Capitolo 7 – “Da le rive gelate à i lidi ardenti”

Capitolo 7 – “Da le rive gelate à i lidi ardenti”

Seriosissima Repubblica di Vaffambaffola e Limitrofe

Quarta di Seminato

Anno 30 E.d.P.

Nel frattempo, a palazzo.

Con una gran sorchiata1, Cicciomede alza la testa dal cuscino in cui l’aveva sprofondata e scopre che è giorno. Scopre anche di avere un po’ di freddo e che la sua unica copertura consiste in due lembi strappati di una stessa pergamena che riporta i due pezzi separati di una poesia manoscritta. Di cosa si tratti non lo scopre, poiché lo sapeva già e per poco questa consapevolezza non gli costa un’altra perdita di sensi.

Solleva delicatamente i due pezzi di carta, si mette a sedere e li congiunge cercando di far coincidere le parole.

S’Avverrà mai, ch’ad alcun pregio arrive
L’amoroso mio stil nato di pianto,
Sarà vostra la lode, e vostro il vanto
O de l’Anima mia luci alme, e dive.
Voi le fiamme d’Amor nel sen più vive
Rinovellando in me destate il canto;
Sol voi dettate, in voi sol leggo quanto
Suona la lingua, e la mia penna scrive.
Ma perché più dolce uso un giorno prenda
L’amaro suon de’ lagrimosi accenti
Bella pietate in voi fiammeggi, e splenda.
Che s’un dì fien men gravi i miei tormenti
Farò, che ’l valor vostro alto s’intenda
Da le rive gelate à i lidi ardenti.*

Andreina. Sì, è proprio lei. Andreina del Sabello, sagace poetessa e artista al tempo di Pidaar. Amore impossibile del nostro viandante.

Per quanto lui tentasse di stupirla con i suoi componimenti, Cicciomede non ottenne da lei nulla di più che un “Ah, però. Sta migliorando il nostro giullare di corte”.

Ogni volta si sentiva ridicolo, umiliato, inutile, goffo, inadeguato. Un giullare perfetto, quindi, profondamente sconfitto nell’animo.

Si ritirava per giorni nel suo Tugurio a scrivere, a sperimentare rocamboleschi giochi di parole e ardite rime, per poi ricomparire a corte e tentare ancora di suscitare lo stupore della sua amata, con lo stesso risultato: “Sta migliorando, il giullare”. Il che, visto da una prospettiva, diciamo così, esterna, non è affatto male come risultato. Ma per il nostro poeta era come tramutarsi di colpo in una statua di cenere e dissolversi alla brezza dell’imbruscolo.

Seduto sul triclinio, Cicciomede, con il sonetto in mano, si immerge nelle sensazioni di allora, le quali, seppur dolorose, racchiudevano un’ardente vitalità in potenza: fare ancora e ancora per fare meglio e infine arrivare al cuor suo.

Non è lottare per uno scopo che fa di un uomo un artista?

Cicciomede si interroga, ma non ha studiato.

Si chiede dove Andreina possa trovarsi ora. Se abbia mai trovato l’amore che, a sua volta, tanto decantava nelle sue magnifiche rime. Chi era, in fondo, quell’amore. Avrebbe voluto conoscerlo e… E cosa? Fargli i complimenti, le congratulazioni per essersi meritato l’amore di lei, poetessa e musa a un tempo, con un notevole risparmio di spazio.

Il poeta osserva la pergamena strappata, metafora di un’epoca che fu, ciò che rimane di un’esistenza lacerata troppo presto, nel momento sbagliato.

E proprio nel momento sbagliato, l’unico che sembra sappiano cogliere i potenti per sollecitare ciò che pare gli sia dovuto, il generale Mausolo compare davanti al poeta nella sua panciuta disciplina.

– Non si preoccupi, Sommo. Di quelle, nella nostra biblioteca, ne abbiamo almeno altre settanta copie manoscritte – dice.

Cicciomede alza la testa verso di lui senza rispondere nulla. Al momento il Sommo è troppo impegnato a sentirsi ridicolo, umiliato, inutile, goffo, inadeguato. Certe cose non cambiano mai, pensa, lasciando cadere i pezzi di pergamena come consegnandoli a un ruscello che sfocia nell’oblio.

– Mi segua, la prego – lo invita il Generale con un gesto plateale.

La preghiera, almeno nelle intenzioni, non corrisponde propriamente all’enunciato. Alle spalle del poeta compare un arzillo e zelante Protector, il quale punta un indice in uno dei suoi due reni, suggerendogli di camminare in direzione di una gran porta che si trova in fondo alla sala.

Non è la stessa da cui sono entrati. Questa è più piccola, anche se ben fatta, nella sua semplicità artigiana.

Si fermano.

Protector ritira il dito e comincia una danza forsennata accompagnata dallo sferragliare delle sue giunture.

Era tutto a posto.

Via libera.

Tira fuori di nuovo il dito e lo ficca nella serratura della porta che, prima scricchiola, poi fa uno scatto metallico con sfumature di nocciolo. La porta si apre e davanti al poeta si presenta uno spettacolo familiare: enormi scaffali colmi di tomi, volumi, statuette di ceramica e vasi di terracotta, lungo tutte le pareti, alti fino al soffitto.

Al livello del pavimento file di scrittoi si spargono in tutta la sala. Alcuni sono posizionati sotto i finestroni che affacciano sui giardini. Altri, messi l’uno contro l’altro, formano delle piccole casette di legno su cui dei personaggi occhialuti si affannano a scribacchiare su delle pergamene perfettamente stirate.

– Ma questa… – prova a dire Cicciomede.

– Contento di essere tornato? – domanda ammiccante il generale.

Il poeta scivola sui grandi lastroni del pavimento, accarezza i banchi inchiodati agli scrittoi, percorre la sala con gli occhi che sono sul punto di straripare. Si ferma ad uno scrittoio che si trova verso il centro dell’enorme stanza, lo guarda senza dire una parola.

– Lo riconosce? – chiede, retorico, il generale.

– Certo che lo riconosco. – risponde il poeta trattenendo le lacrime – Era il mio posto quando venivo qui a scrivere.

– Ed è qui – prosegue il generale al suo posto – è qui che ha visto la luce la Pidaarica Historia.

Cicciomede guarda il generale. Sente quello strano formicolio alle tempie, che ancora non ha decifrato bene, se dovuto alla rabbia o alla tristezza. Anche se a volte coincidono, essendo l’una maschera dell’altra.

– Generale per l’ennesima volta io non so dove sia finita la Pidaarica Historia – ringhia il poeta come un gattino stizzito.

– Si calmi, Sommo. Lo so bene. – Le parole del generale sono piene di sordida condiscendenza. – Siamo qui per questo, per rimediare.

Con lo stesso gesto plateale di prima (non ne ha molti a sua disposizione) indica lo scrittoio come a dipingerlo con una passata di pece.

Dal fondo della biblioteca, quello immerso nell’ombra che è solita stare lì a quell’ora del mattino, una figura incappucciata si avvicina lentamente. Il Protector si mette in guardia, ma un’alzata di sopracciglio del generale lo fa tornare a uno stato di artificiale quiete.

– Sommo – prende a dire il generale accompagnando quei passi interminabili – E’ tempo di concludere l’opera che aveva cominciato sotto Pidaar l’Iniziatore.

– Sempre sia denominato – risponde la figura incappucciata.

– Protector! – dice Protector.

– Sono fiero di presentarle mastro Tesia di Nido, storico ufficiale della nostra Seriosissima Repubblica, il quale la assisterà in questa impresa.

La figura fa scivolare il cappuccio dietro la nuca e si profonde in un lungo ed esagerato inchino rivolto al poeta.

– Sommo. – dice – Ho passato notti insonni nell’attesa di questo incontro.

Gli occhi a fessura immersi in una nuvola di ciglia canute guardano il poeta, quasi gelandolo.

Il poeta non ci ha capito molto, ma non serve che lui faccia domande. Oggi è la giornata in cui chiunque sembra avere delle risposte.

– Le chiediamo, Sommo, – il generale invita Cicciomede a sedersi – nella sciagurata mancanza delle bozze della sua opera omnia, di riscriverla daccapo. Avendo cura, questa volta, di conservare i manoscritti con un’attenzione, direi, più sapiente. – Guarda di sottecchi mastro Tesia che sbotta in una risatina gonfia di sarcasmo.

– Vo… Volete che io riscriva la Pidaarica Historia? – domanda Cicciomede per assicurarsi di aver ben capito e per non perdere di nuovo i sensi.

– Non proprio, Sommo. – interviene mastro Tesia con voce da segaccio arrugginito, – Sarebbe impossibile riscriverla esattamente così com’era, come voi ben immaginate -. Tesia siede sul banco di legno accanto al poeta, – Ed è qui che entro in gioco io…

Cicciomede è in un labirinto senza uscita. Vorrebbe dire qualcosa, ma le parole fanno fatica ad arrivare alle labbra senza aggrovigliarsi nella rete di pensieri che lo invade. Qualcuna, però, riesce a scappare dalle maglie:

– Ma io… Avevo tutti i miei appunti… Era tutto basato su osservazioni sul campo, al seguito del re e le vicende le ho…

– Nessun problema, Sommo. – Tesia mette una mano gelida e ossuta sulla coscia del poeta – Sono qui per questo: completerò ciò che ricordate con una solida documentazione e delle fonti inconfutabili, così da rendere l’opera ancor più autorevole ed esauriente di quella che doveva già essere. Con tutto il rispetto.

Cicciomede, che sente un freddo pungente alla coscia e a tutta la parte sinistra del corpo, non sa, tanto per cambiare, cosa rispondere, così il generale lo fa per lui:

– Bene, Sommo, vedo che l’emozione vi ha privato della favella. Sono sicuro che non vedete l’ora di mettervi a lavoro.

Mausolo schiocca le dita e un nugolo di servitrici e servitori si avvicina portando calamai, penne, pergamene, tomi di varia dimensione, posizionandoli sullo scrittoio del poeta e su quelli adiacenti. Con un altro schiocco si ritirano sotto lo sguardo scattante e attento di Protector.

Il poeta è preso da una grande indecisione per cui non sa se cominciare a sghignazzare nervosamente o ridacchiare di gusto.

Avrebbe proprio bisogno di chiedere consiglio al Diario, in questo momento. Anche solo per riceverne un aiuto inconcludente, come molte volte accadeva. Gli bastava anche saperlo lì, accanto a lui, nella sua sacca, per sentirsi al sicuro.

– Perfetto, vi lascio soli – sbuffa soddisfatto il generale. – Vi auguro un ottimo lavoro.

Mausolo fa per andare, poi si ferma di colpo e dice: – Ah, dimenticavo, presenteremo le prime bozze dell’opera alla cerimonia di premiazione, tra sei giorni.

Poi scompare attraverso la porta di nocciolo.

Mastro Tesia guarda il poeta con un sorriso permanente, come una di quelle maschere che si usavano portare durante i giochi teatrali, e gli sussurra, spettrale:

– Bene, Sommo, cominciamo dal principio.

– D… dall’arrivo di Pidaar, quando…

– No – la maschera di mastro Tesia si avvicina al naso di Cicciomede – dal principio – fa un ampio gesto della mano come a voler scrivere nell’aria – Capitolo Primo: I natali del re.

– Ma io a dire il vero non so… – prova a obiettare il poeta.

– Sono qui per questo. – sorride mastro Tesia mostrando dei denti che non ci sono più.

Sollevandosi a fatica dallo scranno si alza e comincia a passeggiare attorno allo scrittoio. Fa segno a Cicciomede di prendere la penna e intingerla nel calamaio, poi inizia a dettare:

Nelle antiche terre di Usma, sul monte Miedo, Mitri e Ghali, capostipiti degli dèi, avevano dato alla luce un figlio. Il suo nome era Pidaar…

Le conversazioni del Diario. Primo.

Lungo il tragitto cercate la stazione
di posta che si trova sulla carraia
in direzione est, verso la terra Silente.

La dobbiamo cercare tra gli alberi?

No, vi comparirà sulla strada. Non potete sbagliare.

Non saprei, diario, qui la situazione è fangosa.

Fate uno sforzo. Edgardo saprà aiutarvi.

Sla dice: perché non lo fai tu lo sforzo, brutto pezzo di carta?

Ti sei risposto da solo, gran pezzo di bue.

Bene, questa non gliela dico.
Dunque, direzione est.
Stazione di Posta. Capito!

Perfetto, Lon. Mi fido di te.

Grazie messer diario.

Grazie a te piccola.
Sei la nostra speranza.

Esperimento VAF493

4/05/2019 Ore 12:10pm

Punto della situazione.

Presenti all’esperimento: Amelia Bonamente e Barone Della Lupa.

– Sono lenti – mi dice.

– Troppo lenti – mi ridice.

– Non m’importa – gli rispondo.

– Sono lenti – mi ripete.

– Mi hai rotto! – lo zittisco.

Gli chiedo scusa. È che aggiungere preoccupazione su preoccupazione non aiuta nessuno. Non aiuta noi, che non sappiamo che fare, e non aiuta loro, che qualcosa sanno ma, a quanto pare, hanno dei problemi. Ma una cosa è certa: da qui non possiamo aiutarli, per adesso. Quindi fermati e concentriamoci sul nostro problema.

Come diavolo sei arrivato fin qui?

È la centesima volta che sento questa storia, ma sono sicura che mi sono persa qualcosa, un dettaglio, una sfumatura, un elemento insignificante che possa aiutarmi a capire cosa c’è in quella porcheria.

– Dunque, ero appena uscito dal Tugurio di Cicciomede con in mano le bozze della Pidaarica Historia, questa qui (me la indica), e il Diario nella bisaccia, quando mi salta addosso quell’essere mostruoso. Non me l’aspettavo. Mi conosceva e di solito era docile con me, ma quella volta non so perché mi ha attaccato urlandomi contro e sbavandomi in faccia.

E tu cos’hai fatto?

– Quello che farebbe chiunque il quel caso: mi sono spaventato.

E poi?

– Poi mi sono ritrovato qui, nel tuo laboratorio, mezzo stordito e più spaventato di prima. E tu, tu eri…

Terrorizzata, esatto, e ti ho spaccato il matraccio da mezzo litro in testa e tu hai perso i sensi.

– Già – mi fa lui carezzandosi la testa come a ricordare il dolore del bernoccolo.

Poi ti ho liberato dei tuoi averi per paura che avessi delle armi, tu ti sei risvegliato e hai cominciato a vaneggiare.

Cosa stavo facendo io in quel momento, chiede?

Bè, stavo lavorando a delle reazioni per studiare il contrasto che offrono sodio e magnesio all’azione radioattiva dello Iodio-131, usato per curare il cancro alla tiroide. Un esperimento di routine: mi avevano chiesto una consulenza dal dipartimento di oncologia.

Quando mi sono calmata, hai cominciato a parlare in maniera comprensibile e mi hai mostrato il Diario. Ho visto come ci hai scritto sopra con il tuo inchiostro solido, come la scritta è scomparsa e come ne è comparsa un’altra, con un’altra grafia. Non ero sicura di quello che stavo osservando, ma sono una scienziata, dovevo capire. Ho dimenticato per un po’ che nel mio laboratorio era comparso all’improvviso un uomo vestito con dei tappeti persiani (senza offesa), e ho cominciato ad analizzare il composto.

L’inchiostro, è risultato essere composto di tannino, gomma arabica, vetriolo, le stesse sostanze presenti in un comune inchiostro gallo-ferroso che si può produrre anche in laboratorio o a casa.

– Fin qui tutto bene, a parte i nomi delle sostanze, che mi sono sconosciuti – mi dice, e lo guardo facendogli capire che potrebbe anche non dirlo.

Fin qui tutto bene purtroppo. Perché non ho trovato nulla che potrebbe provocare l’effetto “trasmissivo”. Quindi ho analizzato la carta: comune carta di riso. Di speciale aveva solo la consistenza, alquanto affascinante. Ma i fogli risultano intatti e di ottima fattura.

Risultato: niente di fatto.

Ho solo osservato una coincidenza, che nel migliore dei casi rimarrà tale. Nella gomma arabica sono contenuti sia sodio che magnesio, presenti in una certa quantità nel mio laboratorio al momento del tuo arrivo, per via degli esperimenti con lo iodio. Ma non vuol dire nulla, c’è qualcosa che ci sfugge.

In più, in quella dannata Historia che ti porti appresso, non si fa accenno alla questione.

– Te l’ho detto – mi dice – Morgana ci stava lavorando in gran segreto negli ultimi tempi. Non ci lasciava avvicinare alla torre e Clodoveo si accertava, riuscendoci, che non cercassimo altre vie.

Sono stanca. Non riesco a pensare ad altre soluzioni.

Poi, non so come, mi torna in mente quell’usanza di cui mi parlavi, quella di spargere inchiostro all’entrata delle case, per tenere lontani gli spiriti sotto forma di uccelli.

– No no, era proprio per tenere lontani gli uccelli. Quella degli spiriti era per raccontarlo ai bambini.

Ma come può dell’inchiostro tenere lontano gli uccelli? E funzionava?

– Da quando a produrre l’inchiostro era Morgana, sì. E nessuno si faceva male, contadine, uccelli o animali da cortile. Sai…un tempo, molto prima dell’avvento di Pidaar, si usava il sangue…

C’è qualcosa dentro quell’inchiostro, questo è sicuro. Prendo il diario, lo passo da una mano all’altra, cammino per il laboratorio. Lo sfoglio. Tutte le pagine sono bianche. Le milioni di parole che devono esserci state scritte sopra scomparse nel nulla. Anzi no. Ricomparse su un affare simile, da qualche altra parte nell’universo, ma come?

Sfinita, lo getto tra la strumentazione, seriamente decisa a mollare tutto e tenermi il Barone così com’è, senza chiedermi troppo da dove viene o dove va. Anche volendo, non potrebbe muoversi più di tanto, al momento. Dove vuoi che vada?

Adesso va a riprendere il Diario, certo. Ricomincerà a parlare con l’altra parte e a tormentarsi perché non può fare nulla.

Mi guarda.

Indica il Diario.

(Sì, lo so cos’è).

Mi chiede cosa sia quel ticchettio irregolare.

È il contatore Geiger, gli rispondo.

Mi guarda, smarrito.

Vado a vedere.

Sposto oggetti, faccio tentativi, avvicino e allontano sostanze. Mi sento una costruttrice di castelli di carta.

Ad un certo punto capisco, e quasi svengo. Ma prima riesco ad appuntare sul quaderno di laboratorio:

Osservazioni: Il contatore geiger, a contatto con la copertina del Diario, rileva una debole attività radioattiva.

*Sonetto di Isabella Andreini, poetessa e attrice (1562-1604).

 Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco Lupo
Cicciomede è incaricato di riscrivere la storia, anzi la “Historia”. Amelia Bonamente non sa più dove sbattere la testa, finché, un giorno, un ticchettio…

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