui rivolgerci.

Prima di sparire su per la rampa si volta verso di me:

– Forb, quando c’è il prossimo consiglio dei Conduttori?

Questo pomeriggio.

– Allora cerca di capire cosa sta succedendo a palazzo. Lo so, è solo una formalità, ma tu insisti sulla cerimonia e qualcosa verrà fuori. Se riesci a incontrare Cicciomede, ancora meglio.

– E’ proprio quello che pensavo di fare – rispondo io, mentendo – Ma voi, nel frattempo cosa farete?

Un luccichio illumina per un istante la penombra in cui era piombata la taverna.

– Noi organizziamo la ricerca, vero Clod? – Clod tira fuori un ghigno – Vediamoci tra un’ora sulla torre insieme alle altre.

Morgana con passo di gatto sparisce su per le scale. Clod si avvia sul retro della locanda.

E io?

Io finisco quello che c’era nel boccale di Totò.

“Andiamo a capire”, mi dico, sperando di capire quando davvero avrò capito.

La congiura di Caterina. Preludio.

Nella parte alta della torre di Morgana, quella con tutti i libri, gli alambicchi, il telescopio e gli inchiostri, un’ora dopo, come stabilito, si ritrovano i congiurati: la padrona di casa, Clodoveo del Luppolo, Caterina dell’Orzo, sua moglie e cuoca della Taverna, Chino e Ghella, giovane servitore e cameriera della locanda.

Un esercito, direbbe qualcuno, ma non io, di tutto rispetto.

– Cos’è questa storia che serve ancora pietra? – taglia corto Caterina, che è una a cui piace tagliare corto. Per questo, si diceva in paese, ha scelto proprio Clod come compagno di vita.

– Cate, Totò ci ha riferito che Sla e Lon sono tallonati dalla Truppa dell’Anatra e potrebbero perdere il Diario. – dice Morgana.

– Chi? – ride Caterina spalancando la bocca, – Quei quattro omuncoli vestiti di latta?

– Sono cinque – precisa Clod.

Caterina gli lancia uno sguardo come una lanciatrice di coltelli alla sua vittima.

– E allora? – sbuffa – Restano cinque idioti che fino a ieri sapevano a malapena tracciare un solco dritto e ora si sono messi a fare i soldati.

– Hanno il mio inchiostro – conclude secca Morgana.

– E alora? Ch’el ghe significa? – domanda Chino a Ghella con un filo di voce.

– Creo che el capitan Elle pode de far qualcosha de bruto – mormora Ghella.

– Può darsi, ma a parte quello, – riprende Morgana con un sospiro, – sono quelli più vicini a noi che hanno un po’ di pietra di mieduro con sé. La quantità basta e avanza per produrre un altro Diario.

Clod si gratta la chierica pienseroso:

– Quindi si tratta solo di trovare il modo di portargliela via?

– Sholo? – domanda timoroso Chino.

– Solo! – dichiara Caterina sferrando un’energica pacca sulla pelata del marito, – Sentite cos’è che faremo

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 Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco Lupo

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