Algoritmo #2: polarizzazione delle informazioni e dei rapporti sociali

GLI ALGORITMI ED I SOCIAL[1]

Gli anni 2000 hanno visto l’esplosione di internet, ed in particolare dei social media come Facebook e Twitter, fondati rispettivamente nel 2004 e nel 2007; Instagram invece è stato fondato nel 2010. In poco tempo il modo di comunicare è passato da una modalità prevalentemente incentrata sulla scrittura ad una comunicazione fondata perlopiù sulle immagini. Questo è un dato fondamentale nel discorso che faremo, perché ci suggerisce che tutto è diventato più rapido, ma che allo stesso tempo sono diminuite le persone che vogliono leggere (su qualsiasi argomento) e capire qualcosa in più sull’argomento di cui stanno leggendo. Oggi preferiamo guardare un’immagine e dedurne la nostra personale realtà dei fatti.

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.”[2]

Umberto Eco, in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa in “Comunicazione e Culture dei Media” da parte dell’Università degli Studi di Torino il giorno 10/06/2015

Non vogliamo incentrare il nostro discorso sulla libertà di parola o sullo spessore delle affermazioni che facciamo, ma l’affermazione di Eco sopra riportata ci fa capire che internet è diventato un luogo dove, a causa dell’elevatissimo numero di utenti, è possibile trovare un grandissimo numero di informazioni.

La tipologia di contenuti che ci viene offerta in automatico dai social media (feed, dall’inglese alimentare)cerca di soddisfare quelli che sono i nostri gusti, le nostre passioni, in modo tale da vendere pubblicità sempre più tagliata su misura del consumatore. Tutto ciò è possibile grazie ad un algoritmo. Detto questo, bisogna aprire gli occhi e capire che i social network non sono il luogo più indicato per cercare delle informazioni strutturate.

Proprio come gli uomini primitivi si costituivano in tribù per difendersi dall’attacco di altre tribù, animali feroci o da intemperie varie, così oggi sui social vengono a formarsi gruppo che condividono idee simili: sono state definite echo chambers, perché proprio come l’eco, quando siamo in questi gruppi sentiamo a ripetizione e con sfumature diverse quella cosa che anche noi pensiamo, facendoci sentire in una grande tribù in cui tutti la pensano allo stesso modo, all’unisono, alimentando il branco.

Un’informazione interessa ed attira l’attenzione perché piace e soddisfa le nostre convinzioni, e non un perché confuta le nostre certezze monolitiche.  In un contesto di questo tipo, è difficile costruire un dibattito costruttivo, ed è per questo che i social  sono il regno dello scontro e della diffusione di notizie per avvalorare le proprie convinzioni.

Il modo intelligente per mantenere le persone passive ed obbedienti è limitare rigorosamente lo spettro di opinioni accettabili, ma consentire un dibattito molto vivace all’interno di tale spettro – incoraggiando persino le opinion più critiche e dissidenti. Ciò dà alle persone la sensazione che ci sia libero pensiero in corso, mentre per tutto il tempo I presupposti del Sistema vengono rinforzati dai limiti posti nel campo del dibattito”.

Noam Chomsky, The Common Good, 1998

Le ricerche ci dicono…

Come effetto a monte, gli algoritmi contribuiscono enormemente a creare le echo chambers, facilitando la connessione con persone che hanno gli stessi gusti; come effetto a valle, contribuiscono alla polarizzazione del dibattito, alla divisione in gruppi contrapposti, e ciò sfocia inevitabilmente nello scontro. Gli algoritmi agevolano tutto questo selezionando i contenuti che possono essere visti nel nostro feed. Trovandoci in un ambiente a noi congeniale, siamo più disposti a spendere il nostro tempo sui social, e questo significa inevitabilmente un aumento degli introiti derivanti dalla vendita degli spazi pubblicitari.

A partire dallo scorso anno, tutti siamo venuti a conoscenza di una parte di popolazione che non crede né alla scienza né alla medicina, o almeno rifiuta una parte di essa.

Dal momento che molte persone formano la propria opinione e si informano sui social media (commettendo, tra l’altro, un errore madornale), è necessario capire esattamente come si pongono queste persone rispetto alle informazioni di tipo medico. E questo è stato uno degli scopi di uno studio pubblicato da un team di ricercatori americani nel 2021 sulla rivista Society for Health Psycology,[3] studio svolto tra il Dicembre 2019 ed il Gennaio 2020, quindi prima che la pandemia di Covid19 scoppiasse ufficialmente in occidente.

Partiamo dalle definizioni.

Cosa si intende per disinformazione sanitaria?

Si tratta della diffusione di un’affermazione pervasiva, falsa perché priva di evidenze, che mette in pericolo la salute pubblica. I suoi effetti sono quelli di impedire l’uso dell’unica medicina possibile, ovvero quella basata sulle evidenze scientifiche, ed influenza negativamente il rapporto medico-paziente, rendendo quest’ultimo scettico e dubbioso rispetto le linee guida e la medicina stessa.

I social media (e non solo) contribuiscono a tutto ciò tramite la creazione delle cosiddette echo chambers, ovvero camere dell’eco: i social media sono fatti in modo che ci si passi molto tempo, e per fare ciò, ci propone sempre contenuti che a noi piacciono, attingendo a quelli da noi stessi consultati, imitando proprio il meccanismo di propagazione dell’eco.

Se questo è un meccanismo poco pericoloso quando si tratta di argomenti meno fondamentali, come l’ultima moda lanciata da Chiara Ferragni, quando si passa ad argomenti di stampo medico, la situazione si fa più seria, e bisogna attuare un piano strutturato per arginare il fenomeno, dove ognuno gioca la propria parte nella lotta contro la disinformazione. Ad esempio, Google ha modificato il proprio algoritmo di ricerca, favorendo la diffusione di informazione di tipo medico prodotte da siti di enti accreditati, mentre Facebook sta ostacolando la diffusione di informazioni mediche false limitandone, lì dove possibile, la loro circolazione.

Lo studio sopra citato ha avanzato quattro ipotesi tese a giustificare la crescente diffidenza verso le informazioni di natura medica:

  1. Mancanza di conoscenze di base sull’argomento, o di spirito critico per valutare le informazioni scientifiche.
  2. Informazioni non selezionate in maniera oggettiva ma in base ai propri punti di vista.
  3. Motivi sociali
  4. Superficialità nella lettura di notizie trovate on line.

Dai dati raccolti, considerando il raggio di diffusione dei post selezionati su Facebook e Twitter, gli autori dello studio hanno dimostrato che la diffidenza verso la medicina non riguarda in maniera specifica una determinata tematica medica: in particolare, hanno riportato che le persone che hanno mostrato il proprio scetticismo riguardo, ad esempio, cure contro il cancro, hanno lo stesso tipo di approccio anche verso l’uso di statine (farmaci anticolesterolo, che ne impediscono al corpo umano la produzione) e l’uso di vaccini (queste sono state le principali tematiche scelte per la conduzione dello studio).

Inoltre queste persone che mostrano riluttanza verso le prove sperimentali della medicina, sono più inclini all’utilizzo di medicina naturale ed alternativa.

La diffusione di notizie false o poco precise risulta essere più elevata tra le persone che spendono quotidianamente del tempo sui social networks: è molto probabile che, entrato in un’echo chamber, l’utente medio abbia riconosciuto la propria area di comfort zone, e lì abbia speso tempo a leggere post che potessero rafforzare le proprie idee, giuste o sbagliate che siano, senza avvertire la necessità di mettere il naso fuori da quella stanza per vedere cosa succede altrove.

Una piccola nota: oltre che per notizia falsa, per disinformazione s’intende anche una comprensione del testo che è differente dal messaggio che l’autore del testo stesso voleva veicolare.[4] Si rischia di entrare, quindi, nel campo dell’analfabetismo funzionale (https://www.tpi.it/news/analfabetismo-funzionale-italia-2019022029320/), che indica la capacità di non comprendere in maniera oggettiva un testo scritto o delle informazioni. Appare quindi evidente il legame tra grado di istruzione e diffusione delle fake news.

Le strategie volte all’abbattimento di questo fenomeno, possono essere diverse, ma un punto importante da sviluppare e pianificare con serietà è il rapporto e la comunicazione medico-paziente: infatti, secondo lo studio le persone che seguono una terapia farmacologica a base di statine, sono meno inclini alla disinformazione sull’argomento, perché hanno ricevuto informazioni corrette, di qualità, e grazie a questo tipo di attività il personale medico ha guadagnato la fiducia dei pazienti.

Ovviamente anche noi pazienti, utenti del web, dovremmo metterci del nostro. In che modo? Andando al di là della tela come ha fatto Lucio Fontana, ponendoci sempre delle domande ed avendo, non punti esclamativi, ma tanti punti interrogativi.

https://www.youtube.com/watch?v=A4pVVP16GZo


[1]Walter Quattrociocchi, Gli algoritmi e la polarizzazione, Le Scienze, maggio 2021

[2]https://www.lastampa.it/cultura/2015/06/11/news/umberto-eco-con-i-social-parola-a-legioni-di-imbecilli-1.35250428

[3]L. D. Scherer, J. McPhetras, G. Pennycook, A. Kempe, L. A. Allen, C. E. Knoepke, C. E. Tate, D. D. Matlock, Health Psycol 2021, 40, 274-284

[4]https://it.wikipedia.org/wiki/Disinformazione

Autrice: Annarita Noschese
Editor: Francesco PennaNera
Copy Editor: Francesco Di Concilio
Cover design: Sheila Havziart

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