Capitolo 5.2 – In fuga dalla taverna

Capitolo 5.2 – In fuga dalla taverna

Cronache di Vaffambaffola

embra finalmente arrivato il momento della digressione tanto rimandata, se non fosse che Morgana, colei che dovrebbe illuminarci, è al momento impegnata in una corsa disperata, durante la quale è costretta a inoltrarsi nella boscaglia che circonda il villaggio da ogni lato. La situazione, come se non bastasse, è resa ancora più complessa dalla presenza di un bestione che le ansima accanto. Fatto, questo, non certo inconsueto per lei, fatta eccezione per il contesto in cui tutto questo accade: una completa, inoppugnabile, inchiostrata oscurità.

Per sua fortuna Sla, ovvero il bestione, conosce quei boschi a occhi chiusi e, poiché per l’occasione non serve nemmeno tenerli chissà quanto chiusi, afferra la mano di Morgana e segue l’unico senso a cui può affidarsi in queste condizioni: il sopracciglio.

Dovete sapere che in una situazione di tensione le sopracciglia del contadino possono indicare la direzione giusta da prendere. Ad esempio, se il sopracciglio destro si aggrotta e quello sinistro si inarca, allora è consigliabile svoltare a destra. Se accade il contrario, cambia anche la direzione.

Invece, per segnalare la direzione “vai dritto così”, entrambe le sopracciglia si aggrottano nella Formazione Imbronciata Base, che è valsa a Sla diverse medaglie agli ultimi giochi OlimPidaarici, di cui non è arrivato ancora il momento di parlare.

Il gigante non aveva idea che quella specie di abilità funzionasse anche in circostanze pericolose, ma se ne convince definitivamente quando si ritrova spiaccicato alla porta del suo casale come un geco su una roccia.

– Chi è? – chiede una voce dall’interno.

– Siamo noi, Lon! – risponde una voce dall’esterno.

– Schiabothohcknathi – aggiunge lo strato di carne spalmato sulla porta.

L’interno è pieno di polvere, scartoffie e una ragazzina dai capelli arruffati con il naso ficcato dentro un libro.

La cerimonia

Nella grande sala ovale sono rimasti solo il viandante e il suo accompagnatore, guardia del corpo e carceriere personale: il Protector.

– E ora cosa accadrà? – domanda il viandante, rivolto a nessuno di preciso.

– Protector! – risponde prontamente il Protector, che pare aspettasse solo quella domanda per caricarsi il poeta sulle spalle e portarlo verso una destinazione ignota.

Che poi era ignota solo a Cicciomede, ormai rassegnato a lasciar penzolare la testa dietro la schiena del suo aguzzino.

È la seconda volta in questa giornata – che non ne vuole sapere di finire, pensa il viandante – che si trova in quella posizione ed è indeciso se rassegnarsi o cominciare a considerarlo un privilegio.

Non si è ancora deciso – e forse si stava anche abituando – che il Protector lo scarica come il sacco che immaginava che fosse, davanti a un portale alto e stretto.

Cicciomede lo guarda smarrito ma non ha il coraggio di fargli domande, e per fortuna il Protector lo precede e annuncia:

– Sommo Poeta pronto per la purificazione!

Il portale si apre, Protector scompare lungo il corridoio saggiando le pareti e una nebbia di vapore avvolge il viandante.

– Si faccia avanti, Sommo, non abbia paura – dice una voce ferma ma gentile dall’interno della stanza.

Il Sommo procede a tentoni in mezzo alla nebbia calda che diventa sempre più fitta e bianca.

– Continui così, ce l’ha quasi fatta – continua la voce con gentilezza affettata.

Il sommo continua, anche se fa sempre più caldo. Comincia a sudare e la tunica in cui è avvolto, è ormai fradicia e si appiccica alla pelle.

– Avanti – lo incoraggia la voce.

– Aiuto! – tira fuori un grido il poeta che poggia un piede nel vuoto e si ritrova in quella che gli sembra una fossa piena di cuscini di seta.

La voce non si fa sentire per un po’. La nebbia si dirada. E sì, è finito proprio dentro una larga buca piena di cuscini di seta ripieni di qualcosa che si potrebbe definire solo come morbidezza, circondata ai quattro angoli da quattro grosse statue di esseri androgini.

– È un onore per me ritrovarmi al suo cospetto, oh Sommo – dice la voce che adesso è diventata anche corpo. Un corpo che non sembra corrispondere alla voce, ma che senza ombra di dubbio vi è legato.

Un ometto quadrato si avvicina al bordo della fossa dei cuscini e lascia spuntare un sorrisetto da sotto i baffi bianchi. Poi lo richiama dentro e riprende a parlare con voce grave:

– Non abbiate paura, oh eccelso. Non vi faremo del male. Vogliamo solo che vi troviate al meglio per la cerimonia.

– Quale cerimonia? – domanda il viandante, che intanto si mette comodo tra i cuscini.

– Parlo della cerimonia di Sommificazione, ovviamente. Ma di questo non dovete preoccuparvi perché penseremo a tutto noi.

– Voi chi? – domanda il poeta.

– Ah, giusto, avete ragione. Che maleducato che sono! A parlarvi è il generale Mausolo del Ficodindia, Conduttore di Guerra della Seriosissima Repubblica di Vaffambaffola e Limitrofe. – risponde l’ometto e si inginocchia in un inchino pomposo.

– Mai sentito – dichiara il poeta abbracciando un grosso cuscino.

L’ometto fa un saltello quasi impercettibile che gli fa aumentare la statura di almeno un paio di centimetri. Il sorrisetto non c’è più ora. I baffoni grigi e irsuti tremolano in silenzio.

– Iniziate pure! – dice infine in tono secco.

A queste parole le quattro statue agli angoli della fossa iniziano a muoversi scricchiolando impercettibilmente.

Il poeta, perso in un abbraccio appassionato col cuscino, le vede dirigersi verso di sé.

Lascia andare il cuscino, anche se a malincuore, e tenta di camminare in qualsiasi direzione senza riuscirci. Affonda, inciampa e si rilassa a ogni passo finché le quattro statue non gli sono addosso e affondano con lui nella fossa.

In mezzo alla nebbia quasi del tutto rada, si sentono, in quest’ordine, urla di terrore soffocate, rantoli di preoccupazione, gemiti di ansia, mugolii di piacere, ansimi di goduria, grossi sospiri di rilassamento.

Dalla fossa, con una leggerezza non comune per individui che di solito sono impegnati a fare le statue, emergono i quattro esseri disposti uno accanto all’altro. Sulle loro braccia, che formano una brandina, è disteso il poeta, avvolto da una toga candida e coronato da foglie di vite e grappoli di uva fragola.

– Va molto meglio ora, vero? – domanda la voce di prima da uno scranno poco lontano.

Il poeta non risponde. I suoi occhi mezzo rivoltati all’indietro parlavano da soli. O meglio, stavano zitti e dicevano tutto, ovvero: “Sì, molto meglio!”.

Le quattro statue asessuate poggiano delicatamente il poeta su un triclinio che dà su una vasca di acqua termale e tornano ai quattro angoli della fossa a fare le statue.

Il poeta segue i loro movimenti regolari e misurati con aria trasognata, finché i suoi occhi non incrociano un bel paio di baffi grigi e folti che si muovono in sincrono con la voce che continua a parlare, anche se non si capisce bene di cosa, a parte la ripetizione di due parole: Pidaarica Historia… Pidaarica Historia… Pidaarica Historia… Pida…

– Come hai detto? – chiede il poeta fissando i baffi come chi cerca di osservare da vicino le abitudini di una formica.

I baffi si allontanano e compare di nuovo la figura quadrata del generale Mausolo.

– Mi chiedevo, esimio, dove fosse la Pidaarica Historia, la vostra opera omnia, la summa del sommo, se mi concede il gioco di parole, eh eh.

Il sorrisetto ricompare dal cespuglio di baffoni.

– A dirla tutta – risponde il poeta, che si stava riprendendo dal torpore – vorrei saperlo anch’io.

– Non era nel carro? – insinua il generale.

– Il carro! – Cicciomede trasale, – avete portato anche lui vero?

– Ehm, a dire il vero… – il generale lancia un’occhiata carica di astio in un angolo lontano della stanza – …al momento della vostra, come dire… accoglienza… il carro è stato lasciato sul luogo del, ehm… prelievo.

Il poeta sembra incredulo. Con un polso si asciuga la bavetta che intanto aveva cominciato a colare da un angolo della bocca.

– Qua… qua… – dice balbettando – qualcuno è andato a recuperarlo, vero?

– Un nostro reparto è già sul posto, non vi preoccupate Sommo – prova a tranquillizzarlo il generale. Poi lo fissa bene negli occhi e gli domanda:

– Sul carro c’è anche la Pidaarica Historia, giusto?

– No – risponde secco il poeta.

Il generale arretra di colpo, come per inquadrare meglio il viandante. Poi domanda, curioso:

– E cosa c’è, di preciso?

– Bè – fa il viandante guardando per aria chissà cosa – le mie carte, i tomi, le bozze, le riscritture, gli inchiostri, il diario.

– Diario? – il generale si tende come un furetto – Che diario?

Il poeta non risponde, indeciso su se sia o meno una buona idea farlo. Poi decide di andare sul vago:

– Gran bella nottata, vero? E quelle statue, che…

– Sommo – lo interrompe bruscamente il generale – Cos’è questo diario di cui parlate?

Ha pronunciato la parola diario come se fosse qualcosa di viscido che gli sfugge dalle mani.

– Non credo di poterlo dire – risponde desolato il poeta.

Il generale si irrigidisce, si gira verso le statue e ordina secco:

– Proseguite con la purificazione.

In fuga dalla Taverna (parte due)

– Lon, cara, come stai? – domanda Morgana.

– Seduta, a gambe incrociate, leggendo quest’affare – risponde Lon senza alzare lo sguardo – Tu?

-In piedi, a gambe aperte, a reggere quest’affare – risponde Morgana, sistemandosi a fatica sulle spalle il braccio penzolante di Sla intontito. – E’ una vera sorpresa vederti seduta! – aggiunge dopo aver ripreso fiato.

– Lo so, scusa l’accoglienza, ma… – Lon alza lo sguardo – … è questo coso – dice indicando il volume aperto sulle gambe.

– Cosa stai leggendo?

– è un libro che abbiamo trovato tra le scartoffie di quel viandante. Sembra un diario.

– E tu ovviamente…

– Io ovviamente ci ho scritto sopra – afferma Lon con fierezza.

– E hai fatto bene. – le sorride Morgana – E’ bello che pratichi ciò che ti ho insegnato. Solo che adesso non è proprio il momento.

– Perché? – chiede Lon, improvvisamente imbronciata.

– Bè, perché probabilmente ci stanno venendo a cercare e l’energumeno, qui, è fuori uso, quindi…

– Ma Morg – la interrompe Lon in tono implorante – questo coso risponde!

– Cosa? – fa Sla, tornato in sé all’improvviso.

Lon si alza e si avvicina ai due con il diario aperto: – Guarda, ci sto parlando praticamente da quando sei uscito. Solo che non si vede perché ogni volta che scrivo, quello che c’era prima si cancella.

– E cosa dice? – chiede Morgana come se fosse la cosa più normale del mondo.

– Mi chiede chi sono. Mi chiama Ciccioqualcosa. Mi dice di smetterla. – Si ferma un attimo per riflettere – Ah, mi chiede anche di te! – conclude rivolta a Morgana.

Lon e Sla fissano Morgana. Morgana fissa il Diario. Il Diario, poverino, non può fissare nessuno.

– Dovete andare via! Adesso! E dovete portare questa roba con voi – dice Morgana e indica la montagna di scartoffie nell’angolo della stanza.

– Ma come? Dove? – chiede Sla mentre si risistema la mascella.

– Al tugurio? – chiede Lon con gli occhi che brillano.

– Esatto. Brava! – conferma Morgana sorpresa.

– Ma io… – prova a biascicare Sla, ma non ha il tempo di mettere in fila delle parole con un senso che Morgana gli passa una mano tra i capelli, gli bacia il naso a patata e raggiunge la porta.

Prima di uscire aggiunge: – Devo tornare alla Taverna o sarà tutto perduto. Che Ghali sia con voi.

Poi scompare.

Un attimo dopo torna indietro, sulla porta:

– E un’altra cosa, – aggiunge, rivolta a Sla – Non fare il testardo come il tuo solito e fidati di Lon.

Scompare di nuovo nel bosco, inghiottita nell’oscurità come un seme di anguria in una notte d’estate.

 Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco Lupo

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