Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo

Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo

L’opera d’arte come atto politico

“Uno”

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo, 1338-1339, Siena, Palazzo Pubblico, Sala del Consiglio dei Nove o della Pace.

L’uomo è un animale politico, dichiara Aristotele in apertura al suo trattato Τὰ πολιτικὰ (Tà politikà, ossia La Politica), dedicato all’amministrazione della polis. Un’affermazione che risale al IV secolo a.C., e che tuttavia è così semplice e lapidaria da risultare ancora oggi stupefacente. Per il celebre filosofo ogni azione umana è, inevitabilmente, un atto politico. Lo stesso vale per le arti, al cui insegnamento egli dedica un intero libro della sua opera:

È chiaro perciò che esiste una forma di educazione nella quale bisogna educare i figli non perché utile né perché necessaria, ma perché liberale e bella […] impareranno il disegno […] perché rende osservatori della bellezza del corpo. Cercare da ogni parte l’utile non s’addice affatto a uomini magnanimi e liberi.

Aristotele, La Politica, Libro VIII

Per Aristotele, dunque, la pittura è potente strumento educativo, anche se limitato alla dimensione estetica e all’osservazione del bello. L’opera d’arte, infatti, grazie alla propria immediatezza visiva, è più efficace di qualsiasi trattato filosofico o discorso teorico. Ben presto, ci si rende conto che la pittura può essere anche potente veicolo di contenuti sociali e politici: nasce così l’arte civile, di cui si hanno nel Basso Medioevo le prime e più significative testimonianze.

Nei comuni dell’Italia Settentrionale l’uso politico dell’opera d’arte è precoce: è finalizzato a invocare il favore della Vergine o dei santi patroni, a celebrare successi o vittorie, a condannare nemici interni o esterni. Alla fine del Duecento, anche in Toscana compaiono esempi di pittura propagandistica, di infamia e di cronaca; è qui che nasce, nella prima metà del Trecento, la pittura civica e didascalica, il cui primo e fortunato risultato è probabilmente il perduto ciclo di affreschi realizzato da Giotto a Firenze, nel Palazzo del Podestà, intorno al 1330. Grazie alle fonti, è possibile ricostruire l’iconografia della decorazione, che doveva avere come protagonista il Comune della città, accompagnato dalla Giustizia e dalle Virtù Cardinali.

È proprio al ciclo di Giotto che fa riferimento Ambrogio Lorenzetti quando, tra il 1338 e il 1339, intraprende nel Palazzo Pubblico di Siena una delle sue imprese decorative più significative: l’Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo. Gli affreschi impreziosiscono le pareti della Sala del Consiglio dei Nove, dove si riunivano i membri delle famiglie illustri della città per prendere le decisioni più importanti. Essi avevano uno scopo dichiaratamente didascalico: ispirare le scelte e le azioni di coloro che erano stati chiamati alla guida del comune.

Fig.1 - Allegoria del Buon Governo

L’iconografia del ciclo è complessa, affascinante e densa di significati.

fig. 1.1 - Giustizia

Sulla parete di fondo, trionfa l’Allegoria del Buon Governo. A sinistra, domina ieratica la figura della Giustizia, raffigurata come una matrona assisa sul trono, con lo sguardo rivolto alla Sapienza divina, sua ispiratrice. Quest’ultima regge una bilancia, i cui piatti alludono alla divisione aristotelica nell’Etica Nicomachea tra giustizia distributiva, che concede onori e vantaggi, e giustizia commutativa, che ripara danni o ingiustizie. Dalla bilancia pendono due corde, tenute saldamente tra le mani da un’altra figura femminile, posta esattamente sotto la Giustizia: è la Concordia, che tiene sul grembo una pialla, a simboleggiare i contrasti superati e risolti.

fig.1.2 - Concordia
fig. 1.3 - Monarca - Comune

La corda passa poi tra le mani della comunità senese, rappresentata da un corteo di ventiquattro personaggi, i cui abiti alludono alle differenti classi sociali della città. A conclusione del corteo, la lupa con i due gemelli, immagine di Siena, è sormontata dalla personificazione del Comune, anziano monarca, accompagnato dall’iscrizione C.S.C.V. (Commune Senarum Civitas Virginis). Protettrici e ispiratrici del Comune sono le tre Virtù Teologali; ad esse si affiancano le quattro Virtù Cardinali, scortate dalla Pace e dalla Magnanimità. Didascalie e attributi rendono ciascun personaggio immediatamente riconoscibile: la Pace è sdraiata su un cumulo di armi e tiene un ramoscello d’ulivo; è affiancata dalla Fortezza, con la mazza e lo scudo, e dalla Prudenza, che grazie al suo specchio comprende e osserva passato, presente e futuro. Seguono la Magnanimità, pronta a distribuire ricchezze ai più bisognosi; la Temperanza, dotata di clessidra; e infine la Giustizia, con la corona, la spada e la testa mozzata. Il registro inferiore, in parte lacunoso, ospita l’esercito della città, pronto a consegnare alla Giustizia prigionieri e disonesti.

L’immagine allegorica del Buon Governo è completata dalla rappresentazione dei suoi effetti positivi, sia in città che in campagna. In entrambe le ambientazioni dominano ordine, compostezza ed equilibrio, popolati da un’umanità vivace e gioiosa: se in città appaiono muratori, artigiani, insegnanti e contadini operosi, ma anche fanciulle che danzano e un piccolo corteo nuziale, la campagna è attraversata da viaggiatori, agricoltori e cacciatori, le cui attività sono garantite dalla Sicurezza, che domina dall’alto la scena.

Inquietante e cupa è invece l’Allegoria del Cattivo Governo, dominata al centro dalla Tirannide, mostro strabico dotato di corna, zanne e artigli, accompagnato da una sinistra capra nera. Ispiratrici della Tirannide non sono più le Virtù Teologali, ma la Superbia, l’Avarizia e la Vanagloria. Appaiono invece come sue compagne fedeli: la Crudeltà, che avvelena un bambino con un serpente; il Tradimento, accompagnato da un agnello con coda di scorpione; la Frode, dotata di ali e artigli; il Furore, creatura bestiale con testa di cinghiale, torso umano, corpo equino e coda di cane; la Divisione, con una sega come attributo; e infine la Guerra, armata e minacciosa. Anche qui compare la Giustizia, ma come creatura sconfitta: è legata, buttata a terra, affiancata ancora dai due piatti della bilancia, ma rovesciati.

fig.5 - Allegoria Cattivo Governo

Terribili e devastanti sono gli effetti di questa forma di governo: sia in città che in campagna, dove incendi, distruzioni e omicidi sono all’ordine del giorno, prevalgono i colori cupi, e la prospettiva risulta meno definita. Il contado, dominato dalla personificazione del Timore, è attraversato da eserciti e personaggi armati, portatori di insidie e di morte.

fig.6 - Effetti Cattivo Governo

Il ciclo è riuscito a sopravvivere non solo alla caduta del governo dei Nove, ma anche al passare del tempo: nonostante qualche lacuna e integrazione, risulta sostanzialmente in buone condizioni. Le ragioni di una conservazione così attenta e premurosa (interventi di restauro sul ciclo sono testimoniati già nella seconda metà del Trecento!) risiedono nella consapevolezza del valore educativo e civile degli affreschi. La straordinarietà dell’impresa di Lorenzetti è data dalla sua immediatezza, dalla fortissima contrapposizione tra i due mondi, palese anche agli occhi di un osservatore poco attento. Il contrasto tra le due forme di governo è reso evidente infatti non solo dalle scelte iconografiche dell’artista, ma anche dall’adozione di colori, luci e prospettive completamente differenti. È dunque lo stile, e non il contenuto, a costituire il veicolo di contenuti e messaggi politici: una scelta senza dubbio vincente ed evocativa, capace di attraversare sette secoli di storia dell’arte riuscendo ancora oggi a stupire e a stimolare riflessioni profonde.

Autrice: Martina Colombi

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nami

Spiegazione precisa e puntuale, e allo stesso tempo avvincente per chi, come me, non ha molte conoscenze in campo pittorico. Mi domando se la scelta di questo affresco non abbia a che fare con l’attuale situazione politica e sociale. XD