Capitolo 6 – Non tutte le strade portano…

Capitolo 6 – Non tutte le strade portano…

Cronache di Vaffambaffola

ulla terminologia che riguarda l’alba abbiamo meno riserve rispetto al tramonto. Tutti i vari sinonimi – aurora, bruzzico, bruzzolo… – si riferiscono indiscriminatamente al chiarore, spesso variopinto, che precede la comparsa del disco solare all’orizzonte.

Sulla terminologia usata da Sigfrido del Laudano detto Sla per sottolineare tale evento è meglio che sorvoliamo, cercando, piuttosto, di comprendere le cause della sua violenta sonnolenza.

In primo luogo, e possiamo andare sul sicuro, ci sarebbero le due ore scarse di sonno profondo che il contadino è riuscito a strappare alla lunga giornata appena trascorsa.

D’altra parte, e abbiamo buone ragioni per crederlo, ha certamente contribuito al suo malessere un richiamo squillante ad altezza timpano operato con diligenza e dedizione da Lidia dell’Ontano detta Lon, sorella minore e spesso causa di forte turbamento del contadino, nel momento esatto in cui il sole ha accennato ad ingobbire l’orizzonte.

Di lì a qualche minuto, degli osservatori appostati tra la boscaglia che circonda il fazzoletto di terra dove si trova il casale dei nostri, avrebbero potuto osservare, appunto, una carovana piuttosto male in arnese composta come segue: un contadino che emette dei suoni gutturali, dal portamento da dromedario stanco e dalla mascella disposta “a cassetto di comodino”, i cui occhi, quasi invisibili, affondano nelle borse come una palla di catapulta in un cuscino di piuma d’oca; una contadina piccola e ricciuta che si dimena a destra e a manca emettendo suoni che sfiorano il vetro graffiato; un carretto carico di masserizie di ogni genere e una cornacchia appollaiata sulla palizzata che sembra tenere tutto sotto controllo.

– Li prendiamo ora, capitano? – domanda uno degli osservatori.

– Non adesso. Lasciamoli partire – risponde il capitano – Ho l’impressione che dove ci porteranno ci saranno cose più interessanti.

– Come l’ampolla? – chiede il soldato alto e spilungone.

– Silenzio! – intima il capitano guardandosi attorno. Poi si calma e riprende: – Ascoltatemi bene: questa storia dell’ampolla la conosciamo solo noi. Non ho idea di cosa sia quella roba ma avete visto anche voi cosa è capace di fare.

I soldati fanno di sì con la testa scampanellando come una cavigliera.

– Fermi! Ho bisogno che giuriate di non rivelarlo a nessuno. Sarà un segreto della Truppa dell’Anatra – le orecchie del capitano Elle si uniscono in un largo sorriso. Pronuncia le parole “Truppa dellAnatracon l’orgoglio che gli prende a testate il petto dall’interno – Allora, ci state?

– Cos’è la Truppa dell’Anatra? – chiede il soldato piccoletto e baffuto.

– Siamo noi, sciocco! – risponde secco Elle.

– Ah – fanno in coro i soldati.

Il capitano impone le mani con i pollici intrecciati, come quando si vuole imitare un uccello. Gli altri fanno lo stesso. I mignoli di ciascuno afferrano quelli degli altri. Le dita che rimangono libere ondulano come fili d’erba e i cinque in coro recitano una specie di cantilena: – Siamo ali d’anatra ed Elle è la nostra testa!

– Bene – afferma soddisfatto il capitano, – Adesso fate silenzio e non perdiamo d’occhio i nostri amici.

– Ehm… capitano? – fa lo spilungone, che intanto è sbucato da un cespuglio come un periscopio.

– Cosa?

– I… nostri amici. Non ci sono più.

– Come sarebbe a dire? – Elle sbuca pure lui dal cespuglio.

– Devono essere partiti – dice Sorgente visibilmente soddisfatto per la brillante intuizione.

– Ma certo! – Elle gli dà una pacca sull’elmo e ritorna nel cespuglio.

Sorgente si guarda intorno perplesso per un attimo prima di rientrare anche lui.

– Non c’è fretta cari i miei anatroccoli – dice il capitano sfregandosi le mani – Entriamo a vedere se c’è qualcosa di interessante e poi li raggiungiamo.

– Ma saranno già lontani. Come faremo a trovarli? – chiede il soldato paffutello.

– Non temere Nullah, sono lenti e pesanti. E la strada che porta a quel posto orribile è una sola.

– Ah! – sospirano di ammirazione i soldati in coro e si avviano in formazione a V capovolta verso il casolare.

– Cosa vuol dire esattamente (uff) “la strada che porta al tugurio è una sola?” (uff) – domanda Sla trascinandosi dietro il carretto che affonda nella terra umida.

– E’ quello che gli sto chiedendo, ma non è così facile scrivere mentre si cammina, sai? – risponde Lon con lo sguardo sul diario, incespicando a ogni passo.

Per un soffio, Sla le impedisce di sprofondare in una pozzanghera sollevandola per una spalla e la mette a sedere sul carretto. Lon, senza alzare lo sguardo intinge il calamo nel calamaio da petto e scrive: Cosa vuol dire esattamente “la strada che porta al tugurio è una sola”?

Dopo qualche secondo la scritta scompare e ne compare un’altra:

Significa che c’è solo un modo per arrivarci.

E quale? Scrive Lon.

Andarci Risponde il Diario.

Grazie tante!

Prego!

– Adesso sarai d’accordo con me (uff) che sarebbe molto meglio fare un bel falò (uff), buttarci quel libro dentro e metter su una bella marmitta di zuppa di cavolo o, ancora meglio, di fagioli (uff)?!

– Ti darei ragione, Frido. Questo coso è di poche parole e spesso incomprensibili. Ma può essere che abbia un buon motivo per comportarsi così, non credi?

– Un buon motivo (uff) per dire cose a caso?

– No, un motivo per essere prudente.

Lon alza lo sguardo verso il fratello grondante di sudore.

– Se tu fossi un diario scrivente, ti fideresti delle prime persone che ti prendono e ti usano?

Sla si ferma, sbuffa, si asciuga il sudore, ci pensa un po’, si avvicina alla sorella e dice:

– Lon, io non sono stato e, per quanto ne so, mai sarò un diario scrivente, ma di una cosa sono certo: se lo fossi me ne starei zitto, come tutti i diari normali!

– Certo! – strilla Lon tirandosi su in piedi con un balzo – Ora il problema è lui solo perché è speciale, perché è diverso!

Si stringe il diario al petto e con un salto da grillo scende dal carretto e si allontana lungo il sentiero.

– Lon aspetta, io non volevo… – Sla, con la mascella ciondoloni, prova a fermarla, ma ricorda che c’è il carretto da portare via e che, in ogni caso, non ci riuscirebbe comunque.

Tugurio. Craaa. Tugurio. – asserisce una voce gracchiante alle sue spalle.

– Ah, sta zitto tu!

Con un grugnito da belva ferita, Sla afferra il carretto e ricomincia a tirarlo (uff). Con Totò che gli svolazza sulla testa e Lon che lo precede imbronciata sul cammino, la carovana può dirsi, senza ombra di dubbio questa volta, decisamente in viaggio.

L’Anatra al casolare

L’Anatra al completo sbuca dal cespuglio di alloro dove stava tramando l’incursione.

Con cadenza metallica si avvicina al casolare.

Calpesta e appiattisce i solchi tracciati con pazienza e dedizione da Sla il giorno prima.

Intona un canto di guerra, ma a bassa voce per non dare nell’occhio, tanto meno nell’orecchio:

ELLE: Oggi ho visto un gran bel fusto…

TRUPPA: Forse è proprio quello giusto.

E: Che s’aggira per il bosco…

T: In cerca d’ogni fatto losco.

E: Scova il ladro ed il ribelle…

T: Viva il capitano Elle! Viva il capitano Elle!

E: Anatre, dov’è che siamo?

T: Qua!

La canzone termina e la truppa si ritrova davanti alla porta del casolare.

Il capitano dà un ordine con dei gesti complessi che i suoi uomini interpretano come il comando di aprire la porta.

– E’ chiusa, capitano! – concludono in coro.

– Bè, apritela, no?… Razza di papere spiumate! – ordina Elle, furioso.

– Ah – fanno in coro i soldati e si fiondano verso la porta, che si apre con uno stridio da gatto arrabbiato. Uno sbuffo di cenere salta fuori dal camino, scomodato dallo spostamento d’aria. I pochi vasi di terracotta sulle mensole della credenza vacillano, poi ridacchiano in un flebile clangore ceramico. Alla fine smettono, indifferenti.

I soldati fanno capolino alla porta. Le ombre dei loro elmi invadono la stanza.

Per un lungo momento tutto tace.

Anche i richiami degli uccelli.

I militari non si muovono.

Non possono.

Sono incastrati.

Con un calcione deciso al centro del mucchio, Elle sfonda la parete di latta, che si sgretola dolorante sul pavimento di pietra e polvere.

– Truppa! – dice per riprendere in mano la situazione, – Ricordate gli ordini!

La truppa lo fissa con aria perduta.

– E’ un ordine! – aggiunge Elle con un urlo che per un attimo spaventa anche sé stesso. D’un tratto sembra ricordarsi di qualcosa. Fruga nella bisaccia che gli pende su un lato e tira fuori un fagotto di stoffa.

Assicurandosi di non essere visto dai soldati, troppo indaffarati a ribaltare, scoperchiare, frantumare ogni cosa, apre il fagotto, toglie il tappo di sughero dall’ampolla e versa un goccio del contenuto sul polpastrello. Poi alza l’elmo sulla fronte, sfrega il dito sugli zigomi e calza di nuovo l’elmo.

Richiude in fretta il fagotto, lo caccia nella bisaccia e si gira verso la truppa, con gli occhi che ardono.

Intanto uno dei soldati, e più precisamente Nullah, si ferma di colpo, toglie l’elmo e si gratta la testa. Ne tira fuori quella che può essere una pulce o un pidocchio e domanda con aria stanca:

– Cos’è che stiamo cercando, di preciso?

– Mah… Una specie di libro – risponde Scorfi distratto.

– No! – tuona il Capitano, – Quello che cerchiamo è IL libro.

I soldati lo guardano attoniti, più per il suo atteggiamento che per quello che dice, di cui sostanzialmente non hanno capito nulla.

– Il Libro – continua Elle iniziando a passeggiare sui talloni, con le mani incrociate dietro la schiena – che narra la venuta e le immense gesta del grande re Pidaar l’Eccelso

– Sempre sia denominato!

– Artefice della nostra Seriosissima Repubblica e Limitrofe. Un libro che, prima di essere dato alle copie, ci è stato sottratto da un branco di ribelli e oppositori per il puro gusto di minare la storia e le fondamenta del nostro Stato.

– Davvero? – chiedono in coro i soldati, che in particolare si interrogano sulla natura del termine “fondamenta”.

– Certo! E’ quello che mi ha confidato stanotte il Generale Mausolo affidandomi l’arduo compito – Elle si batte il petto e tossisce – di rovistare nella torre di Morgana e nella casa di questi contadini. E tutto questo perché…

Il capitano guarda verso un punto imprecisato della stanza, o del mondo, non si capirà mai bene.

I soldati cercano di capire cosa stia osservando. Poi lo guardano e chiedono: – Perché?

– Perché i ribelli sono ancora tra noi! – risponde il Capitano ribaltando un tavolino di legno.

Poi si avvicina alla porta, guarda fuori, verso la boscaglia e aggiunge:

– E sono più vicini di quanto pensiamo.

Il Passaggio

Sul sentiero attraversato dalla piccola carovana si affacciano a singhiozzo piccole baracche, casali o torrette. Le contadine e i pastori che le abitano sono tutte intente a tingere l’architrave d’ingresso di un liquido nero, secondo l’antico rituale del Passaggio, per tenere lontano la pestilenza e la carestia, ma più di tutto il temibile dio Puttr, il più irrequieto e incontrollabile della Quaternità.

Come dovessero sentirsi la pestilenza e la carestia passando davanti a quelle abitazioni possono intuirlo Sla e Lon, che osservano incuriositi gli abitanti che spennellano le porte servendosi di mazzetti di issòpo fresco e secchi colmi d’inchiostro.

– Guarda Sla – dice Lon, che aveva lasciato il broncio alla curva precedente – E’ quello che facevamo con mamma e papà quando eravamo piccoli. Perché non lo facciamo più, eh? Perché? Perché?

Sla fa di sì con la testa, ma solo per seguire i saltelli della sorella. Poi cala gli occhi sullo sterrato.

– Perché è una storiella che si racconta alle bambine e ai fanciulli e noi non lo siamo più – aggiunge in tono lugubre.

– Ma a me piaceva farlo. La mamma diceva che se non lo avessimo fatto, Puttr sarebbe arrivato e avrebbe messo sottosopra il terreno e fatto scappare gli animali.

– A giudicare da quello che combini tu non c’è nemmeno bisogno che arrivi Puttr – brontola Sla.

– Il solito simpaticone – lo schernisce Lon, che si incupisce all’improvviso. Cammina silenziosa accanto al fratello.

– Mi mancano, sai? – dice.

Sla non risponde. Si limita a fissare i suoi piedi che a fatica fanno a turno ad andare uno davanti all’altro.

La gente che dipinge gli architravi di nero li vede passare, li segue con lo sguardo. Qualcuno rientra in casa e chiude la porta.

– Me la ricordavo più simpatica la gente di queste parti – dice Lon, risalita di nuovo sul carretto.

Sla lascia scivolare una goccia di sudore fino al naso che le fa da trampolino per spiccare il volo verso il terreno secco. Si ferma, si asciuga la fronte e guarda verso le case.

– Lo sono, Lon, – dice, – lo sono. È solo che… – riprende fiato – E’ solo che sembrano avere paura.

– Paura? E di cosa?

– Non ne ho idea – risponde Sla che si piega di nuovo a trainare il carretto. – Quello che so è che ne ho anch’io. – Poi ci pensa su e conclude: -Dovresti chiederlo a quel taccuino che ti porti dietro.

– Lo farò – risponde Lon seria.

Esperimento VAF486

19/04/2019, Ore 6:33pm.

Presenti all’esperimento: Amelia Bonamente, Barone della Lupa.

Reagenti fissi: Gomma arabica, Tannino estratto da noce Galla.

Reagente sperimentale: Estratto di mela, carota e limone.

Procedura: Dopo aver proceduto alla miscelazione in parti uguali dei reagenti fissi con il reagente sperimentale nelle quantità rilevate nel campione originale di inchiostro solido introdotto dal Della Lupa, il composto ottenuto, è stato utilizzato come inchiostro su un foglio di carta di riso, parte integrante del volume usato dal suddetto per trasmettere messaggi.

Osservazioni: Abbiamo osservato che, a differenza dell’inchiostro originale, quello da noi miscelato resta sul foglio senza scomparire e senza trasportare messaggi di alcun tipo. Al massimo, possiamo notare attorno alle lettere dei sottili sedimenti giallastri, senz’altro dovuti all’estratto di mela, carota e limone.

Pertanto, il terzo elemento costituente l’inchiostro originale, resta ancora a noi sconosciuto.

– Dai non prendertela tanto – mi dice.

– Presto ci riuscirai – mi dice.

– Mi hai mancato – mi dice.

– Ahia! – conclude.

L’ho preso.

Ma poi lo aiuto a pulire, perché mi dispiace. Non è colpa sua.

Forse un po’ sì, ma che vuoi farci.

E poi guardalo: lontano da casa, solo, smarrito e preoccupato per la sorte del suo paese. E poi è vestito come un sofà Luigi XIV…

Come faccio ad arrabbiarmi con lui?

Dovrebbe solo stare attento a quello che dice, qualche volta.

Mi chiede come faccio a non prendermela tanto… Sono due anni che provo a cercare la combinazione giusta, a capire cosa lo ha portato qui, dove vanno a finire le cose che scrive su quella specie di taccuino. Magari che so, rispedirci anche lui e finire per sempre questa storia.

Oppure, in fondo, lo sto facendo anche per me? Perché sento che sarebbe la scoperta che cambierebbe il mondo della scienza, forse il mondo intero.

Oltre a farmi ottenere un Nobel, come minimo.

Per non parlare di incarichi, cattedre, conferenze, mezzibusti sulle scrivanie di allieve e discepoli, una pagina di Storia, perché no, accanto a quelle di Marie Curie o della Hack.

E poi. Poi la curiosità, quella sana, quella vera, quella che mi toglie il sonno la notte e mi fa distruggere i beaker del laboratorio.

Non posso mentire a me stessa. Io voglio sapere, io devo sapere da dove viene quest’uomo.

In realtà, da quando lo conosco, un paio d’anni almeno, non ha fatto altro che parlarmi di quel luogo, della sua storia, del suo re, e non fa altro che trascinarsi dietro quelle scartoffie incartapecorite.

Potrei raccontare tutta la storia al suo posto. Mi è pure capitato di farlo… Ai miei nipoti. Certo, un po’ riadattata, ma pendevano dalle mie labbra. Sarà per questa sensazione di magico e misterioso che si porta dietro.

Ma poi viene da chiedermi se non sia tutta una favola e questo tizio solo un impostore mezzo svitato.

E se anche fosse un ciarlatano, come fa?Come fa a far comparire quelle parole dal nulla?

Pensa di comunicare col suo mondo.

Con dell’inchiostro.

Un vecchio volume dalle pagine bianche e dell’inchiostro. Incredibile vero?

Forse avrei dovuto farmi delle domande, prima di cominciare con gli esperimenti e arrivare al 486.

Adesso, però, è troppo tardi. Ora ci credo troppo per smettere.

A costo di diventare matta anch’io.

– Mi chiede perché la gente a Vaffambaffola sembra aver paura. – Mi chiede alzando la testa dal libro.

Bè, diciamo che ho ottime probabilità di diventarci, matta.

– Paura di cosa? – gli chiedo.

– Un po’ di tutto, sembra – mi risponde.

Poi mi spalanca davanti l’altro volume, quello più grosso, rilegato alla buona, pieno di scartoffie con testi fitti, cancellature e brani in versi.

– Guarda – mi dice – qui parla della festa del Passaggio, un antico cerimoniale della nostra terra che continuò ad essere praticato con Pidaar il Festoso, il quale ci suggerì di aggiungere un gran banchetto finale che durasse tre giorni e che culminasse in un grande fuoco in cui bruciare tutto ciò che avevamo di vecchio e rotto insieme ai rami secchi della potatura di Seminato. In pratica sarebbe il nostro, com’è che lo chiamate voi, capodanno, ecco.

Si ferma a riflettere per un attimo, fissando il libro. Poi mi dice:

– E’ evidente che lo festeggino anche sotto la Repubblica, ma pare sia cambiato un po’ lo spirito.

– Perché spargevano… pardon… spargono inchiostro sulle porte? – gli chiedo.

– Per tenere lontani gli spiriti maligni che minacciano il raccolto, o più nello specifico, cornacchie e uccelli vari, guidati dal loro signore, il temibile Puttr.

– E come pensate che l’inchiostro possa tenere lontano gli uccelli? – gli chiedo cercando di distendermi.

– Per via della sua composizione, immagino – mi risponde, come se fosse la cosa più ovvia dell’universo-

Mi slego i capelli, ci tuffo una mano dentro per pettinare via la confusione e il mal di testa, poi li lego di nuovo con una matita.

Barò, scusami tanto, ma non vedo come l’inchiostro gallo-ferroso possa…

– Ricorda che non c’è solo quello.

– Già – gli faccio io tenendomi la fronte con le mani – e chi se lo scorda. Ci sto sbattendo la testa da un pezzo.

– Dovresti parlare con Morgana, te l’ho detto. Ora forse potremmo riuscire a farle avere il Diario e arrivare a lei.

I suoi occhi si illuminano e rischiarano la penombra metallica del laboratorio. Ha una luce dentro che non ho mai visto prima in nessun’altro.

Chi sei veramente, Barone?

Cosa vuoi da me?

Solo una cosa ti chiedo ora.

Non smettere di illuminarmi e continua a parlare.

– …quel che mi ha detto la ragazzina è che Morgana gli ha consigliato di partire ma non li ha seguiti. Si capisce, è una sveglia, avrebbe destato troppi sospetti. Ma perché non ha tenuto il Diario con sé, invece di lasciarlo a quei due? Ammesso che arrivino al Tugurio interi, non capisco proprio cosa possano combinare. Poteva almeno scrivermi qualcosa, prima di mandarli via, un messaggio, una nota, un saluto, insomma qualsiasi cosa, testarda di una fattucchiera!

Si calma, mi guarda dritto negli occhi e mi trascina con sé in un abisso striato di oceano dove non esiste fondo, solo la densità dei suoi pensieri e nient’altro.

– La stai nominando un po’ troppo spesso questa Morgana – gli faccio.

Lui torna sulla terra, mi guarda attraverso due fessure strette come se fossi un geroglifico da decifrare.

– Come scusa?

Lo stuzzico un po’:

– Vuoi farmi ingelosire, per caso? Lo fai apposta?

Le sue palpebre si spalancano, alza la testa in direzione di un punto indefinito alle mie spalle. L’ho perso di nuovo. È andato.

– La posta! – dice quasi urlando

Mi tolgo gli occhiali e li comincio a pulire per l’esasperazione. Non ho bisogno di chiedere “cosa?”, ché tanto continua da solo.

– La stazione di posta del vecchio Edgardo. Se non l’hanno dismessa, dovrebbe essere ancora là.

– Non credo di capire – questo, sì, ho bisogno di dirlo.

– Dobbiamo fare in modo che raggiungano la stazione di posta e, una volta lì, trovare il modo di contattare Morgana. Edgardo senz’altro può farlo. A meno che…

Il Barone atterra in picchiata e torna tra i mortali.

– A meno che non sia sorvegliato speciale anche lui, allora sì che sarebbe un bel problema.

Mi guarda come se si aspettasse un prezioso consiglio che non ho. Ma di fronte a quello sguardo non posso tirarmi indietro. Glielo do lo stesso:

– E allora fai in modo che arrivino da questo Eugenio…

– Edgardo.

-…Edgardo e poi si vedrà.

Richiude le fessure e torna a fissarmi. Lo fa per interi minuti. I suoi occhi sembrano chiusi. Forse si è addormentato.

– Ma certo! – No, non dorme – il “metodo per tentativi”. Avrei dovuto pensarci. D’altronde anche tu sei, com’è che dite voi, una scienziata.

– Si dice “metodo scientifico” e non mi sopravvalutare. In questo momento farei di tutto pur di sapere cosa c’è in quel pastrocchio, anche farmelo dire da quella, com’è che si chiama, Morgana.

In realtà so benissimo come si chiama. So tutto di lei. Posso dire di conoscerla meglio di molte persone che incontro tutti i giorni. C’è qualcosa che mi affascina in lei, ma allo stesso tempo non credo di sopportare l’idea che stia al mondo. Nemmeno nel suo, di mondo…

Adesso però basta!

Andiamo a casa, Barone, che devi prepararmi una delle tue pietanze e io ho ancora bisogno di capire quanto tu sia reale e non un affascinante frutto della mia immaginazione.

 Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco Lupo

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