Capitolo 5.1 – In fuga dalla Taverna

Capitolo 5.1 – In fuga dalla Taverna

Cronche di Vaffambaffola

Capitolo 5, Parte I – In fuga dalla Taverna

N

on capisco dove tu voglia arrivare – taglia corto Clodoveo.

Mi interrompo, incerto, forse per la prima volta in vita mia. Poi mi riprendo e non ho il tempo di rispondere che Clodoveo mi interrompe di nuovo:

– E non te ne uscire con cose del tipo “l’importante è che mi segui nel viaggio” che non attacca. È da stamattina che stai inchiodato qui a raccontare questa storia ma non è ancora successo nulla. Dimmi, filosofo dei miei barili, dove vuoi andare a parare?

Mandò giù una noce. Cammino fino al mio solito tavolo. Mi giro verso la mia piccola platea con un gesto teatrale e dico:

– Come sarebbe a dire non è successo nulla? Un viandante scomparso, un volume misterioso, una donna che non le manda a dire, un drappello di soldati, cornacchie dappertutto e voi mi dite che non è successo nulla?

– Nulla che valga la pena continuare ad ascoltare – dice secco Clodoveo scomparendo dietro il bancone. La sua voce rimbalza roca tra le botti di legno: – Come al solito, caro il mio Euforbio, parli di tutto senza dire nulla – spruzzata di birra (splash) – Nemmeno un colpo di scena, non un po’ d’azione nelle ultime, quant’è che siamo qui? Dodici, tredici ore? (splash). Giusto qualche moina di una ragazzetta tutta matta e del suo fratello gigante (splash). Originale, non c’è che dire. (splash). I libri di favole della Repubblica strabordano di storie così. Complimenti. (splash). Davvero. (splash).

Il silenzio cala affilato e tagliente come ogni volta che Clodoveo finisce una tirata delle sue e apre un barile nuovo.

Mi guardo i sandali, forse è ora di cambiarli. Sono tutti consumati, sgualciti. A dire il vero fanno proprio pena. Poi sento su di me l’insistenza degli occhi di quei quattro sfaccendati. Mi guardano come se fossero in attesa di qualcosa. Penso sia giunto il momento di prendere in mano la situazione o rischio di perderli e la storia va a farsi bollire insieme alle cipolle.

Con uno scatto da atleta dalla decennale esperienza monto in piedi sulla sedia, punto il dito contro una trave del soffitto e domando:

– Volete, dunque, l’azione?

Il mio dito, sempre puntato e pronto a scoccare come una freccia, passa in rassegna le facce sorprese del pubblico, – Ebbene, è la violenza che volete? Il colpo di scena? L’improvvisazione? Il pericolo?

I presenti fanno timidamente di sì con la testa.

– Ebbene l’avrete!

Dunque

In quel preciso istante le porte a vento della taverna cominciano a sbattere come le ali di un avvoltoio. La causa di tutto quello sbattimento non si capisce subito, finché non si manifesta a due centimetri dalla faccia di Euforbio in tutte le sue volute more e ondulate.

– Sei forse impazzito? – dice il cespuglio di capelli mori.

Euforbio lo guarda senza dire una parola. Poi con la voce più naturale che gli riesce, domanda a sua volta:

– Che cos’è, in fondo, la pazzia, mia cara?

Morgana lo afferra per la collottola sollevandolo dalla sedia e lo mette a sedere sul tavolo come un bambinetto.

– Non è il momento di fare il filosofo da strapazzo. Non con me.

– Morgana, cara, il mio bavero non ti ha fatto torto alcuno. E poi…– dice Euforbio quasi divertito – non è certo il comportamento di una donna di sapienza come te.

Morgana si guarda attorno per qualche istante. Sente un leggero brivido lungo la schiena, ritorna a guardare Euforbio e gli stringe la collottola ancora più forte.

– Perché non mi hai avvisata? – chiede più spaventata che arrabbiata.

– Avvisata di cosa? – chiede Euforbio ostentando stupore.

– Delle guardie! In nome di Pidaar… Che stavano per arrivare… Mi hanno messo sottosopra la casa. Per fortuna li abbiamo sentiti in tempo.

– Oh loro! – risponde Euforbio con aria saccente – Sì, ho avuto il piacere di averci a che fare. Ma ti giuro, non sapevo nulla dell’ordine. Ero qui, come dire, impegnato a intrattenere i nostri amici.

Morgana si volta di scatto e gli amici distolgono lo sguardo, fingendo di pensare ognuno ai fatti suoi.

– Non loro, sciocca! – Euforbio scoppia in una grassa risata – Intendo gli amici che osservano tanto e parlano poco e non certo per timidezza. Poi sono arrivati i soldati del Capitano Elle e già che c’erano si sono messi ad ascoltare pure loro. Fatto da non trascurare, visto che, a quanto pare, vi ha dato il tempo di svignarvela.

Morgana molla la collottola di Euforbio. Si guarda attorno, incerta sul da farsi.

– Non temere, sono andati via con le guardie – prova a tranquillizzarla Euforbio mettendole una mano su una spalla.

– Ma dimmi, piuttosto, – continua il vecchio – di sopra hanno rovesciato anche gli alambicchi?

– No, quelli no – risponde Morgana che lascia spuntare qualche dente a un angolo della bocca, – dopo l’ultima volta il capitano Elle ha imparato a scegliere cosa non scoperchiare.

La Taverna scoppia in una fragorosa risata, interrotta bruscamente dall’unico capace di interrompere le fragorose risate così bruscamente:

– Insomma – balza sul bancone Clodoveo – si può sapere come ve la siete cavata?

Uno alla volta clienti, servitù e roditori da dispensa si stringono in cerchio attorno a Euforbio, che dice sornione:

– Vedo che ti è tornata la voglia di rischiare, vero Clod?

– Lascia perdere e continua – dice Clodoveo avvicinandosi con un boccale traboccante di birra in mano.

Euforbio guarda Morgana. Morgana guarda Euforbio rassegnata e gli fa un cenno annoiato con la testa:

– Va bene, ma fa presto che devo parlarti.

Morgana scompare nella rampa di scale che dà sul piano superiore, quello delle camere.

Euforbio monta di nuovo in piedi sulla sedia e continua a raccontare la storia.

Irruendo

Vaffambaffola

Anno Trentesimo E.d.P.

Quella notte. Qualche ora prima.

Prima che quella scalmanata ci interrompesse, avevamo lasciato Sla e Morgana (la scalmanata) nella stanza più alta della torre costruita sopra una taverna – che, ricordiamo si chiama proprio Taverna – dove l’alchimista stava per cominciare uno spiegone di quelli che nel frattempo vai in bagno, prepari da mangiare, bevi un infuso, leggi un romanzo, parli con un amica e lei ancora lì a snocciolare particolari fondamentali per la piena comprensione della storia, sia per chi la legge che per chi la riporta, che avrebbero trovato il proprio naturale sviluppo nei prossimi quindici capitoli, risolvendo i nostri problemi redazionali per almeno un altro anno.

Tuttavia, l’espressione “stava per” non è messa lì a caso, giacché l’attesissimo monologo di Morgana viene bruscamente interrotto, prima del tempo, dalla porta d’ingresso della torre che ha deciso di sbattere a terra, abbattuta con foga da una comitiva di individui ricoperti di latta che pronunciano parole a caso, tra cui: fermi, dove, spingi, cane, piano, ahia, strega, non necessariamente in quest’ordine. Finché uno di loro prende in mano la situazione e porta il gruppo all’ordine, o a qualcosa di molto simile:

Soldati!

– Si? – rispondono gli altri quattro.

– Come va? – domanda il primo e ricomincia il brusio confuso.

– Soldati! – riprende il primo, che ormai ha imparato la formula che funziona. Infatti i soldati si fermano e restano in attesa.

– Cercate dappertutto. Rovistate ogni angolo. Sollevate ogni tappeto. Spostate ogni mobile…

– Svuotiamo gli alambicchi? – lo interrompe un soldato mingherlino e con la voce flebile.

– No, per l’amore di Mitri! Gli alambicchi no! – interviene il capobranco – Contengono le pozioni di quella megera, non vorrei essere trasformato in un ciocco di legno proprio oggi.

– E quando? – chiede un soldato spilungone dallo sguardo tonto.

– Non importa, – bercia il capobranco – non è questo il momento. Cercateli! Lì c’è una scala, andate a vedere.

– Andiamo! – fanno in coro i quattro. Si aggrumano attorno alla scala che non li può contenere tutti insieme. Cominciano a discutere, vola qualche manata, schiaffi, pugni e nel giro di qualche secondo non si riesce a distinguere un uomo dall’altro.

– Bastaaaaaaa! – urla il capo che rischia di rimetterci le corde vocali e la giugulare – Nullah! Scorfi! Sorgente! Ignoto! A rapporto.

I quattro, come mossi dalla molla di una trappola per topi, scattano in piedi, sull’attenti. Il capo li passa in rassegna uno per uno senza proferire parola, puntandogli contro il bastone che ha in cima l’aquila di legno dagli occhi d’ambra. Il loro respiro è pesante, affannoso.

Qualcuno sanguina dal labbro, qualcun altro ha un occhio gonfio. C’è chi comincia ad avvertire un formicolio alla bocca dello stomaco, come un passero che sbatte le ali in una gabbia troppo piccola. Tutti e quattro cominciano a tremare, allora il capo ritira il bastone e copre la testa dell’aquila con un cappuccio.

– Non mi costringete a farlo di nuovo – dice con voce di lamiera. I soldati fanno di no con la testa e si avviano verso la scala. Fanno il primo passo tutti insieme, poi si guardano preoccupati e si cedono il posto a vicenda: – Vai prima tu. No tu. Ti prego. Per favore. Insisto.

– Sbrigatevi! – li chiama il capo dalla cima delle scale. – Ce li siamo fatti scappare. Ci deve essere un passaggio. Controllate dappertutto!

I militari salgono su per le scale risuonando come un cassetto di stoviglie messe alla rinfusa. Al di là della botola trovano un ambiente accogliente, con tappeti dai colori vivaci e fantasie esotiche, un camino, pareti ricoperte da scaffali colmi di libri di ogni tipo e dimensione e ancora alambicchi.

A uno sguardo del capo, i soldati si risvegliano dal sogno in cui erano entrati e cominciano la ricerca.

Rispolverano tutti i grandi classici del passaggio segreto, elencati, tra l’altro, da Mastro Tesia nell’importante volume Passaggi: dove trovarli e come riconoscerli. Controllano dietro le tende; cavano tutti i libri dagli scaffali; spostano i soprammobili del camino; formulano parole d’ordine e frasi a effetto, ma non accade nulla. Gli alambicchi non osano nemmeno toccarli per paura di ritorsioni del capo, ma come poter tener fede alle raccomandazioni che fa Mastro Tesia di …manipolare gli elementi meno comuni dell’ambiente, così come quelli che sembrano abbracciare la logica come un cucciolo di orso grigio degli alberi abbraccia la propria madre?

Con la massima cura e attenzione lo spilungone, Sorgente, solleva una ad una le ampolle e i vasi di vetro contenenti liquidi dagli svariati colori, erbe, frammenti di pietre variopinte.

Un liquido nero, in particolare, richiama la sua attenzione. È chiuso in un’ampolla tappata con un cilindretto di sughero. Appena la prende in mano, il soldato raddrizza la schiena sottile e lunga, si impettisce, allunga lo sguardo verso un punto indefinito della stanza. Si perde in pensieri indecifrabili che gli escono fitti dagli occhi socchiusi.

– Muoviti, idiota! – gli strilla il capo, che non aveva voglia di decifrare alcunché.

– Sta’ zitto! – si sorprende a dire Sorgente, rivolto al capobranco.

Gli altri si fermano e lo guardano sconvolti.

Il capo gli si avvicina lentamente, mentre toglie il cappuccio dalla testa dell’aquila.

Il solo gesto basta a convincere Sorgente a mollare l’ampolla, anche se a malincuore.

La poggia sul tavolo dove l’aveva trovata e la sua schiena lunga si incurva di nuovo leggermente in avanti, il petto si ritira come un furetto nella sua tana, lo sguardo si fa vacuo e spento. Con passo incerto, raggiunge gli altri e si rimette a frugare con fare distratto.

Il capo si avvicina all’ampolla a sua volta, l’afferra, la solleva. La guarda da vicino, poi da lontano, poi da una distanza media. La scuote e aspetta una reazione.

Intanto, i suoi modi da leader nevrotico e scattante diventano via via più fermi, la testa esce dalle spalle dov’era incassata e lo sguardo si fa acuto e luminoso, il respiro regolare.

Lancia un’occhiata verso i suoi sottoposti indaffarati. Si avvicina di nuovo l’ampolla agli occhi.

Il suo riflesso deformato dal vetro sferico scruta l’uomo in carne e ossa e gli chiede:

– Ma tu… che cosa sei?

Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco Lupo

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nami

Ma non può essere che ogni capitolo finisce con una domanda!! Quasi quasi mi sembra Beautiful! XD Io sono troppo curiosa! A quando il prossimo capitolo?