Cronache di Vaffambaffola - Capitolo 4.2

Capitolo 4.2 – Morgana, alchimista

Cronache di Vaffambaffola

Capitolo 4.2 – Morgana, alchimista

ella parte più oscura della penombra che avvolge un corridoio lungo e stretto, su cui si aprivano delle porte numerate chiuse dall’interno, nel punto più lontano e tenebroso, ci sono delle scale che portano un piano più su.

E lì, sul pianerottolo in cima alle scale, illuminato dalla timida fiamma arancione di una candela di sego, un’altra porta. L’ultima.

Non porta, come le altre, una targa numerata.

Una targa c’è, ma sopra c’è inciso un nome: Morgana. E appena sotto, in carattere minuscolo alchimista.

Sla sfrega nervoso il chiavistello che si è portato da casa, provando il profondo desiderio che sia quello ad aprire la porta.

Ma deve ammettere che non può, quindi lo getta via e apre la porta con una spallata.

La porta non è chiusa dall’interno e Sla si trova in mezzo alla stanza e per poco non travolge un alambicco che si era fatto spazio a fatica su un tavolo ricoperto da volumi di ogni dimensione.

– Non si usa bussare? – chiede una voce che sembra provenire dappertutto, ma a giudicare dall’alito sul collo, parte a un palmo dal collo di Sla, che si gira di colpo:

– Chi è Ciccimboldo? – chiede, un po’ preoccupato che lo sterno gli si sbricioli da un momento all’altro.

– Una persona più educata di te, presumo – risponde la voce che adesso gli alita a un palmo dalla faccia.

– Dimmi chi è – insiste Sla con uno sforzo immane per trattenere le budella dentro il loro legittimo portabudella.

La voce non risponde. Si allontana e con lei il suo sospiro. Prende una piccola rampa di scale interne che portano, attraverso una botola, in un altro locale ancora più su.

– Sali e chiudi la porta – dice prima di sparire nella botola.

Sla si volta verso la porta spalancata. Vede il chiavistello che aveva lasciato andare prima di entrare.

– Si, con quello – conferma la voce dal piano di sopra.

Il Sommo Poeta II

Il Super Conduttore, da lontano, gli fa segno (sempre articolato e barocco) di raggiungerlo e accomodarsi su uno scranno posto di fronte al suo, nell’altro dei due fuochi dell’ellissoide, ma non prima, per cortesia, di aver chiuso il portone dietro di sé, ché oggi è una serata particolarmente ventosa.

Il viandante avanza con passo esasperante verso l’anfiteatro consiliare, circondato dal Protector che gli fa da scorta girandogli attorno con il rischio di farlo cadere ad ogni passo. Avere la testa per aria non aiuta affatto, ma il viandante non riesce a fare a meno di ammirare le pitture, le sculture, le screpolature del muro che gli sembrano tanto familiari e di cui cerca di ricordare autrici e artisti. Rimpiangeva di non avere con sé i suoi appunti, nei quali di sicuro aveva annotato i particolari di quelle opere tante volte ammirate e criticate nelle giornate passate a corte.

Senza rendersi conto arriva al suo trono. Senza rendersi conto si ritrova con la faccia a terra perché il trono non l’ha visto, come non ha sentito le urla preoccupate del coro: – Attento! Attento!

Si rialza aiutato dal Protector, che era franato a terra pure lui, e si siede sullo scranno. Si guarda attorno intimorito e incrocia lo sguardo del Super Conduttore, a cui domanda, con aria incredula:

– Dov’è re Pidaar?

Il Supercon risponde prontamente:

– Il Magnifico si è sacrificato per tutti noi.

Il viandante incalza, con aria ancora più incredula:

– Ha deciso di lavare N’dò?

Dopo un silenzio perplesso interrotto solo da qualche colpo di tosse imbarazzato, il viandante strabuzza gli occhi e riprende con le domande:

– Dov’è il Barone? E tutti gli altri? E le altre?

Passa in rassegna aguzzando la vista tutti e novantanove i consiglieri senza riconoscerne uno. Allora decide di fare un altro giro, per sicurezza. E ora in senso antiorario.

Dopo essersi alzato in piedi e aver fatto il giro dell’anfiteatro guardandoli negli occhi uno per uno, decide che no, non ne riconosce nessuno. E si rimette a sedere.

– Io pensavo… – prova a dire ma viene interrotto dal Super Conduttore:

– Oh, Sommo, non sei tu a insegnarci che l’eccessivo raziocinio svilisce la creatività dell’essere umano?

Il viandante ci pensa un attimo, imbronciato, poi si illumina di colpo:

– Bè, io sarei anche d’accordo ma… –

– Non ci sono ‘Ma’, oh Sommo, quando si tratta di poesia – lo incalza di nuovo il Supercon.

CORO: Vero! Verissimo!

“Ma come fanno?” pensa il viandante con ammirazione. Poi riprova a prendere la parola:

– Quello che vorrei…

– Lo vorremmo tutti, oh sommo Sommo, per questo sei qui, dove dovresti essere – dichiara solenne il Supercon.

“Nella Repubblica dei discorsi interrotti” pensa seccato il viandante, che nemmeno ci prova a parlare, ora che il coro era impegnato in urla e inni di acclamazione, tutti perfettamente coordinati.

A un movimento impercettibile delle narici del Super Conduttore, nella sala cala di colpo il silenzio. Il supremo consigliere guarda il viandante negli occhi con l’intensità di un cavatappi.

– I suoi amici – dice con voce glassata – ci saranno di certo alla Cerimonia di proclamazione. Non temere, oh Sommo, ché tu sei qui per riprenderti ciò che ti spetta e che spetta ad ogni artista del tuo calibro: la Gloria -, conclude con un sorrisone da balenottera.

CORO: Evviva il Sommo!

– Sempre sia ispirato.

CORO: Evviva Pidaar! Evviva Pidaar l’Aereo.

– Sempre sia denominato.

Il viandante si guarda intorno leggermente sollevato a quella notizia. Allora ci aveva azzeccato. Era il momento di ritornare. E quale modo migliore di farlo, così, in pompa magna, con tutte le soddisfazioni del caso.

Si ritrovò ad applaudire pure lui, rapito dall’entusiasmo collettivo, e a non desiderare altro che arrivi quel momento per poter incontrare la vecchia corte di Pidaar al completo.

Già, Pidaar.

– Che cosa è successo a Pidaar? – riesce a domandare fermando il trambusto del coro, che dopo un attimo di esitazione proclama, perfettamente all’unisono: SEMPRE SIA DENOMINATO!

I consiglieri si alzano in piedi e in una fila ordinata passano davanti al trono del viandante per baciargli la mano prima di avviarsi verso l’uscita, che appena qualche minuto prima era stata entrata, ma si sa come vanno a finire certe cose…

A chiudere la fila è il Super Conduttore, che arriva al cospetto del viandante, si inchina, gli bacia la mano, poi si rialza e dice in un tono agghiacciante reso ancora più freddo da una folata di vento che passa di lì proprio in quel momento:

Bentornato, Cicciomede.

Appena due piani più sotto rispetto a dove si trova la voce si diffondono, indisturbati, effluvi di luppolo e aglio affumicato. Serve e servitori in miniatura si aggirano tra i tavoli inzeppati di clienti e habitué che sbiascicano l’ennesimo brindisi o imprecazione.

Il locandiere, Clodoveo del Luppolo, è un ometto basso e quadrato, acconciato secondo la moda del ‘sacerdote di Mitri‘, ormai passata da tempo, ma nessuno si prendeva la briga di ricordarglielo.

Se ne sta barricato dietro il bancone, costretto ad alzarsi sulle punte dei piedi per spillare cervogia e distribuire insulti o raffinate osservazioni su parenti e conoscenti altrui.

Nessuno, tuttavia, si prendeva la briga di contraddirlo.

Soprattutto dopo che un avventore, un giorno, provò a stare al gioco: vuoi per un fatto di accenti o per un’intonazione involontaria, Clodoveo non prese la sua risposta troppo bene e in una frazione di attimo balzò sopra al bancone di noce e ficcò in bocca all’avventore una spanna e mezzo di calzare di cuoio che gli fece passare la voglia di scherzare, di mangiare e, forse, di stare al mondo. Chiuse la performance con la frase a effetto “Benvenuto a Vaffambaffola” e si tuffò dietro le botti a spillare e a mugugnare in lingue mai udite prima.

Appena due piani più sotto, dunque, si svolge una tipica giornata alla taverna del villaggio – che ricordiamo prende proprio il nome di “Taverna” – dove, tra le altre cose, si discute dell’evento del momento.

Così come due piani più su, d’altronde, ma un giro ai piani bassi ci è tornato utile per lasciare un po’ di intimità all’occupante della torre, ignara del mondo esterno e di tutti i calci in bocca che esso comporta, nuda e sperduta in effluvi che sanno di estasi e terra bagnata; teneramente stretta da un contadino gigante barbuto, non tanto sveglio e alquanto scorbutico, ma dall’animo gentile, qualunque cosa sia, quest’animo, dico, che in questo momento è in fremente attesa di una risposta alla sua domanda:

– Chi è il tizio del diario che deve venirti a cercare?

– Me lo chiedi per gelosia o per curiosità?

Il groviglio di carne, barbe e capelli si scioglie così come si era composto, dolcemente.

– Che differenza fa? Voglio saperlo.

– Eh no, caro il mio Frido. La differenza è enorme.

– Spiegati meglio.

– Ecco tu hai il diritto di sentirti geloso, ma allo stesso tempo devi comprendere che il tuo sentimento è dettato da un presunto diritto di possesso nei miei confronti, che non ti è permesso, per il bene della mia libertà (e anche della tua…), esercitare attraverso nessuno strumento di coercizione, fisica o verbale.

– Che?

– Tu mi paghi come tutti gli altri. Non puoi pretendere che ami solo te!

– E perché no?

– Chiedi la stessa cosa al mugnaio o al fabbro?

– Certo che no.

– Allora perché per me dovrebbe essere diverso?

– Perché il mugnaio non lo amo, tanto per cominciare.

– Nessuno ti chiede di farlo.

– Io invece te lo chiedo di amarmi, ma tu non vuoi.

Morgana prende a ricoprire le sue rotondità senza fretta, partendo dal basso.

– Non sono cose che si chiedono, mio dolce Frido. Sono cose che succedono e basta.

Gli si avvicina, gli prende le mani e le bacia. Poi si copre le spalle con la veste e diventa di nuovo eterea come l’abbiamo conosciuta, una voce che si aggira per la stanza:

– Parlami un po’ di questo diario, piuttosto. Dov’è che l’avete trovato?

Sla si veste pure lui, in ordine sparso. Racconta della semina, del viandante che chiede informazioni, di Lon che lo costringe a inseguirlo nel bosco. Poi c’è anche quella sensazione orribile alla bocca dello stomaco, il tremore. Forse è svenuto, dice. Dice pure che non ha mai avuto così tanta paura come quella volta. Paura per sé, ma paura soprattutto per la piccola Lon, che Ghali la fulmini così le passa la voglia di seguire viandanti che si infilano nei boschi. E poi il fracasso, i passi, rumori di lattaglie. Infine il carretto pieno di scartoffie, il diario con solo un paio di pagine scritte e il resto bianco come le pezze di seta. Perché parlava di lei? Chi doveva cercarla?

Morgana si aggira per la stanza in punta di piedi, svolazzando con ali di farfalla da un pensiero all’altro.

– Non doveva succedere così! – si sorprende a sussurrare a pugni stretti.

Sla si alza in piedi, riesce a farla posare sotto le sue dita. Morgana riprende forma concreta, umana e tendente al pallido.

Dalle caverne dei suoi occhi fuoriescono lampi di luce che penetrano lo sguardo di Sla fino ad arrivargli alla nuca passando dal cranio. Potrebbe anche risparmiarsi di pronunciare qualsiasi parola che l’omone non abbia già capito, ma sceglie di farlo lo stesso, il che, per noi, è di molto aiuto:

– Frido, ci sono delle cose che devi sapere.

 Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco PennaNera

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