Cronache di Vaffambaffola - Capitolo 1.2

Capitolo 1.2 – Chi raccoglie

Cronache di Vaffambaffola

Capitolo 1.2 – Chi raccoglie

Parte II. Chi raccoglie

Vaffambaffola,
Terza di seminato,
30 E.d.P. (Era di Pidaar).

n diversi punti del globo terracqueo a noi tanto noto, da qualche secolo, si è cominciato a vagheggiare circa il ruolo che la Terra e l’Universo svolgono rispettivamente.

Alcuni, infatti, si sono azzardati a ribaltare la comune concezione delle stelle del firmamento come mattoni di una stanza sferica al cui centro è provvidenzialmente posizionato il nostro pianeta. La maggior parte non ce l’ha fatta a vedere confermata la propria ipotesi. La minor parte ha partecipato a grandi falò in qualità di marshmellow.

Come apprendiamo dalla Pidaarica Historia – monumentale, parziale e incompiuta opera che raccoglie la narrazione delle gesta del re Pidaar il Gesticolatore e del suo seguito di consigliere, ministri, poeti di corte, vassalle, scudieri e animali da compagnia, nonché l’intera mappatura delle mulattiere che attraversavano Vaffambaffola e il suo circondario – la provocazione scatenò fior di dibattiti nel frizzante ambiente di astronome, astrologi e malati di torcicollo del fu regno, stimolando le più diverse risposte alla domanda “Chi gira intorno a chi?”.

Eristarco di Samo, leggiamo, sostenne, in un celebre discorso tenuto a un simposio nel palazzo del re, che a girare non fosse la stanza, o meglio, che detta camera non girasse attorno alla Terra poiché la stessa era parte integrante, alla pari delle stelle e degli altri pianeti, delle pareti. Sostenne, più avanti nel corso del simposio, di essere egli stesso parte integrante delle mura e di partecipare a tale moto rivoluzionario. Sostenne ciò un attimo prima di vomitare sui calzari di Morgana.

Morgana, alchimista e astronoma alla corte di Pidaar, da par suo, riteneva che il problema non fosse “Cosa girasse intorno a chi”, ma, più precisamente, “Come mai tutto questo giramento?”. La risposta più logica, ammise, doveva risiedere nell’incapacità di Eristarco di trattenere i propri umori intestinali, ma poiché Morgana era più di tutto donna saggia e ponderata lasciò che il dubbio aleggiasse tra i convitati e colpì Eristarco con un grosso vassoio.

Che in ogni caso si tratti di un giramento, Lon lo rammenta vagamente dalle letture fatte prima che le fosse vietato, e ora che il mondo è impegnato a girare vorticosamente intorno a lei, quel barlume risorge più vivido e intenso che mai.

“Anche la Terra – si domanda barcollando – deve provare questo senso di nausea?”

Nel frattempo, dal boschetto che si affaccia sulla contrada dove abbiamo incontrato i nostri, spunta fuori come una linguaccia una mulattiera ammaccata. In lontananza, un cigolio metallico rivendica a gran voce un po’ di grasso.

Il cigolio cresce d’intensità fino a diventare un graffio che lacera il vento. Molti degli uccelli presenti, che ancora non si sono ripresi dallo shock della donna-aquila, capiscono che quella non è proprio una gran giornata e vedono bene di allontanarsi verso fronde più tranquille, fatta eccezione per le cornacchie, per le quali il tempo della semina è pur sempre una solenne occasione di banchetto, a costo di rimetterci i timpani.

Il graffio cadenzato (gnik gnik) è accompagnato da tonfi strascicati (tunsh tunsh) che stampano suole di sandali sulla terra battuta (ahi!ahi!). Il proprietario dei sandali è ricoperto di una lunga tunica di tessuto grezzo spiegazzato, del colore della polvere, la stessa polvere che lo circonda sbuffando al suo passaggio.

Un cappuccio lacero gli copre la testa e parte del volto. Tira un carretto carico di incartamenti, pergamene, scartoffie, tomi di ogni dimensione e qualche mandarino tardivo, raccolti in sacchi di canapa aperti e sistemati alla rinfusa.

La tunica, il carretto e il cigolio costeggiano un fazzoletto di terra arato di recente, con una nuvola di semi aggrumata nel bel mezzo di un solco, dove le cornacchie scendono a far bottino e una giovane donna sembra essere in procinto di scappare da un uomo che brandisce un secchio colmo d’acqua.

Chissà se quella, si domanda il viandante, può definirsi un’usanza locale. Non gli sembra di ricordare nulla del genere, seppur di tempo ne sia passato. Ma forse hanno semplicemente ragione gli uccelli: non doveva essere una gran giornata.

La tunica aspetta di riemergere dalla nube di polvere che la circonda, prima di dire:

– Domando venia madama e messere. Non è mia intenzione arrecarvi tormento alcuno. Vorrei solo sapere, di grazia, se codesta è la carraia che giunge infino al palazzo del fu Re Pidaar l’Urbanista.

Sla, che stava per prendere la rincorsa con il secchio, si ferma di colpo e resta immobile a fissare il viandante.

Lo stesso fa Lon, che però ha qualche difficoltà con il “fermarsi di colpo” e il “restare immobile”.

– Eh? – fecero in coro.

Il viandante ripete la frase alzando di poco il tono di voce, quanto basta per far arrivare chiaro il messaggio all’orecchio dei due contadini.

– Eh? – ripetono in coro i due.

– Vado bene per il palazzo? – taglia corto il viandante.

Sla e Lon si guardano, poi tornano a fissarlo.

– Segui il sentiero fino al bosco di faggi – risponde Sla, in tono meccanico.

– Al bivio prendi la strada a destra – continua Lon, in tono meccanico.

– Non il primo, non il secondo, il terzo sentiero a sinistra – incalza Sla.

– Una volta là, chiedi – conclude Lon, che riprende la fuga e inciampa tre metri più avanti.

Il viandante ringrazia, ma nessuno gli da retta perché il contadino è tutto preso a vuotare il secchio sulla testa della contadina, e la contadina ha, va da sé, le orecchie piene d’acqua.

Il viandante prende carretto, cigolio e polvere e se ne va per la sua strada.

– Non m’importa quello che si dice in paese – sbraita Sla rivolto a una Lon più bagnata di un tritone sotto una cascata – ho del lavoro da fare, io. Devo finire la semina prima che inizino gli acquazzoni di primavera e prima che quei corbacci si ingozzino tutte le sementi. E tu – la voce gli trema per la collera, così come il dito puntato in direzione di Lon – e tu dovresti essere al mercato a fingere che quel che abbonda in realtà scarseggia per poterne ricavare il doppio.

– Perché? – domanda Lon tirando su col naso il moccio che le cola sulle labbra.

– Perché è compito tuo! – riprende a urlare Sla, livido di rabbia – Come il mio è quello di seminare. Non potresti nemmeno essere qui, se qualcuno ci vedesse non…

– Perché? – lo interrompe Lon in tono lugubre – Perché urli così?

La domanda sembra fare effetto perché Sla non replica. Al contrario, serra le larghe labbra da pesce e assume un’espressione da pesce.

Lon si rimette in piedi lentamente. Le ciocche bagnate che prima penzolavano sul terreno ora gli aderiscono al volto e alle spalle incorniciando la carnagione arrossata e paffuta delle guance e la curva stretta e morbida del collo. Due smeraldi di ghiaccio incastonati tra lunghe ciglia brune si posano su Sla che sente il suo sangue scricchiolare come un tronco spaccato da un cuneo di ferro.

Lon fa verso di lui un passo che non sembra avere fine. Si può dire che fluttui a dieci centimetri dalle zolle. Il suo piede tocca terra e a Sla sembra che un’intera montagna innevata abbia deciso di piantare le tende proprio lì, a un palmo dal suo ombelico.

Il secondo piede segue il primo, fa scricchiolare una foglia secca che si trovava ai piedi di Sla e che il contadino crede essere in realtà il suo metatarso che si polverizza sotto il peso della montagna.

Il dolore non lo sente, pensa, perché fa troppo freddo.

– Sla – dice Lon con alito di tramontana.

Sla non risponde né si muove. E pur volendo, la riterrebbe una mossa azzardata e ci rinuncerebbe. Come puntualmente fa.

– Sla – ripete Lon rendendo ogni lettera vischiosa come resina di pino.

– Ehi – risponde timidamente Sla, che intanto comincia a tremare.

– Lo sai tu –  la lingua di Lon scivola melliflua – chi è Ricciovasco da Vaffambaffola?

Sla calcola le probabilità di dare una risposta giusta, ammesso che esista, poi si ricorda che non aveva proseguito gli studi di matematica poiché al rango a cui appartiene erano stati vietati, perciò si limita a dire:

– N-no…C-chi è? –

– E che ne so io.. – dice Lon, imbronciata di colpo.

La montagna di ghiaccio si scioglie. Dopo uno scrollone da cane bagnato i capelli tornano arruffati. Lo sguardo ritorna ad essere curioso e folle.

– Forse – dice d’un tratto come in preda a una visione – dovremmo chiederlo a quel tizio.

E nemmeno finisce di dire “tizio”, che si lancia di corsa nella direzione in cui era scomparso il viandante.

Sla ha la netta sensazione che non terminerà la semina oggi.

Prende il sacco, se lo mette a tracolla e segue Lon lungo il sentiero, sbuffando come una locomotiva a vapore.

Bah.

Ma in questo tempo e in questo luogo non esistono le locomotive a vapore. Quindi sbuffa come un braciere appena spento e sparisce nella boscaglia.

Testo e storia: Francesco Di Concilio

Segni e disegni: Ivo Guderzo

Web & real editor: Francesco Lupo

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