Amnesie (in ordine sparso)

Amnesie (in ordine sparso)

Numero 6

Ci guardava con gli occhi allucinati di chi nascondeva un terribile segreto. Ci intimava di non frequentare certi posti e di non socializzare con certa gente. I motivi si diluivano in imprecazioni confuse e feroci giudizi di valore.

Di primo acchitto, sembrava la goffa e brutale sollecitudine di chi voleva impedirci di compiere i suoi stessi errori. Ma poi, scavalcata la ritrosia minacciosa che gli faceva dire ‘no-e-basta’, si scorgevano i riflessi di una luce ben più cupa e inquietante che illuminava dalle quinte del suo sguardo i nostri volti allucinati.

Nessuno di noi osava affrontarlo con le sue stesse armi, per il semplice fatto che nessuno di noi le aveva. Restavamo a guardarlo tornare ottusamente sui suoi passi senza cambiare direzione, come se facesse lunghe passeggiate, andata e ritorno, attraverso un corridoio stretto e buio, e tacevamo ciccando, sorseggiando birra o guardando altrove. Almeno ci provavamo, motivati dall’unico desiderio di non assistere più a quello spettacolo.

Ma ormai la decisione era presa.

Partiva, di fretta, come chi fugge dall’incertezza e scappa da una verità scomoda come l’autobus che l’avrebbe portato fin lassù.

Una volta congedati gli amici (noi, pessimi consiglieri) rimase lì a sfregarsi le mani e ad immaginarsi la sua nuova vita e il momento in cui tutto sarebbe finito. Tutto dimenticato. La realtà invisibile e dilaniante finalmente messa a tacere, per sempre.

Era l’ora di inseguire i sogni, qualunque essi fossero. Si buttò sul letto con una mano a fargli da cuscino e l’altra che pendolava tra la bocca e il posacenere sul comodino. Cercava il sonno scorgendo nell’ultimo fumo, quello più denso e amaro. Lo intravide. Lo trovò.Per una strada – sempre la stessa – camminava, seguiva qualcuno, forse una persona che conosceva, forse un miraggio. Si ferma, una sagoma dai lunghi capelli è immobile di spalle davanti a lui. Arde dal desiderio di raggiungerla.

“Girati – le grida – girati”! – a quel suo modo autoritario e perentorio che non ammetteva repliche.
“Girati, ti prego”, ora implorava, ma la sagoma dai lunghi capelli restava ferma. Nemmeno un cenno, uno spasmo animale che indicasse un cambiamento nella sua attenzione.
Le si avvicina con passi pesanti rabbiosi e regolari come una marcia militare, le sta dietro, le grida “girati” ancora una volta afferrandola per una spalla. La figura, nel momento di voltarsi, svanisce nel residuo di fumo dell’ultima sigaretta, sostituita dal soffitto avorio illuminato dalla luce innaturale di un lampadario al neon.

Ricominciò l’amplesso con il sonno per scacciare quel pensiero, senza successo.

Infine si mise a sedere sul letto e un accendino quasi esaurito riaccese la volontà di ripercorrere in maniera dettagliata e scrupolosa i suoi progetti di futuro oblio.

Testo: Francesco Di Concilio
Copertina: Valerio Ichikon

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