Apice Vecchia trasmette memoria

Apice Vecchia trasmette memoria

Un luogo è casa se lo vivi, cresci insieme a lui, ti offre rifugio, parla di te nel resto del mondo.

Non è più casa il luogo che parla della vita ospitata e improvvisamente mancata, lasciando il tempo scorrere da solo verso un destino sconosciuto.

Apice Vecchia è uno di questi: piccolo borgo poco distante da Benevento, privato della sua quotidianità a partire dal 1962 in seguito all’evento sismico che colpì nell’agosto dello stesso anno il Sannio e l’Irpinia. Gli abitanti furono trasferiti nel nuovo insediamento sorto ai piedi della collina su cui sorgeva il vecchio paese.

Queste sono tutte le informazioni che avevo con me quando un giorno di fine estate decisi insieme ad alcuni amici di visitare questa città fantasma, come oggi la si suole denominare. Non cercai altre notizie: desideravo essere libero di scoprire sul campo quel che il luogo avesse da offrirmi.

Giunti con la macchina nella parte nord del silente borgo, notiamo un grande castello recentemente restaurato. Si sentono alcune voci e, superato uno dei baluardi del forte, scorgiamo una cortina di case ritinteggiate, dei bambini giocare e, con sorpresa, una piccola taverna. Gli accessi al paese retrostante la cortina sono tutti transennati, ma con un po’ di fortuna individuiamo uno stretto passaggio creato in passato da curiosi come noi.

Vicoli di macerie si aprono a noi mentre con cautela cerchiamo di proseguire. Un vecchio cane ci accoglie, come ospiti e non come minaccia, e i vicoli diventano stradine più o meno ampie, parallele ma non sempre rettilinee, in parte pavimentate e pulite, talvolta impraticabili a causa di detriti e vegetazione. Qui ora vive il tempo, non c’è spazio per nuove storie, c’è solo da raccontare.

Tutto è fermo, impresso come un timbro che lascia le sue sbavature. È fine settembre e una leggera brezza attraversa il tessuto urbano: sembra il respiro di quelle costruzioni, lesionate, private della propria intimità.

Ci sono delle serrande aperte che danno accesso a magazzini o botteghe, dove c’è odore di polvere e legno vecchio, talvolta bui e inaccessibili, dove lo sciacallo di turno è passato a mettere disordine. Alcuni oggetti sono invece lì dove sono stati lasciati, perché privi di importanza ma portavoce di un segreto: sanno cosa è accaduto.

La vita doveva scorrere tranquilla in queste stradine, come accade ancora oggi in quei piccoli centri abitati dove il tempo davvero sembra essersi fermato. Esploriamo altri locali e scoviamo quello che doveva essere il bar del paese, in prossimità di una piazza. All’ingresso una grande sala, doveva ospitare le sedute dove trascorrere qualche ora in compagnia tra una piacevole canzone alla radio e la solita partita a carte. In fondo, il bancone per servire un caffè alla macchinetta o una goccia di liquore locale.

Il bar fa parte di una palazzina dalle raffinate finiture. Le porte sono aperte, le finestre spalancate, le scale prive di ringhiera e ricoperte di fogli sparsi, ingialliti come il marmo, strappati come i calcinacci. Saliamo nel buio, e il senso di precauzione è forte quanto quello della scoperta. Le finestre spalancate che dall’esterno lasciano scorgere soffitti decorati, ora guardano il fabbricato antistante, lasciando la vista penetrare in esso attraverso un dialogo silenzioso.

Entrare liberamente in queste case richiede il rispetto di un passo lento, l’attraversare una porta socchiusa senza aprirla completamente, il lasciare tutto com’è e dov’è perché i cocci non possono più tornare insieme. Non resta che osservare attentamente.

Il Sole del tramonto adagia la sua luce su ciò che incontra, dona splendore più di quanto abbia fatto durante la giornata, accarezza con calore fino al suo svanire. Qualche uccello si alza in volo e noi salutiamo queste mura, le lasciamo continuare a trasmettere la memoria di un luogo che non è più casa, nella speranza possa appartenere per sempre al tempo che lo abita, non come esempio di abbandono ma simbolo della forza di quanto accaduto.

Scritto e fotografato da Vittorio Marino

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nami

Questo reportage è molto bello. Le fotografie sono spettacolari, credo sia stato usata solo la luce naturale, e questo aggiunge ancora più valore al lavoro. Le mie preferite sono quelle del bar, in particolare quella che ritrae, tra l’altro, una bottiglia di strega. Sembra un dipinto.
Il testo guida per mano il lettore tra le fotografie, e mi è sembrato davvero di essere stata ad Apice Vecchia!
La descrizione “leggera”, in punta di piedi, rende giustizia ad un luogo dove il tempo si è fermato.