Bollettino errante n.4

Bollettino errante n°4

Arabia Saudita – Ambasciata con delitto

Il 2 ottobre il giornalista Jamal Khashoggi è entrato nel consolato saudita ad Istanbul per richiedere dei documenti dal suo paese d’origine e non ha fatto più ritorno a casa. Da allora non si sono avute più sue notizie. La sua fidanzata turca ha raccontato di aver aspettato per ore fuori dal consolato prima di denunciarne la scomparsa alle autorità.

Il ministero degli esteri Turco, due giorni dopo, ha convocato l’ambasciatore saudita ad Ankara in relazione alla scomparsa del giornalista. La risposta del consolato è stata la totale negazione del fatto che Jamal Khashoggi fosse detenuto all’interno dell’ambasciata.

Perché tutto questo?

Jamal Khashoggi aveva denunciato arresti e limitazioni dei diritti civili in Arabia Saudita scrivendo per il Washington Post dopo il suo esilio.

“Ho lasciato la mia casa, la mia famiglia e il mio lavoro per dire quello che penso”.

Per molti anni è stato vicino alla famiglia reale saudita ma è caduto in disgrazia in seguito all’ascesa del principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) e gli arresti da lui ordinati contro alcuni membri della famiglia reale. Fu così che fu allontanato dal suo incarico di redattore a causa della sua vicinanza agli esponenti arrestati.

Nel suo primo articolo per il Washington Post scrisse:

Quando parlo di paura, di intimidazione, di arresti e umiliazioni pubbliche di intellettuali e dirigenti religiosi e vi dico che vengo dall’Arabia Saudita, siete sorpresi?

L’inchiesta della C.I.A. porta a galla la verità

Almeno tre dei quindici agenti sauditi che si sono recati al consolato di Istanbul, il giorno della scomparsa di Jamal Khashoggi farebbero parte delle unità d’élite incaricate della protezione personale del principe ereditario. Secondo le indagini c’era, in uno dei tre team, un esperto in autopsie che avrebbe aiutato a smembrare il cadavere del povero giornalista per poter cancellare le tracce del delitto.

Le telecamere della sorveglianza avrebbero ripreso, inoltre, un furgone nero uscire dal consolato. Probabilmente il furgone dove sono stati caricati i resti del giornalista ucciso.

Ecco il video del NY Times che mostra i dettaglio gli eventi del 2 ottobre.

Ripercussioni nel mondo

Il 30 ottobre l’ONU ha richiesto all’Arabia Saudita di rivelare dove si trova il corpo senza ulteriori ritardi o equivoci.

Il 27 novembre, il principe Mohammed bin Salman viene accolto da fischi e proteste in Tunisia durante una sua visita istituzionale.

Human Rights Watch ha presentato a un giudice federale argentino la richiesta per aprire un’inchiesta sul principe mandante del delitto per crimini di guerra in Yemen e per l’omicidio di Jamal. Il principe dovrebbe partecipare al G20 che si tiene il 30/11.

Fonti e approfondimenti:

CNN – Jamal Khashoggi’s murder shows that the cynics have won

The Guardian – Argentina prosecutors considering charges against Mohammed bin Salman at G20

Il Messaggero – Caso Khashoggi, parla la fidanzata del giornalista saudita ucciso: «Lo sdegno non basta»

Il Corriere della Sera – Caso Khashoggi, Usa divisi: la Cia accusa il principe MBS, Trump frena

The Washington Post – Read Jamal Khashoggi’s columns for The Washington Post

The Washingotn Post – C.I.A. Concludes That Saudi Crown Prince Ordered Khashoggi Killed

Spot natalizio contro l’olio di palma? Troppo politico

Come ogni natale nel Regno Unito parte una battaglia mediatica a suon di campanellini, Babbi Natale e renne a tutto spiano. Arriva il periodo natalizio e con lui la guerra degli spot per i brand più importanti. Iceland, una catena di distribuzione e supermercati famosa in tutto il paese, ha deciso di sfruttare il suo budget annuale dedicato allo spot natalizio collaborando con Greenpeace. Lo spot ideato è un cartone animato e doppiato dall’attrice Emma Thompson che rappresenta una bambina ed un orango nella cameretta della piccola. Il cucciolo di orango salta e si arrampica dappertutto come se fosse la sua foresta, quella che non c’è più a causa delle merendine, dello shampoo che lei stessa ha nella cameretta. La bambina si indispettisce per il disordine arrecato dal cucciolo e lo scaccia via. La voce fuori campo aiuterà la bambina a capire il perché dell’intemperanza del cucciolo nella sua stanza e comprendendone le ragioni lo aiuterà a farsi carico del suo futuro. La clip sensibilizza il consumatore sull’importanza che ha lo sfruttamento delle foreste per la coltivazione intensiva dell’olio di palma.

La Clearcast, organo che decide se una pubblicità potrà andare in onda sui vari broadcast del Regno Unito, ha deciso che lo spot fosse troppo politico e che viola le regole del Communications Act del 2003. Quindi niente da fare. Lo spot non potrà andare in onda e l’azienda non potrà pubblicizzare qualcosa che ha reso il proprio brand il primo libero dall’olio di palma per tutta la sua filiera di prodotti. Segno che gli interessi delle major concorrenti hanno molto interesse nel contrastare la decisione di eliminare completamente l’olio di palma dall’intera filiera. Che la Clearcast abbia attuato un veto fin troppo politico nei confronti di Iceland a vantaggio delle sue concorrenti? Anche la censura è un atto politico non solo l’oggetto della censura…

Video dello spot censurato in versione intergrale

Fonti e approfondimenti:

The Guardian – Iceland’s Christmas TV advert rejected for being political

The Guardian – Iceland’s Christmas ad was brave and necessary. It shouldn’t be banned

Didier Drogba si ritira dal calcio agonistico

Si ritira un campione del calcio ed un esempio per il proprio paese. Didier Drogba verrà ricordato per i suoi goal ma anche per ciò che ha fatto fuori dal campo per la Costa d’Avorio.

Nel 2005, durante la guerra civile in Costa d’Avorio tra nord Mussulmano e sud Cristiano, si disputavano le partite per la qualificazione ai mondiali del 2006 in Germania. In quella nazionale giocavano Yaya Touré mussulmano e Didier Drogba cristiano cattolico.

La Costa d’Avorio si qualificò per la prima volta ai mondiali e durante i festeggiamenti, dopo l’ultima partita delle qualificazioni, Didier si circondò dei suoi compagni di squadra e davanti la telecamera, in ginocchio pronunciò queste parole:

“Amici ivoriani del nord e del sud, dell’est e dell’ovest, oggi vi abbiamo dimostrato che la Costa d’Avorio può convivere e giocare insieme per lo stesso obiettivo, la coppa del mondo.

Vi avevamo promesso che avremmo unito la popolazione. Vi chiediamo adesso in ginocchio… Un paese africano che ha tutte le nostre ricchezze, non può sprofondare nella guerra in questo modo.

Per favore deponete le armi.

Organizzate le elezioni e tutto andrà per il meglio”.

Nel 2007, contro il volere del Chelsea volle condividere con gli altri Ivoriani il pallone d’oro africano appena conquistato. Durante la cerimonia ufficiale col presidente del paese, prende il microfono e chiede di poter andare a Bouaké perché quel trofeo è di tutti gli ivoriani.

Bouaké era la roccaforte della ribellione e lì ad aspettarlo c’era una folla festante e in lacrime.

Didier Drogba è protagonista di un episodio di “I ribelli del calcio”, una serie di cinque docu-film prodotta da Eric Cantona dedicato a calciatori che oltre a giocare a rincorrere una palla, davano il meglio di sé anche fuori dal campo. Imperdibile per gli amanti del calcio pulito e pieno di speranza.

Redatto e scritto da Francesco PennaNera

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