Capitolo 11.1 – I Natali del Re

O di come si racconta che Pidaar sia nato e arrivato a Vaffambaffola

Dove eravamo rimasti: Cicciomede fa ritorno a Vaffambaffola per essere insignito del titolo di Sommo Poeta per l’opera svolta sotto il regno di Pidaar l’Eccelso, che ha preceduto l’avvento Repubblica. Dopo essere stato accolto a palazzo con quasi tutti gli onori del caso, sotto la guida, o meglio, sotto la dettatura di Mastro Tesia di Nido, Ministro delle Arti e dei Mestieri, comincia la nuova stesura della sua opera più celebre andata perduta, la Pidaarica Historia, che però non sembra coincidere troppo con l’originale…

elle antiche terre di Usma, sul monte Miedo, Mitri e Ghali, il Caldo e il Freddo, capostipiti degli dèi, si mescolarono tra loro provocando la tempesta più terribile che il mondo abbia mai conosciuto.
Dall’occhio del ciclone, oltre alla morte e alla devastazione, nacque Pidaar, “Colui che custodisce”.

– Colui che custodisce?
– Silenzio!
– Siamo sicuri che sia proprio cos…
– Taci e seguita a scrivere, scrivano!
– Io sarei l’autore, ma va bene… scriviamo…

Il bambinetto, nato dalla tempesta, era destinato a reggere le umane sorti, succedendo ai suoi due padri a capo della schiera degli dèi del Miedo.
Fatto che fece ingelosire Zama e Puttr, il Dentro e il Fuori, i guardiani del cancello, destinati a sorvegliare in eterno il sacro accesso ai piedi della montagna sacra.
“Perché?” chiesero ai loro progenitori, in seguito alla designazione di Pidaar come successore, “Perché lui e non noi, che siamo nati prima e abbiamo divinità da vendere?”
Ma le ragioni degli dèi sono imperscrutabili a noi mortali e spesso anche agli dèi stessi.
Ciò che era deciso era legge.
“Occupatevi dei cancelli, voi, che c’è sempre un gran viavai”.
Tornati al loro compito, Zama e Puttr, non lasciarono trascorrere nemmeno un istante senza pensare a come togliere di mezzo l’odiato fratello.

– A me Pidaar non ha mai raccontato questa storia.
– Ma certo, sciocco! Come potevi tu comprendere un mistero divino come questo?
– In effetti non lo capisco, anche perché non sapevo che il re fosse…
– … un dio? Eh Eh, pensaci, o scrivano, e vedi che molte cose si spiegano alla luce di ciò che ti sto rivelando.
– Uhm, in effetti ora è tutto più chiaro, ma non saprei proprio…
– Come potresti, umile poeta?
– Ma non ero “il Sommo” fino a qualche minuto fa?
– Lo diventerai quando avrai terminato la tua più grande opera. Ora scrivi!

Le loro malvagie macchinazioni prevedevano usi e modalità per niente degne di un dio e videro il loro culmine nel legare il fanciullo bendato in groppa a un montone impazzito in corsa verso le pendici del monte.
Ma il Prediletto trovava sempre la via del ritorno. Egli era un semidio, ed era “semi” solo perché era nato dalla tempesta, che di per sé portava morte e sgomento, motivo per cui non poté godere dell’immortalità pura.
In compenso aveva un ottimo senso dell’orientamento, e fece ritorno a casa quella sera stessa, tra il disappunto di Zama e di Puttr.

Le divinità invidiose attesero che Pidaar si facesse adulto, prima di trovare il modo di eliminarlo definitivamente. Capirono che colpirlo nel corpo era inutile. Dovevano, piuttosto, rivolgere la propria attenzione verso l’oggetto alla cui custodia era destinato: la Pietra di Mieduro.
La Pietra, originaria delle viscere del monte Miedo, era lo strumento con cui gli dèi infondevano la paura negli esseri viventi per sottometterli al proprio volere, o, quanto meno, per scongiurare in loro qualsiasi tipo di “volere”.
Con uno stratagemma, Zama e Puttr attirarono Pidaar lontano dalla teca sacra e si impadronirono della roccia.
Mitri e Ghali, di ritorno da una festa patronale, restarono sgomenti di fronte al triste spettacolo che trovarono: la teca sguarnita del suo prezioso contenuto.
Attesero sull’uscio undici giorni e undici notti, finché l’eletto non si presentò allo stremo delle forze. Quando gli chiesero spiegazioni, Egli ammise di essere venuto a conoscenza di un convivio orgiastico nella sacra foresta di Usma ove si era intrattenuto fino a quel momento.
Gli dèi, adirati, lo privarono della sua metà immortale e lo condannarono seduta stante all’esilio eterno, finché non avesse ritrovato la Pietra e non l’avesse rimessa al suo posto.

Da quel momento in poi Egli assunse il titolo di Pidaar, ovvero “Colui che cerca”.

FINE DELLA PRIMA PARTE

La memoria perduta

Dove eravamo rimasti: Frido e Lon raggiungono, dietro consiglio di Morgana e del Diario, la vecchia stazione di posta ormai dismessa, dove vive Edgardo del Crisantemo, un vecchio amico di Pidaar, che mostra loro alcune bozze originali della Pidaarica Historia, scartate o dimenticate lì dal suo autore, Cicciomede. Edgardo, detto Ed, gli svela in che modo Pidaar aveva convinto l’intero villaggio ad accettarlo come sovrano: aveva promesso loro l’immortalità e gli aveva fatto dono dell’inchiostro per ottenerla.

– Capite perché è così importante che voi troviate le bozze originali? – chiede Edgardo a fratello e sorella, occupati a rimettersi a posto la mascella, in seguito allo stupore per la storia dell’inchiostro.
– Veramente no! – ammette Frido con uno sbuffo rassegnato.
Edgardo si alza in piedi in un accesso di disperazione. Si avvicina al ciuco, ne accarezza la criniera.
– La gente sta dimenticando a poco a poco tutto quello che è successo negli ultimi anni e, senza il resoconto originale e in mancanza del re, la Repubblica racconta la storia come meglio gli aggrada.
– Cosa c’è che non va nella storia della Repubblica? – chiede Lon accigliata.
– Niente, a parte il fatto che non è vera. E se non si racconta la Storia vera, rischiamo di dimenticare chi siamo – dice Ed cominciando a tremare.
– E chi siamo? – incalza ancora Lon.
– Proprio così… – l’omino canuto abbassa la testa sul petto con un sospiro, poi la rialza di scatto ed emette un urlo agghiacciante, – Andate a cercare quelle bozze, subito!

Spalanca la porta (ammesso che ce ne fosse bisogno) aiuta Frido a caricare le poche cose che li possano aiutare per il viaggio, compreso il plico di fogli contenenti le bozze, e in un impeto di entusiasmo che nemmeno lui si aspettava li abbraccia entrambi.
– E di questo, cosa ne facciamo? – domanda Frido indicando il Diario.
– Giusto, me ne stavo dimenticando. Dai un po’ qua! – Ed afferra il Diario, lo apre a una pagina a caso, intinge il pennino nel calamaio appeso al collo di Lon e scrive in fretta qualcosa.
Lo richiude con un tonfo e lo consegna alla ragazza.
– Ora potete andare – dice con un sospiro di sollievo e una smorfia che nelle intenzioni dovrebbe essere un sorriso.

Contadino, sorella e carretto si allontanano cigolando. Lon, in cima alle masserizie caricate sul carro osserva allontanarsi quella figura di omino smunto che la saluta mentre accarezza quella figura di asino smunto. “Dovrebbero nutrirsi meglio”, pensa. Poi apre il diario alla pagina dove Ed aveva scritto:

Sono andati, non temere!

In lontananza si ode il raglio disperato del ciuco: è un monito. Da quel momento in poi le cose si sarebbero affatto complicate.
Ma Frido e Lon non comprendono il ciuchese, a differenza di Edgardo, che lo conosce molto bene. Accarezzando l’asino dolcemente, gli sussurra all’orecchio:
– Non preoccuparti, se la caveranno.
Poi strappa un ciuffetto di margherite, ne dà metà al ciugo, l’altra metà se la ficca in bocca e inizia a masticare.

 Testo e storia: Francesco Di Concilio
Segni e disegni: Ivo Guderzo
Web & real editor: Francesco Lupo

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