Capitolo 10 – Di come si diventa immortali

Capitolo 10 – Di come si diventa immortali

Riassunto dei capitoli precedenti

C’è grande fermento a Vaffambaffola: il vecchio poeta di corte sotto il regno di Pidaar il Magnifico torna a casa dopo anni di esilio per essere insignito dell’alloro alla carriera dal governo dell’attuale Seriosissima Repubblica. Intanto, i contadini Frido e Lon, che lo hanno incontrato lungo il cammino ma non hanno idea di chi sia, ma si trovano coinvolti, loro malgrado, nella ricerca della sua opera omnia, che potrebbe svelare molti capitoli della storia di Vaffambaffola e delle cose strane che vi accadono negli ultimi anni.

Capitoli precedenti: clicca qui –

Cavoli e camomille.

Seriosissima Repubblica di Vaffambaffola e Limitrofe
IV di Seminato Anno 30 E.d.P. (Era di Pidaar)
Alla vecchia stazione di Posta.

Edgardo del Crisantemo se ne sta ad aspettare a bocca ed occhi spalancati, come un piccolo di condor spelacchiato e spigoloso che aspetta il ritorno del genitore condor per essere sfamato.

Frido esce dal casotto per attingere alle riserve del carretto e quello che trova e un ciuco smunto con il lungo muso ficcato tra la verdura di stagione.

– Strano! – mugugna Edgardo con aria sorpresa – E’ da anni che non lo vedo mangiare qualcosa che non siano fiori di camomilla.

In un accesso di gioia inaspettato, descrive nei minimi dettagli come abbia imparato a selezionare i fiori, piantarli, coltivarli, raccoglierli, essiccarli e renderli un ottimo alimento, e anche l’unico, per l’asino, è un’eccellente infusione per sé.

Fa una pausa pesante di pensieri e la gioia fugge via improvvisa come era venuta.

– A quanto pare i vostri cavoli non gli dispiacciono affatto.

Lon, che con tacito stupore di Frido aveva seguito la scena in assoluto silenzio, d’un tratto afferra Edgardo per un polso: – Ci vuoi spiegare una buona volta che MitriGhali sta succedendo?

Frido si sorprende di quel comportamento. Non è da Lon. O meglio, è da Lon l’impeto, non la preoccupazione, la quale, invece, avrebbe caratterizzato lui.

‘Buon sangue non mente’, pensa, prima di apostrofare la sorella:

– Ti sembra il modo di comportarti con una persona più… insomma… con una maggiore…

– Intendi dire più vecchia? – Lon finisce la frase.

– Con più esperienza di te, intendo, per Mitri. Non credevo di aver cresciuto una maleducata.

– Cresciuto? E per chi mi hai preso, per una delle piantine del tuo orto? Mi hai forse innaffiato i piedi? Potato i capelli? Hai mai visto fuoriuscire dal mio corpo qualche specie di frutto o i fiori dalle orecchie?

– Bè, a dire il vero sì – ammette Frido in tono sincero – Una volta hai prodotto un me…Lon! – e sbotta in una risata che fa rimbombare in modo preoccupante il legno della baracca.

Mentre il fratello è preso dalle sue ilari convulsioni, Lon nota con la coda dell’occhio che Edgardo cerca ovunque un posto dove nascondere la faccia paonazza dall’imbarazzo. Non lo trova e decide di farla penzolare sul petto come un medaglione di corallo.

– In ogni caso le chiedo scusa, signor Crisantemo – Lon gli sfiora il braccio con la mano.

– Chiamami Edgardo, o Ed, se preferisci – dice Ed rialzando la testa di scatto, – e non preoccuparti, capisco che tu abbia voglia di saperne di più almeno quanta ne ho io di dimenticare. Purtroppo non sono stato esposto per abbastanza tempo a quell’affare.

– Che affare?

– Niente, lascia perdere. Date un’occhiata a questo, piuttosto.

La Pidaarica Historia

Afferra la pila di scartoffie che aveva rilegato alla buona con pezzi di spago sfilacciato (vedi cap.9) e la mette sotto il naso della ragazza.

Frido è tornato in sé, alle prese con le verdure e il calderone. Tende l’orecchio e prova a non perdersi una parola.

– Queste sono alcune delle pagine della Pidaarica Historia, immensa opera che descrive e narra le vicende di Vaffambaffola durante il Regno di Pidaar il Duraturo prima che scomparisse. E per essere più precisi, si tratta delle scartoffie appallottolate di cui Cicciomede, il poeta di corte che sta per essere proclamato Sommo, non era soddisfatto e che ha riscritto, a volte anche solo per una virgola messa male.

– Ma non bastava cancellare e riscrivere? – chiede Frido iniziando a lacrimare per le cipolle, o per un residuo di risata, non lo sapremo mai.

– Non scherzare! – risponde severo Ed – Il nostro bardo era un professionista. Cercava la perfezione in tutto, puntiglioso fino allo sfinimento.

Tace portandosi la mano al mento per riflettere.

– Un vero artista – sottolinea, scuotendo la testa su e giù.

– E poi era tutto quello che avevamo – aggiunge.

– Bisognava accontentarsi – conclude.

La faccia riemerge dalla mano pensierosa: – Voi lo sapete come è diventato scrivano di corte?

La faccia si contrae in un ghigno che a Lon sembra una smorfia di dolore, ma poi capisce che in realtà si tratta di un sorriso malinconico.

Fratello e sorella fanno di no con la testa.

– E’ quasi tutto scritto qui, leggete! – riprende afferrando il plico di fogli – Leggete! È importante che voi sappiate come è andata e forse capirete perché siete arrivati fin qui.

– Ma nooo… – interviene Frido con suffucienza – noi stiamo solo scappando verso Chissàdove per Chissaqualemotivo, nessun mistero.

Edgardo gli lancia una rapida occhiata carica d’inverno, scioglie le legature di cordino di canapa e porge il primo foglio a Lon. Nelle sua mani il foglio si srotola come una tovaglia piena di briciole. È una lunga pergamena. La ragazza monta in piedi sul tavolo e comincia a leggere ad alta voce:

Argomento e invocazione

Cantami, o Diva! Narrami, o Musa!
In ordine di tempo o alla rinfusa,
della venuta, i motti, le gesta,
per non parlare dei canti di festa,
del grande Pidaar: l’audace sovrano
che giunse a noi in un tempo lontano,
dopo aver a lungo smarrito la via
in cerca di meta e di compagnia.
Era il nostro un villaggio modesto,
la donna libera e l’omo onesto.
Niente soprusi, abusi o contusi,
a subir o mandar non eravam usi.
Ciascun colla propria sapienza e mestiere,
nessun fanfaròn la dava a noi a bere,
seppur non mancassero intrighi e combutte:
i nasi degli uni, negli affari di tutte.
Ma venne un Beldì che fe’ la comparsa
(in sella a un montone, con la faccia arsa)
su la piazza grande del nostro villaggio
colui che fu detto Pidaar il Saggio,
ché comprendendo le nostre usanze
volle restare e incominciare le danze.
Un unico dubbio incupiva il messere:
“Là fuor v’è qualcuno che brama il potere!
Su Vaffambaffola squillan le trombe
di una sanguinaria falange che incombe!”
Ma la soluzione avea pronta il Degno:
fare di noi un Ducato o un Regno.
Con tanto di leggi, di tasse, di corte,
di guardie reali, di pena di morte.
Purché si sapesse (seppure per gioco)
che la sua gente avea già il suo giogo.
Villane e villani, scrutandosi in viso,
sapevan che c’era un che d’impreciso.
Tuttavia l’uomo sembrò sì sincero,
ch’ad essere un regno giuocammo davvero.
La vita ordinaria rimase la stessa,
ma il sarto era Duca, la mugnaia Contessa.
Del resto, vicende, avventure e gloria
conterò a suo tempo in codesta Historia.
Può essere che in fondo abbiate ‘l disio
di saper di preciso qual voce son io.
Solo uno in più quel dì ‘n mezzo alla folla
che mira la scena, stupisce, barcolla.
E quando rinvenni, il sovrano sì forte,
fece di me il suo poeta di corte.
Per cui accade che a chi me lo chiede,
rispondo: “il mio nome l’è Cicciomede”.

Il dono

– Ora sì che è tutto chiaro – sogghigna Frido, sfogliando un cavolo, anche se lì non c’è scritto nulla.

– Se fossi in te non riderei tanto… – gli risponde Edgardo con il suo cordiale tono da oltretomba.

– …Quel giorno c’eri anche tu, sulle enormi spalle di tuo padre, mentre tua madre brandiva la falce, pronta a scagliarla verso il nuovo venuto.

– T… tu conoscevi i nostri genitori? – domanda Frido mollando cavolo e coltello.

– Ci conoscevamo tutti a Vaffambaffola a quei tempi. A dire il vero conoscevamo il passato di ogni famiglia, passante o nuova arrivata. Eravamo dei begli impiccioni, ma eravamo uniti.

Ed si appoggia allo schienale della seggiola impagliata che squittisce di fatica con lo sguardo immerso nel vuoto.

– Solo di Lui non sapevamo nulla. – continua – Né da dove venisse. Né quale fosse il suo passato. Non sappiamo nemmeno dov’è ora e perché ci ha abbandonato. Ci siamo semplicemente fidati. Ditemi – le perle vacue dei suoi occhi si posano smarrite sui volti di Frido e Lon – Dovremmo essere biasimati per questo?

– Bè sì! – risponde Lon senza riflettere.

Edgardo ha un sussulto.

Frido ha un sussulto.

Lon getta a terra la pergamena e punta il dito verso la fronte pallida del vecchio.

– Inutile che fai quella faccia da scoiattolo truffato. Come vi è saltato in mente di fare vostro re un tale arrivato da chissà dove, che vi mette in guardia da chissà quale pericolo e vi governa per vent’anni prima di lasciarvi in balia di… in balia di…

Lon aggrotta la fronte e inclina la testa leggermente a destra:

– In balia di chi vi ha lasciato, esattamente? Perché lo rimpiangete così tanto?

– Vedi – le risponde Ed, che ha ritrovato una specie di pace temporanea dai suoi tormenti – E’ proprio per questo che è importante che voi sappiate. – Indica il malloppo di fogli sul tavolo – E poi… – fa un gesto vago con la mano come a soppesare un sacchetto di mandorle – ci fece un’offerta che non potevamo rifiutare.

– Ah si? E quale? – chiede Frido sfilandosi la punta del coltello dal collo del piede.

– In cambio della sua nomina a sovrano di Vaffambaffola, quello che voi chiamate ‘tale’ ci promise in cambio ciò che tutti vorrebbero e cercano di ottenere con ogni mezzo.

– La zuppa di cavolo e patate della Taverna? – Frido prova a sdrammatizzare, ma non ride nessuno.

– Eravamo una comunità giovane, e di cosa ha più bisogno una comunità giovane per sopravvivere? E quando parlo di sopravvivere intendo andare avanti sul serio, superare le stagioni, i mesi, gli anni, le ere. Andare oltre la vita stessa dei singoli individui che la compongono.

Quel Tale ci offrì la possibilità di vivere per sempre, di entrare nella Storia.

– Con un elisir di lunga vita? – chiede Lon.

– Con la trasformazione in statue? – chiede Frido.

– Niente di tutto questo – taglia corto Ed con un rantolo soffocato.

– Allora cosa? – chiedono insieme.

– Quello sconosciuto venuto da chissà dove, ci fece dono dell’unica forma di immortalità che l’essere umano abbia mai sperimentato fino ad ora: l’inchiostro.

continua…

Testo e storia: Francesco Di Concilio
Copertina: Ivo Guderzo
Web editor: Francesco PennaNera

Ma cosa ne pensi tu?

Fai il Login per poter commentare
  Segnalami i commenti che vorrei seguire.  
Notificami